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Martedì, 30 Agosto 2016

Ci sono parole messe nell’ordine giusto per creare scompiglio. Per generare incomprensione. Ci sono allusioni che fomentano polemiche, perché le parole – sempre – nascondono insidie. Così, quando circa un mese fa i giornali si sono allegramente intrattenuti sulla lunga conversazione tra papa Francesco e le superiori generali delle suore di tutto il mondo, e sulla brace è stata lanciata la parola “diaconesse”, il fumo è diventato eccessivo. Solo ora sta scemando, come succede nelle grigliate gestite male. E solo adesso che quei titoli vanno a rivestire le pattumiere – insieme alle considerazioni ipocrite di chi sogna una Chiesa cattolica nuova –, ne parliamo noi.

Qualcuno si è domandato (pure questo!) se le suore, una volta diventate finalmente diaconesse, vorranno indossare gli stessi paramenti dei diaconi o ne pretenderanno di nuovi preparati ad hoc. La questione è solo apparentemente banale, perché si tratta di stabilire se l’aspirazione femminile al diaconato è effettivamente quel che sembra: una rivendicazione egualitaria anti-maschilista.

Del resto, è inutile nasconderselo: per quanto si provi a convincersi del contrario, quella di tenere l’omelia e, più in generale, di accedere a un «diaconato femminile» sembrano null’altro che un capriccio di stampo femminista.

Il femminismo vorrebbe la donna libera da tutta una serie di stereotipi, ma evidentemente, sconta la superficialità di una cultura invaghita del concetto di “novità”. Anche le istanze dell’equazione uomo=donna, solitamente ascritta al “nuovo”, sono piuttosto ambigue. Se si ammette, infatti, che la donna possa accedere a ogni sorta di professione, proprio non si capisce perché, all’interno della Chiesa Cattolica, sia fuori luogo la richiesta di un accesso al diaconato e, perché no, al sacerdozio. E ciò finisce per essere considerato dai sempiterni superficiali consumatori dell'ultima novità non solo ragionevole, ma innocuo.

È paradossale che il concetto di emancipazione femminile sia percepito come “nuovo” o, comunque, tipico della modernità. Prima di Cristo la donna era merce di scambio. Prima di Cristo il padrone ingravidava la schiava se la moglie era infertile – anche la fecondazione eterologa non è, poi, così nuova –, se era bruttina o, semplicemente, se lo desiderava. Prima di Cristo la donna aveva un tale controllo del suo corpo che l’aborto era consuetudine, anche se nascosta. Prima di Cristo non c'è stata civiltà che nel suo rapporto con il divino non avesse contemplato la figura della sacerdotessa.

Dove sono tutti questi elementi di “novità” nel tanto celebrato “progresso”?

Il vento veramente nuovo lo ha portato il cristianesimo che, nell’esempio scandalosamente originale di Gesù, ha aperto alle donne una condizione di reale novità. Chi osa inquadrare il cattolicesimo in una dimensione maschilista pecca d’ignoranza e d’ipocrisia.

Senza l’apporto di molte donne, lo sviluppo dell’intera storia del cristianesimo sarebbe stato assai diverso.

San Giovanni Paolo II ha sottolineato nel corso di tutto il suo pontificato il «simbolismo fortemente evocativo nella femminilità della donna credente, e soprattutto in quella consacrata»[1], l’iconicità che esprime l’essere stesso della Chiesa «sposa di Cristo e madre dei credenti»[2].

Né all’argomento si è sottratto Benedetto XVI. In più di un’occasione, infatti, questi ha ricordato come Gesù scelse dodici uomini, lo sappiamo, «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14-15), ma la Sua missione trovò proprio nelle donne un ruolo attivo impossibile da ignorare o sottovalutare: un unicum nella storia delle religioni.

Non riteniamo necessario passare in rassegna ogni singola figura femminile: è ben noto che intorno a Lui gravitarono donne con funzioni di responsabilità differenti – certo, e giustamente – rispetto a quelle dei Dodici.

Da cardinale, già trent'anni fa Joseph Ratzinger mostrava di nutrire forti preoccupazioni per l’infiltrazione dell’orientamento femminista nella vita religiosa. Puntualizzava così: «Il cristianesimo non è "nostro", [...] è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo il diritto di ricostruire a piacimento. Dunque, non siamo autorizzati a trasformare il Padre nostro in una Madre nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile, è fondato sulla stessa relazione uomo-Dio che è venuto a rivelarci. Ancor meno ci è lecito sostituire Cristo con un'altra figura»[3].

Quella del diaconato femminile non è una storia in tutto e per tutto postmoderna. Il tema fu studiato già dalla Commissione Teologica Internazionale tra il 1992 e il 1997. E fu poi ripreso dalla stessa commissione tra il 1998 e il 2002 in un documento approvato da Joseph Ratzinger, allora cardinale e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Della stessa commissione teologica faceva parte anche l'attuale Prefetto della medesima Congregazione, il cardinale Gerhard Müller.

Il documento in questione mette tutti i puntini sulle ‘i’ del caso. Esordisce precisando il significato del termine ‘diacono’ e ricorda che il battesimo conferisce il diakonein a ogni cristiano che, in questo modo, coopera al servizio di Cristo.

Nel passare in rassegna le diverse fasi storiche, fa notare che, in epoca apostolica, numerose forme di assistenza diaconale agli apostoli e alle comunità esercitate da donne sembravano avere un carattere istituzionale. Ma si trattava, sempre, di un servizio riconosciuto e subordinato al ministero dell’Apostolo.

Tant’è vero che le Costituzioni apostoliche (CA), apparse verso il 380 in Siria, insistono perché le diaconesse non abbiano alcuna funzione liturgica (III 9, 1-2): «La diaconessa non benedice e non compie nulla di ciò che fanno i presbiteri e i diaconi, ma vigila le porte e assiste i presbiteri in occasione del battesimo delle donne, per ragioni di decenza» (CA VIII 28, 6).

Andando avanti nei tempi apostolici, il documento della CTI spiega che le donne diaconesse saranno ufficialmente «istituite», ma non avranno mai altra missione che il buon esempio e la preghiera. Gli sviluppi successivi mostrano un’evoluzione diseguale di questo ministero nelle diverse tradizioni ecclesiali, ma quel che rimane comune e chiaro è che il diaconato femminile non fu mai stato inteso come l’equivalente del diaconato maschile.

Nell'intuizione cristiana di conservare il sacerdozio esclusivamente maschile, c'è la capacità di cogliere l’importanza della diversità dei sessi e valutarla come non secondaria. Difendere la Scrittura, in questo senso, significa, ancora una volta, difendere la persona umana e la sua dignità.

A cominciare dal sesso femminile.

Non è un caso se «Chiesa» è nome di genere femminile. In essa, infatti, vive il mistero della maternità, della contemplazione, della bellezza, della gratuità, di quei principi, insomma, che sembrano così inutili agli occhi del mondo profano.

Se la Chiesa ha inteso difendere sempre la separazione dei sessi, è perché ha voluto difendere la fede, il concetto di sacerdozio, gli uomini e le donne dal vedersi ridotti a pura funzionalità. Ha voluto difendere la realtà, molto semplicemente.

Tutte queste battaglie in nome della libertà chiedono di svincolarsi dalla «schiavitù della natura». Ma credere di poter essere una donna nel corpo di un uomo è costruire una realtà fittizia. La natura esige diversità. Si fa addomesticare, ma non modificare, perché sa come ribellarsi.

Ci domandiamo se può fare davvero del bene a un mondo come il nostro - in cui nel dire ‘maschio’ e ‘femmina’ ci sono remore che paventano accuse di sessismo, quando non di razzismo - tornare in un baleno a prima di Cristo.

È una società che sta annegando nella paranoia di definirsi nel modo più neutro possibile per eludere la mascolinità e la femminilità, e avallare la perversione di chi vede nei generi una interscambiabilità a piacere. Il che vuol dire anche ridurre l’agire umano, persino nella Chiesa, a pura funzionalità, a puro ruolo; quello del “lavoratore”, naturalmente, come nei regimi comunisti di migliore tradizione.

E dov’è la bellezza o la generosità di una simile concezione? È questo cui ambiscono le femministe e le suore del secolo XXI?

La tentazione di commentare è un trabocchetto fallace già nelle sue mire. Per questo puntiamo dritti alle parole del cardinale Robert Sarah. Recentemente, e con laconicità esemplare, egli ha chiosato: «L’idea di una donna cardinale è tanto ridicola quanto quella di un prete che volesse diventare religiosa!»[4]. E al posto di ‘cardinale’ metteteci quello che vi pare, il succo non cambia.



[1] Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, del 29-6-1995.

[2] Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, del 31-5-2004.Ed.

[3] Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. A colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1985, p. 97.

[4] Robert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, trad. it, Cantagalli, Siena 2015

IL SETTIMANALE DIOCESANO ZUCCHELLI

Per uno che ha collaborato per diversi anni con bollettini, giornali, periodici parrocchiali, e con radio, la lettura del libro di Giorgio Zucchelli, “Il Settimanale cattolico. Questo sconosciuto”, Libreria Editrice Vaticana (2014) , suscita un interesse particolare, soprattutto perchè nel frattempo, questo mio interesse a collaborare con giornali non è venuto meno. Neanche dopo la grande rivoluzione tecnologica di internet, del web. Del resto la trasformazione del web mi ha coinvolto in pieno, scrivere sulla vecchia macchina da scrivere Olivetti e una tastiera del computer non è la stessa cosa. Ormai è dal lontano 2000 da quando ho iniziato la collaborazione con il Corriere del Sud di Crotone, che scrivo articoli con giornali, con blog online.

Il libro di Zucchelli ha diversi meriti intanto quello di sostenere che la storia del giornale stampato non è finita, neanche per quelli cattolici, certo bisogna ora integrarlo con il web e qui che viene il bello dell'impresa. E poi soprattutto quello di convincere il mondo cattolico che ancora sono necessari i settimanali cattolici per fare missione, per evangelizzare. Spesso si afferma, in numerosi documenti ecclesiali, che oggi sono i mass media a fare cultura, che hanno scalzato da tempo, le “agenzie educative” come la famiglia, la scuola, la parrocchia. Se è così per don Zucchelli, come logica conseguenza, la Chiesa dovrebbe utilizzare sempre meglio i mezzi di comunicazione.

Preparare uomini e donne perchè la fede diventi cultura.

Sono due i modi per operare attraverso i media: innanzitutto preparando i cattolici a inserirsi nei grossi media pubblici e laici “per iniettare valori positivi ispirati a quelli cristiani”, un lavoro che non è stato mai fatto, basti vedere come la televisione di Stato è preda di culture libertarie e radicali. Il secondo modo è quello di rilanciare i media cattolici a tutti i livelli, con personale qualificato e adeguate risorse finanziarie. La storia del Movimento Sociale Cattolico di fine ottocento è straordinaria, nel libro don Zucchelli cita l'opera di don Giacomo Margotti e di don Davide Albertario, due colonne del giornalismo cattolico anche se intransigenti, ma poi come non ricordare don Giacomo Alberione, fondatore della famiglia paolina.

Zucchelli ha la vocazione del giornalismo, anzi è convinto che per un sacerdote scrivere significa rafforzare il proprio ministero. Del resto don Alberione, proponeva un nuovo modello di sacerdote. “L'apostolato della stampa è vera predicazione, al pari di quella orale”. Lo diceva anche , con realismo e incisività bergamasca mons. Angelo Spada, per 51 anni direttore dell'Eco di Bergamo.

Don Giorgio ha studiato presso l'Università Cattolica, diplomandosi in giornalismo e poi ha insegnato nella medesima università. Per cinque anni è stato presidente nazionale della FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) e vicepresidente nazionale dell'Uisp. Attualmente è direttore de Il nuovo Torrazzo, settimanale di Crema.

Perchè un libro sui settimanali cattolici.

Ma perchè è stato scritto questo testo di quasi 500 pagine. Don Zucchelli risponde:“Per rompere il silenzio sulla bella realtà dei giornali delle Chiese italiane. Ma anche per contribuire a superare la contraddizione tra la necessità di fare dei media cattolici strumenti di evangelizzazione capaci di incidere sull'opinione pubblica e l'indifferenza della base ecclesiale”.

Tuttavia nell'introduzione Zucchelli lamenta una certa indifferenze del mondo cattolico per i settimanali cattolici. Apertamente si pone il problema di come raggiungere la gran massa dell'opinione pubblica, lontana dalla pratica religiosa. E i lontani sono tanti, visto che a frequentare le Chiese sono non più del 10% . Pertanto il giornalista si pone il problema“come realizzare la nuova evangelizzazione verso le 'periferie' con linguaggi consoni all'uomo d'oggi?” E criticando un certo mondo ecclesiale, scrive: “Nei consigli pastorali si discute fino alla noia nel cercare quali possano essere le nuove forme e i nuovi linguaggi per portare il Vangelo nelle case e nei cuori di tutti. Si lanciano un sacco di belle idee, si scrivono testi interessanti. Ma, fra le tante parole, pochi s'accorgono che strumenti molto efficaci di evangelizzazione esistono già e possono entrare nelle case di tutti e raggiungere tante persone. Sono i media!

Nella Storia dei settimanali cattolici, il sacerdote invita i cattolici a riprendere lo spirito di san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che tra la fine del 500 e l'inizio del 600 per spiegare l'ortodossia cristiana, mentre imperversava la Riforma calvinista, iniziò a pubblicare fogli che lui stesso metteva sotto le porte delle case. Inoltre, occorre riprendere il coraggio dei cattolici di fine Ottocento, dei tempi dell'enciclica“Etsi Nos” e della “Rerum Novarum” di Leone XIII, che per contrastare i “giornali sediziosi e funesti” che “scagliano quotidianamente(...)calunnie contro la Chiesa e il Sommo Pontefice”, auspica,“che almeno in ogni provincia si istituisca qualche strumento che illustri pubblicamente quali e quanti sono i doveri dei singoli cristiani verso la Chiesa: ciò con scritti molto frequenti, se possibile quotidiani”. Certo non viviamo più i tempi delle minacce contro la Chiesa del liberalismo massonico, ma le parole di Leone XIII, sono ancora valide.

Il testo fa un elenco dettagliato e organico, diviso per regioni, delle 194 testate della FISC, un'operazione utile, anche per rompere quel silenzio che esiste intorno a questa realtà della Chiesa italiana.

L'identikit del giornale cattolico.

Dopo aver ragionato sui numeri, il libro riflette sulla struttura del prodotto, in pratica come dev'essere fatto un settimanale cattolico. Don Zucchelli ci tiene a ribadire che il giornale“non lotta per un obiettivo economico, ma per mantenere viva una voce del Vangelo nel cuore e nella periferia del paese”.Anche se poi deve fare i conti con i costi, la pubblicità, la diffusione e tanto altro. Comunque sia anche se un periodico cattolico, non sarà mai in grado di “stare sulla notizia”, ma è fondamentale che si possa fare un giornale di informazione, anche perchè spesso è limitato a un determinato territorio. Il sacerdote esperto in giornalismo, prova a portare degli esempi su come impostare un periodico cattolico, e ne sviluppa un identikit, un vero giornale ideale. Certamente occorre puntare alla qualità dell'informazione, che richiede coraggio, anche nelle critiche locali, senza lasciarsi condizionare da nessun schieramento politico. Tenere “la barra dritta, nel promuovere e difendere i valori non negoziabili, anche se spesso si ricevono critiche pesanti pure dal mondo cattolico cosiddetto 'progressista'”. A questo proposito don Zucchelli cita il lavoro importante svolto dai giornali iscritti alla FISC e della Chiesa per l'astensione al referendum sulla Legge 40 e poi per la preparazione del Family Day del 2007.

“Se vogliamo evangelizzare non possiamo fermarci a parlare con coloro che già sono evangelizzati”, scrive Zucchelli, occorre fare arrivare il giornale diocesano nelle periferie, anche nelle mani e nelle case di chi non frequenta la comunità cristiana, di chi non è credente. Più avanti il sacerdote giornalista insiste sulle modalità di evangelizzazione. “E' questo un punto debole del pensiero ecclesiale: si pensa che evangelizzare significhi comunicare contenuti religiosi ed ecclesiali, quando non catechetici, comunque sostanzialmente culturali. Una Chiesa che parla di sé e delle sue cose”.Certo la formazione è importante, ma dev'essere accompagnata dall'informazione. E allora ci si chiede:“come può un giornale evangelizzare con l'informazione e la cronaca? La risposta è: diffondendo nell'opinione pubblica una visione della vita e del mondo ispirata ai valori cristiani, facendosi cioè – come dice la Communio et progressiofaro di tutta la realtà. Per don Zucchelli occorre sfatare certi pregiudizi su come fare un giornale diocesano. Il racconto è il cuore dell'informazione, è un mezzo di formazione anch'esso (una formazione in atto). I nostri lettori si possono educare anche con le semplici notizie, per don Zucchelli,“le stesse 'nude' notizie contengono una grande forza educativa e formativa”. Anche il semplice fatto di sceglierle tra le tante, contengono sempre un giudizio di valore. Un quotidiano locale può avere delle grandi potenzialità, raccontando con le “buone notizie”, la quotidianità positiva di una popolazione, settimana per settimana,dando voce a chi non ha voce, può essere una forma di scegliere i poveri, gli ultimi della strada del quartiere. Un nuovo giornalismo sociale.

Conta anche il taglio con cui vengono date le notizie, una testata del FISC, non solo deve vantare una “differenza informativa”, ma deve anche proporsi con una “differenza etica”. I giornali cattolici devono avere “il coraggio di servire la verità smascherando il tentativo di ridurla a semplice confronto di opinioni del tutto relative, imposte a colpi di maggioranza, smontando le false notizie mediante un'operazione di risanamento quanto mai necessaria per la deriva che molti dei grandi media oggi hanno raggiunto[...]”.

I settimanali diocesani devono andare controcorrente.

Don Zucchelli prende esplicitamente posizione contro il pensiero politically correct, in particolare, sui cosiddetti principi non negoziabili, e punta molto sulla dottrina sociale della Chiesa, è convinto che anche i settimanali diocesani devono accettare le sfide che si presentano sui valori etici, a cominciare del rispetto della vita in tutte le sue fasi. Nel testo fa riferimento all'enciclica “Evangelium Vitae” di san Giovanni Paolo II.

Il sacerdote per avallare le sue tesi sui mezzi di comunicazione, cita diversi documenti della Chiesa, il Concilio Vaticano II, che è abbastanza esplicito in merito. Leggere e diffondere, la buona stampa, “allo scopo di poter giudicare cristianamente ogni avvenimento”. Non basta autodefinirsi cattolici per esserlo davvero, ma bisogna porsi l'obiettivo di “formare, favorire e promuovere opinioni pubbliche”, per promuovere il diritto naturale, la dottrina e la morale cattolica, far conoscere nella giusta luce i fatti che riguardano la vita della Chiesa”. E bisogna fare questo formando “senza indugio sacerdoti, religiosi e laici, i quali sappiano usare con la dovuta competenza questi strumenti a scopi apostolici [...]”.

Il grande san Giovanni Paolo II, si rendeva conto della grande importanza dei mezzi di comunicazione, è lui che per la prima volta, nella Redemptoris Missio, dà la bella definizione dei media come “aeropaghi moderni”.

Certo oggi con l'avvento dei social media, che riscuotono tanto successo tra i giovani, occorre calibrare diversamente il lavoro dei giornali cartacei e quindi l'impegno dei cattolici nel mondo della comunicazione. “I tempi sono difficili”, scrive Zucchelli, e si augura che il testo che ha scritto non sia “l'ultima foto di gruppo dei giornali delle Chiese italiane”.Certo “Il settimanale diocesano”, è stato scritto per “ridare speranza e rilanciale la stampa diocesana. Ma, per non scomparire è necessaria una svolta”. E qui adesso la palla passa ai vescovi, alla Cei, ai movimenti, ai militanti, ai singoli cattolici.

il settimanale diocesano 1

 

 

Marcotullio Misericordia, fede, giudizio

Misericordia, fede, giudizio. Pagine scelte dei Padri della Chiesa sulla Misericordia, è un agile libretto di Giovanni Marcotullio (tau editrice, Todi 2015, pp. 96, € 5,00), specializzatosi in patristica all’Istituto Augustinianum di Roma ed attualmente capo redattore de “La Croce”, il quotidiano diretto da Mario Adinolfi (ha pure curato Il cuore indurito del Faraone per Città Nuova). Si tratta di una breve ma significativa raccolta antologica di letture sulla Misericordia tratte dagli scritti dei Padri della Chiesa, ciascuna introdotta con una guida alla lettura da parte del curatore.

Si parte da Gregorio di Nissa a Basilio di Cesarea, da Ilario ad Agostino ed Epifanio, per giungere a Origene (Alessandria d'Egitto, 185-Tiro, 254), che è considerato uno tra i principali scrittori e teologi cristiani dei primi tre secoli. Nelle pagine di questi Padri emerge la giusta via cristiana nel rapporto tra misericordia e giudizio. Il criterio scelto per affrontare questi temi, centrali in questo Anno della Misericordia proclamato da Papa Francesco, è il Vangelo, del quale viene scelto un passo e proposta la citazione di quello dei Padri che l’ha affrontato meglio, a parere di Marcotullio, per la sensibilità dei contemporanei. Per esempio, a commento del “Guai a scribi e farisei ipocriti” di Gesù (Matteo 23,18-23), osserva il giovane studioso (è nato a Pescara nel 1984): «L’alternativa non è tra giudicare ed essere misericordiosi, sembra dire Gesù, ma tra tenere insieme, con la fede, il giudizio e la misericordia, o non tenerli insieme, e andare così incontro a un fatale svuotamento dell’intero cristianesimo».

Ma nel libro sono riprese anche citazioni sulla Misericordia in commenti sull’Antico Testamento. Di particolare interesse sono i testi ripresi dall’Omelia sui Numeri di Origene (pp. 41-46), nei quali lo scrittore alessandrino promuove efficacemente la «lettura cristiana» dell’Antico Testamento, respingendo la sfida di quegli eretici, soprattutto gnostici e marcioniti (sotto altri vesti presenti ancora oggi) che opponevano tra loro i due Testamenti fino a rigettare l’Antico. A questo proposito, nella citata Omelia, Origene afferma tra l’altro: «Io non chiamo la Legge un “Antico Testamento”, se la comprendo nello Spirito. La Legge diventa un “Antico Testamento” solo per quelli che vogliono comprenderla carnalmente», cioè fermandosi alla lettera del testo. Ma «per noi, che la comprendiamo e l’applichiamo nello Spirito e nel senso del Vangelo, la Legge è sempre nuova, e i due Testamenti sono per noi un nuovo Testamento, non a causa della data temporale, ma della novità del senso ... Invece, per il peccatore e per quelli che non rispettano il patto della carità, anche i Vangeli invecchiano» (9,4).

Le riflessioni di Marcotullio a premesse degli splendidi passaggi dei Padri della Chiesa sono dirette in particolare a tutti coloro che nutrono ancora fiducia nelle sorti della società. La Misericordia, infatti, non è per chi continua a proporre attenuanti alle colpe dell’umanità, indulgendo all’intollerabile buonismo. La Misericordia, nel Magistero perenne della Chiesa, è una via per chi confida nel dovere di giustizia verso i più deboli e, nello stesso tempo, nel perdono derivante dalla bontà del Padre.

La misericordia provoca ed esige un cambiamento, non per la rigidità, ma per quanto è irresistibile l’amore “da” e “verso” Dio e verso il prossimo. Altrimenti non si chiama perdono, ma in un altro modo – leggerezza o superficialità. È sempre un amore che ci precede, un amore che non meritiamo, ma gratuito. Dio si intenerisce per i suoi figli che sbagliano strada, e li vuole riportare a casa.

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