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Giovedì, 15 Aprile 2021

Vaccini: il frutto avvelenato del catastrofismo

E' evidente che l'incidente del vaccino Astrazenica ha frenato tutta quell'euforia intorno all'uso dei vaccini per sconfiggere il Covid 19. Tra i tanti commenti mi sembra interessante quello del professore Eugenio Capozzi, apparso su LaNuovaBQ.it. Il professore Capozzi che insegna Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli «Suor Orsola Benincasa»,  autore di un testo che sta avendo un certo successo negli ambienti cosiddetti sovranisti, “L'autodistruzione dell'Occidente”,  è anche un eccellente osservatore dei fatti che ruotano intorno alla pandemia che ci ha colpiti. Il professore, che non è un negazionista del virus, non è un No-vax, ogni giorno offre degli ottimi argomenti per aiutare il lettore a capire.

Ieri è intervenuto sul caso vaccino. Sostanzialmente il culto della biosicurezza ha generato nuove psicosi.

«Sul vaccino c'è un'adesione fideistica che ha provocato, al primo apparire di gravi effetti collaterali, un'esplosione di paura incontrollata. Al misticismo vaccinale si contrappone l'effetto devastante di una disillusione che spingerà la gente a forme ancor più accentuate di psicosi e di asocialità». (Eugenio Capozzi, Il culto della biosicurezza genera nuove psicosi, 18.3.21, lanuovabq.it)

Tutto questo secondo Capozzi è «il frutto avvelenato dell'irresponsabile catastrofismo diffuso a piene mani nell'ultimo anno». 

Non è facile comprendere lo smarrimento in Italia, ma anche in altri Paesi europei, suscitato dall'emergere dei morti e dei molti sintomi reattivi gravi collegati al vaccino Astrazeneca, che hanno portato buona parte dei paesi del continente a sospenderne cautelativamente la somministrazione.

Capozzi fa presente, che gran parte dei farmaci recano avvertenze di possibili effetti collaterali, anche mortali, desunti dalla sperimentazione e dalle segnalazioni raccolte. Pertanto chiunque usa certi farmaci è informato dei rischi, per quanto mimini, che corre, e li assume sotto la propria responsabilità, accettandoli. Ciò vale naturalmente anche nel caso dei vaccini. E vale ancor più per vaccini come quelli approntati contro il Covid19, per i quali la fase della sperimentazione è stata certamente molto più affrettata e sommaria di quanto abitualmente avviene.

Tra l'altro, chi oggi va a farsi somministrare il siero contro il virus deve firmare una liberatoria contro eventuali effetti avversi, e sa benissimo di essere, entro certi limiti, una “cavia”. Pertanto che decide di fare il vaccino compie una scelta libera, presumibilmente fondata sull'idea che i rischi incerti del siero siano comunque inferiori a quelli potenziali del Covid.

Comunque sia il panico nel quale in tanti sono caduti per le notizie sul vaccino Astrazeneca, sono emotivamente comprensibili.

Tuttavia però la reazione, ma soprattutto l'allarmismo rispetto ai vaccini ha radici molto più profonde. Tutto inizia dall'esagerato entusiasmo dei primi giorni verso il vaccino, inculcato dalle istituzioni, dalla classe politica, scientifica, e soprattutto dai grandi mezzi d'informazione.

La radice della crisi «di sfiducia emersa in questi giorni, infatti, - scrive Capozzi - sta proprio nel dogma che la propaganda governativa e mediatica ha imposto con martellante insistenza in questi mesi:“ne usciremo solo con i vaccini. La “narrazione” dominante ha dipinto l'epidemia come un evento apocalittico, che semina vittime indiscriminatamente e giustifica, per “mitigarlo”, qualsiasi restrizione delle libertà personali, della socialità, dell'economia, della formazione e della cultura. Seguiamo Capozzi, «Alla rappresentazione terroristica del virus come piaga biblica, senza adeguate distinzioni tra le categorie di popolazione più o meno a rischio, che vede come risposta possibile ad esso soltanto l'”ibernazione” della società, ha corrisposto quella del vaccino come futuro rimedio salvifico, passaporto inevitabile per il ritorno alla normalità».

L'avvento di questo vaccino salvifico è stato descritto con toni religiosi, quasi mistici. Tutti abbiamo visto le immagini a fine dicembre, dell'arrivo in Italia, attraverso il Brennero, delle prime provette, i Media nostrani l'hanno fatta diventare una sacra processione.

La vaccinazione che doveva essere svolta a tappeto, rivolta a tutti indistintamente, e magari in prospettiva resa obbligatoria, descritta e prescritta dalle più alte cariche istituzionali e persino spirituali, come un dovere civico, un atto di “altruismo” verso la collettività, indubbiamente ha subito una brusca frenata.

Tuttavia il professore nella campagna di vaccinazione intravede un atteggiamento che sta portando, «l'opinione pubblica italiana verso l'accettazione di una forma di vera e propria “medicalizzazione della vita” [...]». In sostanza, secondo Capozzi, «la contrapposizione manichea tra pandemia e “dio” vaccino induce alla fede in un futuro in cui sarà possibile realizzare l'utopia della vita a “rischio zero”, sotto l'illuminato governo di una classe politica ispirata dall'autorità della Scienza». Infatti, proprio il “culto” della bio-sicurezza, della immunizzazione di tutti da tutto, «sta alla base di un enorme investimento emotivo ed esistenziale nei vaccini da parte di ampi strati della società, che hanno completamente abbandonato il calcolo razionale fondato sul buon senso per caricare la siringa immunizzante di aspettative escatologiche».

Per molti il caso Astrazeneca è stato il brusco risveglio da un sogno, la fine improvvisa di un mito. Pertanto «Al misticismo vaccinale rischia così di contrapporsi l'effetto devastante di una disillusione che spingerà quelle stesse folle a forme ancor più accentuate di psicosi, di asocialità, di distanziamento non soltanto fisico ma psicologico da ogni vita di relazione, da ogni investimento in un futuro “senza protezioni”».

Per Capozzi, tutto questo è il frutto avvelenato dell'irresponsabile catastrofismo diffuso a piene mani nell'ultimo anno, degli inutili e autoritari lockdown, del rifiuto di un approccio laico e pragmatico ad un problema sanitario sicuramente serio per limitate fasce anagrafiche della popolazione, ma facilmente circoscrivibile a risposte strettamente sanitarie (vedi la medicina di base), compatibili con il proseguimento della vita collettiva.

In definitiva in «una società non psicotizzata il vaccino rappresenterebbe uno strumento utile, benvenuto, ma da usare con intelligenza solo nei casi in cui il rapporto tra rischi e benefici penda chiaramente a favore dei secondi». E la scelta di vaccinarsi sarebbe affidata soltanto alla autonoma, inappellabile valutazione di ciascun individuo sulle vie migliori per preservare la propria salute. Nella consapevolezza che il “rischio zero” esiste soltanto nelle utopie. O nelle distopie.

 

 

 

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