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Erdogan minaccia la Grecia e la Francia

Doveva essere il futuro dell'Unione Europea, il ponte fra oriente e occidente, il primo Paese musulmano, ma laico, a entrare nel cloud di Bruxelles. E invece la Turchia si è trasformata nell’incubo peggiore non solo delle cancellerie europee, ma di mezzo Mediterraneo.

Erdogan ha minacciato la Grecia che, a differenza di Ankara agisce sotto il cappello del diritto internazionale: «Eviti errori che la porterebbero sulla strada della rovina. Se la Grecia vuole pagare un prezzo, che venga ad affrontarci. Se non ne hanno il coraggio, si tolgano di mezzo». Parole dure, di chi vuole cercare più il casus belli che un compromesso, che servono anche per solleticare l’elettorato più nazionalista, ma che rappresentano una minaccia concreta per tutti noi.

Erdogan ha messo in guardia oltre Atene anche Parigi dai tentativi di impedire alla Turchia di continuare le sue attività di rilevamento sismico per localizzare e identificare le fonti di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale, sottolineando che Ankara è "determinata a pagare qualsiasi prezzo" per difendere i suoi interessi nazionali e sovrani. Il presidente turco ha affermato che i cittadini della Grecia e della Francia non sono pronti a pagare il prezzo pesante per le azioni dei loro governi.

Così tra Grecia e Turchia è di nuovo crisi. Oltre al nodo migranti, nelle ultime settimane le tensioni tra i due Paesi si sono fatte sentire nelle acque del Mediterraneo orientale. Alla base dell’escalation c’è soprattutto una grossa rivalità per le risorse energetiche. Ma non solo...oggetto del contendere sono i fondali di questo Egeo gran bleu e gran caos di idrocarburi e gas. Il problema sono i limiti delle acque territoriali e le EEZ - zone di commercio esclusivo fra Paesi.

A iniziare la partita è stata la Turchia: Recep Tayyip Erdogan pregava nella neo riconquistata Santa Sofia, mentre il suo governo trasmetteva un perentorio e spiccio Navtex: «Salpiamo alla ricerca di gas per salvaguardare la nostra indipendenza energetica». La Grecia non ha gradito, ha chiamato in causa l'Unione europea, consultando, prima, il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, poi accettando la mediazione, per ora fallita, di Angela Merkel e minacciando, quindi, di rivolgersi al tribunale dell'Aia: «La più piccola scintilla può tramutarsi in disastro».

La Turchia ha perseguito un’azione definita aggressiva di esplorazione del gas, “scontrandosi”, metaforicamente parlando, con navi greche rivali. Un terzo paese Nato, la Francia, è stato coinvolto, schierandosi con i greci. Più recentemente è stato anche annunciato che un piccolo numero di aerei da guerra F-16 degli Emirati Arabi si sta schierando in una base aerea a Creta per esercitazioni con le controparti greche.

Erdogan mina la pace nel Mediterraneo e l'esistenza stessa della UE evocando pagine di storia, conflitti e relative sofferenze che l’Europa credeva superate. Purtroppo non è così. Per Erdogan la partita con l’Occidente non si è chiusa e nel 2023, anni in cui verrà ridiscusso il Trattato di Losanna, rivendicherà come turche isole che appartengono alla Grecia. Utilizzando chiaramente il motivo nazionalista per coprire interessi energetici e commerciali. I prossimi tre anni quindi potrebbero portare alla fine della pace nel Mediterraneo. Se non sta attenta, anche a quella dell’Unione Europea.


Le Germania di Angela Merkel, sul cui territorio vivono oltre tre milioni di turchi, è quella più spaventata all'idea di un muro contro muro con il presidente, che potrebbe anche portare a disordini interni. Ci sono poi Paesi come l'Italia che, sbagliando, pensano si possa trattare la Turchia come partner. Il problema è proprio questo: Erdogan fa il partner solo con se stesso e con il suo disegno. Tanto più ora che può contare su un'arma potentissima come quella dei migranti.

Dall'altra parte c’è un’Europa che appare debole impotente, pronta a subire i ricatti di un Erdogan che non ha alcuna intenzione di fermarsi e che si placherà solo quando avrà la certezza di potere, lui, da solo, con un Paese da media potenza, controllare una delle istituzioni più importanti nate dopo la guerra.

Non è la prima volta che Grecia e Turchia si trovano in conflitto per il controllo del mar Mediterraneo orientale. La disputa più lunga e importante è quella per l'isola di Cipro, che ancora oggi è divisa tra la Repubblica di Cipro, di influenza greca e riconosciuto a livello internazionale, e la Repubblica turca di Cipro del Nord, che è riconosciuta soltanto dalla Turchia. Il fatto che la Turchia rivendichi l'esistenza di uno stato che non è riconosciuto da nessuno crea ulteriori complicazioni nel risolvere le dispute legali attorno allo sfruttamento delle risorse dell’area.

Per esempio lo scorso anno, il vicepresidente turco, Farou Oktay, aveva detto che la Turchia e la Repubblica di Cipro del Nord non potevano essere «escluse dall’equazione delle risorse energetiche nella regione» e che conducevano attività di ricerca ed estrazione nella legittimità del diritto internazionale.

Come ha raccontato su The Conversation Clemens Hoffmann, esperto di Medio Oriente, la Turchia sostiene che la sua posizione nel Mediterraneo orientale sia di tipo difensivo; tuttavia diversi analisti pensano che non sia così, che le politiche turche abbiano spinte espansionistiche, che si ricollegherebbero all'idea di “Mavi vatan” (Patria blu), ovvero l’ambizione della Turchia di ottenere la supremazia sul Mediterraneo orientale. In più, le zone esclusive rivendicate nell'accordo tra Turchia e Libia non tengono in considerazione gli effetti sull’isola greca di Creta, che si trova nel mezzo della zona reclamata dalla Turchia.

Come ha chiarito l’ISPI, inoltre, la Turchia ritiene che parte del territorio marittimo di Cipro, in particolare quello attorno a Cipro del Nord, sia inclusa nelle proprie zone economiche esclusive: il governo turco pertanto non riconosce i contratti siglati dal governo di Cipro con le compagnie energetiche relativamente a queste aree e starebbe anzi pensando di intensificare le proprie ispezioni per ricominciare a trivellare.

La Turchia è diventata un problema a partire almeno dal 2009, cioè da quando Ankara ha inaugurato una politica estera sempre più aggressiva, è andato in crescendo. La brutta notizia, per tutti, è che questo problema continuerà a persistere per molti anni, facendoci attraversare crisi e tensioni sempre più grosse. La Ue per il momento, complice una cordata di Paesi, fra cui l'Italia, ha deciso di non procedere con sanzioni per contenere le mire egemoniche, sempre più avide e arroganti, del Presidente Recep Tayyip Erdogan e questo è un grosso errore, per due motivi. Il primo è che la Ue sta dando un'impressione di debolezza e mancanza di coesione che per il capo di Stato di Ankara è la maggiore garanzia del suo successo. In secondo luogo, e questa è la cosa più importante, è che la Turchia non ha alcuna intenzione di accontentarsi e ingloberà voracemente tutte le posizioni che la Ue lascerà vacanti. Ne dovrebbe sapere qualcosa proprio l’Italia, vista la progressiva diminuzione della sua influenza in Libia, Albania e Somalia. Tutti luoghi dove la presenza turca è preponderante.

Il punto, è che in un futuro non troppo remoto, cercare di contenere questo Paese, che è anche membro della Nato, ma firma serenamente accordi di forniture Militari con i russi, le sole sanzioni potrebbero non bastare più. La verità è che Erdogan in testa ha un piano molto chiaro e pensa di poterlo portare avanti perché ormai considera la Ue prova di ogni credibilità e capacità di azione collettiva.

Il presidente Turco, mira a governare mari che si riveleranno sempre più chiave nel futuro. La presenza massiccia in Libia, Somalia, Sudan e Qatar serve proprio a controllare un immenso corridoio blu che dal mediterraneo, dal Mar Rosso, dal Golfo Persico sfocia nel mare Arabico. Alle sue spalle, può contare sull'appoggio economico del Qatar, con la Turchia altro Paese legato ai Fratelli Musulmani.

L’Ue rischia di trovarsi letteralmente schiacciata sotto il peso di un Paese che ha assunto una apparente consistenza in rapidissimo tempo e che viene ricattata da un presidente che vuole influenzare non solo le scelte politiche di Bruxelles a suo favore, ma anche i milioni di musulmani che abitano sul territorio della Ue e che vedono in Erdogan un leader.

 

 

 

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