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Domenica 15 marzo 2026 alle ore 18:00 il Museo del Saxofono di Fiumicino ospita The New Analog Project, il nuovo e affascinante progetto del pianista, tastierista e compositore Riccardo Fassi, presentato in trio con Marco Siniscalco al basso elettrico e Pierpaolo Ferroni alla batteria.

Il concerto rappresenta un viaggio sonoro in cui elettronica analogica, groove e jazz contemporaneo si intrecciano con libertà improvvisativa e ritmi complessi. Un’esperienza musicale intensa e immersiva, in cui il linguaggio del jazz elettrico si rinnova attraverso timbri vintage e una forte identità contemporanea.

Al centro del progetto ci sono sintetizzatori analogici Moog e Oberheim, insieme a storiche tastiere elettroniche come Fender, Rhodes e Wurlitzer, strumenti che hanno segnato la storia della musica del Novecento. Il loro suono caldo e materico dialoga con il basso elettrico e il synth bass di Marco Siniscalco e con la batteria potente e creativa di Pierpaolo Ferroni, dando vita a una tavolozza timbrica ricca e dinamica.

In un luogo unico come il Museo del Saxofono, dedicato alla memoria e alla storia degli strumenti musicali, queste sonorità vintage trovano un contesto naturale: un incontro suggestivo tra spazio, storia e suono, dove tecnologia analogica e tradizione musicale si fondono in un’esperienza di ascolto originale.

Il repertorio include composizioni originali e interpretazioni di autori di grande spessore come Frank Zappa e Steve Lacy, attraversando territori sonori che spaziano dal funk al jazz sperimentale, dal jazz-groove alla fusion più visionaria.

Tra le principali influenze del progetto emergono il Miles Davis elettrico di “Bitches Brew”, il groove di Jimmy Smith, la libertà creativa di Frank Zappa, le architetture elettroniche di Joe Zawinul, le atmosfere lounge di Les Baxter e l’energia dei Lifetime di Tony Williams. Il risultato è una visione personale e moderna del jazz elettrico, dove improvvisazione, ritmo ed esplorazione sonora convivono in perfetto equilibrio.

Riccardo Fassi è uno dei pianisti, tastieristi e compositori più originali del jazz italiano. Vincitore dei Jazzit Awards nel 2017, 2018 e 2019 nella categoria “Tastiere”, ha collaborato con musicisti di fama internazionale come Steve Lacy, Gary Smulyan, Kenny Wheeler, Gunther Schuller, Adam Nussbaum, Enrico Rava e Billy Cobham. Tra i suoi progetti più noti figurano la Tankio Band, dedicata alla musica di Frank Zappa, e il quartetto con Alex Sipiagin (Portrait of Interior Landscapes). Nel corso della sua carriera si è esibito in Europa, Stati Uniti, Sud America e Africa e ha insegnato in diversi conservatori italiani, tra cui Firenze, L’Aquila, Cosenza, Foggia e Trieste.

Marco Siniscalco, bassista di grande esperienza e versatilità, si distingue per la capacità di muoversi con naturalezza tra jazz, funk e musica contemporanea. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti internazionali come Paul McCandless, Kenny Wheeler, Dave Samuels, Hilton Ruiz e Randy Brecker, affermandosi come uno dei bassisti più sensibili e creativi della scena italiana.

Pierpaolo Ferroni, considerato uno dei più talentuosi batteristi della nuova generazione, è noto per la straordinaria padronanza tecnica e l’inventiva ritmica. Allievo del celebre didatta Gary Chaffee, ha collaborato con musicisti di primo piano come Mattias Eklundh, Paul Gilbert, Greg Howe, Dean Bowman, Alex Britti, Stefano Bollani, Furio Di Castri, Rita Marcotulli e Virgil Donati, distinguendosi per performance sempre energiche e coinvolgenti.

 Fonte Uff.St.Elisabetta Castiglioni

 

L’atmosfera di Versailles rivive al Teatro dell’Opera di Roma attraverso la musica, in occasione del primo concerto della stagione 2025/26, giovedì 5 marzo alle 20. Protagonista l’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori che, dopo la recente data a Palermo, si esibisce al Costanzi nel programma dal titolo Alla corte dei re di Francia. Musiche per Versailles. La serata segna un doppio debutto: dell’artista franco-italiano classe 1988 Emmanuel Resche-Caserta, nel duplice ruolo di direttore e primo violino, e del soprano francese Marie Perbost, entrambi al primo impegno con la Fondazione capitolina. Il programma si snoda tra tragédie lyrique e comédie ballet, accostando composizioni di Lully, Charpentier, Marais e Rameau. Con queste figure, centrali nella vita musicale francese tra Seicento e Settecento, per il pubblico si aprono le porte di Versailles ai tempi del Re Sole. Sulla musica che risuonava giorno e notte nella maestosa reggia è costruito il programma del concerto.

 

Di Jean-Baptiste Lully (1632 – 1687), il cantore ufficiale della gloria del regno di Luigi XIV, oltre alla ‘Passacaille’ da Armide (1686), viene eseguita una suite da Les Bourgeois gentilhomme (1670), briosa comédie-ballet su libretto di Molière in cui recitava Lully stesso.

 

Tra le quasi ottocento composizioni di Marc-Antoine Charpentier (1634/36 – 1704), emerso al di fuori dalle tendenze ufficiali e apprezzato dalla corte dopo la morte di Lully, sono state scelte il trionfale ‘Prélude’ dal Te Deum (1692), popolare incipit musicale impiegato in apertura e chiusura dei programmi radiotelevisivi in Eurovisione, e la sua Marche de Triomphe (1961), che unisce lo stile italiano e stile francese dell’epoca.

Seguace di Lully, Marin Marais (1656 – 1728) fu il violinista preferito del Re Sole. La tempête, esempio della sua visione innovativa della sinfonia, è uno dei brani scelti per la suite dalla sua Alcyone (1705), l’ultima grande tragédie lyrique del regno di Luigi XIV.

 

Il viaggio musicale si completa con Jean-Philippe Rameau (1683 –1764), riconosciuto genio del Settecento francese. Le sue opere, ancora oggi in gran parte ignorate, all’epoca furono prima discusse, poi ammirate e infine dimenticate. Si è affermato, ormai cinquantenne, con Hippolyte et Arcie (1733). Oltre agli estratti da questa tragédie lyrique, in programma nel concerto anche pagine da Les Indes Galantes (1735), Castor et Pollux (1737), Les Fêtes d’Hébé (1739), Dardanus (1739), Platée (1745) e l’Entrée de Polymnie da Les Boréades, quest’ultima mai rappresentata perché trovata sul tavolo del compositore al momento della morte.

 

Emmanuel Resche-Caserta è il primo violino dell’orchestra barocca Les Arts Florissants e assistente musicale del suo fondatore, William Christie. Collaborare alle produzioni liriche, soprattutto del barocco francese, e prende parte alle tournée internazionali dell’ensemble, in Europa, America e Asia. Come direttore e violinista ha guidato le orchestre Tafelmusik di Toronto e Orfeus di Stoccolma. Nel 2025 il debutto come direttore con Dardanus di Rameau all’Auditorium di Radio France. Dal 2019 suona un violino di Francesco Ruggeri del 1675. Dal 2022 è professore di violino barocco al Conservatorio di Amsterdam.

 

Il soprano Marie Perbost vanta una solida formazione musicale iniziata a Parigi, alla Scuola Corale di Radio-France, al Conservatorio e all’Académie dell’Opéra, proseguita al Festival d’Aix-en Provance e culminata con lo Young Singers Project del Festival di Salisburgo. È emersa sulla scena internazionale vincendo numerosi premi e la nomina a Révélation Lyrique all’ADAMI (2016) e ai Victoires de la Musique Classique (2020). Ospite di festival e teatri europei, affronta un repertorio che spazia dal barocco al Novecento, con un costante impegno nel repertorio francese seicentesco e settecentesco.

 

L’Orchestra Nazionale Barocca, che festeggia quest’anno i 10 anni di attività, torna all’Opera di Roma dopo il debutto dello scorso anno. La formazione è stata istituita quale progetto sostenuto dal Ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con il Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo. Fondata nel capoluogo siciliano nel 2016, l’Orchestra affronta repertori che spaziano dalla musica profana a quella sacra del barocco europeo di grandi autori, ma anche di compositori meno noti con rare, se non prime, esecuzioni. Regolarmente invitata a festival e stagioni musicali, l’Orchestra è stata guidata da direttori quali Enrico Onofri, Rinaldo Alessandrini, Ignazio Maria Schifani, Enrico Gatti, Alessandro Quarta, Toni Florio e, recentemente George Petrou.

 

Fonte Teatro dell'opera di Roma 

È scomparso Robert Duvall, tra i più grandi interpreti del cinema americano, celebre per i suoi ruoli intensi e carismatici in film come Il Padrino, Apocalypse Now e in numerose altre pellicole che hanno segnato una carriera lunghissima e costellata di successi. Volto simbolo di personaggi duri e complessi, Duvall ha attraversato oltre mezzo secolo di storia del grande schermo lasciando un’impronta indelebile.

Nel 1983 conquistò il premio Oscar come miglior attore protagonista per Un tenero ringraziamento. Nel corso della sua carriera ottenne complessivamente altre sei candidature agli Academy Awards: come miglior attore protagonista per Il grande Santini (1980) e L’apostolo (1997), e come miglior attore non protagonista per Il padrino (1972), Apocalypse Now (1979), A Civil Action (1998) e The Judge (2014). Un riconoscimento continuo da parte dell’industria cinematografica che testimonia la statura artistica di un interprete capace di spaziare tra generi diversi con straordinaria naturalezza.

Duvall si è spento all’età di 95 anni. È morto “serenamente” domenica nella sua abitazione di Middleburg, in Virginia, come riferito in una nota diffusa dalla sua agenzia di pubbliche relazioni a nome della moglie, Luciana.

Nel comunicato si precisa che non è prevista alcuna cerimonia ufficiale. La famiglia ha invitato chi desidera ricordarlo a farlo in modo personale e coerente con lo spirito della sua vita: guardando un buon film, condividendo una bella storia a tavola con gli amici oppure facendo un giro in auto in campagna per riscoprire la bellezza del mondo. Un saluto semplice e autentico, nel segno della passione per il cinema e per le piccole cose che hanno accompagnato l’esistenza di uno dei grandi protagonisti di Hollywood.

Il Teatro dell’Opera di Roma con Inferno di Lucia Ronchetti guarda al contemporaneo, sulla cui valorizzazione il lirico capitolino ha da tempo costruito uno dei suoi principali obiettivi. È una prima esecuzione assoluta della versione italiana quella del 19 febbraio 2026 alle ore 20.00 al Costanzi, in diretta su Radio3. 

Compositrice tra le più apprezzate oggi in Italia ed Europa, Ronchetti torna per la seconda volta a lavorare con il Teatro dell’Opera di Roma: nel 2018 alle Terme di Diocleziano il debutto assoluto della versione italiana de Le avventure di Pinocchio, commissionata dopo il successo dell’originale francese. «Ho immaginato Inferno come una successione di paesaggi sonori evocati da Dante, cangianti, metamorfici e apocalittici, seguendo la forma a spirale del suo viaggio verso il centro della terra – dichiara Lucia Ronchetti –. La partitura si genera dal linguaggio stesso di Dante, dalla sua capacità di creare un estasi narrativa insieme a una consapevolezza profonda delle tenebre che circondano ogni tentativo di conoscenza».

La direzione dell’opera, ispirata alla prima cantica della Commedia di Dante Alighieri, con un epilogo originale firmato da Tiziano Scarpa (Premio Strega nel 2009 con il romanzo Stabat Mater), è affidata a Tito Ceccherini, sul podio anche a Francoforte dove Inferno ha debuttato in lingua tedesca e in forma semi-scenica nel 2021. «Rispetto alla versione originale – spiega il direttore – quello che mettiamo in scena ed eseguiamo a Roma si distingue sotto diversi aspetti. Il primo e più eclatante è che in Germania si trattava di uno spettacolo di teatro, ibrido anche in senso linguistico: i testi venivano recitati in tedesco e cantati in italiano. 

La scelta è stata di tornare al testo originale, quindi è tutto in italiano ed è tutto Dante, con l’eccezione molto particolare e molto importante del testo finale scritto da Scarpa apposta per questo spettacolo e che impersona o esprime la figura di Lucifero che nell’Inferno dantesco non ha un testo suo, non parla». In questa occasione Ceccherini guida l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, l’Ensemble Neue Vocalsolisten (voce interiore di Dante), il soprano Laura Catrani (Francesca da Rimini), il tenore Leonardo Cortellazzi (Ulisse) e il basso Andreas Fischer (Lucifero). All’attore Tommaso Ragno è affidato il ruolo di Dante. Maestro del Coro dell’Opera di Roma Ciro Visco. Le scene sono di Jo Schramm e le luci di Fabrice Kebour. Drammaturga Mareike Wink.

I costumi sono firmati da Maria Grazia Chiuri che imprime allo spettacolo un segno visivo dichiaratamente contemporaneo, essenziale e incisivo, capace di dialogare con l’immaginario dantesco attraverso un’estetica che rielabora codici dello sportswear e del quotidiano. La stilista romana torna a lavorare con il teatro capitolino dopo il successo della Traviata con la regia di Sofia Coppola e le collaborazioni con Eleonora Abbagnato.

Lo spettacolo è un nuovo allestimento firmato da David Hermann, al suo esordio in Italia, che dichiara «Inferno di Lucia Ronchetti si dispiega come un paesaggio sonoro composto da brevi e intensi mondi musicali, formando un labirinto che conduce inesorabilmente verso l’abisso. Seguiamo un uomo nel suo viaggio attraverso un mondo che inizialmente appare familiare e intatto. Eppure, sotto la superficie, le fratture dell’inferno cominciano a emergere, facendosi via via più violente. 

Quanto profondamente l’inferno è intrecciato con il nostro stesso mondo? Nel confronto finale con Lucifero, questa discesa culmina in una svolta inattesa, là dove sembrava possibile soltanto l’oscurità». Il regista, che al Costanzi firma anche Ariadne auf Naxos (dall’1 al 10 marzo), interpreta in chiave moderna il capolavoro dantesco e colloca la narrazione in uno spazio cupo e desolante, fatto di stanze contemporanee abitate dai penitenti. Il viaggio infernale si trasforma in un’esplorazione della psiche umana, restituendo al pubblico un Inferno più mentale che narrativo, immersivo e inquieto.

Dopo la prima rappresentazione giovedì 19 febbraio 2026 alle 20.00, anche in diretta su Radio3, Inferno di Lucia Ronchetti torna in scena domenica 22 (16.30) e sabato 28 febbraio (18.00), martedì 3 (20.00) e sabato 7 marzo (20.00).

 

 

Prosegue allo Spazio Scena di Roma il ciclo “Il viaggio del produttore”, ideato e promosso dalla Scuola d'Arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Martedì 27 gennaio, alle ore 18:30, sarà protagonista Mario Gianani, produttore tra i più significativi del panorama italiano e internazionale, in un incontro aperto al pubblico, condotto da Boris Sollazzo, responsabile eventi della Scuola Volonté.

L’iniziativa, giunta al suo terzo appuntamento, propone una riflessione ampia e appassionata sul mestiere del produttore e sul suo ruolo chiave nella filiera creativa del cinema. Una figura che, anche se si muove dietro le quinte, è centrale nella nascita e nella realizzazione delle opere. Dialogando con il pubblico, Mario Gianani ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera, condividendo esperienze, aneddoti e visioni sul futuro dell’audiovisivo.

Tra i fondatori nel 2009 della casa di produzione Wildside insieme anche a Lorenzo Mieli, Gianani ha prodotto alcune tra le opere più rappresentative del cinema italiano degli ultimi vent’anni: dalla collaborazione con Marco Bellocchio per Vincere — che gli valse due candidature ai David di Donatello — ai lavori con Fausto Brizzi, Pif, Riccardo Milani, Paola Cortellesi, Saverio Costanzo, Gabriele Salvatores, e tanti altri, fino alla produzione della serie L’amica geniale, tratta dai romanzi di Elena Ferrante e acclamata anche all’estero.

Il pubblico avrà modo di conoscere da vicino il percorso di un produttore capace di muoversi con intelligenza e coraggio tra cinema d’autore, commedia popolare e grandi produzioni internazionali, con un occhio attento al racconto del presente e ai mutamenti del mercato. Particolare attenzione sarà dedicata all’esperienza sul set di C’è ancora domani, film d’esordio alla regia di Paola Cortellesi e prodotto da Gianani insieme a Lorenzo Gangarossa, che sarà proiettato al termine dell’incontro.

Ma c'è ancora domani, interpretato dalla stessa Cortellesi accanto a Valerio Mastandrea, Emanuela Fanelli e Romana Maggiora Vergano, diplomata in Recitazione presso la Scuola Volonté, racconta la storia di Delia, madre e moglie nella Roma del 1946, alla vigilia del referendum istituzionale e delle prime elezioni a suffragio universale in Italia. In bilico tra sottomissione e desiderio di riscatto, Delia compie un percorso intimo e politico che è diventato simbolo di un’urgenza collettiva: raccontare le radici storiche e culturali della violenza di genere e del patriarcato, parlando al presente con uno sguardo limpido e coinvolgente. 

Oltre al successo di pubblico, il film ha ricevuto un’accoglienza entusiasta dalla critica e numerosi riconoscimenti. Alla cerimonia dei David di Donatello 2024 ha conquistato sei premi, tra cui Miglior regista esordiente e Miglior attrice protagonista a Paola Cortellesi, Miglior attrice non protagonista a Emanuela Fanelli, Migliore sceneggiatura originale, il David Giovani e il David dello Spettatore. Con 19 candidature totali, è il film d’esordio con il maggior numero di nomination nella storia del premio.

Tra gli altri numerosi riconoscimenti, si ricordano anche il Nastro d’Argento come Film dell’Anno, il Globo d’Oro al Miglior Film, il Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Göteborg, e la partecipazione in concorso alla Festa del Cinema di Roma, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria e una menzione speciale per la Migliore Opera Prima. Il film è stato inoltre distribuito con successo in Francia, Regno Unito, Germania, Cina e Stati Uniti, raccogliendo consensi anche dalla critica internazionale.

C’è ancora domani non è stato solo un successo cinematografico. Il film ha avuto un impatto culturale e sociale profondo, diventando oggetto di proiezioni nelle scuole, dibattiti pubblici, campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Ha contribuito a riaccendere, con forza e delicatezza, il dibattito sui diritti, sulla memoria e sull’eredità delle lotte femminili. Un’opera che ha saputo restituire al cinema italiano una funzione civile, popolare e necessaria.

 Fonte  Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté

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