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Edizione N. 1

20 febbraio 2015

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Cultura

Ricordiamo Friedrich Reck

Cultura

Friedrich Reck

Settanta anni fa, il 16 febbraio 1945, nel campo nazista di Dachau, veniva ucciso con un colpo alla nuca Friedrich Reck. Era nato a Malleczewen, nella Prussia orientale nel 1884 da una aristocratica famiglia protestante. Si laureò in medicina, ma la sua grande passione era la scrittura alla quale si dedicò scrivendo, fra l’altro, anche molti libri per ragazzi.

Molto famoso in Italia per il volume Il re degli anabattisti (Res Gestae ed.), storia ambientata nel XVI secolo nella città di Munster dove si realizzerà un esperimento sociale nel quale Reck vede la prefigurazione del terrore giacobino e di quello bolscevico. Volume che, appena pubblicato nel 1937, fu subito proibito, forse vi si vedeva una descrizione della follia costruita da Adolf Hitler.

Reck era uno strenuo oppositore del regime nazionalsocialista e la sua villa vicino Monaco, dove si era trasferito nel 1933 quando si convertì al cattolicesimo, era diventata luogo di incontro di numerosi oppositori del regime fino al dicembre del 1944 quando, una soffiata, lo fece arrestare e condurre nel lager di Dachau.

Nel giardino della sua casa fu ritrovato, dopo la sua morte, nascosto in una scatola di latta, il suo diario che descrive in modo spietato gli eventi dal 1936 al 1944. È un’analisi anche ironica dove si mettono a nudo le debolezze e le molte complicità nella società tedesca, una critica ad un mondo colpevole di aver accettato e sostenuto l’ascesa del regime.

Le parole di Hannah Arendt descrivono molto bene lo spirito di questo grande aristocratico tedesco: «La coscienza in quanto tale era morta, in Germania, al punto che la gente non si ricordava più di averla. Ma ci furono anche individui che si opposero senza esitazione a Hitler e al suo regime. Di pochissimi conosciamo il nome, come lo scrittore Friedrich Reck e il filosofo Karl Jaspers».

L’editore Castelvecchi ripropone l’edizione di quel diario col titolo che voleva lo stesso autore, Diario di un disperato, nella stessa traduzione uscita da Rusconi nel 1970.

Considerazioni post-natalizie di un “quidam de populo”

Cultura

Ci risiamo con una vicenda che ormai si ripete annualmente: sì, perché se ogni 25 Dicembre arriva Natale, rispunta insieme e puntuale un “primo della classe” che vorrebbe cancellarlo. A dire il vero ci aveva pensato subito…Erode col metodo radicale della “strage degli Innocenti” e del tentato infanticidio del Bambino; ma molti, dopo di lui, ci riprovano con tanti modi come chi vorrebbe trasformarlo nella festa pagana “della luce” o “di fine anno” o impedendo, appunto, l’allestimento del presepio.

Rimango sbalordito e indignato nel constatare come minuscoli detentori nostrani di qualche ritaglio di potere “giudicano e mandano” blaterando di “multiculturalismo”, “uguaglianza tra religioni”, “libertà”, “democrazia” e via cantando con altre parole “talismano” inventate dal Mondo Moderno. Ma la loro è stoltezza. Infatti, se – come sembra – il “signor preside” ha proibito il presepio per non fare un “affronto” allo “zero-virgola” di alunni islamici presenti nella sua scuola, ha cannato in pieno per svariati motivi che nel presente “foglietto” tento di riassumere con i “4” miei amici e benevoli lettori:

1°) perché – a fronte di quello “zero-virgola” – la stragrande maggioranza del popolo italiano, compresa quella parte che non frequenta le chiese, ama e vuole, per secolare tradizione, il presepio o il Crocifisso o gli altri segni del sacro anche nei luoghi cosiddetti pubblici come le scuole; quei segni che fanno parte della nostra civiltà che, piaccia o no, è cristiana; da 2 mila anni.

2°) perché è pia illusione, mista a molta ignoranza, credere che vocaboli propri della cultura occidentale – quali, ad esempio, “democrazia”, “libertà” – abbiano uguali peso e valore presso tutti gli islamici e gli orientali in genere; ne consegue che, se il “nostro”, in sua scienza, ha cogitato con la sparata contro il presepio di favorire il “dialogo” (altra parola magica dell’Occidente infrollito!) ignora che il vero musulmano – giustamente secondo me – si rifiuta di “dialogare” con lo stolto che, spogliandosi nudo, volontario, della sua tradizione, s’è, così, ridotto a “niente”. Ciò avviene pel motivo lapalissiano che con/sul “niente” non può esservi parola né dialogo di sorta; anzi il credente in Maometto, erede consapevole di una grande religione come l’Islam, non potrà che disprezzare lo stolto che s’è spogliato della sua! Se poi è un islamico “fanatico” o “fondamentalista”, come se ne scorgono ormai molti all’orizzonte – intendo quelli di “Allah akbar!” col coltello pronto – allora è meglio che gli occidentali ancora cristiani o già neopagani, ritornino a segnarsi la Croce alla fronte e prepararsi al peggio.

3°) perché è altra illusione che gli islamici, a contatto con gli occidentali, possano “convertirsi”. Mi domando: convertirsi a chi e a cosa se gli europei – specie gli ex protestanti riformati delle nazioni del Nord – stanno apostatando dalla loro religione per un paganesimo vissuto? Convertirsi al… “nulla”? Via, siamo seri! Alcuni, poi, che non credono alla “conversione”, essendo questa una parola di sapore eminentemente “religioso/spirituale”, sperano almeno in una più facile “corruzione” di quelli che, stabilitisi in Europa, facciano proprio il neopaganesimo di questa propagandato e diffuso ormai da tutti i mezzi di comunicazione: indifferentismo religioso, libertà sessuale, edonismo, aborto, disordine familiare, omosessualismo, ideologia del gender… Attenzione! Intanto la “conversione/corruzione” dei musulmani è ancora tutta di là da venire e da dimostrare e, qualora lo fosse in futuro per un numero di essi, l’intellettuale liquido e nichilista non tiene conto di “minoranze” islamiche, quelle “fondamentaliste”, che difficilmente si lasceranno rammollire; l’occidentale del “cupio dissolvi” (voglia di autodistruzione) forse non immagina – povero lui! – il “disturbo” che una tal “minoranza” jihadista e fanatica potrà procurare a lui per primo, al suo relativismo, alla sua quiete, alla sua libertà assoluta, al suo pacifismo, ai suoi soldi, al suo individualismo postmoderno…

4°) perché le famiglie islamiche – forse anche quelle degli alunni della scuola del “nostro” – hanno, come molti di noi, “popolo”, ben altri problemi fra le mani che andarsi ad impicciare di “cultura” o di “multicultura” o chiedere la rimozione del Crocifisso dalle pareti e del presepio; forse parecchie di esse per sopravvivere, bussano alle porte delle Caritas e delle nostre chiese che – come sempre – distribuiscono senza guardare il colore della pelle, la lingua, i costumi e la religione di chi domanda: la “multicultura”, la Chiesa – nonostante peccati ed egoismi di suoi uomini – l’ha applicata nei secoli in concreto e senza fare rumore, chiamandola “carità cristiana” esplicitata nelle “Opere di misericordia” fra le quali “dar da mangiare agli affamati”, “vestire gli ignudi”, etc. etc…”. Sono convinto che, al di fuori di tali “misericordie”, vi siano solo le ideologie di lorsignori.

Se poi il “nostro” preside, come sembra legittimo pensare, con la trovata della “multicultura” ha voluto sparare un calcio alla Religione cattolica, bene avrebbe fatto a dirlo chiaro confessando magari – che so – il suo “sessantottismo” senile e in ritardo, quell’odio che il vecchio Marx formulava nella frase famigerata “la religione è l’oppio dei popoli”; cosa che – guarda caso – ancora qualche anno fa mi è toccato di leggere quasi coi medesimi vocaboli, su “l’Unità”, organo storico del Partito Comunista Italiano e poi del Partito Democratico: “la religione come plagio di massa per il controllo sociale” (4-XI-2008); o, più di recente, ciò che lo stesso quotidiano – prima che chiudesse i battenti per mancanza di lettori! – scriveva a proposito di noi cattolici che saremmo in “beota soggezione alla metafisica della superstizione” (l’Unità” 21-II-2014). Sembra che per certa Sinistra il tempo si sia fermato! E dire che c’è stato Togliatti col celebrato discorso di Bergamo (1963) detto della “mano tesa” ai cattolici, la lettera “benevola” di Berlinguer al vescovo di Ivrea, mons. Bettazzi (1977) che, dopo tre decenni, fa ancora oggi intenerire di nostalgia alcuni ingenui frequentatori di sagrestie; i tanti “cattolici” che hanno preferito diluirsi nel Partito Democratico dei post-comunisti! Prendiamone atto: per alcuni la Religione cattolica è rimasta “superstizione” e “plagio di massa”.

Quindi il “signor preside” può stare tranquillo perché è in buona compagnia; fra gli intellettuali supponenti sono “legione”, come i demoni di Gerasa del Vangelo, quelli che la pensano come lui. A me non serve sfogliare gli appunti dei miei vecchi quaderni o i copiosi ritagli di giornali conservati da anni per scegliere “fior da fiore” e proporre esempi sull’argomento che stiamo trattando; mi basta e avanza quello, fresco di stampa, che segue: “Appello per un muro laico all’Università [di Firenze] per la rimozione dei simboli religiosi presenti in Ateneo” lanciato da “Il Manifesto, quotidiano comunista” il 11-XII-2014.

Due povere riflessioni finali: a) per certuni – quanto a religione – pare non sia cambiato nulla; b) per favore, qualcuno soffi alle orecchie di questi “signori” che sarà molto difficile scancellare le vestigia religiose dai muri delle antiche università visto che molte di queste, in tutta Europa, sono state fondate e costruite da Papi e Ordini Religiosi.

Un”apostolato dello studio”, per uscire dal vuoto religioso e spirituale della società occidentale

Cultura

Continuo e completo lo studio sul grande storico delle civiltà Christopher Dawson, avvalendomi del suo magistrale “La crisi dell’istruzione occidentale”, un testo scritto nel lontano 1961, ma che resta sempre attuale, ecco perché gli amici di Alleanza Cattolica, hanno proposto la pubblicazione alla combattiva casa editrice di Crotone, “D’Ettoris Editori”.

L’accademico inglese ci aiuta a capire come uscire da una parte dall’agnosticismo e l’indifferentismo passivi e dall’altra dalmaterialismo attivo da cui sono contagiate le nostre società. Peraltro per Dawson, si tratta della stessa malattia spirituale, che ha afflitto per anni gli Stati totalitari del Novecento, infatti, scrive a questo proposito lo storico britannico, “(…)siamo stati costretti a formulare la domanda su come i beneducati e benintenzionati tedeschi e russi comuni accettarono l’esistenza dei campi di concentramento e delle purghe di massa che hanno così scosso i nostri istinti umanitari. La risposta è che l’istinto del conformismo sociale è più forte dell’istinto umanitario. Quando lo Stato decide che sono richieste misure inumane per il bene del partito, l’individuo accetta la sua decisione senza critica, e, di fatto, senza riconoscere ciò che lo Stato sta facendo”.

Fortunatamente nelle nostre società, quei pessimi risultati sono impossibili che accadano. Sia lo Stato che la società, così come gli individui, “accettano ancora i principi umanitari come questione di fede”. Anche se Dawson registra un certo vuoto spirituale che “produce una società che è spiritualmente neutrale e passiva, e di conseguenza offre una facile preda per ogni potere rivoluzionario forte e aggressivo come il comunismo”. Pertanto per uscire da questa malattia spirituale del nostro mondo occidentale, “è essenziale recuperare i fondamenti morali e spirituali da cui dipendono le vite sia dell’individuo che della cultura: far comprendere all’uomo medio che la religione non è una pia finzione che non ha nulla a che fare con le vicende della vita, ma che riguarda le cose reali, che è di fatto il sentiero verso la realtà e la legge della vita”. Per il nostro scrittore, “questo non è un compito facile”, visto che la nostra società considera più reali i personaggi del cinema, dei fumetti che del Vangelo.

Tuttavia la Chiesa cattolica secondo Dawson ancora svolge un ruolo determinante, bisogna evitare però che il divario con la cultura secolare diventi sempre più ampio, per incomprensione o repulsione. Pertanto per Dawson non è sufficiente che i cattolici conservino “un alto livello di pratica religiosa all’interno della comunità cattolica: è necessario anche costruire un ponte di comprensione all’esterno, nella cultura secolare, e agire come interpreti della fede cristiana verso il mondo esterno alla Chiesa”. E un compito che devono fare i laici cattolici, non tanto il clero o gli ordini religiosi. Ogni cattolico convinto della verità della propria religione deve farsi carico di interpretare e di comunicare questa fede, ma anche smascherare le false accuse che il mondo moderno solleva nei confronti della Chiesa.

E’ un lavoro difficile, perché la moderna cultura secolarizzata è divenuta un mondo chiuso; oggi,scrive Dawson, tutte le strade sono chiuse per ignoranza, pregiudizio o trascuratezza. Nel passato, invece, c’era la cultura cristiana che faceva da medium nella società. Ora queste strade devono essere riaperte “mediante l’azione spirituale e intellettuale di cattolici che lavorino ognuno nel proprio campo verso il fine comune: proprio qui è di tanta importanza l’opera del cattolico colto”. Dawson individuaun apostolato dello studio proprio come un apostolato dell’azione e della preghiera.

A questo punto lo scrittore inglese afferma una verità fondamentale, soprattutto per il nostro tempo: la cultura cristiana non è la stessa cosa della fede cristiana, ma è solo attraverso il medium della cultura che la fede può penetrare la civiltà e trasformare il pensiero e l’ideologia della società moderna.

La cultura cristiana fa bene all’individuo ma anche alla società. Pertanto, “il contributo del cristianesimo alla cultura non è dunque puramente l’aggiunta di un nuovo elemento religioso: è il processo di ricreazione che trasforma l’intero carattere dell’organismo sociale. Esso – scrive Dawson – infrange il mondo chiuso ed egocentrico della cultura secolarista e conferisce alla società umana un nuovo scopo spirituale che trascende gli interessi in conflitto dell’individuo, della classe e della razza”.

Chiaramente la soluzione cristiana “appare a prima vista imperfetta, se paragonata alle ideologie e alle utopie secolari che offrono agli uomini tutto e subito a condizione che si sottomettano totalmente al loro controllo. In realtà, però, queste ideologie aumentano unicamente le divisioni sociali e i conflitti del mondo moderno e, invece di creare un’utopia, affondano solo sempre più l’umanità nella schiavitù e nella guerra”. Al contrario, il cristianesimo, non offre alcuna panacea immediata per la complessa malattia del mondo moderno. Ha l’eternità davanti a sé e può permettersi di prendere tempo”.

Chiudendo il suo lavoro, Dawson è consapevole che occorre riformare il sistema d’istruzione superiore, che non ignori la componente spirituale nella cultura e nella psiche umane, anche se è un cammino lungo. Sapendo che il vuoto spirituale della moderna cultura occidentale sta mettendo in pericolo la sua stessa esistenza, pertanto per Dawson, “è dovere del pedagogista farlo rilevare e mostrare come questo vuoto è stato riempito in altri tempi e in altre culture. Il pedagogista cristiano può però fare molto di più di questo, poiché è pienamente consapevole della realtà dell’ordine spirituale ed è un testimone vivente dei valori spirituali su cui fu fondata la nostra civiltà”.

In conclusione si può scrivere che la posizione dell’insegnante cristianoresta difficile, non tanto quando opera nel piccolo mondo separato del college confessionale, ma soprattutto è più difficile se opera nell’istruzione pubblica, “costretto dalle condizioni del suo lavoro a trattare le questioni spirituali vitali come se fossero al di fuori della sua sfera di competenza”. Eppure per Dawson, “è il solo uomo in condizione di colmare l’abisso fra il mondo privato della fede religiosa e dei valori spirituali e il mondo pubblico della tecnologia, del positivismo scientifico e del conformismo

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