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Edizione N. 10

31 dicembre 2015

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Cultura

Il cristianesimo non è moralismo

Cultura

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C'è un pericolo in agguato, quando si parla di etica, quell'insieme di norme destinate a regolare la vita degli uomini nei rapporti con se stessi, con gli altri, con la società. Il pericolo è quello che le leggi di uno Stato, che dovrebbero colpire i comportamenti esterni, si proiettano per“raggiungere quel livello più profondo che attiene la coscienza di ciascuno”. Lo Stato che fa questo diventa pericoloso: uno Stato etico, sostituto di Dio, che spesso coincide con lo Stato di Polizia e che finisce inevitabilmente per limitare la libertà dei singoli, ottenendo spesso gli effetti contrari a quelli che ci si proponeva”. E' un tema che viene affrontato da Rosanna Brichetti Messori, in “Credere per vivere”, Sugarcoedizione (2007), dove fa qualche esempio storico di Stato etico, come il “regime giacobino nato dalla Rivoluzione francese che voleva instaurare una nuova moralità fatta di libertè, egalitè, fraternitè e che rovesciò le promesse in un inenarrabile terrore. Ma, ancor prima. La Ginevra di Calvino, che il famoso riformatore cercò di trasformare in una città in cui il peccato veniva considerato un reato”. Aggiungerei anche un altro esempio, quello degli anabattisti di Munster, dove tra il 1534 e il 1535, fu instaurato il “Regno di Sion”, un anno di follie, di psicosi collettiva e di terrore diffuso, dove tutto veniva regolato per legge da Bockelson, un santone-re, un ex sarto. Si poteva essere decapitati per futili motivi. Tra le tante leggi draconiane, era prevista,“La pena di morte per tutte le donne che rifiutino la poligamia [...]”. Le decapitazioni avvenivano ogni giorno, fino a che il Regno assediato dovette arrendersi per fame. Su questo argomento, consiglio di leggere un ottimo libro che ho letto negli anni 70', “Il Re degli Anabattisti” di Friedrick Reck-Malleczewen, Rusconi editore (1971), che dovrebbe essere letto e studiato nelle nostre scuole.

C'è un altro pericolo, osserva la Messori nel suo libro, quello di “trasformare il cristianesimo in un moralismo”. Come può accadere questo? “[...]ogni volta che quelle norme che la Chiesa, attingendo al Vangelo, ci propone come regola di vita, vengono da noi vissute per abitudine, per tradizione, per adeguamento al costume dominante in un dato ambiente, con un rispetto formale e non con una vera partecipazione interiore, con una adesione sincera e profonda”. In questo caso, il cristiano non agisce “per seguire davvero quella via che è al contempo verità e vita che Gesù ci ha insegnato- e che è lui stesso, la sua persona eternamente vivente e operante - , ma guardiamo alla fede soprattutto come a un sistema di norme ecclesiali spesso percepite come un peso da rispettare con fatica quando non con fastidio”. Il cristianesimo così viene trasformato in moralismo, per la Messori diventa,“una sorta di gabbia ideologica che racchiude e limita profondamente l'essere umano, restringendolo in un orizzonte soffocante”. In questo modo il Vangelo, Gesù sulla croce, la sua redenzione e resurrezione restano lontane e inoperanti. Proprio come avveniva “a quei farisei in Palestina che, scrupolosi osservanti della legge ma poco aperti al Dio vivo, non sapevano riconoscere il Messia”.

Tutta la Tradizione della Chiesa, ha sempre creduto che“o la morale si aggancia strettamente alla fede o finisce prima o poi per diventare moralismo”. Nello stesso tempo occorre riflettere sul momento storico che stiamo vivendo, sicuramente difficile per il cristiano, c'è il mondo occidentale che si è progressivamente allontanato dalla morale evangelica, che per secoli, magari formalmente, veniva osservata dalla maggioranza. Al cristiano oggi non è facile resistere alla nuova etica” laica che propone “divorzi, aborti, eutanasie, matrimoni omosessuali e quant'altro[...]lo si poteva fare in epoca di cristianità dove i valori cristiani erano generalmente condivisi, anche se magari non amati. Ma non oggi”.

Tuttavia per la Messori, è bene che i cattolici oggi si battano perché i valori cristiani perdurano anche all'interno delle leggi dello Stato, perchè le leggi contrarie alla morale cristiana, fanno costume e il male si diffonde. Ma nello stesso tempo occorre spingere alla riflessione sui temi etici agganciandoli al diritto naturale, per trovare un terreno d'intesa anche con chi non è cristiano o addirittura non credente.

E tra i temi etici da agganciare al diritto naturale c'è sicuramente il divorzio, l'aborto e l'eutanasia. Anche se ormai la mentalità laicista è maggioritaria su questi temi, ed ha contagiato molti credenti, bisogna fare di tutto per cambiare questa cultura di morte, come veniva chiamata da San Giovanni Paolo II.

E' probabile che le proposte della Chiesa su questi temi siano impopolari, ma per la Messori si possono osservare soltanto se i cristiani presentano“il valore salvifico della croce nella vita di ognuno e dalla certezza che il percorso che tiene conto della verità del Calvario è una via che porta non ad una vita triste e oppressa, limitata nella sua libertà ma, al contrario, alla vera realizzazione umana”.

Anche se occorre tenere sempre presente che ci sono le conseguenze del peccato originale, che rendono confusi la nostra mente e il nostro cuore. Cosicchè, giungiamo spesso a scambiare il male per il bene, a credere che ciò che viene proibito dalla Chiesa sia frutto di una chiusura che impedisce uno sviluppo in senso moderno della persona umana”.

Sappiamo bene come i paladini della “cultura di morte” siano riusciti a ribaltare ogni concetto logico su ciò che è bene o male per la persona umana. Lo vediamo in questi giorni con la questione delle unioni civili del ddl Cirinnà. Il testo della Messori esamina appunto quali sono le nefaste prospettive laiciste su questi temi etici. Interessante infine l'ultima sezione del libro dedicata alla Vergine Madre di Dio, Maria, porta e colonna della fede cristiana.

1545 martiri di Spagna beatificati e canonizzati dalla Chiesa

Cultura

cee_logo martiri della fede in spagna

In appendice al libro dal titolo “Persecuzione”, di Mario Arturo Iannaccone, pubblicato da Lindau (2015), c'è una lunga lista di beati e canonizzati di martiri assassinati prima e durante la guerra civile spagnola. Una lista che da sola testimonia l'eccezionale violenza nei confronti della Chiesa spagnola. Nel complesso l'opera di beatificazione iniziò dopo il 1998 con San Giovanni Paolo II, poi Benedetto XVI, quindi è continuata con papa Francesco. Prima le opere di beatificazione andavano a rilento, perché la Chiesa intendeva evitare che la memoria di questi assassinati dagli anarco-comunisti repubblicani fosse usata politicamente o strumentalizzata in certi ambienti politici (leggi destra franchista).

Perchè sono stati beatificati solo i religiosi uccisi dai rojos?

Nel libro troviamo alcune risposte sulla persecuzione della Chiesa in Spagna. Per esempio nel capitolo 7°, Iannaccone spiega perché sono stati beatificati soltanto i religiosi uccisi dai rojos.”La risposta è stata data molte volte ed è sempre la stessa: molti di coloro che furono uccisi dai repubblicani, lo furono per l'odio di questi verso la fede cattolica, mentre non è provato sia avvenuto lo stesso per coloro che morirono per mano della parte nazionale”. Poi esistono altri religiosi che morirono come “soldati della Repubblica”, perché precettati. Altri furono innocenti vittime della guerra ma non si può provare che morissero per la fede e questo li accomuna agli oltre 300.000 morti che questa guerra costò alla Spagna. Tuttavia, molti di coloro che furono assassinati, non sono stati beatificati o santificati, furono però dei “veri eroi e come tali meritano di essere ricordati (a non pochi di essi sono stati dedicati statue, monumenti, piazze, vie, parchi...)ma non furono, fino a che non viene provato il contrario, martiri della fede”. In merito alle beatificazioni, Iannaccone precisa che “la Chiesa beatifica o canonizza solo i martiri cattolici, anche se ammira eroi non cattolici o cattolici non morti in odium fidei e comunque rispetta tutti i morti di quella immensa tragedia”.

Lo studioso ricorda alcune opere autorevoli sulla persecuzione religiosa. Ma soltanto negli ultimi tempi, gli storici sono riusciti a chiarire molti punti oscuri, anche se c'è ancora molto da fare. Dopo le beatificazioni del 28 ottobre 2007 (498 persone) e del 13 ottobre 2013 (522 persone) sono state scritte quasi 200 libri, saggi storici e di approfondimenti di aspetti generali o particolari. Molte di queste opere sono apologetiche scritte nelle diocesi. Però, l'opera più importante ed esaustiva, riguardo i beati, sono i due volumi curati da Vicente Carcel Ortì, Martires del Siglo XX en Espana (BAC, Madrid 2013), si tratta di circa 2500 pagine, dove si ricostruisce le radici dell'aggressione alla religione e alla Chiesa nel 900' spagnolo. Ma l'immensa opera di monsignor Ortì racconta anche una breve biografia dei 1523 tra santi e beati proclamati dopo la Guerra Civile, quasi tutti a partire dal 1992 a oggi sotto i tre ultimi papi. E' uno studio che aggiorna le precedenti pubblicate sempre dallo stesso autore.

Il testo di Iannaccone che ho letto, racconta giorno dopo giorno l'assassinio dei beati, “un'impressionante e secca cronaca delle uccisioni suddivise per data”.

martiri in spagna

I primi attacchi alla Chiesa spagnola

Iniziarono il 18-19 luglio 1936, furono incendiate chiese, uccisi parroci, religiosi, laici cattolici. “la furia iconoclasta distrusse metodicamente tutte le immagini delle numerose chiese, cappelle, conventi e così le croci, le insegne del Sacro Cuore...”. Molti degli assassinati laici e religiosi cattolici avvenne il 25 luglio, giorno di Santiago Apostolo, un lungo elenco di religiosi, dai carmelitani ai lasalliani, i passionisti, i domenicani, fino ai mercedari. Una quarantina di pagine. Tutti questi ed altri centinaia di casi, secondo Iannaccone, “mostrano un'azione coordinata nel territorio controllato dai repubblicani nelle primissime ore dell'alzamiento, come tutto fosse già pronto”.

La ritualità dell'assassinio dei religiosi.

L'8° capitolo viene dedicato ai casi più celebri, le uccisioni di gruppo come il massacro dei 51 clarettiani di Barbastro, uccisi in uno spazio di tempo che va dal 20 luglio al 18 agosto, un vero e proprio rito di morte protratto nel tempo. I giovani seminaristi tenuti prigionieri, in condizioni proibitivi, in un estate calda, hanno subito un lento calvario, sono stati uccisi poco alla volta. I carnefici miliziani tentarono in tutti i modi di farli abiurare, introducendo nel luogo della prigionia, anche delle donne, qualche prostituta e alcune miliziane addestrate alla seduzione. Inoltre davanti al luogo in cui li tenevano prigionieri, i miliziani, fecero sfilare alcune donne vestite con i paramenti sacri. “Era una forma di scherno feroce che in questo caso prendeva di mira la virilità di uomini che vestivano tonache”.

Peraltro “dai documenti risulta che dei circa 8000 religiosi uccisi soltanto uno abbia abiurato”. Lo storico descrive l'assassinio anche nei particolari, “Dopo essere stati fucilati fu dato loro il colpo di grazia e lasciati lì a sanguinare perchè non sporcassero di sangue il camion. Qualche ora dopo i miliziani tornarono, caricarono i cadaveri e li seppellirono in una fossa comune gettando sui corpi acqua e calce viva. Ignoravano che le loro vesti portavano cucito un numero che avrebbe consentito di identificarli”. Tutti i religiosi prima di morire gridarono: “Lunga vita a Cristo Re! Lunga vita al Cuore di Maria. Lunga vita alla Chiesa Cattolica!”, perdonando i propri aguzzini.

A Consuegra (Toledo) vennero uccisi 20 francescani, un'esecuzione accettata dal sindaco e dai membri del consiglio comunale. Una giunta socialcomunista che “considerò un dovere far fucilare dei naturali nemici della Repubblica”, tra l'altro il sindaco accompagnò gli esecutori dell'assassinio sul luogo della fucilazione come fosse un atto politico dovuto.

A Toledo oltre ad essere uccisi 16 carmelitani, furono distrutti circa 30.000 volumi di grande valore storico, con molti incunaboli e manoscritti antichi lì conservati da secoli. Iannaccone sottolinea come la diocesi di Barbastro sia stata la più colpita dalla repressione, qui c'è stata la percentuale più alta di preti assassinati di tutta la Spagna.“Fu più violenta di quella rivolta contro coloro che avevano partecipato alla sollevazione militare. Segno che esisteva una motivazione separata, mascherata da altri pretesti: eliminare la Chiesa dalla vita della Spagna”.

Venivano uccisi anche i religiosi, monaci, che operavano negli ospedali, magari più rinomati, più avanzati e moderni per il trattamento di gravi malattie. Il fatto che fosse gestito da religiosi, risultava intollerabile per coloro che erano stati educati a ideologie radicali. Come gli 11 hermanos dell'Hospital Infantil de Malavarrosa uccisi a Cabanyal de Valencia. Beatificati da papa Francesco assieme ai 498 martiri il 13 ottobre a Tarragona.

Poi c'è il caso dei 46 hermanos maristas (Montcada, Barcellona). I maristi furono secondo Iannaccone una delle congregazioni più colpite dai miliziani comunisti. Naturalmente nessuno di loro aveva qualche particolare vocazione politica. Sarebbe interessante poter raccontare la loro storia. In questo momento penso ai fratelli maristi che ho conosciuto alcuni anni fa nelle scuole di Taormina.

Iannaccone nel libro non risparmia i dettagli più cruenti delle uccisioni, come il caso del giovane padre Gabriel Albiol Plou. Una crudeltà estrema, a costo di sembrare sadico, vale la pena fare la descrizione, peraltro abbastanza simile ad altri assassinii:“gli tagliarono entrambe le orecchie e poi lo costrinsero a bagnare le ferite con l'acqua di mare. Fu frustato e bastonato in tutto il corpo. Gli furono bucati gli occhi, rendendolo cieco. Gli tagliarono la lingua, poi i genitali, quindi gli fu infilata la baionetta in un orecchio. Dopo la tortura fu colpito da alcune pallottole e lasciato morire lentamente a dissanguarsi”.

Uno degli aspetti più sconcertanti delle esplosioni anticattoliche della Spagna del '900 è quella delle esumazioni ed esposizione di cadaveri mummificati, ridotti a scheletri o decomposti di religiosi e religiose, estratti dai sepolcri ed esposti davanti alle chiese e conventi o addirittura nelle pubbliche vie. Esistono diverse testimonianze fotografiche. Io ricordo bene un numero speciale di un giornale storico degli anni '60, dove in copertina c'era una mano insanguinata che teneva la Spagna; é qui che ho visto per la prima volta le immagini raccapriccianti delle esumazioni dei cadaveri.

Dio o niente

Cultura

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Pare di sentire la terra nera sporcarci i sandali mentre seguiamo un ragazzo di undici anni correre dai genitori. Come pure sono palpabili il suo affanno, la paura e l’entusiasmo negli occhi. Poco più che bambino, e senza sapere fino in fondo che cosa significhi, egli sente di avere in petto la comunicazione più importante della vita: “Mamma forse entro in seminario”.  E sembra di vedere una mamma qualunque preoccupata per un’ambizione di cui non sa niente, mentre chiede che cosa sia un seminario e poi, “con gli occhi spalancati”, si arrabbia per una pretesa così sciocca. Anche il papà gli ribadisce, con ironia e tenerezza, che un nero non può diventare un prete della Chiesa Cattolica. Per tutti gli abitanti del piccolo villaggio di Ourous, in Guinea, un sacerdote poteva solo assomigliare ai missionari bianchi. In ogni caso, proprio questi si riveleranno per quel bimbetto uno dei viatici attraverso cui si sarebbe manifestato il piano disegnato per lui.

Oggi quel bimbo si racconta al mondo grazie alle domande di Nicolas Diat, rispondendo da cardinale, Cardinale Robert Sarah. Arriva dal cuore dell’Africa e la sua storia, come nei bei romanzi, inizia su una nave. Quella che da Conakry lo porterà ad Abidjan per intraprendere la strada del seminario. Quattro giorni di viaggio che non ha più dimenticato, in una stiva, con un caldo soffocante, nutrendosi quasi di nulla, visto che il poco che si riusciva a mangiare era cibo talmente grasso da “finire subito a nutrire i pesci”. Nello stomaco non restava niente.

Il motivo del viaggio ritornerà più e più volte, anche per via delle vicende politiche che si agitano sullo sfondo della sua vita e che lo obbligheranno anche a cambiare brutalmente il luogo dei suoi studi. Le relazioni tra la Guinea e la Francia erano diventate complicate, in particolare i rapporti tra Sékou Touré e il Generale de Gaulle. Finirà il seminario in Senegal, “ma anche lì si sentiva il vento del movimento rivoluzionario del 1968”.

La Provvidenza lo accarezzerà sempre, non senza il di lui stupore, svelandogli poco a poco il senso di ogni traiettoria, e lì dove la vicenda storica del Corpo Mistico di Cristo allungava la lista dei suoi Pontefici, lui riuscirà ad incontrarli in una maniera sempre un po’ speciale.  Paolo VI qualche mese prima di morire farà di lui il vescovo più giovane al mondo; san Giovanni Paolo II qualche anno più tardi lo vorrà segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli; Benedetto XVI gli affiderà il Pontificio Consiglio Cor Unum e Papa Francesco lo nominerà Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Attraverso la conversazione con Diat, che Cantagalli ha pubblicato per l’Italia, il Cardinale non manca di sottolineare più di una volta la sua devozione per quei missionari che, venuti dalla Francia, avevano lasciato tutto per portare Dio ai confini del mondo, certo che, senza quegli uomini, non Lo avrebbe mai conosciuto. E pare sentirlo commuoversi mentre racconta del patrimonio che per lui ha rappresentato l’uomo occidentale, che invece per qualcuno è stato solo un invasore.

Quando gli capita di paragonare l’Occidente alla sua Africa non fa la vocina compassionevole, non punta il dito sull’uomo bianco, non inneggia all’assistenzialismo, ma si mostra, al contrario, più preoccupato per la miseria spirituale e per gli slogan dell’ONU. Disprezza il sentimentalismo ideologico con cui si parla di povertà ed ha parole durissime per la cosiddetta “Teologia della liberazione”, che aveva esercitato un certo fascino anche in Africa. “Quando ho compreso le origini marxiste di certi sostenitori di questa teologia, ne ho preso immediatamente le distanze. Vedevo fin troppo bene nel mio Paese le conseguenze dell’ideologia comunista. La teoria della lotta di classe era al centro della politica di Sékou Touré. Questa visione funesta della realtà sociale è stata l’origine di molti mali della Guinea. Pretendendo di aiutare coloro che si trovano in miseria, senza promuovere la loro libertà e la loro responsabilità, non si faceva che accentuare il bisogno della popolazione”.

Tornerà ancora a guardare alla sua terra per denunciare l’inferno della dittatura di Sékou Touré che pretendeva di realizzare le utopiche promesse di Marx con la lotta di classe, cioè con la violenza e l’oppressione tirannica, e non si asterrà dall’affermare con forza che “l’uguaglianza non è una creazione di Dio”. Nel soffermarsi sull’Occidente di cui si sente figlio adottivo, ne piange amareggiato la sorte che si sta ricamando, ora che fa di tutto per nascondere le sue radici e la sua identità, e che ostaggio di “poteri finanziari e mediatici sta impedendo ai cattolici di usare la loro libertà”. Un Occidente che eclissando Dio sta trasformando la democrazia in una specie di oligarchia in cui regna la disuguaglianza: “come sempre l’eclissi del divino comporta l’abbassamento dell’umano.”

Il Cardinale Sarah per tutte le pagine del libro ci accompagna senza mai farci la paternale, raccontando al lettore la verità con l’esigenza che l’impone. C’è l’ostinazione di chi ha conosciuto il mondo e la vita, accompagnata dalla grazia di chi ha sposato la Speranza senza compromessi. Guarda avanti senza l’ossessione del progresso, cercando, piuttosto, un ritorno alle origini e tenendo come punto di riferimento fisso l’intero Pontificato di Benedetto XVI. Si specchia nelle sue parole, tra le quali trova spesso una soluzione.

Matrimonio, divorzio, inferno, teoria del gender, eternità, storia, angeli. Costringe il lettore ad un esercizio stimolante, come uno stretching prima della corsa. Non si sottrae a nessuna delle domande, non ne dribbla il senso con affermazioni che mettano tutti d’accordo. Invita l’uomo a tornare nel suo cuore, nell’essenza della vita. Perché, in fin dei conti, Dio o niente.

Dio o niente

 

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