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Venerdì, 23 Gennaio 2026

L’esegesi in don Ennio Innocenti (1932-2021) tra profezia e storia

Perché l’esegesi cattolica sta vivendo un momento di profondo smarrimento?

Una prima ragione risiede nella defezione da parte di chi, la parola di Dio, dovrebbe trasmetterla e commentarla fedelmente secondo le norme e i criteri di retta interpretazione proposti dal Magistero ecclesiastico. Proprio in vista di una crescente deriva esegetica l’insegnamento pontificio contemporaneo ha avuto premura di richiamare e riaffermare le verità di fede concernenti la Sacra Scrittura che devono essere il fondamento di qualsiasi interpretazione che voglia dirsi cattolica. Esse sono:

  • l’ispirazione divina delle Sacre Scritture,
  • l’inerranza assoluta e
  • l’individuazione della Chiesa quale unica depositaria e interprete autorevole e di ultima istanza della parola di Dio.

Fra i documenti del Magistero che potremmo citare in merito ci sono, fra gli altri, l’Enciclica Divino Afflante Spiritu (1943) di Pio XII, la Costituzione dogmatica Dei Verbum (1965) del Concilio Vaticano II e, infine, l’Esortazione apostolica postsinodale “sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” Verbum Domini (2010) di Benedetto XVI.

L’allontanamento dall’insegnamento pontificio sull’esegesi biblica risponde in gran parte ad una esigenza, da parte degli studiosi, di percorrere strade ermeneutiche alternative. Seppure legittima, questa istanza ha tuttavia spalancato le porte a visioni arbitrarie che hanno letteralmente distrutto ogni possibilità di fondare l’interpretazione dei testi sacri in armonia con il Depositum fidei tramesso fedelmente e infallibilmente dalla Chiesa. Ciò che emerge da non pochi studi esegetici degli ultimi decenni, con un crescendo esponenziale, è infatti la volontà di affermazione personalistica degli autori o delle specifiche scuole di cui essi sono eventualmente rappresentanti.

Una seconda ragione dello smarrimento dell’esegesi cattolica risiede invece nel malcelato complesso di inferiorità degli studiosi cattolici nei confronti degli esponenti di altre tipologie di esegesi, in particolare quella razionalistica e quella protestante, le sole, a parere di questi autori, a possedere il patentino di “scientificità”. Il dramma è che il fermento anticattolico conseguente a tali visioni ha invaso buona parte dei luoghi di formazione religiosa e degli istituti di ricerca cattolici…

Una terza ragione dello smarrimento riguarda lo “scollamento” tra la dimensione della vita religiosa e quella della vita quotidiana che scontano diversi esegeti, così come non pochi fedeli. In generale assistiamo, come noto, ad un tale sradicamento dell’uomo dal suo retroterra culturale e religioso per cui ciò che resta nel suo bagaglio di pensieri e relazioni non è altro che la dimensione esclusiva di un individuo atomizzato, la cui esistenza non è più permeata e indirizzata dalle istanze etiche proprie della Fede. In quella parte del mondo forgiata negli scorsi secoli dalla civilizzazione cristiana (l’Occidente), questi due piani dell’esistenza umana sembrano quanto mai irrimediabilmente divisi e incomunicabili tra loro. Nel nostro caso, quindi, ne consegue che l’esegeta finisce per mettere tranquillamente da parte la sua (presunta) Fede pubblicando studi che contraddicono, punto per punto, le verità e il Credo cattolico.

Nell’odierno panorama degli studiosi della parola di Dio, tuttavia, abbiamo avuto alcune voci che si sono alzate con forza a denunciare e contrastare la deriva dell’ermeneutica razionalistica. Basterà citare, stando al nostro Paese, esegeti e biblisti come mons. Francesco Spadafora (1913-1997), mons. Antonino Romeo (1902-1979) e mons. Salvatore Garofalo (1911-1998). A fianco di questi grandi nomi, ve ne sono degli altri, forse meno noti, perché troppo impegnati ad essere vicini alle esigenze della gente comune: essi hanno dedicato la loro vita allo studio della Sacra Scrittura non per aspirazioni accademiche, benché in sé legittime, ma per la salvezza delle anime a loro affidate da Dio.

Don Ennio Innocenti (1932-2021), sacerdote del Clero romano, è uno di questi. Tutta la sua vita è stata consacrata e improntata alla ricerca e allo studio della Parola di Dio. L’esegesi ha trovato un posto centrale nella sua ricchissima produzione libraria. Notevoli sono i suoi sforzi di rendere accessibile alle persone senza studi specialistici alle spalle, le pagine dei Vangeli (Vangelo e coscienza, S. F. A. U, XI ed., 2009) e quelle degli Atti degli Apostoli (Gesù a Roma, S. F. A. U., V ed., 2017). Allo stesso modo sorprendono per chiarezza e incisività le parafrasi delle due complesse lettere paoline (ai romani e agli ebrei) e il commento all’Apocalisse (Il senso teologico della storia, S. F. A. U., III ed., 2011). Tra i numerosi lavori vogliamo segnalarne uno che, per chiarezza e profondità, merita di essere presentato: Tra profezia e storia, edito nel 2016 dalla Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe.

L’opuscolo è diviso in due parti: nella prima don Ennio traccia un quadro sintetico ma efficace della continuità esegetica ravvisabile dall’Antico Testamento, nella forma del profetismo, fino al Nuovo Testamento, con il compimento di tali profezie. Al centro vi è l’evento storico dell’incarnazione - anello di congiunzione tra l’antica e la nuova legge - di Nostro Signore e il suo messaggio di salvezza per l’umanità decaduta in conseguenza del peccato originale e ora redenta attraverso il sacrificio della croce. Il fondamento dell’esegesi, in ultima istanza, è proprio la Rivelazione. Don Ennio, mostrando la perfetta linearità e consonanza tra l’esegesi veterotestamentaria e la nuova attuata inizialmente da Gesù stesso e poi dai suoi apostoli, suggerisce un primo fondamentale criterio ermeneutico: separare il Dogma dall’esegesi vuol dire necessariamente rinunciare a qualsiasi interpretazione autentica e fondata delle Sacre Scritture.

Il secondo criterio di una sana esegesi l’Autore lo ravvisa nell’armonizzazione tra le esigenze e peculiarità proprie dello studioso e l’insegnamento del Magistero ecclesiastico. «Non è ammessa un’interpretazione individualistica incurante di quella della Chiesa - afferma Don Innocenti -: siamo membri di un corpo organico. Ognuno deve avere cura di essere armonico con la Chiesa e perciò anche pronto a rientrare nei ranghi qualora si accorga che il suo discorso è avvertito come dissenziente dal magistero gerarchico sub Petro. Questa armonizzazione è facile perché la Chiesa medita sulle Scritture da venti secoli senza segreti» (p. 15).

Nella seconda parte del testo, sulla scorta di quanto esposto, viene mostrata la legittimità di quei principi, esibendo cinque esempi di esegesi personale: la preoccupazione che lo anima è quella di dimostrare che la dimensione innovativa della ricerca non deve essere necessariamente in contrasto con il rispetto dei principi dogmatici e dell’esegesi comune nella Chiesa. Questo perché il mistero della Resurrezione è il fondamento stesso della fede autenticamente cristiana, mentre la nuova esegesi accentra tutti i suoi sforzi verso due interpretazioni ugualmente esiziali: la prima nega la storicità dell’evento e quindi la possibilità di provare alcunché, la seconda tenta di ridurre l’evento ad un semplice simbolo di salvezza, rielaborazione delle comunità primitive cristiane. Nella prefazione al volume La risurrezione di Gesù di mons. Spadafora, don Ennio aveva già individuato la radice gnostica delle forme esegetiche moderne e lo sforzo di negare la Resurrezione e, quindi, in ultima istanza, la stessa divinità di Cristo.

Al lavoro esegetico condotto per oltre mezzo secolo da don Ennio Innocenti va quindi riconosciuto il merito di favorire la necessaria riconquista di campo da parte degli studiosi cattolici, in un momento in cui la teologia biblica sembra nelle mani di cattivi maestri, fautori di una esegesi non più cattolica. Opere come Tra profezia e storia costituiscono uno dei tanti semi gettati durante il periodo della “crisi della Fede”, i cui fiori vedremo presto germogliare, nella speranza di una primavera della Chiesa che non tarderà ad arrivare, nella certezza che Dio l’assisterà sempre con la luce della sua Grazia.

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