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Sabato, 14 Dicembre 2019

Come si è arrivati alla crisi dell'Ilva e dell'industria italiana

Era il 1992, un anno decisivo per la recente storia italiana. All’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo.

Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese. Con l’uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata "privatizzazione".
 
E ancora. Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali.

2 giugno del 1992, panfilo Britannia, in navigazione. A bordo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, e i grandi banchieri a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
 
In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, tra i quali Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.

Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso, di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane. La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.Un grande cambiamento in effetti ci fu. I banchieri angloamericani erano venuti a "fare la spesa", ossia a comprarsi i gioielli dell’industria pubblica italiana a buon mercato. In lire svalutate lorsignori comprarono i gioielli dell’industria italiana, IRI in testa.  Insomma: una strategia concertata.

Cominciò il  Fondo Monetario Internazionale (altro organismo che mette sul lastrico interi paesi) che, come aveva fatto da altre parti, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. La Standard & Poor’s declassò il debito italiano.

L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane. A causa di questi attacchi, la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.
Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo

Nei giorni in cui la crisi dell’Ilva fa sentire con sempre maggior forza i suoi effetti sul tessuto industriale italiano, scrive "inside over del Giornale", e sul Governo Conte emerge in maniera crescente l’ampiezza del vuoto politico che ha contribuito a produrre situazioni problematiche tanto difficili da gestire. Ferite aperte nell’economia e nella società nazionale dalla progressiva desertificazione di qualsiasi ragionamento serio sulla politica industriale post Prima Repubblica.

Industria, programmazione strategica, infrastrutture: la fine del sistema costruito nella Prima repubblica e lo smantellamento dell’architettura di economia mista incentrata sull’Istituto di ricostruzione industriale (Iri) ha portato con sé non il miglioramento dell’efficienza dei settori liberalizzati e privatizzati ma un deperimento della qualità dei servizi, della programmazione economica, del livello di investimenti. Con conseguenze produttive, occupazionali, ambientali e securitarie. E ricadute enormi sul posizionamento strategico dell’Italia in Europa e nel mondo. Con tutti i limiti progressivamente emersi, legati principalmente alla progressiva irreggimentazione politica, l’economia mista incentrata sull’Iri riusciva a complementare le esigenze pubbliche con quelle del settore privato.

Scrive inside over manager illuminati come Enrico Mattei, Oscar Sinigaglia e Adriano Olivetti capirono che i due mondi non dovevano essere conflittuali ma capaci di sovrapporsi attivamente. “L’economia privata era basata su un’imprenditoria diffusa, quella pubblica sostenuta dallo Stato aveva lo scopo di investire nel lungo periodo e creare concentrazioni di più grande dimensione”, ha dichiarato all’Osservatorio Globalizzazione lo storico dell’economia Giuseppe Berta.

E nel quarantennio di consolidamento dell’Italia repubblicana, c’è da dire che tale funzione è stata ampiamente assolta. Si è precedentemente citato Mattei: ma la parabola dell’Eni globale del manager marchigiano non è stata una storia a sé. Che cos’era fino a una ventina di anni fa l’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa, se non il frutto dell’opera della vecchia Finsider dell’Iri guidata da Sinigaglia? La Finsider fu capace di realizzare gli impianti in grado di permettere a tutti i Paesi europei la conquista dell’indipendenza nella produzione della materia più strategica per l’industria moderna. L’uscita dall’orbita pubblica dell’Ilva è stata fatale, perché ha fatto perdere la necessaria coordinazione tra impianti e la ratio di fondo della politica industriale.

Avevamo anche il visionario “impero romano” della Stet, “costruttrice di cavi e reti che hanno garantito all’Italia”, scrive il direttore del Quotidiano del Sud Roberto Napoletano, “il primato mondiale delle telecomunicazioni e i segreti dell’industria del futuro globale”, prima che Telecom-Tim venisse privatizzata. Così come Ilva, anche sulla società di telefonia si è scatenata una gara geoeconomica coinvolgente Paesi stranieri interessati ad aumentare la propria proiezione nell’economia italiana. La Francia, attraverso Vincent Bolloré e Vivendi, è in questo caso intenta in un braccio di ferro con gli Stati Uniti impegnati attraverso il Fondo Elliott. Nonostante tutto, attraverso Sparkle, la Telecom gestisce e costruisce ancora una rete significativa e strategica di cavi sottomarini di telecomunicazione. Ma senza il controllo nazionale questo risultato rischia di ridurre i dividendi positivi per il Paese. Risulta strano constatare il rifiuto del governo di appoggiare, recentemente, la proposta di Fabio Rampelli (Fdi) su una convergenza di Tim con OpenFiber per l’istituzione di un “golden power” pubblico sulle reti.

L’azione di politica economica e industriale è discontinua, spezzettata e confusa. Scrive il Giornale  la radice del problema sta nella scelta, compiuta negli anni Novanta, di smantellare il sistema di partecipazioni incentrato sull’Iri per venire incontro al nuovo vento della globalizzazione, della liberalizzazione e delle regole europee. Le privatizzazioni furono giustificate ideologicamente con l’obiettivo di modernizzare il Paese, ottenere valuta e risorse da utilizzare per conformarsi alle regole europee dei parametri di Maastricht e aprire il Paese agli investitori stranieri. Principale fautore dello smantellamento dell’Iri e del sistema dell’economia mista, dopo il 1992, fu il suo ultimo direttore e futuro presidente del Consiglio Romano Prodi. L’Iri, che ancora nel 1993 era il settimo conglomerato al mondo con un fatturato complessivo delle sue imprese superiore ai 67 miliardi di euro, fu smantellato nel decennio successivo e il suo patrimonio disperso.

Secondo il giornale alcune imprese (Fincantieri e Finmeccanica) non affondarono, altre (Autostrade) furono privatizzate attraverso manovre che dettero ai concessionari posizioni di rendita, altre ancora ebbero la storia travagliata che abbiamo narrato. A decenni di distanza possiamo solo rammaricarci di quanto questo capitale disperso avrebbe potuto contribuire alla crescita del Paese e di quanto lo smantellamento dell’economia mista abbia contribuito al depauperamento della cultura strategica in campo industriale. Un gioco sfacciato sulla pelle delle decine di migliaia di persone portate in difficoltà da queste dinamiche, ultime in linea temporale le maestranze di Ilva e del suo indotto, a cui ha contribuito anche una grande imprenditoria italiana scarsamente incisiva.

Di questo gap scrive inside over di capacità e programmazione il Paese ha avuto più volte di che dolersi..In una fase storica in cui la competizione economica internazionale si intensifica e l’omogeneità strategica dei sistemi-Paese è più che mai necessaria, l’Italia naviga priva di bussola. Incapace di determinare quali settori industriali siano davvero strategici o di rafforzare politicamente i suoi campioni nazionali. Terra di conquista per capitali stranieri. Uno stato di cose che contribuisce a renderci oggetto, e non soggetto, della partita dello sviluppo industriale, finanziario e tecnologico che deciderà gli equilibri del prossimo futuro

Il fatturato totale diminuisce infatti “in termini tendenziali” (ossia considerando un anno) del -7,3%, con un calo del -7,5% sul mercato interno e del -7,0% su quello estero. Una conferma, oltretutto di due condizioni strutturali entrambe negative: a) il mercato interno non è in grado di assorbire la produzione per via dei bassi salari e della elevata disoccupazione, b) i mercati stranieri non “trainano” più, e quindi paghiamo pesantemente l’aver accettato di trasformare buona parte della nostra attività industriale in “produzione conto terzi” per le filiere tedesche, tutte orientate all’esportazione. Filiere che oggi pagano anche loro l’austerità imposta tramite l’Unione Europea (tutto il mercato interno continentale soffre alla stessa maniera) e i primi danni della guerra commerciale di tutti contro tutti aperta con il passaggio – causato da una crisi ultradecennale – dalla “globalizzazione” alla competizione globale.

I dati Istat pubblicati stamattina dovrebbero costringere tutti a rivedere le proprie idee – pregiudizi indotti, in realtà – scrive inside over su come funziona l’economia sotto il segno dell’ordoliberismo mercantilista di matrice teutonica. Ma non avverrà. Più semplice prendersela con la coglionaggine del governo di turno (che in effetti non ci sta capendo molto) o, come in modo inaudito continua a fare Confindustria, con il “costo del lavoro troppo alto” (siamo già arrivati al lavoro gratuito, che cavolo voglio ancora?).

Più in dettaglio. A dicembre 2018 il fatturato dell’industria è diminuito “in termini congiunturali” (cioè rispetto al mese precedente) del 3,5%. Nel quarto trimestre l’indice complessivo ha registrato un calo dell’1,6% rispetto al trimestre precedente.

Ma la situazione non è affatto passeggera. Se guardiamo infatti agli ordinativi – la produzione dei prossimi mesi – si registra una diminuzione sia rispetto al mese precedente (-1,8%), sia nel complesso del quarto trimestre rispetto al precedente (-2,0%).

Anche qui, il calo mensile del fatturato riguarda sia il mercato interno (-2,7%) sia, in misura più accentuata, quello estero (-4,7%). Peggio ancora per l’immediato futuro: la flessione degli ordinativi è infatti la sintesi di un incremento delle commesse provenienti dal mercato interno (+2,5%) e di una fortissima contrazione di quelle provenienti dall’estero (-7,4%). Chi aveva untato solo sulle esportazioni (tutto il sistema industriale italiano) si trova oggi sull’orlo dell’abisso.

Non c’è peraltro un solo settore in controtendenza. A dicembre tutti i raggruppamenti principali di industrie segnano una variazione mensile negativa: -1,8% i beni di consumo, -5,5% i beni strumentali, -1,7% i beni intermedi e addirittura -9,7% l’energia.

Sempre con riferimento al fatturato annuale, tutti i principali settori di attività economica registrano cali tendenziali drammatici. I più giganteschi riguardano i mezzi di trasporto (-23,6%), l’industria farmaceutica (-13,0%) e l’industria chimica (-8,5%). Una strage, diciamo pure…

E secondo il giornale il peggio ancora va se si guarda agli ordinativi: qui il calo su base annua è del 5,3%, derivante da diminuzioni per il mercato interno (-3,6%) e ancora più per quello estero (-7,6%). Solo il comparto dei macchinari e attrezzature segna una tendenza positiva (+5,4%), mentre la diminuzione più marcata si rileva per l’industria delle apparecchiature elettriche (-21,4%). Avete voluto giocare a fare i contoterzisti dei tedeschi, con salari da fame e tutte le speranze legate alle esportazioni? Ecco il risultato. Spazzare via questa “classe dirigente” (sia imprenditoriale che politica, sia italiana che “europea”) è ormai questione di sopravvivenza.

Secondo  Il Fatto Quotidiano all’indomani della svalutazione del 1992 iniziano i nuovi saldi del patrimonio pubblico. Multinazionali angloamericane, ma anche francesi, arrivano in Italia per “fare shopping”: vanno in cerca di società, specialmente agroalimentari e di meccanica di precisione. Italgel, per esempio, viene aggiudicata alla Nestlè a 680 miliardi di lire contro una valutazione di 750. Ma anche i giganti italiani guadagnano dallo smembramento del patrimonio nazionale: il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS Autogrill che poi rivende ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto. Poi fagocita la rete autostradale usando la leva finanziaria, si indebita per acquistarla e poi scarica il debito sulle autostrade, naturalmente si guarda bene dal vendere l’impresa perché genera proficui profitti, specialmente mantenendo la manutenzione a livelli bassissimi.

Vengono privatizzate totalmente Telecom, parzialmente Enel ed Eni. Continua il Fatto molte di queste aziende, fino ad allora considerate all’estero concorrenti temibili, subito dopo l’acquisizione vengono smembrate o comunque messe in condizione di non nuocere. Dal 1992 al 2002 il Tesoro ha “effettuato direttamente operazioni di privatizzazione per un controvalore di circa 66,6 miliardi di euro. A questa cifra vanno però aggiunte le privatizzazioni gestite dall’Iri (sempre sotto il coordinamento del Tesoro), per un controvalore di circa 56,4 miliardi di euro, le dismissioni realizzate dall’Eni (5,4 miliardi di euro) e la liquidazione dell’Efim (440 milioni di euro). Si tratta di cifre molto consistenti, da cui è facile intuire il valore e l’importanza dei beni venduti, o per meglio dire “svenduti“.

Per capire quanto valgono questi stessi beni che non ci appartengono più possiamo comparare gli incassi delle privatizzazioni con i valori attuali. Nel 1992 la cessione del 58% del Credito Italiano produce ricavi lordi per 930 milioni di euro, nel 2002 Unicredito Italiano capitalizza 26.593 milioni di euro. Tra il 1994 e il 1996 la cessione del 36,5% dell’Imi rese 1125 milioni di euro, le successive tre tranche, pari al 19% e al 6,9%, rispettivamente 619 e 258 milioni di euro, nel 2002 Imi-Sanpaolo capitalizza 16.941 milioni di euro. Un caso a parte è poi rappresentato dal Banco di Napoli: quel 60% che lo Stato vende alla Bnl per 32 milioni di euro (una volta ripulito delle perdite e dei crediti inesigibili con 6200 milioni di euro di denaro pubblico), è rivenduto dalla Bnl, a distanza di pochi anni, per 1000 milioni di euro. È anche vero che la BNL lo ha risanato completamente, ma la differenza tra i due valori è enorme.

Secondo il Fatto questi ultimi viene virtualmente ceduta una fetta della nostra sovranità nazionale. Chi produce il denaro è una casta di banchieri, anche stranieri, che ce lo presta a un tasso d’interesse variabile, a seconda della fiducia che il mercato ripone nei nostri confronti. E questo denaro viene creato dal nulla. Non c’è qualcosa di assurdo nel fatto che questa situazione sia considerata migliore e più moderna del vecchio modello dove Tesoro e Bankitalia appartenevano allo Stato? Com’è possibile che ci si fidi più di forze commerciali di mercato straniere che del nostro governo?

Completate le privatizzazioni comincia il gioco delle sedie: alcuni personaggi chiave lasciano il settore pubblico e vanno a lavorare per le grandi banche che hanno guidato la vendita del patrimonio nazionale sul mercato. Mario Draghi diventa vicepresidente della Goldman Sachs e Vittorio Grilli – ai tempi vicedirettore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni, viene assunto al Credit Suisse. Ma se costoro erano tanto bravi da essere chiamati dalle più grandi banche d’affari mondiali “i maghi della ristrutturazione delle imprese pubbliche”, allora perché non si sono rimboccati le maniche e queste metamorfosi le hanno fatte in casa, con gli stipendi dello Stato  ?

 

 

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