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Mercoledì, 25 Novembre 2020

Arrestato Simone Di stefano di Casapound

Chi ama l’Italia viene condannato. Moralmente, socialmente, spiritualmente. Scovato, beccato, recluso. Sacerdote di una pratica antica, nel migliore dei casi, o rincitrullito manichino sodale di Cavour. Si può tutto in queste terre desolate a digiuno d’amor proprio; si può decidere di attraversare i sessi ignorando la natura, di attraversare il mare ignorando la paura, di spaccare una vetrina ignorando la galera ma è sempre più difficile riuscire ad amare l’Italia senza ignorare di prendere una posizione. 

Simone Di Stefano, candidato sindaco della Capitale alle ultime elezioni e presidente di Casa Pound Italia, ieri, è stato tratto in arresto portato via in manette, insieme a lui altri militanti. Per loro l’amore per l’Italia non ha targhe alterne, né giorni pari o dispari, non piove mai e non ci sono casi di un tipo o di un altro. Si opponevano allo sfratto – previsto proprio per la mattinata di ieri – di due famiglie italiane da uno stabile di proprietà del Comune, sito in Via del Colosseo numero 1. “L’operazione è stata compiuta dagli agenti dello Spe della municipale, diretto dal comandante Antonio Di Maggio, con la polizia di Stato che ha registrato la resistenza di esponenti di Casa Pound Italia oltre al lancio di uova, bottiglie, vernice ed oggetti metallici ed alzando vere e proprie barricate a difesa di ogni singolo piano della palazzina”, come riporta Il Giornale. 

Amare l’Italia e gli italiani a targhe alterne, svilirne il senso. Una moda, una necessità della globalizzazione, riporta Il Giornale : ormai penetrata ovunque, come acqua sporca, un vizietto da intellò del progresso. Liberarsi dal fardello dell’appartenenza ad un confine, ad una cultura, figurarsi da una bandiera, inglobati in una coscienza nazionale. Questo sì che garantirebbe un’ottima presa di mercato sulla grande massa, vero strumento di produzione: più essa è libera da pesi spirituali, capaci di aprire la coscienza civile ed individuale, di porre dei riferimenti morali certi, di ingaggiare contrarietà, meglio si può operare nella laica, annichilita e neutrale società dei consumi. Non è così che si ragiona nel villaggio globale. Su questa eco non fa più notizia chi combatte per gli italiani, a meno che non esca in manette, non diventi gossip della distruzione e della peggior specie.

Prendere una posizione per una questione che dovrebbe essere insita nelle nostre giornate. Dovrebbe essere un motore intimo e collettivo. E invece così non è. L’amore e il rispetto per questa terra benedetta è a targhe alterne: alcuni (pochi) sì, altri (tanti) no; alcuni giorni sì, altri no; alcuni casi sì, altri no.

Tra gli sfrattati, “una donna, diabetica e con gravi problemi a deambulare”, e “una famiglia con un bambino affetto da una disabilità”, così come riportato dagli stessi esponenti di CPI che in un nota successiva specificano che “i due nuclei da oltre 30 anni occupavano due piccole case nello stabile del Comune sgomberato. Per lasciarlo avevano chiesto al Campidoglio di trovare loro un’altra sistemazione, anche in un bungalow, purché la famiglia potesse stare insieme” e proseguono “Il Campidoglio meno di un mese fa li aveva convinti a lasciare l’appartamento promettendo una sistemazione in un residence poi risultata falsa e le famiglie sono state costrette a rioccupare”.

 

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