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Il '68 come categoria filosofica

Secondo una magistrale definizione del prof. Danilo Castellano, già allievo di padre Cornelio Fabro ( 1911-1995), il  68 è l'epifania  della radicalizzazione della modernità; in pratica, un trionfo dell'Io, che a partire da Cartesio (1596-1650) e compiendo l'intero percorso della filosofia moderna, ha portato fino all'affermazione del soggettivismo contemporaneo, caratterizzato,come vedremo, da uno sviluppo abnorme della volontà, all'interno dell'uomo, a scapito dell'intelletto. Conseguenza immediata di questa gerarchia ribaltata, è stata l'imposizione della volontà del soggetto sull'ordine reale che, ricordiamolo, è s-coperto, ma non posto dall'intelletto. Analizzeremo, in breve, alcuni lasciti che questo ribaltamento del modo di pensare ed agire, ha operato prima in noi stessi e poi nel  corpo sociale. Iniziamo dalla rivoluzione nel pensiero. Il fondatore di Alleanza Cattolica Giovanni Cantoni (1938-2020) - recentemente tornato alla Casa del Padre-amava ricordare che per affrontare adeguatamente i problemi di ordine storico-filosofico, occorreva partire sempre dal peccato originale; e partire dal peccato originale, significa sapere davvero cosa è l'uomo, quello reale, non quello "studiato" a tavolino da tutte le ideologie moderne. Lo riconobbe persino uno studioso laico come Norberto Bobbio (1909-2004), che all'indomani della caduta del comunismo, sorpreso ed incredulo, disse:" La natura dell'uomo è cosa decisiva. E se non possiamo cambiarla,addio speranze di rinnovare i nostri rapporti. Noi credevamo che, togliendo all'uomo la paura e i bisogni essenziali, potessimo migliorarlo. E, invece, scopriamo che lo abbiamo peggiorato. Capite che cambia tutto?Rimane il vizio d'origine,qualcosa che assomiglia molto al peccato originale." Seguendo, dunque , la  lezione di Cantoni, procediamo con ordine, per vedere come si è invertito il pensiero, circa il rapporto, per noi cruciale, tra intelletto e volontà; inversione"trionfante",appunto, nel '68 .Secondo l'insegnamento di san Tommaso d'Aquino (1225-1274), il nostro intelletto, la nostra razionalità, non è che il puro "affacciarsi" dell' Ordine nella nostra anima. Come ha scritto il filosofo e padre domenicano Battista Mondin (1926-2015), riferendosi al pensiero dell'aquinate, circa i rapporti tra intelletto e volontà: "La sua dottrina sui rapporti tra intelletto e volontà è articolata e sottile(...)secondo Tommaso, assolutamente parlando, il primato spetta all'intelletto, perché l'oggetto dell'intelletto è più semplice e più assoluto che quello della volontà: essendo l'oggetto dell'intelletto l'idea stessa di bene appetibile; mentre oggetto della volontà è il bene appetibile la cui idea si trova già nell'intelletto". La colpa originale ha distrutto questa gerarchia e tra i tanti effetti negativi conseguiti, fra gli altri, il CCC, al par 377, ricorda:"L'uomo era integro e ordinato in tutto il suo essere, perché libero dalla triplice concupiscenza che lo rende schiavo dei piaceri dei sensi, della cupidigia dei beni terreni e dell'affermazione di sé contro gli imperativi della ragione. Il predominio della volontà sull'intelletto lasciò impronte indelebili nella cultura e nella società; "forgiò" ,letteralmente, il "nostro" tempo "liquido"-secondo la nota definizione del sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017) - non rispettandone, però,  minimamente, i tratti essenziali, le linee guida portanti emerse nel corso della storia, circa una corretta antropologia. Il '68, epoca utopistica per eccellenza, partendo da una giusta necessità di svecchiare ambiti certamente arretrati – la famiglia, la scuola, la cultura, una parte del clero e della concezione della Chiesa- e bisognosi di un "restyling", dimentico della lezione "storica", anziché ripartire dalle cose buone,ovviamente, presenti in esse, al pari di tutti i rivoluzionari d'ogni tempo e d'ogni risma, pretese di travolgere tutto, cancellando ogni cosa e mediante la propria"Volontà" rifare il mondo da capo: cosa impossibile all'uomo, evidentemente. Lo scrittore Vittorio Messori ha efficacemente descritto, quale dovrebbe essere il modo di procedere realista in campo socio-politico, a differenza di quanto hanno sempre proposto e,ahi noi, spesso realizzato, utopisti e rivoluzionari :"In effetti, partendo dalla fede in un Dio creatore, il cristiano deve avere chiaro che, più che a inventare un ordinamento della società in base alle sue elucubrazioni "razionali" e ai suoi pericolosi sogni utopici, è chiamato a scoprire il progetto divino nascosto nella profondità degli uomini e delle cose. La scienza politica,così, più che una questione di volontà, o di mutevole capriccio umano, diventa questione di riflessione sul mistero dell'esperienza". Al contrario, il '68 nella sua foga demolitrice, con l'acqua sporca, gettò via pure il bambino, dichiarando erroneo e superato ogni elemento del passato, ogni sfaccettatura della tradizione, ergendo il "presente" come nuovo idolo. L'"oggi", l'attualità, divennero l'unico criterio veritativo accettabile : in altre parole, era nato "un mondo nuovo" . Un "mondo" così descritto dal prof. Leonardo Allodi:"Ciò che si determinò fu anche un essenziale cambio di paradigma culturale, con il quale ancora oggi la storia occidentale sta cercando di fare i conti. Se non un tramonto certamente una prolungata eclissi dei valori della tradizione europea, e, come avrebbe osservato un protagonista di quegli anni, J. Ratzinger, “l’ultima cesura storica in seno all’Occidente…inizio o esplosione della sua grande crisi culturale”.

A distanza di cinquant’anni da quegli eventi vi è oggi chi, non a caso, pone in relazione quella ‘ultima cesura storica’ dell’Occidente con una “prima generazione incredula” di giovani appiattiti in un nichilismo banale e pratico.

   Ritorniamo a riflettere sulla ragione umana; -generata dall'affacciarsi dell'Ordine nell'anima-correttamente usata, ricordiamolo, può risalire, analogicamente, dall'ordine del mondo, al suo Creatore e alla legge morale che ne deriva. Una ragione, però, come abbiamo visto con Cartesio, che proprio a partire dal pensatore francese, è stata distorta dall'uso abnorme del soggettivismo che, da lui in poi, ne è scaturito. Un soggettivismo storicamente cangiante nei suoi aspetti esteriori, come evidenziato da una puntuale riflessione di mons. Antonio Livi :" con quello dominante di volta in volta nel contesto culturale europeo: il cogito cartesiano, la critica kantiana, il sistema hegeliano, lo scientismo neopositivistico, il vitalismo irrazionalistico, l’attualismo gentiliano, il marxismo, Heidegger, la filosofia analitica.3 Il 68' è più direttamente legato col vitalismo irrazionalistico, a proposito del quale, ha scritto con puntualità il prof. Castellano:"Si può dire che l'essenza del 68'(...) sta nel vitalismo, vale a dire nel recupero della filosofia orientale che, non sapendo spiegare la vita, faceva e (fa) della vita stessa e di talune sue manifestazioni(soprattutto sessuali) l'origine e il fine di tutte le cose.(...)È significativo, infatti, che la «Bibbia», ovvero il libro sacro, della «Contestazione» sia stata un’opera di Wilhelm Reich.(...) Reich con la sua opera Rivoluzione sessuale è stato l’ispiratore del movimento che ha generato l’«evento» del ‘68 e che va penetrato per comprendere la nuova mentalità, i nuovi costumi, le mode di pensiero e di vita che si sono imposte in questi ultimi decenni.(...)La prima conseguenza del vitalismo è la dissoluzione del soggetto, identificato con un fascio di pulsioni (non controllabili e da non controllare) che «irrompono» nella vita e come vita e che, pertanto, vanno lasciate dispiegarsi secondo il modo corrente di intendere l’autenticità (per il quale ha giuocato un ruolo importante Heidegger)(...)La seconda conseguenza del vitalismo è il coerente (ancorché assurdo) rifiuto di ogni ordine dato. Il suo negativismo totale investe non solamente la civiltà e i valori ma la realtà stessa. È la conclusione irrazionalistica del razionalismo che, come si sa, rivendica il diritto di onnipotenza: la realtà è solamente quella da esso creata, costruita.(..)Quello, però, che il vitalismo coerentemente sostiene è che né verità, né morale, né giustizia devono esistere: l’ordine naturale della realtà e dei fini rappresenterebbe, infatti, un «limite» al vitalismo medesimo. In altre parole, la realtà sarebbe repressiva della volontà." Quanto scritto dal prof. Castellano, è un affresco realistico dell'"ora presente". L'aver ridotto il soggetto ad un fascio di pulsioni non controllabili e nemmeno da controllare, forse, è stato il lascito più influente e duraturo di quella pseudo rivoluzione targata 68', che in fondo non toccò minimamente gli assetti sociali,politici ed economici dell'intero occidente. Un soggetto così ridotto, non poteva che "rivoluzionare" un solo settore: la sessualità, appunto. Il problema è ,che ne ha annientato gli aspetti spirituali, riducendola a mera ginnastica, calpestandola nella sua dignità più profonda; una sessualità,dunque, non più intesa come relazione esclusiva, aperta e feconda, tra un uomo e una donna nel contesto della cornice familiare. In un attimo, furono spazzati via valori millenari quali :verginità, continenza, purezza dono di sé,portando , invece,alla ribalta, quella che il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989) "battezzò" come pornocrazia; termine indicante una visione dell’uomo simile a quella evocata dal prof. Castellano come di un fascio di pulsioni ,di un insieme di bisogni fisici, in testa ai quali si colloca il piacere sessuale. Un piacere da soddisfare, sempre e comunque, posto come fine supremo della vita. Naturalmente, elevare il "piacere" a paradigma della vita, equivaleva, sulla scia del pensiero di William Reich (1897-1957), a teorizzare la cosiddetta liberalizzazione sessuale. Che significa? Significa giungere ad una sessualità "liberata" dai legami repressivi, cioè la famiglia e la procreazione. Un ruolo importante per giungere a questo risultato, -come ricordato dal prof. Castellano- lo svolse, la nozione heideggeriana di "autenticità": "Limitiamoci ora alla questione famiglia. E' chiaro che il vitalismo deve considerarla(...)istituto repressivo per eccellenza. La famiglia,infatti, è inseparabile dall'ordine dei fini di cui la realtà naturale è portatrice. Essa ,cioè, rivelando un ordine metaempirico e metasociologico, non può consentire il dispiegarsi del vitalismo che richiede come condicio sine qua non della sua esistenza, l'autenticità come spontaneità non mediata dalla razionalità. Per il vitalismo non è accettabile una donazione personale, totale e reciproca. La donazione,infatti, impegna al rispetto della medesima,"vincola" e i vincoli, per il vitalismo, sono segni di schiavitù, non di libertà. Pertanto, il vitalismo non può accettare né il matrimonio monogamico né il matrimonio indissolubile(...)Si comprende,inoltre, come il vitalismo del '68 rappresenti la condizione per la dissoluzione della morale. La rivendicata autenticità( o spontaneità impulsiva) come condizione normale e irrinunciabile dell'individuo, comporta anche la dissoluzione della morale. Questa ha bisogno,innanzitutto, di un soggetto capace di atti responsabili, non di atti semplicemente "autentici". Anche gli animali,infatti, sono capaci di atti e, a loro modo,di atti "autentici", ma mai di atti responsabili . Non è,quindi, la liberazione dell'istinto ma la sua disciplina(innanzitutto interiore) condizione del bene che, a sua volta, è regola della libertà". In pratica, il sillogismo sofista del '68 recitava così: a)la liberalizzazione sessuale rende gli uomini felici. b) La felicità porta la pace e concordia fra tutti gli uomini. Conclusione: viviamo in una società pan-sessualizzata, la quale, dunque, avrebbe dovuto portarci il Paradiso in Terra, ed,invece, ognuno, può constatare l'assoluta fallacia della silloge sessantottina. Si era partiti disgiungendo sesso e procreazione ; dopo oltre mezzo secolo di "abbuffate", tutte le inchieste evidenziano che,soprattutto i millennial, cioè i giovani nati dopo il 2000, dunque,i frutti "maturi" della rivoluzione sessuale, di sesso reale ne fanno ben poco, scambiando, però, molti partner, alla ricerca di un ideale,che date queste premesse,  non arriva mai. Chiaramente, aver ridotto l'attività sessuale a "ginnastica", ne ha velato il fascino. Non avendo più potuto spiegare loro, che il sesso non può essere disgiunto da una corretta antropologia,- secondo la quale nell'incontro con l'altro sesso, non si può prescindere da una conoscenza di sé , passante anche dalla relazione con l'altro; relazione che,ovviamente, non si può instaurare negli incontri occasionali mordi e fuggi, tanto in voga oggi; relazione che implica fatica, impegno a conoscersi,rispettarsi,aspettarsi nella rispettiva e  diversa maturazione etc, cioè il contrario di quanto propagandato nel '68-,  si è arrivati-come insegnava il filosofo  Giambattista Vico- all'eterogenesi dei fini, cioè al rovesciamento delle intenzioni iniziali. Il pansessualismo si è trasformato in una incomunicabilità di fondo, con la conseguente perdita di interesse verso la sfera sessuale; come evidenziano  le ricerche sociologiche: su tutte , quella portata avanti dall'autorevolissima rivista scientifica americana Archives of sexsual Behavior . Qual è la degna conclusione di tutto questo? Che si è arrivati, mediante la tecnica, a separare la procreazione dalla sessualità; dunque, un figlio come prodotto, relativamente semplice,di azioni meccaniche, anziché come frutto di amore, di relazioni umane troppo "complicate", per essere gestite dalla fragile psiche delle generazioni post '68 Una delle peggiori eredità del 68' egemonizzato dalla sinistra, probabilmente, è l'attuale situazione della scuola, divenuta un "diplomificio", dove diverse generazioni di ragazzi sono state educate in modo inadeguato, sotto l'occhio complice di altrettante generazioni di professori ideologizzati. Su questo argomento ha scritto cose interessanti il politologo ed editorialista del Corriere Della Sera, Angelo Panebianco:  "Una pedagogia irresponsabile, spalleggiata dalla cultura giuridica vigente, ha da tempo tolto agli insegnanti i vecchi strumenti repressivi così come i mezzi per difendersi da genitori talvolta peggiori dei peggiori bulli. Spiace dirlo, soprattutto perché, in mezzo a molte mediocrità, ci sono anche tanti docenti che, per pochi soldi, e con grandi sforzi, fanno molto bene il loro lavoro, ma la colpa del degrado della scuola ricade sul corpo insegnante. Sono stati gli insegnanti a tollerare che sindacati e classe politica lavorassero, per decenni, alla deprofessionalizzazione e alla dequalificazione dell’insegnamento. Sono stati gli insegnanti a permettere ai “loro” sindacati di fare carne di porco della scuola: con le infornate di precari, il gonfiamento degli organici, la fine di ogni selezione meritocratica.(...)Risultato: crollo dello status sociale degli insegnanti con ricadute sugli atteggiamenti di genitori e studenti. E con effetti devastanti sulla qualità dell’impegno scolastico e dell’apprendimento.

Forse è vero che la scuola risorgerà solo quando la generazione del ’68 sarà andata in pensione. Lo “spirito del ’68”, con il suo odio per l’autorità e il merito, ha molto a che fare con l’attuale situazione.." Una sinistra, poi, gradualmente trasformatasi in partito radicale di massa;  avversa,in toto, non solo ai valori naturali e cristiani, ma anche liberali. Un noto esponente della cultura liberale italiana- già presidente del Senato-,il prof. Marcello Pera,  pur partendo da posizioni non confessionali, ha sempre sostenuto, che un'autentica cultura liberale, in linea con i suoi padri fondatori, riconosce il ruolo centrale del cristianesimo, nell'introdurre il valore della dignità personale senza il quale non c'è né libertà, né uguaglianza, né solidarietà, né giustizia. Pensiero, questo del prof. Pera, non nuovo ed in qualche modo già formulato da Friedrich von Hayek1899-1992) che distingueva un liberalismo di tipo anglosassone, da uno di tipo continentale:"Un risultato di questa differenza è che il liberalismo della prima forma-anglosassone-è perlomeno non incompatibile con le credenze religiose e spesso è stato sostenuto e persino sviluppato da uomini con una fede religiosa molto salda, mentre il liberalismo di tipo "continentale" è stato spesso contrario a tutte le religioni e politicamente in costante conflitto con le religioni organizzate".. Chiudo, con una sintesi ben fatta dal giornalista Luca Del Pozzo, il quale, per riassumere ai propri figli, l'intera questione del '68, ha utilizzato queste parole:"A volerlo riassumere in una frase vi direi così: col Sessantotto quel processo di progressiva emancipazione dell’uomo da Dio - iniziato con l’umanesimo, proseguito con il rinascinamento e l’illuminismo, e culminato con le grandi ideologie atee della prima metà del XX secolo – ha cessato di essere circoscritto alle élite culturali per divenire, attraverso la scuola e i mass media, fenomeno di massa investendo tutta intera la società. Detto altrimenti, il Sessantotto è stato un fenomeno storico che ha portato in superficie una rivoluzione di costume e culturale, prima ancora che politica e sociale, già in atto da tempo. "

 

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