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Edizione N. 3

18 maggio 2015

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Cultura

Un ricordo di monsignor Pietro Fiordelli, padre della pastorale familiare italiana

Cultura

Copertina del saggio_La difesa sociale della famiglia

Nel momento in cui la famiglia ritorna ad essere al centro del dibattito pubblico e della riflessione culturale civile ed ecclesiale, Giuseppe Brienza, collaboratore della nostra testata, dà alle stampe un saggio quantomai opportuno rievocando - nel decennale della sua scomparsa - la biografia e il magistero episcopale di uno degli storici ispiratori della pastorale familiare italiana, monsignor Pietro Fiordelli (1916-2004), primo vescovo residenziale di Prato - dove restò alla guida della diocesi per un periodo complessivo di trentotto anni - dal 1954 al 1991, vivendo in prima persona nella 'rossa Toscana' una delle stagioni più turbolenti del nostro Paese a livello sociale e politico (cfr. Giuseppe Brienza, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, vescovo di Prato, con un “Invito alla Lettura” di mons. Luigi Negri, Postfazione di mons. Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo Da Vinci, Roma 2014, Pp. 156, Euro 15,00). Il perchè lo spiega bene proprio monsignor Luigi Negri, in apertura del volume, ricordando l'incredibile episodio che vide protagonista l'allora giovanissimo neo-vescovo di Prato, querelato e condannato nel 1956 da un tribunale della Repubblica ad un ammenda di 40.000 lire per aver denunciato dal pulpito, in obbedienza al vigente diritto canonico, come “pubblici peccatori e concubini” una coppia di coniugi della diocesi perchè sposati con il solo rito civile. A distanza di anni, il presule venne poi assolto in appello per “l'insindacabilità dell'atto” a lui imputato. La vicenda oggi è stata completamente rimossa dalla nostra memoria pubblica ma allora assunse un clamore mondiale tanto da essere seguita da campagne-stampa diffamatorie a livello internazionale verso la Santa Sede che da Papa Pio XII in giù manifestò invece pubblicamente solidarietà a Fiordelli. Per dare un'idea della drammaticità della questione basti pensare che il Pontefice sospese addirittura il tradizionale ricevimento d'inizio anno del Corpo diplomatico in Vaticano mentre i Vescovi più carismatici – a partire dal futuro Giovanni XXIII e dal futuro Paolo VI – inviarono a Fiordelli telegrammi di totale condivisione. L'arcivescovo di Bologna, infine, Giacomo Lercaro, “ordinò a tutte le parrocchie della sua diocesi, in protesta per la condanna a Fiordelli, di tenere per un mese i portali delle chiese parati a lutto e di suonare le campane a morto ogni giorno per cinque minuti” (pag. 28). Monsignor Negri scorge proprio in quest'episodio, oggi dimenticato, l'inizio nel nostro Paese dello “scatenamento dell'anticristianesimo: prova ne sia la nascita in quegli anni di moltissimi circoli radicali” (pag. 10) che avrebbero poi, all'indomani di quell'Ottantanove che vide implodere su se stessi i partiti comunisti con la loro ideologia, informato notevolmente anche la mentalità e il costume delle stesse classi dirigenti dei gruppi marxisti secondo un'intuizione profetizzata in modo lungimirante dal pensiero di Augusto Del Noce che aveva previsto l'esito ultimo e definitivo della prassi materialistica nel primato etico nichilista del radicalismo di massa. Il caso dei concubini di Prato convinse già allora Fiordelli - e il tempo gli avrebbe dato ragione - che l'emergenza nella sua diocesi non era tanto di ordine socio-economico quanto familiare: in effetti di lì a poco nel nostro Paese seguì l'istituzione della legge sul divorzio (1970), la sconfitta del fronte cattolico al successivo referendum del 1974 e l'approvazione della legge di riforma del diritto di famiglia (1975) che contribuì ad un'ulteriore indebolimento legislativo dell'unione coniugale.

Di fronte a tutto ciò, Fiordelli si spese fin dall'inizio del suo episcopato per diffondere su larga scala corsi di preparazione al matrimonio che sviluppassero – soprattutto verso i più giovani – una rinnovata consapevolezza dell'importanza del vincolo sacramentale e della chiamata alta al matrimonio. Questa dedizione amorevole alla causa della famiglia arrivò da ultimo anche sui banchi del Concilio Vaticano II – a cui il Vescovo parteciperà dall'inizio alla fine – che accolse nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium proprio la definizione (originariamente ideata e suggerita da Fiordelli) della comunione coniugale sacramentale come “piccola Chiesa” (al numero 11). Ancora, sempre su sua proposta la CEI “costituì il Comitato Episcopale per la Famiglia (oggi Commissione Episcopale per la famiglia e la vita) [di cui] fu eletto Presidente e tale rimase ininterrottamente, fino a quando il Comitato fu trasformato in Commissione Episcopale per la Famiglia” (pagg. 35-36) scrivendo vivacemente sulla questione del divorzio (vedi il suo Il divorzio in Italia?, Libreria cattolica, Prato 1967) e anche chiamando personalmente alla mobilitazione i fedeli in occasione dell'indizione del referendum abrogativo quando la legge era entrata in vigore. Soprattutto, si deve a lui l'istituzione della “Giornata per la vita” che la Chiesa italiana commemora ogni anno la prima domenica di febbraio per ricordare pubblicamente lo scandalo e l'ingiustizia dell'aborto legalizzato. In particolare su quest'ultimo aspetto Brienza ripropone in appendice uno scritto sempre attuale del 1976, L'aborto e la coscienza (pp. 87-144), dove la tematica viene affrontata evidenziando la sua rilevanza sociale in tutte le molteplici dimensioni (morali, educative, politiche, religiose, culturali) con inusuale passione teologica e giusfilosofica. Conclude il saggio un argomentato contributo di monsignor Antonio Livi (“Dottrina sociale della Chiesa, legge naturale e diritto positivo”, pp. 145-156), conterraneo di Fiordelli e legato a lui per anni da una profonda amicizia, che mette in luce gli aspetti del magistero episcopale di Fiordelli che saranno poi ripresi autorevolmente dalla predicazione di Papa San Giovanni Paolo II soprattutto nei grandi documenti per la difesa sociale della famiglia (come la Familiaris Consortio, del 1981) e il diritto inalienabile alla vita (come l'Evangelium vitae, del 1995). Una figura coraggiosa e controcorrente, come si vede, ancor più alla luce dei radicali mutamenti nel costume avvenuti negli ultimi anni, decisamente da riscoprire.

 

Evoluzioni demografiche, tra falsi miti e verità

Cultura

Copertina del saggio

Il professor Michel Schooyans, docente emerito dell’Università Cattolica di Lovanio e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, è da tempo una delle voci più critiche delle strategie socio-politiche che si celano dietro la globalizzazione di massa dei costumi promossa da alcuni eminenti, e perlopiù insospettabili, organismi sovranazionali. Il suo storico volume su Il nuovo disordine mondiale (San Paolo, Cinisello Balsamo 2000) fu prefato nientedimeno che dal cardinale Joseph Ratzinger: quando uscì – tra l’indifferenza generale – i pochi che se ne occuparono lo accusarono subito di pessimismo catastrofico e neo-millenarismo. Oggi, a poco più di un decennio di distanza, quel testo è diventato invece una lettura obbligata per quanti si occupano professionalmente di geopolitica, globalizzazione e sviluppo a livello mondiale e colui che prima era definito come ‘visionario pessimista’ viene ora descritto come ‘un profeta inascoltato’. Questa sua ultima fatica, uscita per le edizioni Studio Domenicano di Bologna, riassume sinteticamente le principali riflessioni dell’accademico belga con un’esposizione perlopiù divulgativa senza perdere però alcunché in scientificità. Il titolo già dice tutto: Evoluzioni demografiche. Tra falsi miti e verità, (cfr. M. Schooyans, Edizioni Studio Domenicano (ESD), Bologna 2014, Pp. 110, Euro 12,00) volendo con ciò intendere che l’ambito degli studi demografici a livello di mainstream è oramai sempre più appannaggio di ideologi e demagoghi vari che diffondono spesso in pubblico, invece di ricerche fondate, degli autentici luoghi-comuni a danno, paradossalmente, della stessa comunità scientifica che pure dicono a parole di voler rappresentare. Peggio ancora: le loro opinioni personali (giacché di questo infine si tratta) vengono poi recepite da policy-maker, economisti e osservatori terzi come se fossero invece delle verità certe e innegabili contribuendo in tal modo a confondere ancora di più le (poche) idee consolidate dell’opinione pubblica nell’epoca del relativismo dominante. L’attenzione dello studioso si focalizza in questo lavoro sulle principali conferenze internazionali che hanno affrontato negli ultimi decenni le questioni demografiche a livello globale a cominciare da quelle del Cairo (1994) e di Pechino (1995).

Nella seconda, in particolare, l’autore rileva che “la famiglia [fu] presentata come il luogo prototipo della lotta di classe: lì la donna è oppressa dall’uomo il quale, imponendole il ‘fardello’ della maternità, le impedisce di svilupparsi e maturare portando il suo contributo alla produzione. La liberazione della donna passa dunque attraverso la distruzione della famiglia. Tema classico del neo-malthusianesimo, la distruzione della famiglia si presenta ormai come uno dei ‘nuovi modelli’ di famiglia […] Nel corso di questa stessa Conferenza, tutti questi temi vengono raggruppati sotto l’etichetta ‘gender’: le differenze di ruoli attribuiti all’uomo e alla donna non hanno alcun fondamento naturale; sono il prodotto della cultura e, come tali, possono e devono essere abolite. Ciascuno è libero di scegliersi il proprio sesso o di cambiarlo. Siamo in piena rivoluzione culturale” (pag. 87): una rivoluzione però totalmente diversa da quelle del passato in cui le armi più affilate sono costituite dalle leggi degli Stati di diritto formalmente democratici e dalle lezioni impartite nella scuola dell’obbligo, quindi dalle produzioni di consumo nei vasti campi della cultura più popolare e dell’intrattenimento. In quest’ottica è appunto l’istituzione famigliare il nemico principale, da ostacolare prima e abbattere poi in ogni modo. Poco importa che – notoriamente – sia invece proprio la famiglia “il luogo per eccellenza dove l’uomo nasce alla libertà” (pag. 105) essendo considerata persino nella Dichiarazione parigina dei diritti umani del 1948 (non certo un documento di matrice confessionale) come una fondamentale agenzia naturale con peculiari prerogative proprie e pre-statuali (ad esempio all’articolo 16, che recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”). Oltre alle Carte universali dei diritti ci sarebbero poi anche le evidenze più recenti fornite dai premi Nobel per l’economia come lo statunitense Gary Becker che nel 1992 si è aggiudicato il riconoscimento dopo aver posto in rilievo “il ruolo capitale della famiglia e dell’educazione nella società” (pag. 106). Mettendo a confronto società culturalmente o etnicamente diverse nei migliori studi comparati emerge infatti con sempre maggiore chiarezza che “è primordialmente nella famiglia che si forma il ‘capitale umano’, l’unico che importa in definitiva, e che rischia di venir meno. E’ nella famiglia che si forma la personalità del bambino. E’ nella famiglia che il bambino impara il senso dell’iniziativa, della responsabilità, della solidarietà […]: qualità altamente apprezzate nella società” (pag. 106) e dunque – non lo si dirà mai abbastanza – assolutamente essenziali anche per garantire la salute civica di una comunità.

Lungi dall’essere astratto, o generico, questo tipo di discorso ha dei riflessi molto concreti per le attuali battaglie intorno alla ‘questione femminile’: “[durante la formazione del bambino] il ruolo della madre è essenziale: è lei che desta queste qualità e che insegna al bambino a studiare, a mettere ordine nelle sue cose, a essere economo […] Di qui il valore specifico dell’attività materna, che dovrebbe essere riconosciuta nella e dalla società. Il bambino non è soltanto un bene per i suoi genitori, è un bene per la società. L’attività materna non è semplicemente un bene ‘privato’, è un bene a favore della società” (pagg. 106-107). Si vede allora qui nitidamente la necessità di offrire alla donna delle condizioni sociali, economiche e culturali che nel complesso aiutino – e non ostacolino – la scelta verso la creazione della famiglia e la vocazione alla maternità. A chi non fosse ancora del tutto convinto, poi, sarà utile riflettere sulle “conclusioni corroborate al contrario da Claude Martin, che ha studiato [i danni sociali] del ‘dopo divorzio’”. Quello che si constata dal punto di vista empirico è che “il divorzio aumenta il rischio di emarginazione e persino di esclusione del coniuge separato più vulnerabile; crea condizioni propizie all’insuccesso scolastico e alla delinquenza” (pag. 107) per i minori: insomma un quadro fotografico che obiettivamente non disegna affatto quel positivo traguardo di civiltà’ di cui continuano a parlare alcuni professionisti della retorica politica relativista. La conclusione di Schooyans, che qui riprende peraltro in parte gli studi dell’economista indiano Amartya Sen, anch’egli già Premio Nobel, afferma senza mezzi termini che private dell’educazione famigliare le persone alla lunga non maturano né umanamente né socialmente fino al punto anzi di essere del tutto prive di una qualsiasi coscienza critica (non è un caso che i totalitarismi abbiano sempre visto con sospetto l’esistenza di solide reti famigliari) e dell’esercizio concreto di una reale libertà personale. E’ dunque tempo che le organizzazioni pubbliche lascino finalmente alla famiglia tutta la libertà – e la responsabilità – che le compete e che gli organismi sovranazionali, per quanto possibile, si limitino a vigilare sulla tutela dei più fondamentali diritti naturali oggi realmente minacciati a livello internazionale, come quello alla vita e alla costruzione di una famiglia. Il resto, mai come di questi tempi, rischia di apparire sempre più come mera ideologia.

Perché non si parla dei cristiani perseguitati

Cultura

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Perché organizzare un convegno sui cristiani perseguitati e sui rifugiati e immigrati in un momento così difficile per il nostro Paese mentre imperversa la crisi economica e tutti più o meno siamo più poveri. Eppure Alleanza Cattolica insieme a Integra onlus hanno organizzato a Milano un lungo e sostanziosoconvegno proprio su questo tema, “…perseguiteranno anche voi” Gv. 15.20. persone drammi, prospettive, questo il titolo, per ricordare un martirio umano, quello dei cristiani, che ogni giorno si consuma in tutto il pianeta. Il convegno soprattutto voleva denunciare il vergognoso silenzio su queste persecuzioni. Perché il mondo,ma forse non solo il mondo, anche all’interno del mondo ecclesiastico, si continua a nascondere questa persecuzione? A questo proposito, mi diceva un militante siciliano di Alleanza Cattolica che hanno fatto fatica ad organizzare nelle parrocchie un momento di riflessione sui cristiani perseguitati. In pratica non è cambiato nulla, anch’io anni fa ho avuto forti difficoltà ad organizzarlo nella riviera jonica.

Dunque perché si tace sulle persecuzioni dei cristiani? A questa domanda, ha dato una risposta ben articolata il reggente vicario di Alleanza Cattolica, Massimo Introvigne, a chiusura del convegno. Intanto la Chiesa e quindi i sui pontefici ne hanno sempre parlato a cominciare da Papa Francesco, peraltro proprio all’Angelus in piazza S. Pietro nella giornata delle Palme. Ma anche San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. “C’è un paradosso dei cristiani perseguitati. I cristiani sono la minoranza più perseguitata del mondo. Ma sono quella di cui i media parlano di meno”.Tuttavia è doveroso chiarire cosa si intende per “martirio”, ci sono i cristiani che offrono volontariamente la loro vita per Cristo e per la Chiesa, potenzialmente secondo Introvigne, sono circa un migliaio e tra questi, naturalmente c’è ShahbazBhatti (1968-2011) il ministro pakistano barbaramente ucciso dai fondamentalisti islamici. Poi ci sono “i cristiani uccisi a causa diretta o almeno indiretta della loro fede, oltre centomila all’anno. Uno ogni cinque minuti. Eppure se ne parla così poco”.
Fatta questa precisazione, Introvignericordal’importante seduta straordinaria, ed era la prima volta nella sua storia, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicato ai cristiani perseguitati in Medio Oriente: o meglio così doveva essere, ma in seguito si è preferito intitolarla alle «minoranze religiose ed etniche perseguitate in Medio Oriente». Comunque sia, è già qualcosa, si è parlato soprattutto dei cristiani, e ha testimoniato davanti al Consiglio il patriarca caldeo-cattolico di Babilonia Louis Raphaël I Sako.

Introvigne ha anche biasimato il comportamento tragico-comico, al limite della vergogna, del Governo italiano che non solo ha affermato che «le prime vittime dell’ISIS sono i musulmani» – affermazione che può certo avere, a patto di spiegarla, un significato politico, ma se parliamo di morti ammazzati dall’ISIS la proporzione fra non musulmani e musulmani è di cento a uno – ma ha minacciato misure veramente finali. Quando è troppo è troppo. Il governo Renzi si è detto pronto a passi estremi e a mandare in Iraq un battaglione di… psicologi. Già immaginiamo il califfo rigirarsi insonne nella sua tenda in preda al terrore: «Arrivano gli psicologi italiani, arrivano gli psicologi italiani…».

Purtroppo di questa importante riunione alle Nazioni Unite, non ne ha parlato nessun giornale, ecco perché il convegno di Milano ha cercato di dare una risposta al “Perché i cristiani sono la minoranza più perseguitata del mondo e quella di cui si parla di meno”.

Il professore Introvigne offre sei piste per rispondere al quesito e possibilmente per riflettere ed agire. Vale la pena citarle e leggerle integralmente.

1.“Non si parla dei cristiani perseguitati perché, dal 1989, ci si rifiuta di fare i conti con il comunismo. La necessità di questi conti emerge ogni volta che i cristiani ammazzati dai comunisti ci ricordano due cose: che il comunismo uccide e che il comunismo esiste ancora. Il Paese che ammazza il maggior numero di cristiani è la Corea del Nord. E anche in Cina – sì, in Cina, con tutti quei negozi di Prada – ogni tanto qualche cristiano scomodo sparisce, e non lo trovano più. Cominciare a riflettere sul fatto che ci sono luoghi dove i comunisti esistono ancora e si fanno ancora sentire – che so, la Corea del Nord, la Cina, Milano – sarebbe un buon punto di partenza per affrontare il tema del giudizio storico sul comunismo. Dunque è vietato parlarne”.
2. Non si parla dei cristiani perseguitati perché si dovrebbe affrontare, senza buonismo e naturalmente anche senza uno stolto «cattivismo», il tema dell’ultra-fondamentalismo islamico. In questo convegno è stata ripetuta una verità facile: non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Lo dicono in molti, da Papa Francesco al mio barbiere, che evidentemente ha dei clienti islamici. Ed è vero. Io vi propongo anche due verità difficili. La prima è che non tutti i fondamentalisti musulmani sono terroristi e vogliono uccidere i cristiani. Per definizione di fondamentalisti li vogliono sempre in qualche modo discriminare, questo sì. Ma non tutti li vogliono uccidere. Ci sono anche fondamentalisti che vogliono il voto dei cristiani per i loro partiti nelle elezioni. La galassia islamica è molto complessa, e le distinzioni vanno fatte tutte, una per una. La diplomazia e l’arte di salvare vite cristiane non possono ignorare che nel mondo islamico ci sono partiti fondamentalisti con cui il dialogo è possibile e necessario, così come ci sono partiti cosiddetti laici guidati da criminali e da tagliagole. La seconda verità difficile è che, se è vero che non tutti i musulmani sono fondamentalisti e non tutti i fondamentalisti sono terroristi, è altrettanto vero che gli assassini di cristiani di al-Qa’ida, dell’ISIS e di altre formazioni sono musulmani. Sono un problema complesso emerso all’interno della storia del fondamentalismo islamico. Non si può dire che non c’entrano con questa storia. È una storia con cui i musulmani e i non musulmani dovrebbero fare i conti. Dirlo non è politicamente corretto. Di qui nuovi divieti di parlare dei cristiani perseguitati.
3. Non si parla di altri cristiani perseguitati perché si dovrebbero mettere in dubbio certi miti radicati del terzomondismo e dell’anti-colonialismo per cui tutti i mali vengono dall’Occidente e, una volta liberati dal dominio coloniale, i popoli dell’Africa e dell’Asia avrebbero potuto finalmente dedicarsi alla loro occupazione preferita, i balletti folklorici con offerta finale di fiori agli amici e magari anche ai nemici. Certo, lo abbiamo sentito dire in questo convegno, l’Occidente ha le sue colpe e le sue cambiali non pagate. Tuttavia la persecuzione dei cristiani – pensiamo al nazionalismo indù nello Stato dell’Orissa in India, agli orrori della guerra dello Sri Lanka evocati da Papa Francesco, alle tante stragi tribali in Africa che spesso sono stragi di cristiani – costringe a riflettere sulla presenza nei continenti asiatico e africano di etno-nazionalismi e tribalismi spesso violenti e sanguinari. Siccome a parlarne si è scambiati per razzisti e neocolonialisti, ecco che si è invitati a non citare neppure le loro vittime cristiane.
4. Quando anche si riesce a dire qualche parola, si tratta di parole mutilate. Tanti libri neri, rosa o rossi della persecuzione dei cristiani che si trovano in libreria offrono certamente informazioni utili, ma sono come libri gialli cui un libraio impazzito ha strappato le ultime pagine. Morti ce ne sono a profusione, ma non c’è mai il colpevole. Ma il libraio non è pazzo, è solo affetto da prudenza alla Don Abbondio. Il colpevole ci vende il petrolio, ci minaccia con la bomba atomica, compra i nostri prodotti, qualche volta compra anche i nostri buoni del tesoro e se li vendesse tutti insieme chissà che fine farebbe lo spread. Così al massimo si riesce a parlare delle vittime. Ma mai dei colpevoli, e meno che mai delle ideologie che li ispirano.
5. Non si parla dei cristiani perseguitati perché è molto difficile farlo senza parlare del cristianesimo. Non li perseguitano perché hanno la pelle di un certo colore, perché sono belli o brutti. Li perseguitano perché testimoniano Gesù Cristo – quello crocifisso. Siccome si vogliono – parafrasando, ma al contrario, san Giovanni Paolo II – chiudere, anzi sbarrare le porte a Cristo, alla sua verità sulla storia, sull’uomo, sull’economia, sulla politica, sulla vita, sulla famiglia, ecco che si preferisce non parlare dei cristiani perseguitati. Perché non si sa mai: si comincia con il parlare dei cristiani ammazzati per la loro fede e poi si rischia di finire a parlare del cristianesimo.
6. Infine – ma non è assolutamente l’aspetto meno importante – non si parla delle persecuzioni perché dire che la libertà religiosa dei cristiani è violata presuppone che ci si chieda, come abbiamo fatto in questo convegno, che cos’è la libertà religiosa. E se da noi, in Occidente, in Europa c’è o non c’è. La risposta è che non c’è. Certamente nessuno neppure immagina di mettere sullo stesso piano le torture e le stragi in Africa e in Asia con la discriminazione e l’intolleranza dei cristiani da noi. Però intolleranza e discriminazione ci sono.
Ieri, 27 marzo, non è stata solo la giornata della seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza. Da quella parte dell’Atlantico è successa anche un’altra cosa. Il governatore dello Stato dell’Indiana ha firmato una legge statale sulla libertà religiosa, come ne esistono in altri Stati degli Stati Uniti. Chi potrebbe essere contrario – negli Stati Uniti, non in Corea del Nord – a una legge sulla libertà religiosa? Eppure il governatore ha ricevuto immediatamente una lettera firmata dagli amministratori delle maggiori aziende multinazionali americane dove lo s’informa che, se resta la legge, gli eventi e i congressi organizzati da queste aziende nell’Indiana saranno cancellati, con grave danno per l’economia dello Stato. Come mai? Perché la legge dell’Indiana ha una clausola che esclude dall’ambito di applicazione delle leggi sull’omofobia i sermoni pronunciati nelle chiese, e permette l’obiezione di coscienza per motivi religiosi anche ai titolari di esercizi privati cui venissero richiesti servizi incompatibili con la loro fede. Si tratta dei famosi fioristi cristiani che rifiutano di preparare composizioni floreali e dei famosi pasticceri che rifiutano di preparare torte con decorazioni e scritte che celebrano un «matrimonio» omosessuale. Chi fa queste cose terribili negli Stati diversi dall’Indiana ha già subito pesanti condanne per omofobia. Ora gli amministratori delegati delle più grandi aziende americane dicono che questa legge è inaccettabile perché, se mandassero a un congresso nell’Indiana i loro dipendenti omosessuali, questi potrebbero andare in chiesa, sentire un sermone omofobo e turbarsi, per non parlare dello choc psicologico che potrebbero patire se un fioraio, richiesto di corredare un bouquet con una fascia «John ama Jim», li invitasse a rivolgersi al collega dell’isolato accanto.
Questa è libertà religiosa? Non la è. Come non c’è libertà religiosa dove si cerca di limitare l’obiezione di coscienza dei medici, dei farmacisti, dei funzionari di stato civile che non vogliono celebrare «matrimoni» omosessuali, oppure – succede anche in Europa – si pretende di vigilare su che cosa si dice nelle prediche in chiesa su vita e famiglia.
Questi attacchi sono sullo stesso piano degli incendi di chiese e dei cristiani gettati vivi nelle fornaci di cui ha parlato Paul Bhatti? No, non lo sono. Però c’è una logica di piano inclinato per cui dall’intolleranza si passa alla discriminazione e dalla discriminazione alla persecuzione. Quando la pallina che scivola sul piano inclinato ha preso velocità, nessuno la ferma più. Bisogna fermarla prima. Per questo dobbiamo fermare subito la discriminazione e l’intolleranza dei cristiani non solo in Africa e in Asia ma qui, in Occidente, in Europa, in Italia, prima che parta la corsa sul piano inclinato e si arrivi alla violenza e alla persecuzione.

 

 

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