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Mercoledì, 21 Gennaio 2026

Sergio Ramelli (1956-1975): una storia che fa ancora paura

 

Il 29 aprile 2025 è stato ricordato il 50° anniversario del “martirio” politico di Sergio Ramelli, un ragazzo di 18 anni iscritto al Fronte della Gioventù che, per la sua militanza di Destra, è stato colpito a sangue freddo a Milano il 13 marzo 1975 da due squadristi rossi. Sergio fu aggredito mentre parcheggiava il motorino sotto casa sua da un commando di otto persone che, a colpi di chiave inglese, gli hanno distrutto il cranio, mandandolo in coma. Morirà 47 giorni dopo, il 29 aprile appunto, in ospedale.

La brutalità di tale agguato terroristico, dovuto al semplice fatto che Ramelli era un militante dell’organizzazione giovanile del MSI e che a scuola aveva scritto un tema nel quale condannava la violenza politica e le Brigate Rosse, è stato rivendicato da una cellula di Avanguardia operaia, segnando uno dei momenti più bui degli anni Settanta.

Finalmente dopo mezzo secolo dall’omicidio di Ramelli possiamo dire che nella memoria collettiva del nostro Paese è cambiato qualcosa rispetto a quella terribile stagione. Anzitutto in questo 50° anniversario c’è stata sicuramente più attenzione rispetto al passato nei confronti di Sergio e della sua vicenda. Basti solo consultare il sito ufficiale “sergioramelli.it” per rendersi conto di quante sono state nel 2025 le iniziative pubbliche in suo onore. Per non parlare delle espressioni artistiche, solo per fare un esempio citiamo le due canzoni, “Figlio d’Italia”, scritta e interpretata dal vincitore del Festival di Sanremo della Canzone Cristiana 2025 Piero Chiappano (ricordiamo che Ramelli frequentava anche la sua parrocchia aiutando in oratorio), e “Torni sempre in vita” dei Quen Reborn.

Del libro “Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura”, pubblicato originariamente nel 1997, è poi uscita, nel dicembre 2024, la decima edizione per la casa editrice Idrovolante di Roma, presentata in quasi 50 città e Comuni d’Italia.

Direi quindi che siamo arrivati finalmente a un traguardo di ampia condivisione della memoria di Sergio. Fino ad ora, in questi 50 anni, solo piccoli gruppi della Destra politica si erano spesi quotidianamente per raccontarne la storia... Poi, qui e là, sono apparse “timide” forme di apertura, come il libro “Cuori neri” di Luca Telese o la presentazione del francobollo dedicato dal Governo e da Poste Italiane al 50.mo anniversario per finire con l’intitolazione della trentasettesima via a Sergio Ramelli deliberata il 24 aprile 2025 dal Consiglio comunale di Grosseto su mozione presentata dal consigliere leghista Gino Tornusciolo! Ma non basta, nel corso dell’anno anniversario sono programmate altre intitolazioni e sono convinto che – entro il 2025 – ne arriveranno altre ancora, a testimonianza di quello che ritengo ormai assodato: è emersa nel nostro Paese una condivisione importante del ricordo di Sergio Ramelli, che non è – ormai più – solo il martire di una parte politica ma è diventato un simbolo del coraggio, della coerenza e della sempre crescente necessità di riconoscere a tutti la libertà di esprimere le proprie idee.

Ma chi era Sergio? Per chi non lo conoscesse, era un giovane di poco più di 18 anni che, come tanti in quegli anni, amava il calcio, giocava nella squadra dell’oratorio, girava in motorino, aveva una ragazza... La differenza stava tutte nelle sue idee: rifiutava la violenza e l’arroganza della sinistra nella sua scuola e in città. Gli Anni 70, infatti, erano caratterizzati da questa quotidiana prepotenza da parte delle più svariate organizzazioni della sinistra che, non solo mettevano a ferro e a fuoco la città, ma imponevano una sorta di dittatura ideologica nelle scuole, come nelle fabbriche, cui nessuno poteva sottrarsi. Ecco, Sergio volle opporsi a questa dittatura aderendo a un’organizzazione di destra, il Fronte della Gioventù, che era il raggruppamento giovanile del MSI-DN. Questa sua scelta lo mise nel mirino degli estremisti della sua scuola e quando scrisse il “famoso” tema (che prendeva spunto dal barbaro omicidio, da parte delle BR, di due missini a Padova) inizio il suo calvario: il “processo popolare”, le aggressioni continue fino a costringerlo a cambiare scuola: poi ancora agguati a lui e al fratello fino a quell’ultimo, tragico e barbaro, del 13 marzo 1975.

Da un’attenta lettura del libro Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura che documenta con atti giudiziari, testimonianze e articoli di giornali cosa avvenne prima, durante e dopo l’omicidio, risulta chiaro che, se la colpa materiale della morte di Sergio è da attribuire alla squadra di otto membri del “servizio d’ordine” di Avanguardia Operaia, la responsabilità morale del delitto è più ampia. Prima di tutto è della scuola, degli insegnanti e del preside che non difesero questo loro alunno; poi delle Istituzioni, per prima la magistratura, che non tutelò mai Sergio e la sua famiglia (nonostante le ripetute denunce), che non garantì il suo diritto allo studio e, infine, non fece nulla per identificare gli aggressori che continuarono per anni a girare armati partecipando ad assalti e aggressioni. Ci volle il coraggio di un giovane magistrato (Guido Salvini) per dissotterrare gli atti dell’inchiesta dieci anni dopo e arrivare – a seguito delle accuse di un pentito di Prima linea – a identificare i colpevoli che, nel frattempo, erano diventati tutti medici in giacca e cravatta, con famiglia e vita più che borghese. Il processo, nel 1987, portò a una sorta di dolorosa “catarsi” per le cattive coscienza della sinistra che era stata complice («tutti sapevano...») e connivente di quelle violenze. Gl’imputati furono, infine, condannati con sentenza definitiva per omicidio volontario (i due che materialmente colpirono Sergio) e per concorso anomalo (gli altri) con pene lievi, considerando il reato, ma ciò che conta è il riconoscimento di quella volontà omicida che era ben sintetizzata in uno slogan che ancora oggi – purtroppo – si sente riecheggiare «uccidere un fascista non è reato».

Il libro Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, raccoglie in 250 pagine fotografie, immagini e documenti esclusivi riprodotti dall’originale e, non a caso, ha ricevuto per la sua decima edizione l’autorevole Prefazione del presidente del Senato della Repubblica Ignazio La Russa, che al tempo del processo fu avvocato di parte civile nonché la Postfazione di Paola Frassinetti, sottosegretario all'Istruzione e al Merito del Governo Meloni, che è stata amica personale di Sergio Ramelli. Queste pagine e immagini, quindi, rimarranno assieme a tante altre che aspettano di essere riscoperte e condivise nella nostra recente storia nazionale, a conferma della validità sempre eterna del coraggio della libertà.

 

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