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Domenica, 17 Febbraio 2019

García Márquez? No, grazie, meglio Gómez Dávila

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Giovedì Santo è morto lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez(1927–2014), noto soprattutto per l’opera “Cent’anni di solitudine” che, pubblicata nel 1967, gli ha fatto guadagnare nel 1982 anche il Premio Nobel per la letteratura. L’altro ieri, 22 aprile 2014, si è tenuto in pompa magna il suo funerale a Città del Messico, alla presenza di due capi di Stato e migliaia di ammiratori in lacrime.

Anche il giornale “ufficioso” della Santa Sedesi è associato alle esequie con grandi aggettivi ed apprezzamenti, in una intera pagina con foto (non certo quella che trovate a corredo di questo articolo, naturalmente),rievocandoin García Márquez l’«autore di quel mitico Cienaños de soledad, saga e simbolo familiari e plurigenerazionali, autoctoni e universali. Saga e simbolo che segnarono, tra tempo, memoria e magia, il successo di un autore nuovo e, tra storia, leggenda e metafora, quello d’una narrativa secolarmente in ombra» (Claudio Toscani,Cent’anni e poco più. La morte di Gabriel García Márquez, in L’Osservatore Romano, 19 aprile 2014, p. 4).

Per fortuna, qualcuno si è preso la briga di ricordarne le gravi compromissioni umane e politiche con i movimenti guerriglieri e totalitari latino-americani.Uno dei rapporti più controversi dello scrittore è stato quello con il dittatore cubano Fidel Castro. Ha scritto al proposito la giornalista di “Formiche” Rossana Miranda: «García Márquez conobbe il guerrigliero cubano a L’Avana a gennaio del 1959, pochi giorni dopo il trionfo della Rivoluzione. Quello stesso anno cominciò a lavorare come corrispondente dalla Colombia nell’agenziaPrensa Latinadel nuovo governo cubano. Amico intimo o semplicemente curioso della psicologia del leader, certo è che García Márquez ha sempre voluto essere vicino al potere. Secondo l’amico Plinio Apuleyo Mendoza, Castro e García Márquez erano amici […]. Il Gabo non ha mai militato in nessun partito anche se ne ha sostenuto diversi. A Caracas, per esempio, quando gli è stato conferito il premio letterario RómuloGallegos per il romanzoCent’anni di solitudine, García Márquez donò i 100mila dollari del riconoscimento al partito venezuelano Movimento al Socialismo (Mas) dell’amico Teodoro Petkoff. “Perché non è possibile che il Mas abbia meno”, aveva detto, in riferimento alle risorse economiche dell’organizzazione politica» (Segreti e passioni politiche di Gabriel García Márquez, in Formiche.net, 18 aprile 2014).

In questo stesso periodo ricorrono i 20 anni dalla morte di un altro, ben meno celebrato, scrittore colombiano, il cattolico NicolásGómezDávila (1913–1994), da annoverarsi fra uno dei massimi e più incisivi critici della modernità, la cui opera è costituita per la maggior parte da aforismi. Come ha scritto Andrea Sciffo sull’ultimo numero della rivista “il Timone”, GómezDávilaè ancor oggi «tra i pochi autori del pensiero mondiale novecentesco ai quali rivolgersi se si opera con intelletto e amore». Non è un caso, quindi, aggiunge il giornalista e critico letterario cattolico, che «nella sua raccolta di 30.000 libri, non ce ne fosse nemmeno uno del suo connazionale premio Nobel Gabriel García Márquez»[Andrea Sciffo, NicolásGómezDávila, il reazionario, in il Timone, anno XVI, n. 132, aprile 2014, (pp. 42-43) p. 43]. Forse perché l’autore di Cent’anni di solitudine era ateo e comunista? Ma questo spiegherebbe il successo, anche mediatico, di oggi. Meno l’interesse e l’attenzione dedicatagli dall’Osservatore Romano, ma questa è un’altra storia…

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