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Edizione N. 3

18 maggio 2015

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Cultura

La Croce impugnata dalla Lega

Cultura

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La vittoriosa conferma elettorale della Lega in Veneto, mi ha stimolato a leggere, “Chi impugna la Croce”. Lega e Chiesa”, editrice Laterza (2011), un libro inchiesta sui rapporti tra Lega e la Chiesa cattolica, scritto da Renzo Guolo, professore di sociologia delle culture e della politica presso l’università di Padova e editorialista del quotidiano La Repubblica.

Renzo Guolo si pone alcuni interrogativi: perché il Carroccio si espande proprio su quell’Italia bianca in cui il Cattolicesimo e la DC hanno avuto sempre una forte rilevanza. Perché ha incontrato un sola resistenza: la Chiesa. E poi perché oggi il Carroccio e i vertici ecclesiali, dopo gli scontri iniziali, sembrano avviati verso strade meno conflittuali. Ma soprattutto Guolo nel testo evidenzia nella Lega il passaggio dal neopaganesimoiniziale a una certa riscoperta del cristianesimo. Al riguardo Guolo vede tra la Lega e la Chiesa quasi una sfida che non interessa la salvezza delle anime, ma è soprattutto orientata verso l’identità del territorio, su chi riesce per primo a dare forma alla società. Si tratta, a parere del professore dell’università padovana, di un conflitto, uno scontro egemonico nella società del Nord Est.

Per la verità il libro mi sembra sufficientemente equilibrato e in parte sgombro da certi pregiudizi negativi in riguardo alla Lega.

Certamente il rapporto tra la Lega e la Chiesa è atipico. Peraltro la loro relazione non è riconducibile allo scontro classico Stato-Chiesa. Secondo Guolo, la Lega si presenta come un partito che interviene attivamente nelle vicende della Chiesa, rovesciando “i crismi del partito confessionale”. Infatti il partito leghista,“tende a dare una linea alla Chiesa”. Scrive Guolo: “la Lega privilegia un corpus dottrinale anziché un altro; agisce come attore ostile a interpretazioni dottrinare e azioni pastorali ritenute potenzialmente destinate a sfociare in sistemi concorrenti alternativi”. E qui probabilmente Guolo si riferisce alle polemiche innescate all’interno del mondo cattolico sull’ermeneutica del Concilio Ecumenico Vaticano II. Dopo il celebre discorso alla Curia Romana di Papa Benedetto XVI nel dicembre del 2005, Papa Ratzinger ha ben inquadrato il Concilio, nella “giusta ermeneutica”, definendolo in continuità con tutta gli altri concili. Mentre altre interpretazioni invece vedono il Vaticano II come discontinuità, come rottura con la Chiesa di prima. La Lega si schiera con l’interpretazione della continuità e non disdegna di criticare teologi, intellettuali, e specialisti, “che avrebbero imposto alla Chiesa quell’ermeneutica della discontinuità”.

Per Guolo questo sembra un interventismo anomalo, che vede un partito definire pubblicamente ciò che è bene o meno nella condotta della Chiesa”

La Lega ribadirà sempre, “di non essere ostile alla Chiesa in quanto tale, ma solo nei confronti di quella post-conciliare”. E proprio qui, forse, in maniera grossolana, individua amici e nemici della sua politica religiosa. Tra i suoi “nemici” individua il cardinale Martini nella diocesi di Milano e poi il suo successore cardinale Tettamanzi. Poi c’è il vescovo monsignor Magnani di Treviso. Nel testo Guoloesamina il “caso Treviso”, dove forse c’è stato il contrasto più forte con la Chiesa. Il contendere è la questione immigrazione, il rapporto con i musulmani , che chiedono moschee per il loro culto. Il culmine della contesa si ha quando ai primi di gennaio del 2009, un corteo contro i bombardamenti israeliani su Gaza si conclude con la preghiera dei musulmani sul sagrato del Duomo di Milano, episodio molto grave per i leghisti milanesi, ma anche per tanti altri cittadini milanesi. Ma se ci sono vescovi “nemici”, ci sono anche gli “amici”, e tra questi c’è il cardinale Giacomo Biffi di Bologna, che gode della simpatia leghista.

Il sociologo Guolo, fa un’ottima sintesi del magistero biffiano. Viene spiegato il celebre discorso di San Petronio del settembre 2000, quando il cardinale chiarì quale doveva essere la posizione politica del nostro Paese nei confronti dell’immigrazionismo. Per quanto riguarda la Chiesa, il prete giustamente deve accogliere tutti, bianchi, neri, verdi etc. Lo Stato, invece, deve discriminare, non può far finta di nulla, deve stare attento alla cultura, alla religione degli uomini e donne che fa entrare nel nostro Paese. Naturalmente il primate bolognese, fa riferimento agli immigrati musulmani che per la loro “diversità”, costituiscono un serio problema per l’integrazione. Secondo Biffi, gli immigrati dovrebbero conoscere e rispettare le nostre tradizioni e la nostra cultura e identità. Per lo meno se dobbiamo rispettare le “minoranze”, bisognerebbe rispettare anche le “maggioranze”. Pertanto abolire i crocifissi nei luoghi pubblici, per non urtare la sensibilità di minoranze di altre religioni, è aberrante.

Il cardinale di fronte alle dinamiche demografiche sul futuro dell’Italia e dell’Europa, propone l’unica “medicina” possibile: o riscopriamo la nostra vera identità e ridiventiamo cristiani, oppure saremo conquistati dall’Islam o dalla “cultura del niente”. “Solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano potrà dare, secondo Biffi, un esito diverso a questo inevitabile confronto”. Ma a distanza di quindici anni ancora oggi, né i “laici”, né i “cattolici”, sembrano rendersi conto del dramma che si sta profilando all’orizzonte.

Nel libro, Guolo dà conto di un diversoapprezzamento dei leghisti nei confronti di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger. Secondo l’editorialista di Repubblica, il leghismo italiano non ha digerito molto il pontificato di Giovanni Paolo II, mentre si è trovato in perfetta sintonia con Benedetto XVI. Addirittura al papa polacco viene idealmente contrapposto il bergamasco Giovanni XXIII. La contrapposizione mi sembra abbastanza forzata, anche perché Benedetto XVI ha continuato l’opera magisterialee di riforma di san Giovanni Paolo II. Ma non bisogna meravigliarsi, ormai è abitudine di certo giornalismo contrapporre i vari pontefici.

Il testo di Guolo descrive correttamente il superamento della Lega della prima fase neopagana anticlericale, del culto al dio Po e ai Celti, intriso di new age e di panteismo. Peraltro, è il periodo del secessionismo duro e puro, all’approdo al cattolicesimo.

Anche sulla faccenda dei rapporti tra il cattolicesimo padano e quello tradizionalista dei lefebvriani, anche su questo tema non riscontro squilibri, Guolodescrive i fatti come sono stati e poi tira delle conclusioni. L’aspetto della strumentalizzazione, forse, affiora quando Guolo descrive le battaglie della Lega in difesa del crocefisso e del presepe. Si nota una certa esagerazione nella difesa dei simboli religiosi. Chiaramente il crocifisso non si impone per legge o con i carabinieri. Anche se per il leghismo, la mobilitazione a favore dei simboli cristiani, “dà forma e valorizza i sentimenti di appartenenza alla comunità locale”. Pertanto secondo Guolo, “la presenza del crocifisso viene vista da questi cittadini come segno della continuità identitaria della comunità locale più che come simbolo del messaggio di fratellanza cristiana”.

Il testo, naturalmente affronta altre questioni dei rapporti complessi tra Lega e Chiesa, per l’autore, il Carroccio esalterebbe una religione senza Chiesa, addirittura il cattolicesimo del Carroccio, che pure si richiama alla Tradizione, si nutrirebbe di un’interpretazione della fede più simile alla matrice protestante, soprattutto, quando intende mettere in discussione la stessa forma romana del cattolicesimo. Ma queste, forse, sono interpretazioni del professore Guolo, simili a quelli che identificavano i leghisti nei riti neopagani dei celti. A questo proposito, il professore Massimo Introvigne che ha diretto una ricerca scientifica nel 2001sul tema,“Aspetti spirituali dei revival celtici e tradizionali in Lombardia”, proprio tra gli iscritti e gli elettori della Lega in Lombardia, con notevoli sforzi, ha trovato ben quindici persone che dichiarano di professare la religione dei celti e partecipano a riti neo-pagani: una minoranza colorita, dunque, ma infima.

Luigi Einaudi: libertà economiche

Cultura

Il 6 ottobre 1919 Luigi Einaudi viene nominato senatore, scelto nella categoria 18 dello Statuto Albertino: “I membri della Regia Accademia delle Scienze, dopo sette anni di nomina”. Il 9 dicembre presta giuramento, iniziando così un’attività parlamentare che si presenta densa negli ultimi anni dell’età liberale. Dopo il consolidamento del regime, evita di solito la presenza stessa in palazzo Madama: in ogni caso, non prende più la parola. L’impegno parlamentare prosegue poi, molto attivo, nella Consulta nazionale e nell’Assemblea costituente. Chiuso il periodo quirinalizio, torna a fare parte del Senato: si registra ancora qualche suo intervento.

Le edizioni di Libro Aperto (Via Ricci 29, 48121 Ravenna; www.libroaperto.it) avviano, con un primo tomo, la pubblicazione di discorsi einaudiani. Il titolo di Libertà economiche raggruppa gli interventi più strettamente qualificabili come incentrati sull’economia, pur essendo sempre arduo il dividere politica ed economia nella riflessione einaudiana, e ancor più nel caso di discorsi tenuti in dibattiti di un organo legislativo. Il primo tomo (pp. 264, con ill.) è dedicato a discorsi pronunciati nel Senato del Regno. La cura è di Aldo G. Ricci e Marco Bertoncini, mentre Roberto Einaudi e Corrado Sforza Fogliani stendono due postfazioni. Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo alcuni estratti dello scritto di Sforza Fogliani.

 

La lettura dei discorsi parlamentari di Luigi Einaudi presenta una costante: l’impronta schiettamente didattica. Non intendo asserire che l’oratore svolga lezioni universitarie, posto che – specie nei discorsi più schiettamente di natura politica o politico-istituzionale – si avvertono i riferimenti politici, l’interpretazione politica, la stessa vis polemica politicamente connotata. Intendo invece riferirmi alla peculiare natura del suo eloquio, che possiede il rigore logico e argomentativo che dovrebbe sempre connotare una proficua lezione accademica.

Einaudi vuol persuadere l’assemblea o, almeno, cercare di convincere una parte dei suoi colleghi. I suoi discorsi non sono mai concepiti come testi da lasciare agli atti, quali oggi siamo avvezzi nel Parlamento, sovente ridotto a un mero “leggimento”, in cui gli oratori si susseguono leggendo discorsi non sempre stesi da chi li pronuncia, senza curarsi né di rifarsi a chi li ha preceduti né di rimanere a sentire chi si alzerà dopo. Einaudi ragiona, argomenta, chiarisce, polemizza. Non parla tanto per rispettare un obbligo di presenza politica: fra l’altro, al Senato del Regno non esistevano gruppi parlamentari e quindi non vigeva alcuna disciplina di partito. Parla perché avverte l’urgenza del problema trattato e propone soluzioni, critiche, riflessioni.

La sua natura di professore di alta scuola si avverte in alcuni elementi che sempre qualificano l’intera sua esistenza. È uno storico: di qui, la citazione di episodi, eventi, questioni, personaggi, anche dei secoli andati. Nei suoi discorsi, come nei suoi articoli e, ovviamente ancor più, nei suoi saggi, ricerche, libri, egli trae ammaestramento dalla lezione della storia, nel bene e nel male, cosciente che certamente i fatti non si ripropongono giammai identici, ma che difficilmente essi sono totalmente nuovi, senza alcuna analogia con il passato.

Einaudi è altrettanto attento al presente. Quindi, si documenta su libri italiani e stranieri, giornali nostri ed esteri, studi che appaiono di qua e di là delle Alpi. Tiene rapporti con specialisti, italiani e no. Ricchissimi appaiono i riferimenti concreti al presente, non soltanto limitandosi alla Penisola. Da buon docente, esemplifica.

Altra dote dell’Einaudi insegnante (esemplare nelle sue apprezzatissime lezioni di scienza delle finanze) è la chiarezza espositiva. Si consideri come sono esemplarmente cristallini questi discorsi, privi di sbavature, di oscurità, d’incertezze. Einaudi è l’esatto opposto dei macroeconomisti oggi in voga, avvezzi alla teoria pura, priva di fondamenti nel reale e ricca di termini astrusi (che al paragone rendono quasi libri per l’infanzia la Fenomenologia dello Spirito di Hegel o Essere e tempo di Heidegger). Il suo linguaggio è semplice, lontano da bizantinismi, alessandrinismi, tecnicismi. Ha il grande merito di partire dalla realtà, dal fatto anche minore (il piccolo mercato di una città di provincia), per assurgere a considerazioni più vaste: egli sa davvero inverare ogni minor aspetto, traguardandolo in un’aura superiore.

Anche per questo possiamo rileggere tanti brani dei suoi discorsi astraendo dalle contingenze storiche. Molte riflessioni serbano attualità, specie quando si tratti di pensieri che potremmo dire di filosofia economica. Basta guardare ai brani in cui si occupa, tanto per citare qua e là, di speculazione o di aliquote, di controlli pubblici o di libertà economica, di svalutazione o di patrimoni, di beni rurali o d’immobili urbani, d’imposte o di circolazione della moneta. Sempre – ecco un altro merito del professor Einaudi – egli svolge le sue considerazioni sulla base non di fumose teoresi, bensì di un sano realismo, che i suoi conterranei hanno l’orgoglio di definire tutto piemontese.

Corrado Sforza Fogliani

Studi piacentini

Cultura

a cura del Comitato per la storia del Risorgimento

Nel solco di una tradizione più che consolidata di studi, di pubblicazioni, di convegni, il Comitato di Piacenza dell’Istituto per la storia del Risorgimento dà alle stampe, mercé la liberalità della locale Banca di Piacenza, gli atti di due distinti convegni.

Il primo è dedicato a una figura di primo piano nel secolo che va dalla metà dell’Otto alla metà del Novecento: Giovanni Raineri (Borgo San Donnino, oggi Fidenza, 1858 – Roma, 1944). Gli studi, raccolti nel volume La figura di Giovanni Raineri a settant’anni dalla morte (pp. 64, con ill.), permettono di lumeggiare l’appassionata, ampia e incisiva attività di un personaggio sul quale sono carenti le ricerche, nonostante i non pochi settori nei quali operò, e in posizioni di tutto rilievo. Attivo nei comizi agrari a fine Ottocento (era laureato in agraria), Raineri fu magna pars (come direttore generale prima, come presidente poi) nella Federazione dei consorzi agrari, sorta a Piacenza nel 1892. Ebbe parte attiva nel mondo bancario, specie nel credito cooperativo. Cavaliere del lavoro nel 1902, promosse nel ’23 la Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro, che presiedette fino alla morte. Deputato dal 1904 per cinque legislature, nel ’24 fu nominato senatore. Più volte fu ministro: all’Agricoltura, industria e commercio (1910-’11, governo Luzzatti), all’Agricoltura (1916-’17, governo Boselli), alle Terre liberate (fra il 1920 e il ’22, governi Nitti I, Giolitti V e Bonomi I). La sua attività è ben sintetizzata da Aldo Giovanni Ricci nella prolusione, intitolata a Raineri, uomo dello Stato. Le altre ricerche sono dedicate a Raineri e l’associazionismo agrario (Giuseppe Cattanei), a Raineri, primo presidente della Federazione Cavalieri del Lavoro (Cecilia Dau Novelli), a Il ruolo di Raineri nella nascita e nel successivo sviluppo della Federazione dei Consorzi agrari (Severina Fontana) e a Raineri, ministro delle terre liberate (Corrado Sforza Fogliani).

Il secondo volume raccoglie gli atti del convegno su Piacenza e la guerra ’15-’18 (pp. 174, con ill.). Francesco Perfetti nella prolusione traccia una capace sintesi del significato della Grande Guerra, anche per Piacenza e per il suo territorio. Gli studi spaziano su molteplici argomenti, di storia civile, politica, militare, sociale, religiosa. Ecco quindi la politica agraria ed economica nel Piacentino (Giuseppe Cattanei), il magistero del vescovo Pellizzari (Ersilio Fausto Fiorentini), l’attività di propaganda (Elisa Maria Gennaro), la neutralità a Piacenza (Eugenio Gentile), i monumenti ai caduti e i necrologi (Filippo Lombardi), la guerra vissuta in un paese di provincia (Luigi Montanari), i Pontieri (Massimo Moreni), il generale Ferrante Gonzaga eroe del Vodice (Giuseppe Oddo), i cattolici piacentini (Bruno Perazzoli), l’immagine urbana di Piacenza (Valeria Poli), la veterinaria militare (Giovanni Sali).

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