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Claudio Turina, Il piccolo istriano

Sono trascorsi già alcuni anni dal mio primo incontro con il Missionario Claudio Turina; anche stavolta i temi di discussione della nostra intervista riguardano l’opera che egli, insieme ad altre persone di buona volontà, svolge presso Accra, capitale del Ghana e puntualmente scopro degli aspetti, a tutti noi sconosciuti, di una realtà ai limiti della sopravvivenza. Ritengo, pertanto, doveroso puntare i riflettori su tematiche delle quali a pochi interessa parlare, in un tessuto sociale intriso di egoismo, superficialità e totale disattenzione verso situazioni lontane, o semplicemente diverse. L’uomo contemporaneo si ripiega su se stesso, preso esclusivamente da ciò che lo riguarda direttamente ed è distratto verso tutto il resto, non trovando conforto in quell’universo valoriale che non esiste più.

Utilissimo il confronto dialettico con Claudio Turina, un uomo che nel suo difficile e multisfaccettato percorso esistenziale  ha scelto le opere di carità e si muove da anni in tale direzione; una lectio vitae verso la “società liquida della postmodernità”, parafrasando il famoso sociologo Zygmunt Bauman,  che utilizza le metafore di modernità liquida e solida per rappresentare le pesanti anomalie della nostra civiltà, sulle quali una volta o l’altra ci soffermeremo.

Lo scrittore, che ha all’attivo numerose opere, parlerà anche della sua ultima fatica editoriale, un libro storico dal titolo “Il piccolo Istriano”, edito da grafiche 2AM Editore - Venezia, nel quale ripercorre la diaspora giuliano-dalmata, un periodo storico che ha segnato l’umanità, attraverso dettagliate descrizioni e stati emozionali di un bambino al quale furono drammaticamente recise le radici affettive e socio-culturali.

Da diversi anni lei è Missionario Laico della Carità ed effettua la sua volenterosa ed incessante opera fra Italia e resto del mondo; negli ultimi tempi trascorre lunghi periodi dell’anno in Ghana, dove porta avanti insieme ad altri Missionari il progetto City of God presso lo slum di Accra, la capitale di questo Paese, del quale per la verità il sistema mediatico si occupa pochissimo. Vorrebbe parlare ai nostri lettori di tale realtà sociale?

Rispondo con molto interesse alla sua domanda. Per la precisione, sono un ex MCC di Santa Teresa di Calcutta, non avendo più rinnovato i voti religiosi con loro, ma privatamente. Lo slum di Accra è noto con il nome di Sodom and Gomorrah. In realtà, si tratta di un insediamento illegale di circa 100 mila persone, le quali vivono in catapecchie fatte di nulla, più o meno; non ci sono le fognature, non l’acquedotto, non la luce elettrica e quello che c’è è tutto abusivo. Ovviamente, nessuno ha il bagno e tutto il resto. In ambienti improvvisati ci dormono intere famiglie, quindi, potrete ben  immaginare quale igiene ci sia… Lo slum si trova nel cuore della città, proprio perché la gente, arrivando dalla periferia del Paese, in centro trova un minimo di lavoro. Per intendere bene il nostro progetto, consiglio di visitare i nostri due siti web: www.cityofgodaccra.com e www.claudioturina.it.

Ha all’attivo numerose pubblicazioni, fra cui “City of God – The most toxic place on Earth”, la cui versione italiana, che ho letto con interesse,  è stata presentata con successo nel maggio del 2015 al Salone del Libro di Torino. Quale ricordo conserva di tale esperienza?

Il Salone del Libro di Torino mi ha dato la possibilità di conoscere molte persone, fra cui lei, e di far conoscere il progetto di City of God di Accra, in Ghana. La vera importanza della pubblicazione del libro si è rivelata, giustamente ad Accra, diventando un denuncia; così si è parlato ad ogni livello, si sono mosse diverse persone e, in un certo senso, sono stato un piccolo profeta: alcune cose che auspicavo avvenissero, si sono verificate, come la realizzazione dell’infermeria e il servizio gratuito di due medici e tre infermieri. A me, le pubblicazioni servono come strumento per raggiungere continuamente delle nuove persone, da coinvolgere nei progetti, sempre di carità.

Recentemente ha dato alle stampe un’altra grandiosa opera letteraria, dal titolo “Il piccolo istriano” (Grafiche 2AM Editore – Venezia), nella quale ripercorre l’esodo della popolazione giuliano-dalmata, drammatico evento storico che iniziò alla fine della  Seconda Guerra Mondiale, quando avvenne la diaspora forzata dei cittadini di etnia e lingua italiana, che erano nati e vivevano in Istria.  Vorrebbe spiegare ai nostri lettori in prima persona, in quanto nativo di Verteneglio (Istria), come visse, lei e la sua famiglia, questo periodo della sua vita?

Grazie per aver letto le trecento e più pagine, in cui parlo di quel periodo ed oltre. Chi fosse interessato a leggerlo, può contattare l’editore. Il libro è stato presente alla grande Fiera di Roma “Più libri più Liberi” negli spazi della famosa Nuvola di Fuksas. Fare un riassunto della mia infanzia e adolescenza è davvero difficilissimo. Per avere un’idea di quali sentimenti abbia vissuto, è sufficiente immaginare un bambino che improvvisamente rimane senza i suoi coetanei e contemporaneamente si vede inserito in una classe di lingua diversa, il serbocroato, che nemmeno esiste più, quindi, abolita la propria lingua madre. Si viveva nel terrore di un silenzio forzato, per paura di essere sentiti e finire in qualche foiba e poi, per un lungo periodo isolati da Trieste, dal momento che non si poteva espatriare per nessun motivo. E ovviamente tanto altro, fino ai diciotto anni, quando lasciai per sempre l’Istria.

Quali sono gli stati d’animo che accompagnano un bambino, nei suoi primissimi anni di vita, nel momento in cui le radici famigliari, affettive e culturali vengono violentemente strappate?

Smarrimento, disorientamento, perdita del senso dell’appartenenza, quindi dell’identità. Da allora, ho sempre avuto la famosa “Voce interiore” che mi diceva e mi dice di andare, andare e andare, ma dove? Soltanto dopo la mia grande e vera crisi esistenziale ho capito che si trattava della chiamata del Signore, così finii con i Missionari della Carità di Madre Teresa di Calcutta.

Bruno, il protagonista della storia, chiamato in famiglia el piculo, fa parte di quella esigua minoranza che preferì restare a casa, vivendo negli anni ’50 un’infanzia difficile, segnata psicologicamente dal tentativo di superare realtà non gradite. Finchè, la consapevolezza della sua identità perduta, lo spinse a lasciare la sua Terra, diventando così un esule, che non troverà mai più una Patria. Forse, sarebbe più corretto parlare di “infanzia violata, derubata”?

Beh, la mia infanzia, come dico sopra, è stata deturpata dall’orrore del nulla di quel tempo, di quella politica di terrore, di chiusura dal mondo, di una nuova lingua imposta, da me mai amata, né imparata perfettamente. L’italiano, la nostra lingua, era sinonimo di fascismo, quindi, bisognava fingere di non saperla. Le religioni erano vietate, per cui a Natale si andava a scuola.

Nel sottotitolo del suo libro leggo: Tito, e le conseguenze della sua vittoria. Ciò che è accaduto tanti anni dopo nell’ex Iugoslavia è la prova che le differenze etniche presenti in quell’area geografiche non sono mai state radicalmente superate. A tal riferimento, mi viene in mente l’analisi sociologica  del politologo statunitense Samuel  Huntington, il quale sostiene che le differenze culturali provocano uno scontro fra civiltà e per capire i conflitti presenti e futuri bisogna innanzitutto comprendere le divergenze culturali. È d’accordo?

Sono d’accordissimo. Tito vinse la guerra ed ha avuto il diritto, come tutti i vincitori, di ottenere i territori vinti; ma è stato troppo disinvolto, audace e presuntuoso nel mescolare etnie, culture, lingue, religioni e così via, in uno Stato centralista, controllato da Belgrado, quindi dai serbi, da sempre odiati da croati, sloveni e parte dei bosniaci. Ha fatto il grandissimo errore di abolire le religioni, pensando i mettersi lui al posto di Dio, e ciò rappresenta il massimo degli errori di tutti i dittatori. Tutto ha retto nei primi anni, a causa del disastro del dopoguerra, ma appena morto lui, è morto tutto.

Nel ringraziarla per la sua cortese disponibilità, vorrebbe fornire altre indicazione ai nostri lettori interessati alle sue iniziative umanitarie?

Come già detto sopra, invito tutti a visitare i due siti web, in essi si trovano tutte le informazioni e le foto di tanti anni di vita missionaria, compresa una bellissima fotografia con  Santa Madre Teresa a Calcutta.

 

 

 

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