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La rinuncia di Benedetto, un anno dopo

pope

 

Il 28 febbraio cade il primo anniversario della storica rinuncia al Papato di Benedetto XVI: la dichiarazione pubblica di quella decisione epocale avveniva infatti esattamente un anno fa. Quei giorni e quelle settimane di sorpresa, di commozione e di agitazione li ricordiamo bene tutti: lì per lì sembravano non finire mai.

Eppure, oggi, a rivedere uno per uno tutti gli eventi che da allora si sono susseguiti sembra sia passato non un anno ma quasi un secolo. E questo specialmente in Germania, la sua amata patria. Ma, d’altronde, come avverte pure il Vangelo (Luca 4,24 o Giovanni 4,44), nemopropheta in patria. Con la sua terra Joseph Ratzinger, prima da cardinale e poi da Pontefice, ha avuto sempre un rapporto altalenante, certo non nella sua natìa Baviera e al Sud in generale, dove continua a essere ricordato e stimato, ma nel resto del Paese sicuramente sì.

Soprattutto, il ‘Paese legale’, se ci passate l’espressione, compreso quello interno al mondo ecclesiale. Anzi, qui – come sta emergendo drammaticamente in questi giorni ad alti livelli – la sua predicazione sembra avere fatto venire finalmente alla luce una spaccatura profonda e allarmante che, beninteso, forse si riscontrerà pure in altre realtà e altri contesti geografici, ma non con l’eco e i numeri cospicui che si vedono da queste parti.

Prendiamo il magistero sui cosiddetti princìpi pre-politici non negoziabili ad esempio: diritto alla vita, centralità della famiglia, libertà di educazione e libertà religiosa. Che in Germania, come nel resto dell’Occidente, peraltro, vengono continuamente disattesi a ogni livello come nulla fosse. Nel corso degli anni, l’ampia riflessione sul tema del Pontefice ha cercato di dimostrare invece come una società che non solo non li difende, ma li combatte anche – e li combatte radicalmente – alla lunga non possa stare in piedi. Detto in termini più immediati e brutali possibili: è destinata a scomparire dalla scena del mondo.

Benedetto XVI ha detto e spiegato questa analisi scioccante rimandando alle evidenze concrete della ragione umana – comune a tutti – alla forza della legge naturale – pure comune a tutti – e al peso della memoria storica continentale più recente, pure sotto gli occhi di tutti. Insomma: con strumenti e argomenti laici, comprensibili a chiunque e a ogni latitudine, facendo uso di una grammatica universale propria dell’essere umano in quanto tale, come ha rimarcato intelligentemente qualche osservatore parafrasando i suoi discorsi.

E qual è stata la ricezione di questa paziente e lunga riflessione da parte dei fedeli laici e poi dei suoi confratelli, vescovi e sacerdoti a un anno di distanza? Che, pare di capire, oggi la maggioranza dei ‘cattolici’ (virgolette d’obbligo) tedeschi preme, o premerebbe, per il riconoscimento di varie e plurali tipi di famiglie, chiedendo l’ammissione alla Sacra Comunione più o meno come si chiede il diritto alle ferie pagate in altro campo. Della serie: mi spetta per legge e guai a te se non me lo dai.

Questo è l’esito della chiamata missionaria alla nuova evangelizzazione per l’Europa apostata: farsi secolarizzare dal mondo e dal suo principe, apertis verbis.

C’è da rimanere esterrefatti. Anche perché poi tutto questo accade mentre in alcune regioni, come il Baden-Württemberg, si riscrivono i programmi d’istruzione scolastici sulla base della gender theory e chi, per esempio da ultimo a Stoccarda, prova a manifestare in piazza come può, fosse anche un’associazione di genitori, viene presa di mira, colpita e dispersa come si fa…con i Black Bloc al G8, avete presente? Sì, proprio quelli che danno fuoco a negozi e automobili trasformando una città in una trincea da guerra mondiale. Insomma: quanto sta accadendo a nostro avviso dimostra proprio tutta la lungimiranza e persino l’urgenza assoluta della questione dei princìpi non negoziabili. Se sono divisivi, se si accendono così tanto gli animi, se per fare una manifestazione sul punto non basta più nemmeno più il cordone della polizia allora dovrebbe essere ovvio che il nodo è proprio lì. Altri temi, pure importanti, non possiedono la stessa rilevanza centrale per la costruzione dell’identità ecclesiale, della società civile e della vita pubblica. E se non si riesce a mettersi d’accordo nemmeno sui minimi fondamentali, parlare di alleanze politiche e strategie di rilancio è pura utopia. Tra l’altro, non si capisce (o si fa finta di non capire) che l’attacco alle manifestazioni contro il gender non è solo un attacco al singolo tema in discussione nei parlamenti ma che è anche, e più aggressivamente, una negazione frontale della presenza di Dio nel mondo e delle sue ragioni, oltre che dei suoi diritti originari.

Chi ritiene convintamente che queste manifestazioni non debbano avere luogo (contro ogni rispetto della libertà di espressione altrui, va da sè), quale che sia il motivo, riterrà pure che nello spazio pubblico certe posizioni non debbano mai entrare: è ovvio. Cioè che uno potrà pure pensarla diversamente dal programma di educazione alla diversità che viene imposto strumentalmente a scuola o dalla pseudo-cultura del pensiero unico che giganteggia sui mass-media, purchè si tenga ogni riserva per sè, nel piccolo recinto della sua coscienza, e possibilmente stia zitto.

E‘ stupefacente, per dire il meno, che un simile lavaggio del cervello a trecentosessanta gradi possa attecchire nella comunità cristiana e persino in chi al suo interno vi ricopre incarichi di responsabilità. Ancora più stupefacente dopo gli otto anni passati, che peraltro, a dirla tutta, erano stati introdotti dai ventisette di Giovanni Paolo II, il Grande, come giustamente lo si ricorda, che nel suo testamento spirituale (Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni, Rizzoli 2005) aveva già paragonato il comportamento del Parlamento europeo su questi temi, cioè la nuova questione antropologica, a un nuovo totalitarismo che usa i diritti dell’uomo contro l‘uomo.Scriptamanent: c’è scritto proprio così, nuovo totalitarismo. Ora, totalitarismo in italiano di solito vuol dire dittatura, Infatti poi abbiamo avuto la dittatura del relativismo, come l’ha chiamata notoriamente il suo successore, che ancora dura e va avanti alla grande. Ma si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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