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Edizione N. 4

15 maggio 2013

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Cultura

Un'Europa vecchia e scristianizzata da rianimare

Cultura

altare come Dio comanda 1

 

Papa Bergoglio, come un “nuovo cristoforo”, ha intrapreso il “V° viaggio colombiano”, auspicato dal suo conterraneo Alberto Caturelli, per rianimare la nostra vecchia e degenerata Europa. Un'Europa che da troppo tempo non è più la Cristianità del 1492 che permise a Colombo tramite il papato e la monarchia spagnola di scoprire, conquistare ed evangelizzare il Nuovo Mondo, divenendo poi Iberoamerica.   Come tutti hanno potuto constatare Papa Francesco, con molta semplicità, con lo spirito francescano e ignaziano ha iniziato subito l'arduo compito.

Per intendere lo stato degenerativo del nostro continente riprendo alcuni fatti che mi hanno colpito nel libro di Vittorio Messori, La Chiesa di Francesco, pubblicato da Il Corriere della Sera.

L'Europa, umbilicus Ecclesia, la situazione non è rassicurante, a cominciare dall'azzeramento delle vocazioni al sacerdozio secolare che sta “dissolvendo buona parte della millenaria rete delle diocesi e delle parrocchie, per mancanza di personale ecclesiastico che possa succedere a chi muore o si ritira. Diocesi di milioni di battezzati danno da molti anni un numero di 'preti novelli', come un tempo si diceva, inferiore al numero delle dita di una mano”. Pertanto, ormai gli accorpamenti sono la norma.“Vi sono diocesi dove, - scrive Messori – per la santa Sede, è difficile persino trovare, nel clero locale superstite, qualche candidato adeguato per consacrarlo vescovo del luogo; vi sono episcopi in grandi, magnifici palazzi dove il presule è quasi solo, in una infilata di sale e saloni deserti”.

Nel nord europa molte chiese sono diventate multisala cinematografiche, salae da giochi, in qualche caso sex-shop. In Austria, il clero in rivolta contro Roma, molti parroci vivono apertamente in concubinato per protesta contro il celibato obbligatorio. In Olanda, racconta Messori, c'è un gigantesco magazzino, si puo visitare anche il sito internet, dove si può trovare di tutto. “Quei capannoni - scrive Messori -sono un ammasso (svenduto a prezzi stracciati, vista l'esiguità della domanda) dell'intero contenuto di luoghi di culto abbandonati o adibiti a usi del tutto profani”. Qui si tocca con mano la debacle cattolica del nostro Continente. E' veramente triste vedere quel cumolo tragico di statue di santi, di quadri edificanti, di Via Crucis, di tabernacoli, di campane e campanelli, di vasche battesimali, di altari, di ostensori, di candelabri, di confessionali, di inginocchiatoi, di vetrate, di armadi da sagrestia, di abiti liturgici. A improbabili acquirenti – scrive Messori- si propongono persino le venerate reliquie di santi, racchiuse in artistiche cornici”. In pratica si tratta di una vera e propria discarica, per tutto ciò che fu 'cattolico', dove pare i clienti siano scenografi cinematografici e teatrali o arredatori eccentrici in cerca di un pezzo curioso, magari per qualche abbinamento blasfemo per bar, discoteche, garconniers”.

Nella programmazione urbanistica dei quartieri delle varie periferie delle metropoli europee, che un tempo erano cattoliche, non è previsto uno spazio per l'edificio ecclesiale. Mentre si levano rumorose rivendicazioni islamiche, appoggiate da certi politici e intellettuali “illuminati”, se quei piani non prevedono l'ormai obbligatoria moschea. Naturalmente di questa indifferenza sono colpevoli i cattolici.

I seminari sono semivuoti, per i pochi superstiti, c'è l'insegnamento di teologi e biblisti che non sempre rispettano le indicazioni che vengano da Roma. In pratica per Messori allo scarso clero manca una cultura adeguata, la prospettiva, il punto di vista cattolico. Molto si è scritto sulla sudditanza di certo clero nei confronti del marxismo, per più di vent'anni dopo il Concilio Vaticano II. Messori racconta un episodio che ha visto protagonista il cardinale Pellegrino di Torino, visitando un grande seminario, fu accolto dai giovani seminaristi, allora ancora in talare, col pugno chiuso, al grido di “Viva Marx! Viva Lenin! Viva Mao Tze Tung!”.

Oggi magari il marxismo non è più di moda ma c'è il relativismo liberal, etico, soprattutto la political correctness, un'ideologia diabolica, dalle apparenze quasi cristiane ma fondata su ciò che il Cristo più detesta: l'ipocrisia, l'eufemismo ruffiano, la manipolazione delle parole per nascondere la realtà nella sua verità”.

Le vocazioni alla vita religiosa sono ai minimi termini, anzi sono destinati inevitabilmente all'estinzione a meno che intervenga qualche imprevisto come un leader carismatico che fa risorgere la famiglia religiosa. Mentre in passato i beni delle congregazioni venivano sequestrati con la violenza come durante la Rivoluzione Francese, da Napoleone, o dai governi anticlericali dell'ottocento. Oggi, “in tutta Europa è in vendita, o già venduto, o affittato per scopi profani, parte del grande patrimonio edilizio delle famiglie religiose”. Messori nel libretto ricorda il grande ruolo che hanno avuto nella Storia i vari ordini religiosi, la loro scomparsa provocava un disastro non solo religioso ma anche sociale. Infatti,“coloro che negano le radici cristiane dell'Europa non peccano verso la Chiesa ma verso la Storia”.

Messori racconta del “tormentato rinnovamento postconciliare” , che alla fine“si è rivelato incapace di attirare nuove vocazioni: anzi in certi casi, le ha rese ancor più improbabili (…) Dopo il Concilio Vaticano II si è scelta la strada opposta a quella praticata in tutta la storia della Chiesa, dove rinnovamento e riforma sono stati ottenuti non con l'allentamento ma, al contrario, col rafforzamento dell'austerità, del sacrificio, del rigore di vita”. L'ammonimento di San Benedetto a chiunque intraprendeva la via perfections era: “nihil operi Dei praeponatur”, nulla sia anteposto all'ufficio divino, neanche una partita di Champions League, come è capitato in un monastero.

Messori non intende emettere giudizi drastici sul declino delle famiglie religiose, ci sono tante variabili al problema, non bisogna dimenticare che ogni vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa è un dono di Dio. Non la si ottiene con “riforme “ solo umane, come hanno inteso fare nel postconcilio.

In pratica sta morendo una cristianità (un modo di vivere il cristianesimo delle varie famiglie religiose) nel primo millennio eranacoretico, poi subentra quello monastico, accanto ai sacerdoti secolari. Certo occorre distinguere il cristianesimo dalle cristianità che si susseguono nella Storia e che incarnano la fede nei diveris periodi. Segno evidente sono a questo proposito gli stili architettonici ecclesiali: dal romanico, al gotico, al rinascimentale, al barocco, al neoclassico e così via. Ognuno di questi stili ha espresso la fede di sempre, con risultati di aver creato dei capolavori. Per Messori siamo in una fase di passaggio epocale, probabilmente ancora lunga e certamente dolorosa.“La Chiesa muta, col tempo, le sue istituzioni, il suo aspetto esterno stesso, ma non muta natura e non muta lo scopo essenziale per il quale è stata istituita, la salvezza delle anime”.

E poi c'è la questione dei laici, cattolici ed ex cattolici, in Europa c'è l'abbandono in massa della messa domenicale, dell'indifferanza e in alcuni casi c'è l'ostilità nei confronti della Chiesa, fino alla persecuzione, tanto che i sociologi hanno coniato il termine di “cristianofobia”.

L'uomo di sale, il mio Venezuela rosso sangue e smeraldo

Cultura

Copertina_L'uomo di sale

 

Dopo la morte del dittatore Hugo Chavez, il Venezuela è tornato nuovamente sulle prime pagine delle cronache italiane. La sua immagine reale, però, resta ancora molto controversa. In occasione dello stesso funerale del leader sudamericano in effetti non pochi tra tv e giornali ne hanno riproposto un ritratto enfatico, con toni a volte palesemente demagogici, oltre che largamente parziali. Un'immagine molto diversa ne da invece l'imprenditore veneto Gianni Cappellin che dopo essersi laureato in economia industriale presso l'Università Bocconi di Milano ha lasciato il nostro Paese all'inizio degli anni Ottanta per tentare la fortuna proprio in Venezuela. Cappellin, che oggi ha 55 anni, ha da poco pubblicato la sua opera prima: L'uomo di sale. Il mio Venezuela rosso sangue e smeraldo (Mauro Pagliai Editore, Firenze 2012, pp. 256, Euro 10,00), racconto autobiografico di trent'anni di vita vissuta nel Paese rivoluzionato da Chavez, dove ha fondato il gruppo d'imprese Alnova (di cui è stato prima direttore generale e quindi presidente) che raccoglie diverse aziende del settore wine & spirits. Il libro, suddiviso in ventidue brevi capitoli e dedicato esplicitamente alle tante vittime innocenti dimenticate del Venezuela dei nostri giorni (“il principale obiettivo di questo libro è rivendicare la memoria dei 19.216 venezuelani che nel 2011 sono stati assassinati e i cui carnefici resteranno per la maggior parte impuniti”, pag. 252) racconta la drammatica involuzione sociale di un Paese che nel giro di pochissimi anni è diventato - letteralmente - uno dei luoghi più insicuri del mondo. Non solo i tristemente noti sobborghi malfamati delle periferie suburbane ma ormai persino Caracas, la grande capitale, è diventata una zona pericolosissima in cui vivere: “dopo le 9,30 di sera sembra che ci sia il coprifuoco nucleare [...] c'è troppa malavita che fa da padrona indisturbata della città. Ogni fine settimana ci sono dai cinquanta agli ottanta muertos de balas [morti di pallottole, vittime di sparatorie o aggressioni, ndr]: il 98% di questi casi, secondo statistiche ufficiali, resta insoluto. L'impunità della quasi totalità dei crimini è stato l'unico successo di questo governo, retto da un Gheddafi tropicale. Il Comandante Chavez era sempre stato un grande ammiratore del leader libico, anche dopo la sua scomparsa dalla scena politica, così come restava un grande alleato delle politiche nucleari dell'Iran di Ahmadineyad” (pag. 12).

Non si tratta peraltro di un giudizio interessato per ragioni di mera propaganda politica: l'autore lo fonda sull'esperienza vissuta in presa diretta di trent'anni nel Paese, potendo così paragonare il periodo pre-Chavez ai nostri giorni. Visto con delle lenti obiettive, il Venezuela appare così oggi uno Stato in cui non vige più il diritto ma la legge del più forte, il far west, dove la regola è che non ci sia nessuna regola, come talora si dice con espressione a effetto ma non meno pregnante. Gli oppositori del regime, usando parole simili, dicono a ragione che il Paese non è “Estado de derecho, sino de arrechos” (che si può tradurre: “non più stato di diritto ma di duri/arrabbiati”). Un Paese sempre più diviso e violento, dalle due facce estreme e contrastanti: da una parte lussi sfrenati e “case pacchianamente hollywoodiane” e dall'altra “un'umanità disperata che cerca di sopravvivere tra le lamiere delle baraccopoli” (pag. 38) in situazioni di povertà spaventosa. Insomma, alla fine, argomenta Cappellin, a forza di negare ripetutamente i diritti minimi garantiti ci si è abituati progressivamente a tutto, anche alla morte: “in Venezuela morire assassinato fa parte del gioco; dopo un po' non ci si fa più caso, ogni omicidio è solo un numero in più nelle statistiche” (pag. 13). A titolo di esempio, non ci si spiega “come i Caraqueños [gli abitanti di Caracas, ndr] riescano a far sparire dalle strade [al calar della sera, ndr] circa due milioni di macchine in meno di due ore, anche perchè se uno avesse la malaugurata idea di lasciare l'auto in strada il giorno dopo o non la troverebbe più o, se la trovasse, sarebbe completamente svaligiata” (pag. 16). D'altra parte, la martellante propaganda anti-occidentale e in particolare anti-americana del regime non è riuscita a cambiare la realtà quotidiana al punto che 'l'impero del male', come Chavez definiva gli stati Uniti d'America, sono ancora oggi “il paese più amato e sognato dai venezuelani. Se vi venisse in mente di chiedere a dieci venezuelani dove preferirebbero andare a vivere se potessero uscire dal Venezuela, nove vi risponderebbero a colpo sicuro: 'Miami'!” (pag. 98).

A corroborare queste considerazioni è poi il tema centrale stesso del libro, ovvero il dramma familiare vissuto dall'autore nel luglio 2011 durante una breve vacanza all'isola della Tortuga, parte dell'arcipelago delle isole Sottovento, a oltre novanta chilometri dalla costa venezuelana. Un'isola ricercata, all'apparenza incantevole, con spiagge da sogno e natura incontaminata, che richiama quel Venezuela dal colore smeraldo del titolo, e che si rivelerà invece l'incubo più spaventoso della sua vita. E' infatti proprio lì che in quell'estate l'imprenditore veneto viene aggredito di notte, mentre sta dormendo, sulla sua barca da un giovane pescatore locale - peraltro da lui conosciuto - da cui aveva comprato qualche ora prima alcune aragoste. In pochi minuti la sua vita cambia radicalmente: l'aggressore, munito di coltello, lo colpisce infatti più volte alla gola (danneggiando parte della trachea, fermandosi a un millimetro dalla giugulare) e su entrambe le mani fino a provocargli ferite gravissime che potrebbero condurlo in breve alla morte. Sua figlia Claudia, diciottenne, che doveva essere la reale vittima dell'aggressione riesce a salvarsi e a porsi in salvo in modo rocambolesco ma ci vorrà un giorno intero perchè i due riescano a tornare sani e salvi a Caracas, dove l'imprenditore in bilico tra la vita e la morte verrà operato d'urgenza, appena in tempo prima che sia troppo tardi. Per Cappellin non è nemmeno la prima volta: l'autore aggiunge infatti che già sedici anni fa, a Caracas, insieme alla moglie “fu sequestrato e picchiato senza pietà nella sua casa [finché] non avesse consegnato agli aggressori tutti i soldi e i gioielli che c'erano in casa” (pag. 151).

Lontano dall'ideologia facile, insomma, emerge il quadro surreale di un Paese perennemente in ostaggio del crimine in cui i sequestri degli industriali sono la regola e “usare la macchina con i vetri blindati per andare al lavoro [é] diventata una routine” (pag. 124). L'autore che oggi scrive questo libro “avrebbe dovuto entrare nelle statistiche come il morto numero 73” (pag. 225) di quel tragico fine settimana. Il fatto che sia ancora vivo per raccontarlo è quindi un motivo in più per lottare – ora più che mai – per avere un Paese più giusto. Cappellin è infatti convinto che “il motivo che [ha] spinto i suoi aggressori [ad agire] sia la completa certezza dell'impunità” (pag. 227). Qualcosa che il governo degli ultimi anni ha completamente rimosso. Prima, negli anni Ottanta e Novanta, “esisteva il rispetto per gli anziani, per le donne, per la proprietà privata, per il lavoro, e c'era il rischio del castigo dopo il delitto. La certezza della pena costituisce in tutte le società un forte deterrente psicologico contro certi crimini” (pag. 228). Oggi, invece, dopo tredici anni “di un sistema pseudo socialista dove tutto è stato messo in discussione, dove i modelli sociali di casa, famiglia, chiesa e lavoro sono stati distrutti [...] tutti hanno il diritto-dovere di prendere quello che vogliono.I poliziotti che arrestano i malviventi in flagrante vengono pubblicamente esecrati dagli organi giudiziari o dal Ministero dell'Interno per avere infierito, o essersi accaniti sui socialisti, i veri guardiani della rivoluzione. Gli unici arrestati sono i giornalisti che pubblicano foto contrarie agli interessi del governo o che divulgano vignette ironiche sui grandi capi” (pag. 228).

Gentile amico degli ebrei

Cultura

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Tra le bufale circolanti in rete, nel caso specifico riportate dalla più consultata “enciclopedia” internettiana, ossia Wikipedia, figura l’adesione di Giovanni Gentile al razzismo. Ecco come viene spiegata: “Gentile, personalmente, non condivide le leggi razziali del 1938, come si evince da un carteggio con Benvenuto Donati durato per tutto il periodo tra il 1920 ed il 1943. Tuttavia nel 1938 compare come firmatario del Manifesto della razza, pubblicato sui giornali, in appoggio alle leggi razziali stesse appena emanate, insieme a molti altri intellettuali.” Quale sia la fonte, non è indicato. Il motivo è semplice: non esiste. Infatti, non solo Gentile non sottoscrisse alcun documento ispirato al razzismo, ma si espresse sempre, anche in pubblico, in senso opposto.

A chiarire una buona volta il comportamento del grande filosofo (oltre che massimo organizzatore di cultura nella storia italiana) viene un documento studio di Paolo Simoncelli, che esce presso la casa Le Lettere col titolo “Non credo neanch’io alla razza” e il sottotitolo Gentile e i colleghi ebrei (pp. 288, € 16,50). Simoncelli, ordinario di storia moderna alla romana Sapienza, ha all’attivo numerosi lavori sul Cinque e sul Novecento, fra i quali non poche pagine dedicate a Gentile, alla sua presenza nella Scuola normale superiore, a suoi carteggi, ai rapporti con la religione. Conosce benissimo il personaggio e sa quanto e come egli abbia operato per i colpiti dalle leggi razziali. Anzi, i rapporti di stima e di amicizia tra Gentile e molti colleghi ebrei s’intensificano dopo le leggi razziali.

Il ricorso a Gentile per consiglio, per aiuto, per un sostegno purchessia è esteso e spesso non rimane vano. Gentile incontra Mussolini a palazzo Venezia la sera del 29 agosto 1938, dicendogli ben chiaro di non credere alla razza. Non solo protesta, ma aiuta i colleghi ebrei che a lui si rivolgono; e non unicamente in privato. Man mano escono testimonianze e carteggi gentiliani, si resta stupefatti nel contemplare l’attività perfino frenetica del filosofo, tanto impegnato nella teoresi elaboratrice del proprio sistema, quanto concretamente inserito nei problemi grandi e infimi quotidiani, accademici, culturali, organizzativi, editoriali. In queste molteplici direzioni s’inseriscono così gli interventi di sostegno (non solo morale, tutt’altro) ai colpiti dalla legislazione razziale, come le ripetute e pubbliche prese di posizione antirazziali.

L’ampia documentazione inedita raccolta da Simoncelli deriva da accurati scavi negli epistolari e negli atti d’ufficio presso i ministri dell’Educazione nazionale e della Cultura popolare, Bottai e Pavolini. Ne esce un quadro ampio e variato dei ripetuti interventi a sostegno d’intellettuali ebrei, noti e meno noti, i quali vedono in Gentile un ausilio, fidando nella sua sensibilità umana e contando che il suo prestigio possa ottenere almeno alleviamenti agli effetti deteriori delle leggi razziali. Il caso di Paul Oskar Kristeller, negli anni trenta giovane studioso della filosofia e della cultura umanistica (destinato a divenire uno dei massimi specialisti del pensiero rinascimentale), è esemplare, per la continuità, molteplicità, varietà d’interventi attuati da Gentile. Il filosofo seppe dare accoglienza, lavoro, sistemazione concreta, impegno intellettuale all’ebreo tedesco, fino ad avviarlo negli Stati Uniti. Kristeller ricordò sempre con parole commosse l’attività svolta dal filosofo in suo favore, senza che alcun obbligo, neppure astrattamente morale, gravasse in alcuna maniera su Gentile.

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