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Domenica, 12 Luglio 2026

Tullio Iaria presenta il suo libro al Salone Internazionale del Libro di Torino

Tullio Iaria è Direttore delle Operazioni della Fabbrica Italiana Droni ([f-i-d.it](https://www.f-i-d.it/)), la prima azienda italiana ed europea a occuparsi di droni, operativa dal 2010. Laureato in Giurisprudenza, pilota e responsabile marketing a livello di Direzione Generale, ha fatto da apripista nel settore avviando collaborazioni con enti e Stati esteri. La società è Entità Riconosciuta dall'ENAC per l'addestramento dei piloti e, da quest'anno, accreditata come polo tecnologico universitario. Iaria è intervenuto alla XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand dell'Esercito Italiano, con una riflessione sulla gamification nei conflitti.

 Quando nasce la Fabbrica Italiana Droni e di che cosa si occupa?

 Nasce nel 2010, in un momento in cui pochi credevano che un drone di piccole dimensioni, prodotto in serie con materiale economico, potesse diventare uno strumento operativo con implicazioni tattiche rilevanti. I piloti di FPV (First Person View) in Italia erano forse una decina. Chi parlava di APR (Aeromobile a Pilotaggio Remoto) veniva ascoltato con scetticismo, e perfino negli ambienti dell'aeromodellismo i dronisti non erano ben visti. Ci siamo occupati fin dall'inizio di sviluppo, programmazione e addestramento, con l'obiettivo di trasformare una tecnologia ancora marginale in una capacità concreta.

 Da cosa nasceva la diffidenza iniziale verso la vostra attività?

 Dalla scarsa fiducia nella sua applicabilità reale. Pesavano i limiti delle batterie, la poca disponibilità di componentistica «marcata» e l'assenza di case history importanti a cui fare riferimento. C'era anche chi mi chiedeva se la Fabbrica Italiana Droni volesse fare concorrenza a Leonardo o a Boeing: non è mai stato quello l'obiettivo, guardavamo ad altro. Ero convinto, e i test lo confermavano, che a definire il valore di un sistema non siano il peso, la dimensione o il costo, ma la capacità, la versatilità e la programmabilità. La guerra dei droni sembrava allora un fatto lontano, confinato ai reparti specializzati d'oltreoceano, eppure quel futuro era più vicino di quanto si pensasse.

 Qual è la visione dell'azienda e lo spirito che la guida?

 Il percorso della Fabbrica Italiana Droni non parte da una gara pubblica, ma da una visione indipendente. Attorno al progetto si è raccolto un gruppo di sviluppatori, tecnici, ex militari e docenti universitari che condividevano uno sguardo diverso sul settore. In quel garage di Piazza della Trivulziana, dove abbiamo iniziato a saldare, avevamo un obiettivo che resta immutato: dare un contributo alla piattaforma industriale nazionale dei sistemi UAS con mezzi leggeri, adattivi e dotati dell'autonomia operativa necessaria a fare ciò che devono fare. Non offriamo soltanto tecnologia, ma un metodo, costruito attraverso sperimentazione e tecnica.

 Quali caratteristiche distinguono il vostro lavoro?

 Ho impostato l'attività sulla qualità e ho dato al comparto dei droni un'impronta aeronautica. Ho introdotto in Italia il volo FPV, che oggi è l'elemento cardine del settore sul piano civile e militare. Pilotare indossando un visore significa vivere l'esperienza in prima persona, come se si fosse a bordo: un'immersione totale che permette manovre acrobatiche impossibili con i droni tradizionali.

  Esistono partnership o collaborazioni con altri enti e realtà affini?

 Sì, su più fronti. Sono consulente delle Forze Armate e della Polizia e formatore nell'ambito della Protezione Civile, della gestione delle emergenze e del soccorso. Sul piano produttivo collaboriamo con LuminosBee, team italiano specializzato negli spettacoli di droni, che unisce arte, media e ricerca sul design come catalizzatore di innovazione scientifica e tecnologica. La nostra peculiarità è importare le migliori pratiche estere e reinterpretarle in chiave italiana. Il miglioramento continuo, il restyling e la programmazione che sviluppiamo qui costituiscono un comparto che crea posti di lavoro e rappresenta una fonte di reddito che contribuisce al PIL.

 Che cosa significa la gamification di cui ha parlato durante il suo intervento al Salone Internazionale del Libro di Torino?

 Il termine gamification viene coniato nel 2002-2003 dal programmatore inglese Nick Pelling, incaricato di progettare interfacce in stile videogioco per bancomat e distributori automatici. La sua società Conundra chiude per mancanza di clienti: l'idea era arrivata troppo presto. Le radici del concetto sono però più antiche e risalgono ai programmi a punti dei boy scout di inizio Novecento, alle S&H Green Stamps del 1896, al programma fedeltà AAdvantage di American Airlines del 1981. Il termine si afferma nel 2005 con Bunchball, prima piattaforma cloud di gamification fondata da Rajat Paharia, e si consolida nel 2010 dopo il talk di Jesse Schell al DICE Summit di Las Vegas. Da allora la gamification è entrata in HR, formazione aziendale, sanità, educazione e ambito militare, dove America's Army del 2002 era stato un precursore inconsapevole.

 Ci racconta la storia della simulazione?

 La simulazione ha radici più profonde. Il Kriegsspiel del barone von Reisswitz del 1812 è il primo wargame moderno: lo Stato Maggiore prussiano ne fece uno strumento di formazione strategica, e i risultati si videro a Sadowa nel 1866 e Sedan nel 1870. Il Naval War College di Newport simulava lo scenario Pacifico già negli anni Trenta, al punto che l'ammiraglio Nimitz dichiarò che durante la Seconda Guerra Mondiale nulla lo aveva sorpreso eccetto l'arma kamikaze. Negli anni Cinquanta la RAND Corporation estende la simulazione alla strategia globale. Oggi i centri NATO e nazionali — penso al CESIVA dell'Esercito Italiano a Civitavecchia — la pongono al centro di ogni dottrina addestrativa. Storia della gamification e storia della simulazione sono due percorsi che oggi confluiscono nello stesso strumento operativo.

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