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Numero in edicola

Edizione N.

21 luglio 2014

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Cultura

La Stampa cattolica

Cultura

Due volumi della Libreria Editrice Vaticana (Angelo Scelzo, La penna di Pietro,2013, pp.290,euro16, e Angelo Paoluzzi, Voci di carta, 2012, pp.241, euro 18) e un volume di Mondadori, Il filo interrotto, a cura di Giovanni Maria Vian (Milano 2012, pp.150, euro 17,50) accompagnano il lettore nell’universo della stampa cattolica e illuminano tanti aspetti del dibattito sul giornalismo e sugli strumenti della comunicazione sociale in ambito non solo cattolico. Tre libri frutto di esperienza e di competenza, ricchi di notizie, di dati, di osservazioni critiche, impostati con ordine e stile,con professionalità:gli autori sono animati dal desiderio di fare chiarezza, di educare alla lettura dei giornali, di aiutare i lettori a cogliere ispirazione e intenti di testate e organi di informazione.

Il libro di Angelo Scelzo, La penna di Pietro, è la storia di un mezzo secolo di comunicazione vaticana dal Concilio a Papa Francesco, dall’Inter Mirifica al Web. Ne Il filo interrotto Giovanni Maria Vian, patrologo e direttore de “L’Osservatore Romano”, raccoglie saggi e articoli che storici e sociologi (Lucetta Scaraffia, Andrea Riccardi, Jean-Marie Guénois,Antonio Pelayo, Paul Badde, John Hooper, John L. Allen. Da sottolineare l’intervento di Gianfranco Ravasi su Vizi e virtù della comunicazione: critica e autocritica ecclesiale) dedicano al tema delle “difficili relazioni fra il Vaticano e la stampa internazionale” (così recita il sottotitolo). L’illustre Curatore ricorda che l’idea del libro nasce dall’incontro promosso nel novembre 2011 da L’Osservatore Romano sul problema del rapporto tra Chiesa cattolica e media.

Angelo Scelzo, editorialista di Avvenire, Il Messaggero, Il Mattino, direttore del mensile Il Rosario e la Nuova Pompei, attivo in organismi vaticani, scrittore e agiografo (da ricordare Una vita copiata dal Vangelo, profilo di sant’Annibale Maria Di Francia), è giornalista e storico di robusta statura e ricco di sensibilità pedagogica:il Laboratorio di storia del giornalismo religioso da lui diretto presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma è espressione di un impegno al servizio della verità e dei fratelli. E il libro che si segnala dà il senso di un lavoro di ricerca e di insegnamento,di una passione ardente, di una testimonianza viva.

Scelzo e Vian si completano: i due libri nascono da giornalismo militante e dalla stessa consapevolezza della responsabilità che la professione comporta e richiama; una professione spesso intesa come missione e sacerdozio, da intendere sempre come servizio e come impegno a contribuire alla crescita del cristiano, dell’uomo, del cittadino; una professione intimamente nutrita di spirito di sacrificio. Leggiamo in Voci di carta: “I media cattolici hanno svolto un efficace servizio a favore della comunità dei fedeli e nello stesso tempo di quella nazionale, descrivendo le varie dimensioni della vita cristiana e, nella misura del possibile, questioni sociali e politiche” (p.147). Angelo Paoluzzi (che è giornalista di lungo corso, saggista, docente di scienze massmediologiche) evidenzia il bene che i media cattolici rendono alla società, ma sottolinea pure lacune e carenze della stampa cattolica. Sensibilizzare operatori della comunicazione e lettori è dovere urgente: il discorso di Paoluzzi è presa di coscienza di una realtà complessa da studiare con attenzione e da accostare con coraggio.

I tre volumi tracciano il quadro di una realtà in movimento, suscitano interesse, educano al senso critico. Pagine vive con tanta storia. Le notizie su testate nazionali e internazionali sono utili e stimolanti. Anche (e forse di più) quelle su testate dedicate ai ragazzi. Paoluzzi si rivela storico ed educatore. Scrive a proposito del Giornalino, fondato dai Paolini nel 1924; un settimanale “con una platea di 150mila lettori- secondo in Italia soltanto a Topolino – per una classe di età che arriva sino a 15 anni,con una tradizione grafica d’avanguardia che ne fa uno dei migliori prodotti del mondo cattolico” e cita Mondo erre, Bollettino Salesiano, Messaggero dei ragazzi… e per il passato Il Vittorioso (1937-1966), il mondo giovanile, ricorda, “è una preoccupazione costante della pastorale e della catechesi” in Italia e altrove (p.188).

Ungheria anni Sessanta

Cultura

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Alberto Indelicato, ambasciatore a riposo (resse anche la nostra rappresentanza nella Germania Est negli ultimi anni di grama esistenza di quel Paese), autore di un buon numero di opere storiche, ha il merito di scrivere con garbo e di attrarre l’interesse del lettore. Sia che egli faccia ricorso a fulminanti battute, sia che più seriamente tracci acuti raffronti e solidi profili storici degni di riflessione, chi lo legge resta soddisfatto. Ultimato il volume, ha appreso tanti aspetti che gli erano sconosciuti o, se già ne era informato, ne ha letto interpretazioni che lo fanno meditare.

È il caso dell’ultima sua fatica, Spie e professori nell’Ungheria di Kádár, che esce nella simpatica collana “Il Filo della Memoria”, diretta da Francesco Perfetti per Le Lettere (pp. 110, € 15). Sono vivaci, ironiche e avvincenti pagine rievocative di un triennio trascorso negli anni Sessanta dall’autore, come consigliere d’ambasciata a Budapest, nella cupa Ungheria comunista. Tanti particolari ci dicono che cosa fosse un regime comunista: dalle spie piazzate ovunque (qualcuna addirittura imprevedibile), ai piccoli condizionamenti quotidiani, dalle indicibili giustificazioni che i burocrati di turno adducevano con palese faccia tosta, alla generale arretratezza e miseria. I fermenti di libertà erano compressi da una società in cui il comunismo penetrava ovunque, nel ricordo dell’insurrezione del 1956 che si voleva fosse eternamente ignorata. Indelicato non manca di sottolineare come abbondassero, così in Occidente come in Italia, i sostenitori di un simile regime, che fantasticavano potesse arrivare anche da noi, come se fosse la nostra una società schiava.

Le pagine più gustose sono quelle che illustrano la drammatica vicenda di un incolpevole professore, vicedirettore del locale Istituto italiano di cultura, in breve volgere di tempo cacciato in galera e condannato per spionaggio. Il regime aveva come unico scopo ottenere la liberazione di un proprio connazionale, questo sì vero agente spionistico, scoperto e condannato in Italia. La descrizione dell’arresto e del processo subìto dal poveretto permette di rilevare particolari (vogliamo dirli sconcertanti?) della giustizia nell’Ungheria comunista. Basti dire che l’avvocato difensore (di Stato, ovviamente) poteva colloquiare col proprio assistito (si fa per dire) solo alla presenza del pubblico accusatore.

Martirio al santuario. Angelo Minotti e l’Avanguardia cattolica

Cultura

Copertina

Fin da quel Venerdì Santo sul Golgota la vita dei cristiani in tutto il mondo è stata caratterizzata dalla realtà concreta del martirio. Il secolo appena passato, significativamente definito dal beato Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) come il "secolo di Caino", è stato il secolo in cui più si è versato il sangue dei cristiani. Anzi, stando agli studi più recenti, se si somma il numero dei cristiani morti tragicamente in odium fidei nei 1900 anni precedenti, non si raggiunge la cifra registrata nel solo XX secolo, segnato dall’esplosione radicale delle grandi ideologie totalitarie: circa quaranta milioni di morti.L’Italia, su cui certo vigila sempre in modo particolare la Provvidenza, presenta numeri inferiori alla media ma non fa eccezione. Lo dimostra, fra gli altri, l’ultimo saggio dello psicologo lombardo Roberto Marchesini (cfr. R. Marchesini, Martirio al santuario. Angelo Minotti e l’Avanguardia cattolica, D’Ettoris Editori, Crotone, Pp. 98, Euro 11,90), dedicato alla figura del giovane catechista di Rho, nei pressi di Milano, Angelo Minotti (1890-1920), assassinato sul piazzale antistante il locale santuario mariano dell’Addolorata da un gruppo di socialisti la domenica dopo l’ottava della festa del Corpus Domini del 1920. Eppure, come osserva Marco Invernizzi nell’Invito alla lettura del testo, "nella nostra storia nazionale, la presenza di martiri per la fede, cioè di cattolici assassinati perché cattolici militanti, pubblicamente impegnati nel difendere e promuovere la presenza della Chiesa, suscita un certo stupore" (p. 10). Nel sentire comune del mondo cattolico contemporaneo, infatti, raramente si coglie la consapevolezza della propria identità storica, anche recentissima, e temi come quelli dei martiri delle ideologie politiche — si pensi solo al "buco nero" costituito dai tanti preti uccisi dai partigiani comunisti sul finire della guerra civile italiana (1943-1945) e anche oltre —, anche a più di mezzo secolo di distanza, continuano a restare un imbarazzante tabù.

Il breve saggio storico di Marchesini, in questa ottica, ha il merito di fare luce su un periodo fra i più convulsi della politica italiana del 1900, ovvero quello seguìto alla Prima Guerra Mondiale (1914-1918), la Grande Guerra, segnato dai violenti conflitti sociali del cosiddetto "biennio rosso" 1919-1920, quando una crisi socio-economica gravissima aveva dato luogo a occupazioni delle terre, espropriazioni coatte, scioperi selvaggi e agitazioni violente dal Nord al Sud della Penisola. Sono questi, peraltro, gli anni in cui nascono quelle grandi formazioni politiche che domineranno la scena politica del "secolo breve": dal Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo (1871-1959), d’ispirazione cristiana ma dichiaratamente aconfessionale — fondato il 18 gennaio 1919 — ai Fasci di Combattimento che Benito Mussolini (1883-1945) fonda il 23 marzo dello stesso anno e che avrebbero costituito il primo nucleo del movimento fascista, al Partito Comunista d’Italia, costituito a Livorno il 21 gennaio 1921 da una frangia di massimalisti usciti dal Partito Socialista Italiano. Su questo sfondo i cattolici, emarginati in toto dalla vita politica del Paese fin dall’aggressione perpetrata dal nuovo Regno unitario contro la Sede di Pietro con la celebre "breccia di Porta Pia" del 1870, umiliando il beato Papa Pio IX (1846-1878), cercano faticosamente di riguadagnare il loro posto nella società italiana. A questa "rinascita" del cattolicesimo organizzato si opponevano naturalmente, e con vigore, le nuove formazioni politico-ideologiche, che ricorrevano spesso a ogni mezzo, legale e illegale, perché la Chiesa non riconquistasse il terreno perduto. Quello che accade nella diocesi di Milano, la più grande d’Europa, è esemplare: "frequenti tentativi di invasioni delle Chiese e di incendio dei circoli e sedi delle associazioni, assalti alle processioni, sacerdoti e giovani cattolici vilipesi, parodie blasfeme erano all’ordine del giorno" (p. 53). Allora, su impulso dello stesso arcivescovo ambrosiano, il cardinal Andrea Carlo Ferrari (1850-1921), si costituirà, per tramite dell’Unione Giovani Cattolici Milanesi, "il primo nucleo dell’associazione denominata Avanguardia Cattolica, "la spada dietro l’armadio" dei cattolici milanesi, secondo una definizione del cardinale Montini" (p. 54). Si trattava di un gruppo di giovani, "[...] scelti tra quelli più attivi, con una intensa vita spirituale e dotati anche di una certa prestanza fisica" (ibidem), che avevano come compito principale "la difesa delle celebrazioni religiose e delle istituzioni cattoliche" (ibidem), ma che prestavano una particolare attenzione anche alla formazione culturale e spirituale delle giovani generazioni. Negli anni a seguire, l’Avanguardia si diffonderà fuori dal Milanese, "[...] arrivando a contare circa settanta gruppi con quasi 1500 iscritti" (p. 56), costituendo così un rilevante bastione identitario per la difesa della libertà di azione della Chiesa. Grazie a questi giovani — che ritroveremo impegnati attivamente anche nei Comitati Civici di Luigi Gedda (1902-2000) che faranno la loro comparsa in occasione delle fondamentali elezioni politiche dell’aprile del 1948, le quali sanciranno la scelta di filo-occidentale e anticomunista del nostro Paese — il cattolicesimo lombardo potrà continuare la sua encomiabile opera di evangelizzazione sociale nella stagione missionariamente più difficile per la Chiesa, quella fra le due guerre mondiali.

Angelo Minotti era uno di questi ragazzi che parteciparono giovanissimi alla Prima Guerra Mondiale e ne subirono le conseguenze drammatiche. Catturato dagli austriaci nel 1916, sarà inviato come prigioniero nel campo di concentramento di Mauthausen, in Austria, quindi trasferito a Brod, in Croazia. Potrà tornare a casa, a Rho, solo nel 1919, dopo otto anni di servizio militare e trenta mesi di prigionia. Eppure "appena tornato, riprese la sua attività nell’Unione Giovani Cattolici di Rho e come maestro di Catechismo presso l’oratorio di San Luigi" (p. 74) e sarà proprio svolgendo il suo apostolato catechistico che troverà la morte, il 13 giugno del 1920, sul piazzale del santuario della sua città per mano di un gruppo di socialisti armati che, piombati all’improvviso dinanzi la chiesa, spareranno alcuni colpi di rivoltella sui presenti, uccidendo appunto Minotti e ferendo altre persone. Sull’omicidio non ci sarà mai alcuna inchiesta.
Così, nonostante l’efferato delitto, della figura di Minotti, si è persa, fino a oggi, ogni memoria. Il libro di Marchesini, si spera il primo di una lunga serie sui "nostri" martiri dimenticati, ha il merito di colmare finalmente, con una notevole cura storiografica e l’ausilio di un apparato fotografico-documentale inedito di prima mano questo vuoto ingiustificabile.

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