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Domenica, 20 Ottobre 2019

La Turchia è pronta a invadere il Nord della Siria

Abbiamo fatto i nostri preparativi, abbiamo compiuto i nostri piani operativi, abbiamo impartito le istruzioni necessarie”. Così il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annuncia una nuove operazione militare nella Siria del nord, a est dell’Eufrate. L’operazione è stata coordinata con gli Stati Uniti, che stanno allontanando le proprie truppe dal confine: “Le forze statunitensi non sosterranno né saranno coinvolte nell’operazione e le truppe Usa, che hanno sconfitto il califfato territoriale dello Stato islamico, non saranno più nelle immediate vicinanze”, fanno sapere da Washington.

La Turchia, l'Iran e lo stesso Iraq da tempo provano a scongiurare, con ogni mezzo, una simile eventualità, dimostrando e hanno dimostrando di essere pronti anche ad aprire un nuovo fronte di guerra, pur di evitarla. Da una parte Ankara teme di avere ai suoi confini uno Stato che possa fomentare le rivendicazioni dei curdi turchi, dall'altra l’Iraq ha intenzione di vuole di tenere accorpata la regione settentrionale del Kurdistan all’interno del proprio asse politico-istituzionale, così da evitare una frammentazione statale e continuare a godere delle ricche rendite petrolifere che quella regione produce.  

Curdi sono una popolazione di origine iranica. La loro regione storica è il Kurdistan ("terra dei Curdi"). Il Kurdistan non ha mai formato uno Stato indipendente e attualmente è diviso tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia e Azerbaigian. La parte più estesa del Kurdistan si trova in Turchia, dove vivono circa 13 milioni di Curdi. Poiché il popolo curdo è diviso tra diversi Stati è difficile calcolare esattamente la sua consistenza numerica totale: la cifra oscilla, comunque, tra i 20 e i 30 milioni di persone.  

"Alla luce dell'annuncio della Turchia e degli Usa sulla situazione in Siria, l'Ue ribadisce la sua preoccupazione" e ricorda di avere sempre detto che "ogni soluzione a questo conflitto non può essere militare bensì deve passare attraverso una transizione politica, in conformità alla risoluzione Onu ed il comunicato di Ginevra nel 2014". Così una portavoce della Commissione europea. "L'Ue ribadisce il sostegno all'unità, la sovranità e l'integrità territoriale della Siria", ha aggiunto.

L’operazione turca, secondo il Giornale però, apre diverse incognite. Prima tra tutte: come verrà condotta l’operazione? E da chi? Combatteranno solamente le truppe regolari di Ankara o anche i miliziani, alcuni con simpatie jihadiste, riciclati da Erdogan in questi ultimi anni? E poi: gli Usa hanno fatto sapere che “la Casa bianca ha a lungo esercitato pressioni su Francia, Germania e altre nazioni europee, da dove provenivano molti combattenti dell’Isis catturati, per riprenderli indietro, ma non li vogliono e hanno rifiutato”. 

Per questo motivo, i terroristi passeranno sotto il controllo della Turchia. Ma come è possibile tutto questo dopo che per anni Ankara ha lasciato aperta la cosiddetta “autostrada del jihad” permettendo a migliaia di jihadisti di raggiungere la Siria? Che fine faranno i curdi? Per anni sono stati appoggiati dagli Stati Uniti per combattere lo Stato islamico. E ora? Verranno abbandonati al loro destino come già successo a Manbij? Capiranno i curdi che l’unico modo per non venire schiacciati dalle scelte politiche altrui è quello di tornare a Damasco e trovare un accordo con il regime di Bashar al Assad? Le truppe Usa abbandoneranno davvero la Siria, come ha annunciato l’anno scorso il presidente Trump o questo è solamente uno spostamento momentaneo? Tutte domande, queste, che si stagliano sullo sfondo di una nuova operazione militare – l’ennesima – in un Paese dilaniato da una “guerra mondiale a pezzi”.

L’obiettivo di Ankara, come annunciato più volte, è quello di creare una zona sicura al confine siriano, in modo anche da gestire al meglio questo almeno il punto di vista di Erdogan la questione migranti: “Il piano per la zona sicura ha due scopi: mettere in sicurezza i nostri confini eliminando gli elementi terroristici e garantire il ritorno sicuro dei profughi”. Proprio nel nord della Siria, il Sultano vorrebbe trasferire 2 milioni degli oltre 3,6 milioni di rifugiati presenti in Turchia.

Il gruppo curdo, noto come Forze democratiche della Siria l'alleanza curdo-araba delle Fds, Syrian Democratic Forces, o Sdf., è stato il partner più affidabile degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico in un angolo strategico della Siria settentrionale. Ora, la decisione di Trump va contro le raccomandazioni dei massimi funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato che hanno cercato di mantenere una piccola presenza di truppe nel nord-est della Siria per continuare le operazioni contro lo Stato Islamico, o Isis, e di agire come contrappeso critico in Iran e Russia.

Le forze curdo-siriane hanno affermato di esser pronte a "difendere a ogni costo" il nord-est della Siria, in particolare la zona al confine con la Turchia esposta alla pressione turca e da dove nelle ultime ore si sono ritirare truppe americane. "La zona è ora diventata un teatro di guerra. Noi siamo determinati a difendere il nordest a ogni costo", ha detto il portavoce delle forze curdo-siriane, Mustafa Bali, citato dai media locali e regionali.

Cosi la Casa Bianca secondo le agenzie di stampa ha dichiarato che la Turchia si appresta a invadere la Siria settentrionale, rinnovando timori per il destino dei combattenti curdi alleati con gli Stati Uniti nella guerra all'Isis. Lo afferma Stephanie Grisham, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, in una dichiarazione diffusa dopo un colloquio telefonico tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello americano Donald Trump. Nella nota si precisa che le truppe statunitensi "non sosterranno né saranno coinvolte nell'operazione" e "non saranno più nelle immediate vicinanze", cioè nel nord della Siria.

Non è chiaro se ciò significhi che gli Stati Uniti potrebbero ritirare i loro circa 1.000 soldati dalla Siria settentrionale. Una ipotesi, quella del ritiro delle truppe americane, ventilata da Trump nello scorso dicembre ma accolta con sfavore da gran parte della comunità internazionale, secondo cui il ritiro comporterebbe l'abbandono dei curdi nelle mani dell'esercito turco.

Secondo le Forze democratiche della Siria l'alleanza curdo-araba delle Fds l'annuncio della Casa Bianca, è perioloso. In una serie di tweet diffusi nelle ultime ore non mancano accuse per Erdogan e il Centro per il coordinamento e le operazioni militari delle Fds afferma che un "attacco turco" rischierebbe di annullare i successi nella lotta all'Isis e di fare della Siria una "zona di conflitto permanente".

Le Fds affermano secondo la Repubblica di aver rispettato gli impegni previsti dall' "accordo sul meccanismo di sicurezza, smantellando le fortificazioni militari tra Tell Abyad e Ras al-Ayn, ritirando le unità di combattimento con le armi pesanti" dalle zone lungo il confine con la Turchia. "Tuttavia - affermano - le minacce di Erdogan hanno come obiettivi quelli di cambiare il meccanismo di sicurezza in un meccanismo di morte, di fare sfollati tra la nostra gente e trasformare la regione sicura e stabile in una zona di conflitto e guerra permanente". "Mentre la comunità internazionale cerca una soluzione politica per la Siria - aggiungono le Fds - il popolo siriano soffre da anni per la guerra".

Lo scorso 7 agosto, sottolinea il Giornale al termine di un lungo negoziato, Turchia e Usa hanno raggiunto ad Ankara un'intesa per la costituzione di una safe zone nel Nord della Siria. L'area 'tampone' prevista nell'accordo è larga 30-32 e lunga 480 chilometri, estesi in territorio siriano lungo il confine turco, a partire dalla riva Est del fiume Eufrate fino al confine con l'Iraq. Un'area su cui il presidente turco ha preteso il controllo della Turchia, sia per eliminare le postazioni dei curdi siriani dello Ypg, ma anche per creare un corridoio in cui ricollocare il maggior numero possibile dei 3,6 milioni di siriani fuggiti in Turchia a partire dal 2011.

Nell'accordo è stata inserita la costituzione di un centro di comando operativo congiunto per gli eserciti di Usa e Turchia, poi regolarmente realizzato in territorio turco, ad Akcakale, non lontano dal confine siriano. L'intesa raggiunta prevede anche turni di pattugliamento e ricognizione congiunti, con l'utilizzo di mezzi terrestri, droni ed elicotteri e la possibilità per gli F-16 di Ankara di sorvolare lo spazio aereo siriano.

Lo scorso 8 settembre turni di pattugliamento da parte dei due eserciti sono stati effettivamente realizzati, mentre nelle scorse due settimane gli F-16 turchi hanno ripetutamente sorvolato lo spazio aereo siriano. Martedì il capo di Stato turco aveva dichiarato che la Turchia stava esaurendo la pazienza con gli Stati Uniti per la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria, minacciando l'incombente un'operazione militare. "A questo punto, non abbiamo altra scelta che continuare sulla nostra strada", aveva annunciato Erdogan in un discorso televisivo.

La complessità delle dinamiche politiche del Kurdistan riguardano diversi ambiti, da quello internazionale a quello regionale. Un insieme di fattori che ha fatto sì che il progetto di uno Stato curdo - da sempre nell'orizzonte del Paese - fosse pressochè impraticabile. Dal punto di vista internazionale, le stesse forze che hanno appoggiato finanziariamente e militarmente i gruppi curdi in funzione anti-IS (come Stati Uniti e, a fasi alterne, Russia in primis) non hanno mai realmente mostrato intenzione di andare oltre ad bene placido formale dell'idea d'uno Stato indipendente, probabilmente per paura di provocare instabilità in una regione così strategica e già fortemente provata da anni di conflitti.

L'incognita dunque riguarda le prospettive future di un Kurdistan iracheno davvero indipendente. Il rischio maggiore è quello di un nuovo conflitto interno, che non farebbe altro che mettere in cattiva luce le forze curde irachene all’esterno. Il superamento delle lotte di potere interne - che storicamente in questa Regione hanno assunto caratteristiche di un conflitto tribale e familiare - sembra essere la precondizione necessaria per arrivare alla formazione di uno Stato autonomo. Se poi si guarda alla storia del Paese, l'impraticabilità per i curdi di presentarsi al mondo come un'unica voce, compatta e decisa, è stato uno dei più grandi punti di debolezza del progetto del Kurdistan.

 

 

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