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Edizione N. 7

15 settembre 2014

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Cultura

Dalla terra del lavoro alla “terra dei fuochi”

Cultura

cop non aspettiamo l'apocalisse.

Nel luglio scorso ho presentato l’interessante esperienza di don Antonio Loffredo che sta portando avanti nel “rione Sanità” di Napoli, contribuendo a far rinascere un ambiente fin troppo difficile. Ora vorrei presentare un’altra esperienza altrettanto difficile dove è protagonista un altro prete, padre Maurizio Patriciello che opera sempre nello stesso ambiente napoletano, però in provincia: a Caivano, nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Lo faccio dopo aver letto un agile pamphlet, “Non aspettiamo l’apocalisse” , scritto a quattro mani, da padre Maurizio Patriciello e da Marco Demarco, (Rizzoli, 2014).

“Padre Patriciello vive nella fede, - scrive Marco Demarco - ma si batte per il più umano dei diritti: il diritto al respiro. E, dopo una vita nella puzza e tra i veleni, saltando anche da una discarica all’altra, alla fine rivendica anche un altro diritto: quello alla bellezza, a vivere nell’armonia del creato”.

E già qui si potrebbe fare la stessa domanda che ho posto, per don Loffredo: è giusto che un prete si occupi oltre che della salute delle anime anche della salute del corpo, dell’ambiente, della società? Se non lo fa nessuno probabilmente è opportuno che lo faccia. Infatti padre Maurizio lo scrive provocatoriamente nel libro: “Perché io? Perché me ne sono dovuto occupare io, che faccio il prete e guadagno trentatré euro al giorno, e non un rappresentante del popolo, un parlamentare, uno di quelli che sono eletti proprio per questo e che per questo hanno indennità, compensi, privilegi e potere? Ecco perché molta gente ormai se ne sta a casa invece di andare a votare.

Padre Patriciello non è un politico ma un semplice sacerdote divenuto nel giro di pochi mesi il leader del movimento civile che chiede con urgenza la bonifica della terra dei fuochi. In pratica di quel territorio tra Napoli Nord e Caserta Sud, nell’Agro aversano, proprio tra Aversa, Acerra, Caivano e Castel Volturno. Il territorio è diventato una delle più grandi pattumiere del mondo, una terra dei veleni, dove si muore prima del tempo. Tutto ha avuto inizio nella notte dell’8 giugno 2012, quando padre Maurizio si sveglia assalito da una puzza insopportabile a cui è impossibile sfuggire. Subito dopo apre il computer e su facebook comincia a raccogliere la protesta della gente che, impotente, si è vista man mano avvelenare la propria campagna.

E’ una faccenda che dura almeno da due decenni, in questo territoriosono stati scaricati dieci milioni di tonnellate di rifiuti, quelli provenienti dalla città di Napoli e poi anche da altre regioni italiane, soprattutto del Nord. Peraltro, dopo numerose inchieste giudiziarie, la nomina di diversi commissari straordinari non si è riusciti a risolvere nulla. E soprattutto nessuno ha pagato. Per questo che padre Patriciello ha deciso di rompere la “rimozione collettiva” che ormai aveva conquistato tutti.

Ecco perché davanti all’inesorabile avanzare del percolato che gocciola dall’immondizia in putrefazione minacciando le falde acquifere, davanti alla devastazione che ha invaso campi un tempo fertilissimi, inoltre davanti all’impennata delle morti per tumore anche fra bambini, il parroco ha capito che doveva andare avanti. Ha scritto e mandato lettere a tutti a cominciare da Papa Francesco, del presidente della Repubblica Napolitano, ai vari prefetti per sensibilizzarli sul disastro ambientale e umano.Ha inviato perfino delle cartoline, chiamate appunto, “cartoline del dolore”, dove c’erano delle mamme della Terra dei Fuochi, che si sono fatte fotografare per rendere testimonianza del loro dolore per aver perso i loro piccoli uccisi dal cancro.

Per scongiurare l’apocalisse, che i rifiuti tossici e del traffico illegale hanno provocato, ha intrapreso la battaglia di denunce che racconta in questo libro. Tutto comincia nel 1991 quando un autista di camion si presenta alla clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno, sofferente, dichiara di aver perso la vista. Si apre l’inchiesta “Adelphi” e da qui, tutte le altre inchieste, fino ad arrivare a ben ottantadue, un numero impressionante. Centinaia di imputati, tutti prosciolti. Assoluzione con formula piena. Tutti liberi. Fino a quello del maxiprocesso per il disastro rifiuti a Napoli, sul finire del 2013. Padre Patriciello si chiede: “i cumuli per strada, i titoli sui giornali, gli scandali per terreni acquistati a uno e venduti a mille (quelli per depositare le ecoballe), e i turisti che si facevano fotografare col fazzoletto al naso? Tutto normale, tutto giudiziariamente non rilevante”. Però, l’improvvisa cecità del camionista che ha fatto partire le indagini, quella almeno, a qualcosa è servita: paradossalmente ha aperto gli occhi a molti.

Il testo di Patriciello e Demarco citano naturalmente, Gomorradi Roberto Saviano, che per primo aveva aperto uno squarcio sul grave inquinamento ambientale. Si parla delle colonne di Tir, centinaia alla settimana, migliaia all’anno, che i vari clan hanno portato in questo territorio le scorie delle combustioni industriali e della metallurgia termica dell’alluminio, etc. “E, ancora, rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quelli dell’ex Enichem di Priolo in Sicilia, i fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, nella Toscana centrale, quelli dei depuratori di Venezia e di Forlì”. E poi ci sono i roghi, “Perché così tanti e perché tutti qui?” Si chiede padre Patriciello. Il libro naturalmente fa riferimento alle esplosive dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone. E perché lo Stato, le istituzioni, per quasi vent’anni, li ha tenute nascoste, mentre sul territorio costruivano case, strade e campi di calcio. “Spieghi perché non ha avvisato i cittadini del pericolo incombente che correvano, come era suo dovere fare”. “Chi può dire che lo Stato non sapeva?” E qui tira in ballo anche il presidente Napolitano che quando era ministro degli interni, lui sapeva dei verbali di Schiavone. Anche se ora il 3 gennaio scorso, ha cercato di rimediare con una lettera inviata a padre Patriciello ringraziandolo per il suo impegno.

Tuttavia padre Maurizio nei confronti dei responsabili dello scempio del suo territorio, ha cercato sempre di buttare acqua sul fuoco: “Chiedo a tutti voi un sacrificio- ha detto nell’omelia della Messa natalizia – “(…) Questa sera dovete pregare anche per loro, per chi ci ha avvelenato, per chi si è lascito corrompere, per chi ci ha tradito”.

Peraltro l’esperienza dei vari Comitati della Terra dei Fuochi, una partecipazione dal basso delle singole persone, che stanno dimostrando tanto senso civico, per padre Maurizio, “è una realtà che i sociologi della politica farebbero bene a studiare (…) sta nascendo qualcosa di nuovo che già supera l’esperienza dei partiti vecchi e nuovi”.

In questa faccenda è opportuno fare un ultima considerazione sulla Chiesa in generale e quella napoletana in particolare. E’ singolare che siano gli uomini, i religiosi a mettersi in gioco in questa difficile partita. “E’ per amore del mio popolo, non tacerò”, diceva don Diana. E padre Patriciello ci tiene a ricordare la data del 16 novembre 2012, quando i vescovi di Aversa, Caserta, Capua, Acerra, Nola, Pozzuoli e Napoli, “oramai noti come i vescovi della Terra dei Fuochi, anzi proprio così che si firmano, diffondono un durissimo documento contro i rifiuti tossici”. E’ un atto dirompente, oltre che una bomba mediatica. I vescovi campani con a capo il cardinale Crescenzio Sepe, sono ormai in prima linea, denunciano tutti, non risparmiano nessuno. A cominciaredai criminali che senza scrupoli in questi anni hanno avvelenato la terra, l’acqua, l’aria, attraverso milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Fino alle istituzioni locali e nazionali che non hanno controllato e sorvegliato. Il documento è anche importante perché per certi versi anticipa certezze che ancora non hanno acquisito la scienza e la politica. Ed è un fatto paradossale per padre Patriciello che proprio la Chiesa che a volte viene tacciata come oscurantista, sorda di fronte a certe o presunte scoperte della Scienza, in questo caso la Chiesa anticipa la Scienza, gli esperti, i professori universitari che ancora non hanno voluto o sono incapaci di capire per esempio perché tanti uomini e donne muoiano nello stesso territorio perché ammalati di cancro.

 

 

“La Dottrina sociale della Chiesa, oggi”

Cultura

Radio-Maria

Sabato prossimo, 20 settembre (ore 21-22.30), avrà inizio su Radio Maria una nuova trasmissione, curata dall’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan. S’intitola “La Dottrina sociale della Chiesa, oggi”, ed è condotta da Giuseppe Brienza e Fabio Trevisan, due componenti della redazione del nostro Osservatorio. La prima puntata di questa trasmissione, che avrà cadenza mensile (ogni terzo sabato del mese), vedrà una prima parte, introduttiva, nella quale si tratteranno i temi “La Dottrina sociale della Chiesa, che cos’è, a chi si dirige” e“L’Osservatorio Van Thuan, cos’è, cosa fa’”, seguita da una seconda, di approfondimento, nella quale saranno presentati i principali contenuti del libroUn Paese smarrito e la speranza di un popolo. Appello politico agli italiani, appena pubblicato dalle Edizioni Cantagallia cura dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan(con una Prefazione di Mons. Giampaolo Crepaldi, Siena 2014).

Ospite in studio il prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan, con il quale i conduttori si intratterranno parlando del perché è stato pubblicato questo nuovo Appello, a chi è rivolto, e cosa intende quando invoca tematiche tanto delicate come Una sussidiarietà moralmente qualificata, Un nuovo patto costituzionale sostanziale, La rivoluzione politica della libertà di educazione e tante altre.

Radio Maria può essere ascoltata in tutta Italia in FM, sul Digitale Terreste, in DAB (nelle zone già raggiunte da questo servizio) e via Web. A questo link sono indicate le frequenze di Radio Maria Italia, nei diversi modi di emissione: http://www.radiomaria.it/frequenze.aspx.

 

Seneca: De vita beata

Cultura

Seneca

Il “De vita beata”, ovvero “La Felicità” di Seneca, è un’opera in ventotto capitoli dedicata al fratello Annèo Novato, chiamato Gallione. In questa opera Seneca intende dimostrare che la vera “felicità” non va ricercata nel “piacere”, in quanto effimero, fuggevole, inconsistente, ma nella “virtù” che è suprema, elevata, sublime, perenne; va ricercata in una vita consone con la nostra natura, cioè in perfetta sintonia con la ragione.

Ma, in effetti, che cosa è la felicità? È possibile raggiungerla in questo mondo oppure bisogna ricercarla in una dimensione al di fuori della realtà?

La filosofia di Seneca intende aiutare la persona a meglio conoscere se stessa al fine di liberarsi dai tormenti, dalle paure, dalle passioni, dalla sofferenza, utilizzando pienamente la ragione, dal momento che proprio la ragione è la caratteristica e la peculiarità specifica dell’indole umana.

Quello di Seneca è, di certo, un percorso immaginario e fantastico a cui non corrisponde la realtà concreta, ed è proprio questo che rappresenta il “limite dell’uomo”, cioè l’impossibilità sia di non poter fare quello che la persona vorrebbe fare, sia di non poter manifestare e palesare quello che ognuno avverte e sente nel proprio intimo. Seneca sostiene che la “Virtù” è la premessa e la condizione necessaria della “Vita beata”, ed afferma, ancora, che non è sufficiente il sentirsi o l’essere “felici”, ma è necessario avere completa cognizione di questa specifica condizione. Ebbene, questa felicità, sostiene Seneca, è difficile da ottenere, anche perché l’uomo non conosce affatto quale sia la giusta via da intraprendere per arrivare ad essa. Spesso più cerchiamo di raggiungerla, più ce ne allontaniamo. Quello che è importante, però, è l’essere convinti e certi di quello che desideriamo e quello a cui miriamo ed a cui aspiriamo e solo successivamente bisogna ricercare la strada per arrivarci. Bisogna prestare particolare attenzione a quello che, spesse volte ed in modo semplicistico, la gente suggerisce. Niente risulta essere più fuorviante del seguire, senza riflettere, quello che gli altri dicono e fanno. Dobbiamo, invece, cercare di capire quello che è opportuno fare e non accodarci alla moltitudine solo perché altri fanno così.

La felicità vera può essere ricercata non nell’attaccamento ai beni terreni, ma nel rallegrarsi e nel gioire della virtù. Questo vuol dire che possiamo asserire con convinzione che è felice quella persona per la quale non esiste né il bene, né il male in assoluto; esistono, invece, persone buone e persone cattive, malvage. Questo costituisce l’elemento determinante ed essenziale della concezione morale di Seneca, il quale sostiene che la Virtù, nella cui interiorità risiede la “Felicità” reale ed autentica, suggerisce all’uomo di considerare come effettivo bene unicamente quello che da lei proviene e di ritenere come male, come iniquo e malvagio, tutto ciò che deriva dal suo opposto.

Comunque, bisogna sempre cercare di perseguire il bene, in quanto la virtù percepisce come bene solo quello che non lede e non ostacola gli altri. La vera ed autentica “felicità” si fonda sulla capacità di esprimere ed esternare un giudizio onesto, giusto, leale.

La concezione morale di Seneca, ha origine dal pensiero della scuola di Zenone, in quanto i filosofi appartenenti alla corrente dello stoicismo condividono la correlazione e il rapporto esistente fra Natura e Ragione. Questo vuole significare che la persona che vive seguendo la legge e nel rispetto della Natura, vive anche secondo Ragione.

Il compito prioritario della persona, quindi, è di cercare di vivere in sintonia con questa intesa, con questa armonia planetaria, anche perché vivere in relazione con questi presupposti, con questi valori, significa “essere degni della Felicità”.

Kant, ad esempio, distingueva tra “l’essere felici e l’essere degni di essere felici”; e precisava, ancora, che l’uomo tende, per natura, alla felicità, eppure solo raramente e in rare circostanze, riesce ad essere felice.

Per Kant, quindi, quello che è veramente importante non è l’essere felici, è importante, invece, il divenire degni della felicità, l’esserne degni.

Zenone, invece, nell’opera intitolata “Della natura dell’uomo”, reputò, come autentico ed importante fine che l’individuo deve perseguire, la possibilità di vivere in armonia con la “natura", cioè la necessità di vivere secondo virtù, e questo perché è proprio la natura che ci guida e ci orienta conducendoci alla virtù.

Per Seneca Vivere secondo Natura, Vivere secondo Ragione, Vivere secondo Virtù, rappresentano e costituiscono un analogo scopo, una analoga aspirazione.

Quindi, per Seneca, la “Felicità” coincide con il vivere secondo “Natura”, e, nello stesso tempo, vivere secondo “Natura”, vuol dire vivere secondo “Ragione”, proprio perché l’uomo lontano dalla “Ragione”, non potrà mai essere pienamente e compiutamente“Felice”, e non potrà essere felice in quanto l’uomo coglie la ”Felicità” solo attraverso la ”Ragione”. In definitiva ”Felicità”, per Seneca, vuol dire vivere nella grandiosità e nella dimensione del proprio esistere e del proprio agire razionale.

Seneca sosteneva che il nostro spirito e il nostro fisico rappresentano due entità che interagiscono e si completano a vicenda. Affermava, inoltre, che la regola di vita è rappresentata dalla propria coscienza e non dal parere o dalle opinioni della gente, ecco perché non bisogna avere alcun timore di vivere o di morire in quanto ciò che è importante per la persona è perseguire sempre la “virtù”. Solo chi agisce secondo virtù non arreca danni, né lede la libertà o la volontà degli altri.

Per Seneca, quindi, il vero ed autentico bene dell’uomo è la “Virtù”, e questo significa che i beni reali, certi ed effettivi, sono esclusivamente quelli morali, in quanto solo i beni morali concorrono alla formazione di persone giuste, oneste, leali, libere. La “Virtù” autentica è rappresentata dalla “Giustizia”; all’uomo compete, di conseguenza, un importante dovere: quello di essere “felice”.

Oggi, spesse volte ci chiediamo: perché è tanto difficile essere felici? Perché non cerchiamo di essere allegri, contenti, lieti? Perché non è possibile insegnare la felicità o ad essere felici? Perché è così difficile trasmetterla?

La Felicità, comunque, non è un momento di esaltazione; è, invece, uno stato d’animo costante; è come sentire, piano piano, in sottofondo, una sinfonia di Bach, di Beethoven, di Verdi, che può essere interrotta o “disturbata” dai rumori improvvisi e assordanti della vita…, ma, in fondo, c’è!

La Felicità potremmo paragonarla alla Fede: alcuni ce l’hanno! Altri no! Così come, talune volte, qualcuno la trova improvvisamente e qualche altro la perde improvvisamente.

Ma, in effetti, cosa intendeva Seneca per “felicità?”. La felicità è la concordanza tra il modo di agire della persona e il rispetto delle leggi della natura. Quindi, è felice quell’uomo che persegue la “Virtù” e non si lascia entusiasmare né, tantomeno, avvilire o scoraggiare dalle varie circostanze che il destino ci presenta.

La vera felicità consiste, in definitiva, nel possedere un animo libero, non condizionato dai desideri, dall’avidità, dalla cupidigia; un animo che ha come fine l’onestà.

Un animo basato su questi presupposti è, certamente, un animo sereno, un animo lieto, tranquillo, che gioisce e si rallegra di quello che possiede, senza avvertire il peso e il condizionamento di ulteriori desideri. Quindi, per Seneca, è felice quell’uomo che gioisce di quello che ha e se ne rallegra, si accontenta; è felice colui il quale rimette alla ragione la guida della propria esistenza. L’uomo felice è colui che assume come modello la “natura”, ecco perché essere felici significa vivere secondo natura.

La “Felicità” non deriva dalla Virtù, né consegue da essa, ma è la “Virtù” stessa; è l’equilibrio, la sintonia della persona con se stessa, con la realtà che la circonda e con il mondo ultraterreno. In definitiva, è felice quella persona che conduce la propria esistenza con moderazione e buonsenso, senza mai lasciarsi influenzare dai beni materiali e dagli eventi esteriori, ma confida esclusivamente nelle proprie risorse, nelle proprie attitudini e nelle proprie competenze. La libertà effettiva ed autentica consiste nel conciliare e armonizzare i propri desideri con le circostanze che, naturalmente e quotidianamente, si presentano. Sono proprio i desideri e le scelte che la persona compie che, se orientati a fini di bene e ad azioni morali, conducono l’uomo verso la “Virtù” e, di conseguenza, verso la “Felicità”.

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