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Lunedì, 25 Ottobre 2021

Intervista a Giuseppina Rossitto

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La nostra società sta attraversando un momento di gravi difficoltà che tutti ben conosciamo. Lo scenario globale del terzo millennio è complesso e dominato da un’epocale crisi economica di vaste proporzioni, che si riflette fortemente anche sulla cultura e l’arte.

Quindi, acquistano un valore aggiunto tutte le iniziative private o sotto forma associativa, finalizzate a risvegliare l’interesse verso le attività socio-culturali in particolare fra le nuove generazioni.

Ho avuto il piacere di affrontare queste importanti tematiche con la scrittrice e poetessa Giuseppina Rossitto, da diversi anni attivamente impegnata nella promozione sociale e la divulgazione di varie attività afferenti il grande universo culturale, attraverso l’Associazione Culturale “Lo Specchio di Alice” Movimento Letterario UniDiversità, della quale è presidente.

Giuseppina Rossitto lei nasce ad Avola (SR) nel 1955. Si trasferisce, dopo la laurea in Scienze Politiche, a Bologna. Per alcuni anni si occupa di ricerca giuridica, insegnamento e studi bibliografici, oggi di finanza e consulenza bancaria. È poetessa, scrittrice, curatrice di testi e presidente, da quasi un decennio, dell’Associazione culturale di promozione sociale “Lo Specchio di Alice” Movimento Letterario UniDiversità con sede a Bologna, ma che ha aderenti su tutto il territorio nazionale e all’estero. Ricordo ai nostri lettori che sul blog http://movimentoletterariounidiversita.blogspot.com si possono reperire le informazioni utili sull’oggetto sociale e le modalità per diventare soci e collaboratori dei progetti culturali. Che tipo di impegno è il suo?

Alla base del mio percorso poetico-narrativo e associativo vi è un impegno politico, pubblico: una carica “educativa”, con il valore che questo temine può assumere nella formazione del pensiero di individui adulti. Non le dirò, come spesso si sente affermare, che al posto del ciuccio nella culla avevo una penna; ricordo bene che, al tempo, si usava un fazzolettino con dello zucchero all’interno e legato con un filo. Pensi, non avevamo neppure il ciucciotto, figuriamoci la penna! E comunque una penna non fa uno scrittore, come scrivere parole poetiche non fa un poeta, appellativo usato e abusato. L’estro è sicuramente una componente del nostro carattere e del nostro bagaglio, la tecnica e il frutto dell’esperienza, del lavoro e delle scelte che si fanno nella vita. Come “animale politico” sogno e ho tanto sognato progetti sociali. Alcuni di essi sono riuscita e riesco a realizzarli, con la costanza di un lavoro assiduo e faticoso di ricerca e sperimentazione. Per fortuna non devo fare tutto da sola; mi riconosco e riconoscono l’abilità, come leader, di coinvolgere svariate persone, poeti, scrittori, pittori, fotografi, musicisti o semplici appassionati della scrittura e lettori che amano unirsi a un gioco di riflessione al quale li invito da quasi un decennio, con una costanza mensile e anche settimanale.

Mi spieghi meglio cosa vuol dire ricerca e sperimentazione

Amo la ricerca e amo la sperimentazione. La routine, la copiatura di generi o modelli, l’imitazione o il riferimento ai “grandi”, la produzione quantitativa, i concorsi letterari a premi sono aspetti che non riescono a coinvolgermi quanto invece la ricerca creativa, il superamento di formule, l’originalità di approccio. Amo il cambiamento, nelle piccole e nelle grandi cose, fa parte del mio essere. Cambiare non vuol dire fornirmi sempre di nuove cose, ma ricercare una formula diversa che consenta di vedere le stesse cose in una prospettiva nuova. Sì, posso dire che mi sento molto ricercatrice, magari al di fuori di un contesto accademico, e portata all’indagine empirica di osservazione costante della vita. Come dico in una mia poesia: la pratica di vita è tutta la mia dote/ disposta sono a dividerla con voi/ se solo mi indicate qual è la via (da Sento voci anche se lontane, in Vestita di carta pensante, 2014)

Fra i sogni che hanno trovato concretizzazione in un progetto e un’opera fattiva vi è la rivista bimestrale “Quaderni”, di cui lei è fondatrice e direttore dal 2007. Potrebbe illustrare l’impostazione della rivista e a quale bacino di utenza è destinata?

I Quaderni sono il frutto della ricerca di una formula di coinvolgimento innovativa nel “promuovere incontri, riflessioni e cultura”. Partono dal presupposto di la comunicazione sempre più passiva, e di una direzione diversa da seguire, largamente condivisa, ovvero favorire l’incontro di individui alla ricerca di altri individui, pensieri alla ricerca di altri pensieri. E se questo ricercarsi avviene attraverso la narrativa, la poesia, la lettura, l’immagine, il suono, allora nascono relazioni e anche i Quaderni. Sono convinta del valore della collaborazione, ovvero che, insieme, istituzioni, associazioni e singoli individui possono promuovere cultura, affinché l’esperienza sociale si arricchisca di quella tecnica e professionale. I nostri soci sono - io li chiamo - “tutti attivi”, ovvero, con esperienze, stili e culture diverse esprimono una riflessione. Nel tempo abbiamo avuto la capacità di coinvolgere intellettuali di grande prestigio e persone impegnate nella politica e nel mondo economico e sociale, ma anche persone di media e di basso livello di istruzione che hanno molto da offrire e da ricevere, studenti e larghe scolaresche. Ma, principalmente, mi pongo, supportata dal gruppo dirigente e dall’assemblea dei soci, l’obiettivo di formare adulti ed educare giovani sul tema dei diritti umani, attraverso la parola e l’immagine, nelle diverse forme e modi in cui se ne acquisisce la consapevolezza e si agisce per la difesa e rivendicazione. Una scrittura da condividere e non da premiare, con tutto il rispetto per chi agisce in questo campo, sia come organizzatore che come partecipante. Il nostro motto è la partecipazione non la competizione.

L’altro strumento espressivo in cui si sviluppa l’impegno, sia suo personale di poetessa e scrittrice che degli autori che coinvolge in quella che, oltre a un’esperienza editoriale, mi appare come un’avventura, è il romanzo collettivo. Vorrebbe parlarmi per sommi capi di questa originale formula letteraria della quale è ideatrice, curatrice e autrice principale, supportata di volta in volta da un numero considerevole di co-autori?

Le motivazioni che mi hanno indirizzata verso il romanzo collettivo sono diverse. Alcune riguardano l’esigenza di ricerca, di cui dicevo prima, e quindi sono di carattere prettamente letterario. Una sperimentazione che riguarda il modo di concepire il personaggio-autore all’interno della costruzione canonica del romanzo; poi ci sono le risposte all’edificazione di una programmazione pluriennale di scrittura sociale. Partiamo da una considerazione. C’è un fenomeno che si sta diffondendo: l’accesso alla scrittura edita. Pubblicare un libro non spaventa più nessuno. Gli autori, “i piccoli”, s’intende, sono felici di questa nuova moda, poiché consente loro di esternare idee e farle infine circolare sotto forma di libro nei luoghi deputati: le fantomatiche librerie o biblioteche (in conto vendita nelle prime e che ritornano sciupati dopo mesi o anni, gratis nelle seconde!). Detta così, molti lettori addomesticati dal mercato editoriale e da recensioni elargite con alto tono dai mass media griderebbero allo scandalo - e le assicuro che di grida in giro ne ho sentite - quasi vedessero contaminato il luogo delle loro scelte culturali: sempre quello, la famosa libreria – piena di gente che passeggia fra scaffali, ma dalle casse, ahimè, vuote e da rimpinguare. Dicono le statistiche, ma anche gli stessi librai, che i lettori sono scarsi, quasi meno degli stessi autori. I piccoli autori! Ebbene, sì, gli imbrattafogli sono loro! I creativi. Animati da impeto e da assalto, essi colpiscono il “Sapere”, quello nobile e austero. Complici i piccoli editori e qualche presentatore prezzolato, ancor più colpevoli dei primi, per la consapevolezza che essi hanno della pandemia che si sta diffondendo! Ho voluto puntare sull’umorismo e, tuttavia, è una realtà. Il modello del romanzo collettivo consente di organizzare questa esigenza di scrittura attorno a un fulcro, a un’idea, a uno stile, a delle tecniche, ad un pubblico, che è quello associativo, ambito nel quale si lavora in regime no profit e con intento mutualistico. Credo che sia la formula del futuro per la scrittura che, lungi da mete profittevoli, si pone esigenze meramente culturali. I nostri romanzi collettivi hanno un fulcro portante nella mia figura di curatrice e autrice principale, ma notevole è anche l’apporto di altri autori, rientranti con tutti i meriti nella figura dello scrittore. La mia grande soddisfazione è anche veder crescere verso questa dimensione altri autori grazie all’esperienza negli anni acquisita nel rispetto delle regole che ci diamo.

All’interno della sua attività narrativa e poetica, noto con piacere la sua forte attenzione nei riguardi dell’universo femminile. In letteratura, di donne ce ne sono tante e manifestano forza e intensità nell’esprimere il loro messaggio, superando i confini del tempo. Vorrei mi parlasse dei suoi personaggi femminili, ricorda i loro nomi?

Certamente, anche quelli ideati dagli autori che collaborano con me nei romanzi collettivi: la prima in ordine di arrivo è Paloma Bianca, ne “Gli strani incontri nella casa bolognese”; poi Margherita, ne “L’amore sconosciuto”; Perla, ne “L’albero del silenzio e l’arbusto della parola”; Talìa, in “Fra le alture e i dirupi, noi”; infine Fiumara, in “Acque di fiume e acqua di mare”. Per il nuovo personaggio femminile dovrà attendere il prossimo romanzo collettivo che uscirò a dicembre!

Paloma Bianca, ambasciatrice di pace a tutto tondo, il nome racchiude in sé un simbolismo?

Ogni personaggio delle mie costruzioni narrative in effetti racchiude un simbolismo, una metafora: Paloma Bianca vuole essere, sicuramente, una messaggera di pace e di positività. Svolge il suo ruolo sotto l’albero dei pensieri, nella sala culturale della “casa rosso bolognese”, ove chi sale le scale inspira profondamente l’aria della condivisione di un vissuto che non sempre è ordinario, ma spesso lastricato da sassi appuntiti lungo la strada della vita. Vede, anche adesso, il modo più congeniale per descrivere questo personaggio è la metafora. Questo è il nome che avrei scelto, se avessi messo al mondo una bambina. La pace è un valore e noi lo rappresentiamo, ma non come simbolo incontaminato. Come affermo in una mia poesia, non si arriva alla pace se non si conosce la guerra, quanto meno gli effetti, a volte rivoluzionari, del cambiamento.

Mi sta dicendo, implicitamente, che Paloma Bianca ha portato un cambiamento nella sua costruzione e nell’associazione che presiede?

Vede, alla fine, la metafora nasconde meno segreti di quanto noi possiamo pensare, all’occhio e al pensiero recettivo. In verità, Paloma, come personaggio, la presidente, come alter-ego, e l’albero dei pensieri positivi rappresentano il cambiamento che a partire dal 2008 la nostra associazione ha attraversato, e che coincide con la mia presidenza che dura ininterrotta fin ora. Da associazione della terza età ci aprivamo a ogni età, da un percorso antologico, ove ognuno si sentiva piccola parte di un percorso comune, ci si apriva a una nuova formula, il grande progetto d’insieme, attorno a un’idea, un messaggio, sì individuale, ma rivolto al sociale. Non sembra a dirsi, ma ha portato una rivoluzione di pensiero e qualche vittima l’abbiamo purtroppo contata. In tanti hanno però creduto e credono in questo nuovo percorso, e la girandola della pace è stata inserita anche nel nostro logo, con i colori dell’arcobaleno.

Mi parli di Margherita: una donna dall’animo costantemente accompagnato da un afflato poetico. Cosa desidera aggiungere alla mia breve descrizione?

Sono particolarmente affezionata a questa donna. Dico donna perché i miei personaggi hanno la capacità autonoma di diventare compagni di pensiero, di tempo, oserei dire, perciò, di vita. Il nome Margherita deriva dal greco “margarites”, il cui significato è “perla”. Solo nel Medioevo venne usato con riferimenti botanici. Chi porta questo nome è una persona che vive molto intensamente. Ogni aspetto del suo carattere viene amplificato, tanto da esasperarlo e lei trova difficilmente pace, anche in famiglia. Il soliloquio è la formula espressiva che, accanto a quella poetica, si addice maggiormente a chi manifesta tensione verso la ricerca della dimensione intima. In Margherita troviamo anche riferimenti con l’immagine del fiore, per l’antico gioco, che tutti conosciamo, a cui sottoponiamo i suoi petali: “m’ama, non m’ama”.

Fra i personaggi femminili figura anche Perla. Si tratta forse dell’omologa di Margherita?

Può darsi. In fondo, Margherita chiude il soliloquio con una riflessione: “non abbiate fretta di irradiare il buio./ Nel silenzio sono le mille parole/ che non dissi aspettando un domani”. Tra queste due donne c’è dunque una consegna. La ricerca di un mondo migliore, dove il cammino si popola di persone che si siedono attorno a un tavolo e condividono soluzioni. È Margherita che si veste di azzurro, ovvero, che indirizza la riflessione non più solo per cercare se stessa, ma per raggiungere la sfera sensoriale degli altri, attraverso silenzi e parole. La consegna di Margherita è la mia consegna, ovvero il messaggio che come scrittrice voglio dare al lettore: guardare sempre la dimensione comune, in essa si trovano anche le soluzioni alle nostre irrisolte domande.

Talìa: il nome evoca la celebre figura mitologica. Una donna solare, sempre capace di risorgere, nonostante tutto?

Nel suo nome c’è anche un retaggio di sicilianità, (talia, nel dialetto siciliano vuol significare “guarda”, “senti”). Nella mitologia greca era una delle grandi muse: colei che presiede alla commedia e alla poesia pastorale; è ritenuta la madre dei Coribanti, che suonavano e ballavano per sconfiggere la malinconia. È raffigurata come una ragazza allegra, che porta una corona di edera sul capo e tiene in mano una maschera. Il suo nome significa fiorire; quindi, nel mio personaggio, il messaggio intrinseco è: rinascere sempre. Dopo aver attraversato i luoghi impervi dei dirupi, oppure sostato sulle sommità apicali: rinascere nutrendosi di una sostanza semplice e quotidiana che trova origine nei campi di grano.

In ultimo troviamo Fiumara. Insomma, possiamo dire personaggi diversi, ma uniti da un comune denominatore?

Li accomuna soprattutto l’essere donne. Al riguardo, ho coniato la locuzione secondo la quale, a mio avviso: “Scrittura = Sostantivo femminile plurale”. Questo non significa che nella mia costruzione poetica o narrativa non siano presenti figure maschili, ma esse sono funzionali a… qualcosa che le donne vogliono dire, affermare. Questo è il mio stile, ricercato e fortemente voluto. Vorrei soffermarmi sulla sua domanda riguardo Fiumara. Questo personaggio avrà il compito di descrivere ancora una volta l’incontro tra percorsi individuali e collettivi, guardiani di fiume, quali noi siamo come custodi della nostra esistenza, che si muovono in consesso verso il mare, la dimensione ampia dove ogni acqua che scorre vitale trova la meta. Fiumara somiglia molto alle caratteristiche del corso d’acqua chiamato “fiumara”, una via di mezzo tra un fiume e un torrente. Esso contiene ora la forza d’inerzia dei luoghi prosciugati, ora la forza vitale e ritmata dei momenti d’abbondanza, ma anche quelli dirompenti dello straripamento nei tempi di piena. A pensarci bene, le donne siamo fatte così.

Come viene rappresentato l’amore nel suo romanzo “L’amore sconosciuto”?

Il romanzo si sviluppa sotto forma di soliloquio poetico da parte della protagonista Margherita. Quindi, un romanzo in chiave lirica, intriso di contenuti simbolici. Una donna che parla con la sua ombra-compagna, immagine di un tempo perduto o di un tempo presente, possibile alternativa al vissuto; voce che indaga, rimprovera, consola, protegge e ammalia…I nomi dei personaggi che contornano la figura principale sono simbolici e ad uso della costruzione narrativa, attraverso la quale esamino i diversi aspetti che può assumere l’amore nei vari capitoli, così come nella vita: dall’innamoramento all’amore trasgressivo, alla trasgressione recidiva, all’autodeterminazione attraverso l’amore, al conseguente dolore per le scelte di rompere un amore, al tempo delle domande e delle relative risposte su cosa sia l’amore.

Nonostante la forte presenza di storie d’amore, nella chiusa del romanzo mi colpisce la domanda: “Tu l’hai conosciuto il vero amore?” Crede sia possibile trovare la giusta risposta?

In effetti chiudo con un punto di domanda, formulata e riformulata per le mancate risposte degli interlocutori, ma implicitamente fornisco anche alcune risposte. Questo accade, per esempio, quando faccio parlare la donna che tiene in grembo il suo vecchio bambino, l’amore della sua vita ormai invecchiato, che lei desidera ancora accudire, proprio in forza del viscerale amore, nella buona e nella cattiva sorte. Un’immagine molto significativa è quella di Margherita che, in procinto di abbandonare la tenuta, osserva i due giovani innamorati e riflette sul fatto che “l’amore ignora ogni contorno, quando lo vivi è perdutamente”. Poi, c’è il cammino comune, a cui si avvia con il giovane, che constata la bellezza di quella notte, buona per pensare. L’amore ha mille volti; difficile fornire una risposta universalmente valida, poiché ognuno di noi risponde sulla scorta del proprio vissuto e delle costruzioni di pensiero.

Passiamo alla poesia. Lei dichiara che essa non può essere frutto della quotidianità. A tal proposito, vorrebbe parlarmi della sua ultima raccolta di poesie “Vestita di carta pensante”, un’opera che raccoglie riflessioni tematiche sviluppatesi nel tempo?

Alle persone che frequentano i miei incontri dico che c’è un filo che lega momenti evolutivi nel pensiero poetico e nella crescita di un autore. Il passaggio è: dal sentimento espresso in formule sintetiche e romantiche; alla parola poetica che trova la sua origine nei turbamenti dell’animo; alla poesia volta alla ricerca stilistica e tematica. Tralasciando il primo stadio, proprio dei momenti estemporanei della giovinezza o dell’ingenuità di pensiero a ogni età; il secondo ambiente è quello più affollato. Chili e chili di sentimenti, che nei piatti di una bilancia trovano contromisura in altrettanta quantità di parole, spesso ripetitive e barattate in cambio di premi consolatori che, per fortuna, funzionano meglio dei farmaci antidepressivi. Il terzo stadio è quello più difficile da popolare. Montale, al funerale di Pasolini, ebbe a dire: oggi è morto l’unico poeta del secolo. Non credo che fosse così solo e non è bello neanche pensarlo. Si ricadrebbe in quella superbia intellettuale che ignora le fatiche di chi, con meno fortuna o meno strumenti, si muove con rispetto verso la propria opera e i lettori, in un campo così tanto nobile e tanto trascurato dalla politica culturale. Qualche giorno fa, ad una presentazione, mi è stato chiesto cos’è per me la poesia. Ho risposto leggendo alcune poesie scritte negli anni. in una di esse (Allungo la notte, in A zonzo per pensieri, 2007) nella prima quartina dico: Ogni parola torpida attende/ nei convulsi androni del pensiero./ Qualcuna si dimena, per meglio/ conquistare l’ambita prima fila. Quindi la poesia a volte è un gioco di parole utile a portare allo scoperto il pensiero. Altre volte (da Poesia, in Vita nei campi incolti e inariditi, 2006) è cammino verso la consapevolezza: Nella pienezza della luce,/ m’inoltro in un pozzo profondo/ scavato stranamente per il lungo/ e alto quanto basta per passare. Nella poesia Speculazione (in A zonzo per pensieri) dico: Più che altro esploro e scruto/ medito sulle accese passioni/ e le umane e incerte tendenze. La speculazione presuppone uno spazio tematico di riflessione. A volte nello stesso testo poetico vi sono più tematiche, rapportabili all’oggetto di riflessione. Nella costruzione della mia poesia vi è infatti una struttura evolutiva, disposta in terzine o quartine, che tanto rimanda alla mia formazione primaria, di natura giuridica. La poesia come la norma, in ogni strofa-comma, tende a far luce sul tema di riflessione come sull’istituto. In poesia e in prosa i temi affrontati sono tanti. Con la rivista Quaderni ho portato la riflessione su 43 temi diversi, coinvolgendo circa 1700 persone che hanno presentato oltre 3500 elaborati, nella poesia personale penso che siano qualcuno in più, mentre con i romanzi collettivi, che negli ultimi sei anni hanno visto coinvolti sotto la mia guida oltre 70 autori, cinque grandi temi su aspetti filosofici dell’esistenza. Ma il cammino è ancora lungo e gli stimoli che vengono dalle persone che si entusiasmano della mia stessa passione mi danno la costanza di sognare e creare ancora tanta poesia, narrativa e saggistica, soprattutto averne cura.

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