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L'Italia lascia l'Afghanistan

Il tricolore italiano viene ammainato in Afghanistan. Un'epoca è al termine. Un grosso, se non il più imponente, sforzo logistico-militare italiano in un teatro operativo all'estero tra i più impervi e complicati per le caratteristiche del territorio si avvicina alla parola fine. La cerimonia si svolge nella base di Camp Arena, a Herat, dopo 20 anni di missione in questa provincia importante e delicata per gli equilibri politici del Paese asiatico.

Si avvia così a conclusione la quasi ventennale presenza del contingente italiano in Afghanistan. Ad Herat è arrivato oggi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, per il saluto finale ai militari e la cerimonia dell'ammaina-bandiera alla base di Camp Arena, che sarà consegnata alle forze di sicurezza locali.

Le operazioni di rimpatrio di uomini (erano 800 a inizio anno) e mezzi, avviate a maggio, si concluderanno a breve, in sintonia con l'accelerazione impressa dagli Usa che intendono lasciare il Paese entro metà luglio, in anticipo sulla data simbolica dell'11 settembre annunciata dal presidente Joe Biden.

È un ammainabandiera simbolico del tricolore perché in realtà nella base italiana si continua a lavorare, si procede via via a mobilitare il resto del notevole materiale logistico destinato a rientrare in Italia, dove già dal primo maggio scorso una parte imponente vi ha fatto o vi sta facendo ritorno con l'impiego di aerei-cargo militari.

Il comando Herat, appunto l'ex TAAC-West, sta gestendo questa fase di rientro di personale e mezzi. Altro materiale, comprese strutture realizzate in questi 20 anni, resterà invece nella piena disponibilità delle autorità afghane.
"Non vogliamo che l'Afghanistan torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi.
Vogliamo continuare a rafforzare questo Paese dando anche continuità all'addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi 20 anni", ha spiegato Guerini.

"Non abbandoniamo il personale civile afghano che ha collaborato con il nostro contingente ad Herat e le loro famiglie: 270 sono già stati identificati e su altri 400 si stanno svolgendo accertamenti. Verranno trasferiti in Italia a partire da metà giugno", ha spiegato il ministro della Difesa parlando della sorte dei collaboratori afgani che rischiano ritorsioni da parte dei talebani una volta che il contingente Nato avrà lasciato l'Afghanistan.

I Paesi che stanno ritirando le loro truppe dall'Afghanistan dovrebbero accelerare i programmi per il reinsediamento di ex interpreti afghani e altri dipendenti di truppe o ambasciate straniere minacciati di ritorsioni dalle forze talebane: è l'appello di Human Rights Watch rivolto in particolare agli Stati Uniti e a tutti quei Paesi che si apprestano a ritirare ogni loro presenza nel Paese entro l'11 settembre di quest'anno. "Gli afghani che hanno lavorato con truppe o ambasciate straniere affrontano enormi rischi di ritorsioni da parte dei talebani", ha affermato Patricia Gossman, direttore associato per l'Asia di Human Rights Watch. "I Paesi con le truppe in partenza dovrebbero impegnarsi ad assistere chi si trova ad affrontare un pericolo per aver lavorare per loro".

Intanto no delle autorità degli Emirati Arabi Uniti al passaggio nel suo spazio aereo a un C130 dell'Aeronautica militare italiana che, con a bordo numerosi giornalisti italiani oltre a militari, era diretto a Herat, in Afghanistan, per la cerimonia dell'ammaina bandiera, oggi solo simbolico, del tricolore nella base di Camp Arena.

Le autorità emiratine sono state irremovibili, riservandosi fino all'ultimo di dare un via libera che poi non hanno comunque concesso. La fase di trattativa ha costretto il C130 ad effettuare un atterraggio nell'aeroporto saudita di Dammam, per una lunga sosta mentre la trattativa tra il comandante del velivolo italiano, il maggiore Valentina Papa, e le autorità emiratine procedeva.

Il diniego degli EAU al sorvolo del proprio spazio aereo è però rimasto. A bordo è stata anche valutata, in contatto con le autorità della Difesa italiana interessate, l'ipotesi di tornare indietro, annullando la presenza della stampa alla cerimonia di Herat, nel frattempo spostata in avanti di alcune ore.

Poi si è deciso di proseguire, il C130, effettuato il rifornimento, alle 8 (ora italiana) è decollato con una nuova rotta verso l'Afghanistan. Rotta necessariamente più lunga per aggirare il territorio degli EAU.

Inoltre, nel lasciare lo stesso territorio saudita il velivolo dell'Aeronautica italiana ha dovuto seguire una aerovia che non prevedesse il sorvolo di basi militari.

E anche questo ha contribuito ad allungare di ore la durata del volo, partito a mezzanotte da Pratica di Mare e che inizialmente prevedeva l'arrivo a Herat per le 9,30 locali (le 7 italiane), invece avvenuto alle locali (le italiane).

Su istruzione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il segretario generale del ministero degli Esteri ambasciatore Ettore Sequi, ha convocato alla Farnesina l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti Omar Al Shamsi. Lo rende noto la Farnesina.Sequi -aggiunge la nota- ha manifestato all'ambasciatore "la sorpresa e il forte disappunto per un gesto inatteso che si fa fatica a comprendere".

 

Fonti Agi e Ansa

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