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Mercoledì, 29 Giugno 2022

Tra i dossier internazionali più caldi di questo inizio 2022 c’è l'Ucraina

Tra i dossier internazionali più caldi di questo inizio 2022 c’è l'Ucraina. Da diverse settimane ha iniziato a esserci movimento al confine orientale del paese, con la Russia che ha inviato più di 100mila soldati a presidiare. L'Occidente teme che Mosca voglia invadere il suo vicino per affermare una volta per tutte la sua influenza, dopo che ha fatto qualcosa di simile nel 2014 nella regione ucraina della Crimea (e prima ancora in altri stati come la Georgia). Da Mosca accusano invece l’Occidente, o meglio la Nato (Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord, cioè l'alleanza militare a carattere difensivo tra 30 stati del Nord America e dell'Europa), di star allargando sempre più i suoi tentacoli sugli “stati cuscinetto” della Russia, con tanto di addestramento militare delle forze locali e piani di adesione all'Alleanza atlantica.

La crisi viene affrontata nei colloqui tra Russia e Usa, finora senza coinvolgere direttamente l'Unione europea, malgrado i Paesi europei siano vicini alla Russia e abbiano molto da perdere nel caso in cui la situazione dovesse aggravarsi. L'Ue, seppur impegnata nella transizione ecologica, è tuttora un grande importatore di gas e di petrolio dalla Russia, come ha ricordato mercoledì a Strasburgo il presidente francese Emmanuel Macron. Con i prezzi del gas già alle stelle a causa dell'aumentata domanda cinese e della ricerca di rendimento sulle 'commodities', e i problemi che questo sta già oggi provocando in Europa, è facilmente immaginabile quali sarebbero le conseguenze sul Vecchio Continente della chiusura o delle assottigliarsi del rubinetto russo, che garantisce circa il 40% del gas consumato in Europa.

Il motivo di questo dispiegamento è sempre lo stesso. La Russia continua ad avere mire sui territori contesi dell’Ucraina orientale, inoltre ha interesse a destabilizzare il governo ucraino filo-europeista. Ma soprattutto, da Mosca vogliono mandare un messaggio all'Occidente. Quest'ultimo, sotto la veste degli Stati Uniti, dell'Unione europea e più in generale della Nato, da anni sostiene sia diplomaticamente sia economicamente l'Ucraina. Come ha sottolineato la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, l’Unione e le sue istituzioni finanziarie dal 2014 a oggi hanno allocato oltre 17 miliardi in trasferimenti e prestiti al paese. La Nato e gli Usa fanno lo stesso, con anche addestramento militare e presenza di propri specialisti sul territorio, come denunciato dal ministro della Difesa russo  Sergei Shoigu alla fine di dicembre. E Mosca, che non ci sta a una tale presenza più o meno diretta occidentale in un'area che continua a ritenere storicamente sotto la sua sfera di influenza, ha alzato la pressione sui confini.

Oggi il presidente dell’Ucraina è Volodymyr Zelensky, eletto nel 2019. Filo-europeista, ha definito il dispiegamento di queste settimane di truppe russe al confine orientale con il suo paese “un ricatto”, sottolineando come l'ultimo dei suoi desideri sia arrivare a una guerra.

L'Ucraina è uno stato indipendente dal 1991, anno dello scioglimento dell'Unione Sovietica. Culturalmente e socialmente molto vicina alla Russia, per lungo tempo ha mantenuto ottimi rapporti con Mosca, ma con l'avvento del nuovo secolo il rapporto ha cominciato a deteriorarsi. Nel 2004 le elezioni presidenziali tra il candidato filorusso Viktor Janukovyč e l’oppositore filo-occidentale Viktor Juščenko portarono alla vittoria del primo, ma migliaia di persone riempirono le piazze per denunciare brogli. Venne chiamata la rivoluzione arancione e la Corte suprema le diede ragione, invalidando i risultati e proclamando un nuovo voto. Che vide la vittoria di Juščenko.

Fu un duro colpo per il presidente russo Vladimir Putin, che da quel momento assunse un atteggiamento più aggressivo nei confronti del vicino ucraino che iniziava a guardare verso occidente. Il suo delfino Viktor Janukovyč ricoprì comunque la carica di premier fino al 2007, poi divenne presidente nel 2010 e il problema, per Mosca, sembrava rientrato. Nel 2013 il rifiuto di Janukovyč di firmare l’accordo di associazione con l'Unione europea e la scelta di legarsi in modo ancor più netto alla Russia portarono a profondi moti di piazza, divenuti noti con il nome Euromaidan. Dopo mesi di scontri che costarono la vita a decine di manifestanti e nuove leggi restrittive per limitare il dissenso, nel febbraio 2014 il presidente abbandonò il paese e il parlamento lo rimosse.

Intanto il Vecchio Continente dipende infatti dal gas russo per il 40% dei suoi consumi mentre un altro 30% arriva dalla Norvegia e un 30% da Libia e Algeria. E proprio in questi giorni, gli Usa stanno trattando con il Qatar sulle forniture di gas a favore dell'Europa nel caso di attacco da parte di Mosca. Eppure ancora una volta si tratta di una corsa contro il tempo dato che il gas serve tutto l'anno ma soprattutto in inverno. Gas il cui prezzo è aumentato negli ultimi mesi mettendo a rischio molti impianti che si fermerebbero per l’impossibilità di produrre a costi così elevati.

Di una possibile invasione dell'Ucraina da parte della Russia si parla da due mesi da quando la Russia ha iniziato ad ammassare più di 100mila soldati e armamenti lungo il confine con Kiev. A nulla sono serviti gli sforzi diplomatici. La Russia finora ha sempre negato i suoi obiettivi. Vladimir Putin ha chiesto alla NATO di ritirare le proprie truppe da Bulgaria, Romania e dagli altri stati ex comunisti dell'Europa orientale. A loro volta gli Stati Uniti hanno chiesto il ritiro dei militari russi ammassati al confine orientale ucraino intensificando allo stesso tempo le consegne di armamenti all’Ucraina, per difendersi. L'obiettivo di Mosca sarebbe quello di concludere quanto iniziato nel 2014, quando occupò la Crimea e la annesse. Un attacco che Mosca ha condotto anche a livello informatico, nella notte tra il 13 e il 14 gennaio, con l'obiettivo di destabilizzare il Paese arrivando ad una paralisi totale del sistema informatico a partire dai siti governativi.

Se la Russia dovesse invadere l’Ucraina, cosa succederebbe alle forniture di gas europee? È abbastanza facile capire perché la Ue sia molto preoccupata da un’eventuale escalation militare, visto che attraverso i condotti che viaggiano sotto il suolo ucraino arriva il combustibile che scalda centinaia di milioni di case e permette ad altrettante aziende di lavorare. Come se non bastasse, il braccio di ferro tra Russia e Usa ha fatto tornare a salire il prezzo del gas, che aveva iniziato una lenta discesa, dopo essere schizzato alle stelle verso la fine del 2021, con aumenti fino al 500% rispetto all'anno precedente.La Russia fornisce un terzo dell'intero fabbisogno di gas naturale (450 miliardi di metri cubi, di cui 75 per l’Italia) all’Europa ogni anno.

A questo proposito, secondo quanto riporta il Financial Times sarebbero in corso colloqui tra Usa e Qatar per assicurare la fornitura di gas ai Paesi europei in caso di invasione russa dell'Ucraina. Il Qatar è il terzo Paese al mondo per riserve di gas, dopo Russia e Iran.

Ma quella che potrebbe sembrare una storia d'altri tempi è in realtà la soluzione tampone trovata per sopperire alla sua carenza in Ucraina, che ha già determinato il fermo produttivo di alcune centrali. Come ha fatto un Paese ricco di carbone a ridursi a importare dall'estero una materia prima presente in abbondanza sul proprio territorio?

Dal 1° novembre la Russia ha smesso di esportare il proprio carbone verso Kiev e, in una battaglia di veti incrociati, ha influenzato anche il Kazakistan - altro fornitore ucraino - che si è allineato a Mosca e ha dirottato verso Pechino gran parte del carbone destinato all’export. Il carbone rappresenta circa un terzo della capacità di generazione di energia elettrica installata in Ucraina e, ancora nel 2020, il 70% delle importazioni proveniva dalla Russia. Nonostante il Paese sia il sesto al mondo per riserve di questo prodotto, le principali miniere si trovano nei territori occupati del bacino dei Donetsk nella parte sudorientale dell’Ucraina, impedendo di fatto l’estrazione.

La matrice energetica dell'Ucraina è piuttosto diversificata: secondo Energy Information Administration (EIA) nessuna fonte consta per più del 33% fornito dal gas naturale, seguito dal 30% del carbone e 21% del nucleare (Fig.1); è altresì piuttosto rigida e l'arrivo della stagione invernale con i tradizionali picchi di domanda complica una situazione già non facile. All'interno di questo quadro, stanti i pessimi rapporti con il vicino russo, la carenza di carbone e i frequenti fermi delle datate centrali che bruciano lo stesso per produrre elettricità, va inquadrato il ricorso ucraino a forniture di energia elettrica da Bielorussia e Slovacchia al fine di garantire gli approvvigionamenti energetici a cittadini e imprese e scongiurare possibili blackout, anche a costo di clamorosi dietrofront (dal 1° novembre Minsk era stata messa al bando, per contrasti simili a quelli con Mosca, ma appena due giorni dopo era tornata a essere un partner in questo ambito).

Concludendo la situazione oggi e la seguente:

Dalla fine di novembre 2021 la Russia ha inviato le sue truppe verso il confine ucraino, la Nato si è mobilitata di conseguenza.

La Russia ha mire sui territori contesi dell'Ucraina, vuole destabilizzare il suo governo filo-europeista e mandare un messaggio all'Occidente.
Secondo alcuni analisti l'invasione dell’Ucraina è imminente, per altri invece il dispiegamento di forze è una forma di ricatto.

Fonti :  lifegate / Ispi / varie agenzie

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