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Edizione N.

21 luglio 2014

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Cultura

Pedofilia, una battaglia che la Chiesa sta vincendo

Cultura

pedofilia introvigne cop

Certamente tra gli argomenti più diffusi per attaccare la Chiesa cattolica c’è quello dei preti pedofili. Solitamente si insinua che la Chiesa, il Papa, avrebbero fatto poco per porre rimedio alle tragedie causate dall’immoralità di un numero piccolo ma purtroppo esistente di sacerdoti.

In pratica approfittando di alcuni casi di pedofilia nel clero cattolico, in particolare in Irlanda e negli Stati Uniti, autentiche lobby si sono organizzate per amplificare il fenomeno, inventando statistiche fasulle. Proprio negli Usa avvocati d’assalto attaccano intere diocesi per cause miliardarie, chiedendo risarcimenti per danni morali su fatti più o meno accaduti magari tantissimi anni fa. Si è promossa una vera campagna di discredito dei Pontefici, dei sacerdoti, della Chiesa Cattolica e del suo Magistero morale.

All’inizio di quest’anno la casa editrice Sugarco di Milano, ha pubblicato un documentato volumetto, “Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo”, del sociologo delle religioni Massimo Introvigne e dello psicologo Roberto Marchesini, che si occupa nella II parte del libro, di approfondire la questione pedofilia dal punto di vista storico, filosofico e clinico.

Il professore Introvigne studia da anni il fenomeno dei preti pedofili e seguendo l’insegnamento di Benedetto XVI, invita a non minimizzare un dramma che purtroppo, tragicamente, esiste, ma nello stesso tempo a non rinunciare neppure a denunciare le falsità, le esagerazioni e le manipolazioni delle lobby. Nel libro si fanno nomi e cognomi di chi distorce volutamente la realtà al servizio di una vera e propria “agenda anti-cattolica”. Soprattutto Introvigne denuncia quella “congiura del silenzio su un dato di fatto che appare sempre più macroscopico, ma che i grandi media continuano colpevolmente a ignorare: le misure di prevenzione della Chiesa volute da Benedetto XVI e da Papa Francesco funzionano, e i casi di preti pedofili diminuiscono sensibilmente fino quasi a sparire in Paesi un tempo molto colpiti da questa piaga vergognosa”.

Nel 2010 il professore Introvigne aveva pubblicato un libro, “Preti pedofili. La vergogna, il dolore e la verità sull’attacco a Benedetto XVI”, pubblicato da San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), nel testo il professore sosteneva che “la pedofilia diffusa tra il clero era un fenomeno reale, giustamente denunciato dal Pontefice Benedetto XVI, il quale non si limitava alla denuncia ma indagava anche sulle sue radici, rintracciandole nella rivoluzione antropologica degli anni 1960, che aveva coinvolto la morale ed era penetrata anche nella Chiesa Cattolica”. Inoltre questo dramma reale, definito dai sociologi come “panico morale”, secondo Introvigne“era stato amplificato oltre ogni ragionevole misura dai media, creando l’impressione che i preti pedofili - certamente meno dell’uno per cento del totale dei sacerdoti nei Paesi per cui si dispongono di studi statistici seri – fossero invece una percentuale significativa del clero mondiale”.

Ora a distanza di tre anni nel libro della Sugarcoedizioni, Introvigne sviluppa due concetti: nel 1°, continua la diffusione del “panico morale”, creato dai vari “imprenditori morali”, cioè quelle persone e gruppi interessati a lucrare sul panico e quindi imbastire una campagna di speculazione politica e di screditamento della Chiesa. Nel 2° aspetto è che aveva visto giusto tre anni fa in quel libro, le misure prese dalla Chiesa Cattolica si stanno rivelando efficaci.

Ritornando al testo della Sugarcoedizioni, il professore torinese inizia a raccontare “lo snodo irlandese”, nel Paese sono accaduti alcuni dei più gravi e tristi casi di preti pedofili, realmente veri, che nessuno può negare e che hanno provocato una grave crisi del cattolicesimo irlandese. Peraltro lo stesso Benedetto XVI si era rivolto con una lettera sulla pedofilia il 19 marzo 2010 innanzitutto ai cattolici.

In sostanza la Chiesa non intendeva negare o sminuire la realtà degli abusi. Soltanto che una parte del mondo politico irlandese “ha tentato di approfittare della tragedia dei preti pedofili per proporre attacchi alla Chiesa che hanno lo scopo culturale di archiviare la tradizionale Irlanda cattolica per sostituirla con una ‘europea’, aperta all’aborto – introdotto nel 2013 – e in prospettiva al matrimonio omosessuale”.

Si arriva allo scontro aperto con la Santa Sede da parte del primo ministro Enda Kenny il quale ribadisce che i laici irlandesi non intendono farsi dettare la linea politica e giudiziaria né dai vescovi né dal Vaticano. Per Introvigne il ragionamento di Kenny assomiglia molto a quello dell’ex primo ministro spagnolo Josè Luis Zapatero, oppure ai “mangiapreti” liberali del nostro Risorgimento. Caso curioso è che Kenny non è Zapatero, ma un cattolico praticante che fa parte di un partito di ispirazione cattolica e di centro-destra, che sta introducendo una serie di leggi che vanno dall’aborto alle unioni civili tra omosessuali. Al di là della giusta rabbia degli irlandesi per i gravi abusi, non si comprendono gli attacchi personali a Benedetto XVI da parte del primo ministro.

Occorre sottolineare che la Santa Sede e il Papa non hanno mai negato la tragica e vergognosa realtà dei preti pedofili, quello che non accetta è l’esagerazione sui numeri, le ricostruzioni imprecise dei fatti. “Sui preti pedofili alcuni politici irlandesi hanno usato una lente d’ingrandimento che distorce le dimensioni del fenomeno a beneficio di virulente campagne laiciste”. Sicuramente se non c’erano i preti, pare che si tratti di nove casi controversi,“la lente non avrebbe nulla da ingrandire”.

Il libro prende in esame quell’infame pagliacciata della denuncia contro Benedetto XVI al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, in pratica, per Introvigne “si vuole colpire la Chiesa perché dà fastidio, perché è la sola a opporsi alla dittatura del relativismo, della cultura della morte sostenuta dalle lobby miliardarie delle cliniche per gli aborti e per l’eutanasia e delle industrie delle pillole abortive, e all’ideologia di genere che ha alle spalle l’enorme potere delle lobby omosessuali”. La difesa dei bambini dalla pedofilia è sacrosanta, ma per questa gente è solo un pretesto, piuttosto occorre ribadire che c’è in gioco la libertas Ecclesiae, la possibilità per la Chiesa di svolgere liberamente la missione che il Signore le ha affidato.

Dopo lo “snodo irlandese”, il testo si occupa dello “strano caso degli ebrei di Brooklyn”, poi degli abusi dei preti pedofili olandesi, che sono sempre una piccola percentuale rispetto agli abusi perpetrati nelle altre istituzioni, vedi le scuole pubbliche, palestre etc. Introvigne accenna al caso del cardinale Roger Mahony, cui si chiedeva di non partecipare al Conclave, perché coinvolto in processi in cui lo si accusa di aver protetto preti pedofili. Il libro si occupa inoltre dello SNAP, l’organizzazione americana della “Rete di sopravvissuti Abusati da Preti”, un’organizzazione poco attendibile, nonostante goda le protezioni negli ambienti mediatici, politici e giudiziari. Introvigne passando all’Italia tratta del cosiddetto “diavolo di Savona”, dei “professionisti dell’anti-pedofilia”, infatti, così come ci sono i “professionisti dell’antimafia”, come aveva ben scritto Leonardo Sciascia, anche in questo campo esistono quelli dell’antipedofilia. Infine un accenno al film “Mea Maxima Culpa”, un concentrato di bugie. Il libro di Introvigne e Marchesini è un concentrato di notizie non è facile fare sintesi, pertanto non mi resta che invitarvi ad acquistarlo e a leggerlo.

 

La dignità dell'uomo come principio sociale

Cultura

Copertina Schlag

Il centro di ricerca “Markets, Culture and Ethics” della Pontificia Università della Santa Croce manda in stampa il suo terzo volume della collana per Edusc: questa volta lo firma il direttore Martin Schlag – docente di dottrina sociale presso il medesimo ateneo – che mette a tema una delle controversie più calde nell'attuale stagione di 'postmodernità liquida', ovvero se esistano, come si spieghino e quali siano concretamente i fondamenti storici e culturali del concetto di dignità umana come categoria universale - e vincolante - per l'agire umano, tanto a livello individuale, quanto a livello sociale (cfr. M. Schlag, La dignità dell’uomo come principio sociale. Il contributo della Fede cristiana allo Stato secolare, Edusc, Roma 2013, pp. 278, Euro 25,00). L''Introduzione' al lavoro vero e proprio (pp. 9-20) prende in esame la recente Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 per affermare che la convinzione che tutti gli uomini nascano liberi e uguali per dignità “da allora è stata accolta in numerose costituzioni e trattati internazionali” (pag. 9). Tuttavia, per l'Autore, la tesi-centrale è che l'idea originaria di dignità dell'uomo “pur avendo radici precristiane ed extracristiane, universalizzata e culturalmente fondante com'è, sia dovuta in primo luogo e in particolare al cristianesimo” (pag. 10) nonché, più in particolare, alla concezione “della imago Dei dell'uomo. Nient'altro che la fede nell'incarnazione di Dio rende più manifesta l'idea che ogni uomo, che la natura dell'uomo in quanto tale abbia parte all'assoluto e ad ogni uomo spetti la più elevata nobiltà che si possa concepire” (pag. 11). Nei successivi sette capitoli vengono così affrontati, nell'ordine, i temi della dignità dell'uomo nello Stato secolare (pagg. 23-42), quindi la lettura che ne offre la Bibbia (pagg. 43-78) e la teologia del primo cristianesimo rispettivamente greco (pp. 79-134) e latino (pagg. 135-188). Seguono poi gli approfondimenti dedicati a “La carità cristiana, sorgente di dignità umana” (pagg. 189-216) e a “Dignità dell'uomo e libertà religiosa nei Padri della Chiesa” (pagg. 217-244) per finire con un esempio dall'attualità particolarmente pregnante, ovvero l'interpretazione del concetto costituzionale di 'dignità' nella Legge fondamentale tedesca attualmente in vigore. Emerge così un quadro quantomai dettagliato che si abbevera alle radici profonde dei capisaldi della grande dottrina sociale a partire dalle riflessioni (riprese qui, in parte, da Maritain) sulla distinzione tra individuo e persona e dunque sul valore della persona che “non va trattata come semplice mezzo, ma sempre come un fine. La persona non può mai essere un mero strumento per realizzare il bene comune” (pag. 25). Come s'intuisce, in gioco sullo sfondo vi è anche l'elaborazione codificata della categoria dei diritti umani, mai totalmente esplicitati, tutt'altro che pacifici e quindi a loro volta oggetto pure di accese dispute internazionali: “la dignità dell'uomo è una caratteristica originaria, prestatuale dell'uomo, secondo cui egli è soggetto giuridico, vale a dire detentore di diritti. La dignità dell'uomo è il 'diritto di avere diritti'. Per questo la dignità dell'uomo e i diritti umani sono intimamente connessi, sia nell'origine che negli esiti” (pag. 26).

Per quello che qui più interessa, però, ovvero il fondamento storicamente e marcatamente cristiano del concetto di dignità umana come l'abbiamo apprezzato e ri-conosciuto nella società occidentale, resta centrale la nozione precedentemente accennata della imago Deiusata nel passo che l'antropologia biblica reputa di centrale importanza, Gn 1,26-28” (pag. 52), lo stesso passo – significativamente – su cui oggi si pone la sfida antropologica epocale portata dalla diffusione organizzata dell'ideologia di genere. Oltre a questo, dalla sapienza veterotestamentaria l'Autore cita poi anche il Salmo 8, in particolare ai versetti 6 e 7 (“Davvero l'hai fatto poco meno di Dio, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi...”) per sottolineare nuovamente quell'inedita – e in parte ancora misteriosa – identificazione tra Dio e l'uomo che troverà poi il definitivo compimento nel Nuovo Testamento (dalla cd. 'Regola d'oro' al celebre Discorso della montagna). Nello svolgimento del discorso la dissertazione è arricchita da una serie impressionante di excursus etimo-filologici che danno ragione di volta in volta dell'uso e della ricorrenza dei singoli termini attestati nella Sacra Scrittura e quindi ripresi variamente dalle prime comunità apostoliche e negli scritti dei Padri della Chiesa (soffermandosi in special modo sui tre grandi padri cappadoci che proprio riflettendo sulla teologia trinitaria arrivarono a gettare le basi strutturali dell'antropologia moderna: Basilio Magno (320-379), Gregorio Nazianzeno (330-390) e Gregorio Nisseno (338/339-395)), passando anche per la Lettera a Diogneto (II secolo). Insomma, non si tratta di fare esercizi raffinati di archeologia linguistica o di traduzione dotta quanto piuttosto di dimostrare – l'Autore ci riesce con una certa persuasione – che “'caricando' progressivamente l'ordine giuridico, nei secoli, di elementi del patrimonio ideale cristiano, si è arrivati a inserire il concetto di dignità dell'uomo anche nel diritto, sotto forma di 'diritti umani' o come fondamento e punto di partenza di ciascuno di questi...” (pag. 86). Né vale qui l'obiezione che il cristianesimo riprese semplicemente la sapienza classica pagana e la ri-modellò. L'Autore cita infatti in proposito scritti di figure eminenti dell'antichità, come ad esempio Cicerone, proprio per dimostrare che tanto nella celebrata democrazia ateniese quanto nella 'grande Roma' la dignità umana quale la intendiamo noi oggi era obiettivamente inesistente: “per i Romani era inimmaginabile un ordinamento politico che ignorasse le gradazioni sociali esplicite. Neppure il diritto penale poteva essere uguale per tutti: le dimensioni e soprattutto la tipologia e l'esecuzione della pena erano comminate non solo secondo il delitto, ma anche in base alle condizioni sociali del colpevole. Gli honestiores venivano puniti in modo più mite rispetto agli humiliores; ricevevano un trattamento migliore, per via del gradus dignitatis, anche sotto altri aspetti” (pag. 137). Per dirlo in modo ancora più diretto, quanto immediato: “per quanto belle, le idee dei filosofi pagani restarono confinate a un ridotto gruppo di intellettuali. Ebbero certo degli effetti sul piano pratico, come durante il regno del'imperatore stoico Marco Aurelio, ma non segnarono in profondità la cultura. L'universalizzazione dell'idea di dignità dell'uomo fu riservata al cristianesimo, sia nel senso di una fondazione teorica che in quello di una messa in pratica di tipo culturale, nella vita reale della maggioranza della popolazione, con l'attività e la guida pastorale di ogni giorno. Con l'incarnazione di Dio in Cristo il concetto di dignità potè essere radicalmente universalizzato, e si aggiunsero le idee dell'umiltà e della grazia divina. La dignità spettava ora individualmente ad ogni uomo, e non a causa dell'approvazione sociale, ma esclusivamente sulla base della natura umana in rapporto con Dio” (pag. 187).

Il problema di oggi pare invece essere – a livello di classi dirigenti, come di gente comune – che tutto questo si dà oramai quasi per scontato senza riconoscere affatto né da dove provenga né quanto sia costato arrivarci. Il discorso (il volume non lo tocca, ma si può aggiungere ugualmente) è, o dovrebbe essere, particolarmente evidente soprattutto se si guarda alla nascita di quelle istituzioni sorte a specifica salvaguardia e tutela della dignità umana in quanto tale come gli ospedali, le case di cura e gli enti di assistenza socio-sanitaria in generale. Sarà un caso che la gran parte di essi sono stati fondati da esperienze vive della carità cristiana? E, se non è un caso, che cosa dedurne in rapporto all'affermazione del valore della dignità umana a livello sociale in Europa e quindi in Occidente? Per avere un'idea del delicato status quaestionis attuale, infine, appare particolarmente significativo il capitolo conclusivo dedicato dall'Autore alla dignità dell'uomo nella Costituzione (Grundgesetz) tedesca, risalente al 1949. Rievocandone brevemente le premesse, Schlag sottolinea che “al termine del regime dispotico nazionalsocialista, il popolo tedesco si diede un catalogo di diritti fondamentali alla cui sommità furono posti la proclamazione dell'intangibilità della dignità dell'uomo e il riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti umani. Come è evidente dall'analisi del materiale utilizzato per dare vita a queste disposizioni, tutto questo aveva il fine di introdurre consapevolmente un nuovo inizio, capace di esprimere con chiarezza che lo Stato è al servizio dell'uomo e non l'uomo al servizio dello Stato. I politici costituenti partirono dal presupposto che i diritti fondamentali sono fondati sulla dignità dell'uomo e sono garantiti – non concessi – dallo Stato in quanto diritti di immediata validità. Si tratta di diritti fondamentali 'precostituzionali' o 'di diritto precostituzionale', che lo Stato ha il dovere di rispettare. Tutti i partiti del Parlamentarischer Rat (la Costituente tedesca) [...] avevano familiarità con l'idea di diritto naturale. C'era un vasto consenso sul fatto che 'i diritti fondamentali si basano su diritti prestatuali, dati dalla natura'” (pag. 247). Insomma, nell'immediato Dopoguerra era abbastanza chiaro che la dignità dell'uomo rappresentava il principio costituzionale supremo dell'intero oridinamento giuridico in cui l'essere umano non poteva mai, per nessun motivo, essere ridotto a oggetto o mezzo. Nel giro di appena pochi decenni, però, la Corte Costituzionale Federale (Bundesverfassungsgericht), cioè l'organismo che in tesi avrebbe dovuto garantire il rispetto di quanto sopra, lo ha invece clamorosamente smentito operando di fatto una drammatica disgiunzione tra l'affermazione solenne della dignità dell'uomo come principio non negoziabile e il diritto alla vita dell'essere umano più innocente e indifeso in assoluto, il nascituro (negoziabilissimo). Il che, oltre a riproporre questioni antiche giuspolitiche mai risolte (se i giudici vigilano sull'operato del potere esecutivo e il potere esecutivo a sua volta vigila sui cittadini, chi vigila sui giudici?) ha fatto anche riemergere come la giustizia sociale, persino nei suoi fondamenti, sia sempre di nuovo da riaffermare - nella teoria come nella prassi - e mai conquistata una volta per tutte. In ogni caso, nell'articolato esplicativo, l'opera raggiunge pienamente il suo scopo: se oggi la dignità umana è ancora sulla bocca di tutti (mettendo tra parentesi le differenti declinazioni che ne possono derivare in periodi di crisi come questo dai contesti socio-culturali a livello interpretativo) il motivo è da ricercarsi soprattutto nella bi-millenaria storia viva della tradizione cristiana che ci precede e di cui siamo eredi, ci piaccia o no: “sono i Padri della Chiesa a riprendere e valorizzare il concetto disgregato della imago Dei dell'uomo rendendolo un luogo antropologico centrale. E' a partire dalle prime riflessioni in ambito greco e latino che riscontriamo un legame tra imago Dei e dignità dell'uomo” (pag.- 267) ovvero il principio etico-sociale che precede e fonda ogni altro diritto. Una lezione che resta valida e parla a noi anche oggi, purchè non perdiamo di vista che il senso ultimo della libertà è nell'incontro con la verità: “la libertà senza verità diventa oscura a se stessa, non trova in sé alcun senso e alla lunga si autodivora. La libertà ha bisogno di riferirsi alla verità. Se l'uomo non sa chi è e in che direzione andare, la felicità gli sfugge dalle mani [...] Il senso della libertà è la felicità” (pag. 274).

Il contributo della religione alla giustizia sociale

Cultura

Copertina del saggio dell'ILO

Una delle critiche che vengono più spesso rivolte ai credenti e alle persone religiose in genere è quella di essere delle persone passive, che si limitano a pregare con delle formule astratte o a meditare allontanandosi dalle questioni sociali del mondo estraniandosi e, quindi, abbandonando l'umanità sofferente con i suoi problemi a sé stessa. La realtà, come aiuta a comprendere un recente contributo prodotto dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), è invece piuttosto diversa e, a ben vedere, lontana dagli stereotipi veicolati da certa cultura moderna (cfr. Convergences: decent work and social justice in religious traditions. A handbook [Convergenze: lavoro dignitoso e giustizia sociale nelle tradizioni religiose. Un vademecum], OIL, Torino 2012, Pp. 48). L'opera – introdotta da una “Premessa” del direttore generale Juan Somavia e scritta con la collaborazione attiva di organi religiosi di differenti confessioni, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (il dicastero della Santa Sede che si occupa statutariamente della promozione globale della giustizia e della pace) all'Organizzazione islamica per l'istruzione, la scienza e la cultura (ISESCO) al Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC, di emanazione protestante) – spiega infatti a grandi linee in un linguaggio divulgativo perchè la religione sia un aspetto oggi come ieri quanto mai vitale di una qualsiasi società e che cosa, in concreto, i credenti possono fare in un'epoca di grande globalizzazione come la nostra per rendere il mondo più solidale e più giusto. Va detto che l'ILO è stata una delle prime organizzazione sovranazionali a essere fondate, prima ancora delle Nazioni Unite (anche se poi ne è entrata a far parte a tutti gli effetti come agenzia specializzata), nel 1919, a Ginevra (dove attualmente ha la sua sede principale), appena dopo la firma del Trattato di Versailles che poneva fine alla tragica Prima Guerra Mondiale (1914-1918). Fin dall'origine ai fondatori apparve chiaro che la 'questione sociale', cioè delle condizioni di libero accesso al lavoro, svolgeva ovunque un ruolo rilevante anche per il consolidamento delle condizioni di pace e sicurezza. Si cominciò così a riflettere su quelli che avrebbero dovuto essere gli obiettivi minimi da conseguire in un moderno Stato di diritto per realizzare operativamente delle possibilità diffuse di benessere e sviluppo. Progressivamente, elaborando anche altre importanti Dichiarazioni programmatiche e metodologiche (come la Dichiarazione di Philadelphia (1944), quella inerente i principi e diritti fondamentali sul lavoro (1998) e quella sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa (2008)), l'ILO arrivò a definire quattro importanti obiettivi strategici per mettere a punto l'agenda internazionale sul lavoro dignitoso: possibilità di un'occupazione degna, presenza di un sistema di protezione sociale, riconoscimento dei diritti fondamentali del lavoratore e dialogo sociale tra i vari attori del mercato (Stato compreso). E' chiaro che l'enunciazione dei soli princìpi non basta purtroppo a realizzare le condizioni pratiche e che molte gravi ingiustizie nonostante tutto continuano a perpetuarsi ancora oggi (si pensi alle questioni drammatiche del lavoro forzato o dello sfruttamento minorile) e tuttavia lo sforzo dell'ILO e degli Stati che ne fanno parte (ben 185 attualmente) mira proprio a rafforzare una piattaforma di garanzie riconosciute che una volta sottoscritte impegnino poi i contraenti a rispettarle e a promuoverle.

Da questo punto di vista le religioni possono fare indubbiamente molto e il documento fornisce diversi esempi presentando per ognuna delle grandi tradizioni religiose dell'umanità il significato di espressioni come 'lavoro', 'giustizia sociale' o 'dialogo', perchè è da lì che bisogna partire per comprendere spesso la mentalità e la cultura dei popoli. Per il Cristianesimo questo significa soprattutto tornare agli insegnamenti della Sacra Scrittura (che, non a caso, inizia proprio con il 'lavoro' di Dio nella creazione del mondo, alla Genesi), in particolar modo del Vangelo, e per tutti i cattolici poi al grande corpus dottrinale costituito dalle encicliche sociali (a partire dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII) e dai principali documenti (tra cui il Compendio, redatto dallo stesso Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) che compongono l'insieme della Dottrina sociale della Chiesa. Riguardo agli orientamenti fondamentali significativo è l'approfondimento sul concetto di 'dignità umana' a cui l'ILO rimanda spesso nei suoi documenti per interpretare correttamente la qualità dello sviluppo economico e sociale in quanto tale e che per i cristiani discende, come noto, direttamente dalla Rivelazione del Dio trinitario e dal dogma dell'Incarnazione. Si vede quindi come valori umani socialmente (a volte anche giuridicamente) rilevanti e persino fondamentali oggi totalmente laicizzati nella percezione comune (si pensi anche all'uguaglianza tra persone di sesso o classe diversa) siano in realtà derivati dalla riflessione religiosa o addirittura direttamente dalla teologia. Sarebbe dunque obiettivamente sbagliato fare a meno pregiudizialmente del contributo della fede anche nei dibattiti più specialistici che possono avere per oggetto alcuni determinati processi della globalizzazione in corso o degli scambi energetici o commerciali: ogni uomo, ovunque lavori, porta comunque con sé una storia anche religiosa (che lo si voglia o no) e chi poi crede porta evidentemente anche un bagaglio specifico e personale di credenze e di motivazioni che contribuiscono a sviluppare la sua etica professionale in un senso piuttosto che in un altro. La religione dovrebbe quindi diventare – come talora si dice con una frase un po' abusata, ma non per questo meno vera – parte della soluzione concreta dei problemi da risolvere, non un altro problema ancora da togliere in ogni modo di mezzo perchè non lo si conosce o non lo si comprende sulla base della propria particolare visione del mondo.

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