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Numero in edicola

Edizione N. 7

15 settembre 2014

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Cultura

Da Paolo VI a Papa Francesco

Cultura

Beato Paolo VI

Certi giornalisti, scrittori, anche i cosiddetti vaticanisti, da troppo tempo continuano a contrapporre i vari pontefici, soprattutto quelli del dopo Concilio Vaticano II. Spesso si fanno passare per progressisti, poi per tradizionalisti, per conservatori, per innovatori, per reazionari o addirittura per rivoluzionari. Difficilmente cercano di sforzarsi di vederli si come riformatori ma anche soprattutto come continuatori che si passano il testimone per guidare al meglio la Chiesa che fu di Nostro Signore Gesù Cristo.

Certamente la Chiesa ha bisogno di confrontarsi con la storia, con il mondo, infatti non può essere vista come una istituzione immodificabile che vive fuori del proprio tempo. Credo che si possa sostenere che i pontefici sono stati tutti dei riformatori ma sempre rispettando la tradizione, lo è stato perfino San Pio X, passato alla storia come un mastino che ha soffocato le giuste istanze del modernismo. Recentemente ho letto e recensito l’ottimo libro pubblicato da Sugarcoedizioni (2014) di Oscar Sanguinetti dove papa Sarto appare come un restauratore-riformatore che certamente guardava al futuro. Peraltro durante lo studio, che ho proposto in otto puntate, di una ventina di testi riguardanti San Giovanni Paolo II, ho potuto constatare diverse similitudini con tutti gli altri pontefici, soprattutto con l’ultimo, Papa Francesco.

Tuttavia, forse, il papa che più di ogni altro è stato tacciato di progressismo che abbia rotto con il passato, è stato il beato Paolo VI, per la verità fino a qualche tempo fa ero caduto anch’io in questa trappola. Invece a ben vedere leggendo il ricco magistero di Paolo VI, è stato un papa che ha continuato a difendere quello che bisognava difendere e ad innovare dove bisognava farlo.

Infatti molti hanno scritto che Paolo VI accettasse in toto la Modernità, questo è vero, soltanto che della modernità ha accettato certe domande che essa ha posto e non tutte le risposte che ha dato.In questi giorni sto leggendo una biografia su Paolo VI, di Giselda Adornato, dove il sottotitolo è appunto: “Il coraggio della modernità” (San Paolo 2008). A breve spero di presentare il testo su queste pagine.

In un recente intervento su LaNuovaBQ.it, , il professore Massimo Introvigne propone un’ottima riflessione sull’argomento partendo da uno dei più importanti discorsi del pontificato di Benedetto XVI, fatto a Lisbona nel 2010. Il papa affermava che la Chiesa attraverso il Vaticano II, ha trasfigurato e superato “le critiche che sono alla base delle forze che hanno caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e l’Illuminismo. Così da sé stessa la Chiesa accoglieva e ricreava il meglio delle istanze della modernità, da un lato superandole e, dall’altro evitando i suoi errori e vicoli senza uscita”.

Pertanto secondo Introvigne“della modernità occorre assumere le domande, discernendo invece criticamente le risposte (…) Il Magistero della Chiesa hadovuto prendere le distanze sia da un atteggiamento ultraconservatore, che rifiuta di assumere le domande della modernità – Benedetto XVI lo chiamava «anticonciliarista», con riferimento al rifiuto del Vaticano II – sia da un atteggiamento che lo stesso Papa Ratzinger chiamava «progressista», intendendo con questo termine l’accettazione acritica e ingenuamente entusiasta delle risposte della modernità e non solo delle domande”. (M. Introvigne, “Così Paolo VI affrontò e vinse la ‘Modernità inquieta’”, 13.10.14, LaNuovaBQ.it)

A questo puntoil reggente vicario nazionale di Alleanza Cattolica,propone un interessante itinerario che proverò ariassumere. Introvignecolloca il magistero del beato Paolo VI come ispiratore dei pontefici successivi e quindi in continuità. Infatti Paolo VI ha dovuto affrontare subito quegli atteggiamenti “anticonciliaristi” e “progressisti”.In un primo tempo si era convinto che i pericoli maggiori per la Chiesa derivavano dagli anticonciliaristi, cioè dagli ultraconservatori che si rifiutavano d’incontrare l’uomo moderno e farsi carico delle sue domande.Si tratta in particolare dei cosiddetti “tradizionalisti”, legati a monsignor Marcel Lefebvre. Questi non si sono limitati a fare legittime domande su certe preoccupazioni per le derive del postconcilio, ma hanno assunto un atteggiamento scismatico rischioso per l’unità della Chiesa. Poi nella seconda fase del pontificato, Paolo VI “si rese conto che – per quanto i rischi insiti nella deriva anticonciliarista non andassero sottovalutati – la minaccia maggiore veniva dalle frange ribelli a Roma del mondo progressista. Un punto di svolta fu la rivolta, inaudita e senza precedenti per estensione e intensità, contro la sua enciclica Humanae vitae del 1968, il «Sessantotto della Chiesa» (…)”.

A questo proposito poi Paolo VI usò la formula famosa e drammatica della “autodemolizione” della Chiesa, “come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio”. Nel 1972 avrebbe aggiunto: Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di buio, di ricerca, di incertezza».Qui Paolo VI, ne attribuiva la responsabilità al Diavolo, la cui opera che mira a creare divisioni nella Chiesa ci è stata ricordata tante volte da Papa Francesco: “da qualche fessura – affermava il beato Paolo VI – “è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio”.

Essenzialmente il professore torinese individua quattro punti dove si può accostare il magistero di papa Paolo VI sulla modernità ai successivi pontefici. Il 1° è quello dell’incontro tra fede e ragione. Il beato credeva nel dialogo con gli uomini di pensiero e di scienza, anche se non mancava di metterli in guardia di fronte all’inganno e alla deformazione di certi pensieri. Introvigne ricorda San Giovanni Paolo II che definiva la fede e la ragione, le ali che permettono all’uomo di volare .

Il 2° puntoè quello della giusta ermeneutica per il Concilio, che si declina nella formula dell’”ermeneutica della riforma nella continuità”, che chiede di accettare lealmente gli elementi di riforma del Concilio, leggendoli però in continuità e non “contro” il Magistero precedente, che è stata coniata da Benedetto XVI. “Ma la nozione – scrive Introvigne - si trova già nel beato Paolo VI. In un famoso discorso al Sacro Collegio dei Cardinali del 23 giugno 1972, il beato denuncia «una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa “nuova”, quasi “reinventata” dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto». L’interpretazione «falsa e abusiva» del Concilio non ha di mira nulla di meno, secondo Paolo VI, che una «dissoluzione del magistero ecclesiastico […] prescindendo dalla dottrina, sancita dalle definizioni pontificie e conciliari. Non si può non vedere che tale situazione produce effetti assai penosi e, purtroppo, pericolosi per la Chiesa”.

Altro tema ricorrentetra i pontefici successivi a Paolo VI, e siamo al 3° punto, è la centralità della questione bioetica. Il 5 marzo 2014, nell’intervista che ha rilasciato a Ferruccio de Bortoli per il Corriere della Sera, a una domanda se non fosse venuto il momento di mandare in pensione l’enciclica Humanae vitae, Papa Francesco ha risposto che, al contrario, “la genialità [di quell’enciclica] fu profetica: ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro”.

Certo Il beato Paolo VI non poteva prevedere - scrive Introvigne - tutti gli orrori di oggi, dall’utero in affitto alla fecondazione eterologa e alle scuole trasformate in «campi di rieducazione» per l’ideologia del genere, secondo un’espressione del cardinale Angelo Bagnasco ripresa da Papa Francesco in un discorso dell’11 aprile 2014 all’Ufficio Internazionale Cattolico per l’Infanzia e messa in relazione agli «orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX» e che si ripresentano sotto forma di «pensiero unico».

Altro tema, il 4° punto,che possiamo trovare sia nel magistero del beato Paolo VI che in quello dei pontefici successivi è la Nuova evangelizzazione. Il 22 giugno 2013 Papa Francesco ha ricevuto in udienza i pellegrini della Diocesi di Brescia, venuti a Roma per celebrare il cinquantenario dell’elezione pontificia del loro conterraneo, il beato Paolo VI. Il discorso è stato occasione per richiamare l’attenzione sull’esortazione apostolica Evangeliinuntiandi del 1975, definito da Francesco il più grande documento del Magistero di tutti i tempi sulla pastorale, e che gli storici riconoscono come fonte e origine della nozione di «nuova evangelizzazione» poi sviluppata da san Giovanni Paolo II.

Per la nuova evangelizzazione, anche qui anticipando un tema caro a Benedetto XVI e ripreso da Papa Francesco nella Evangeliigaudium, il beato Paolo VI voleva che si avvicinassero gli uomini e le donne del nostro tempo anche tramite la via pulchritudinis, la via del bello e dell’arte, senza escludere un dialogo – naturalmente, mai separato da un discernimento – con l’arte moderna, come mostrano non solo i testi di Papa Montini ma gli incontri con artisti e le raccolte artistiche da lui volute e promosse.

Pertanto, trovare discontinuità, rotture, tra i vari pontefici è solo un gioco che possono fare solo certi giornalisti o scrittori che magari non hanno mai letto integralmente almeno i documenti più importanti dei nostri pontefici. Noi, invece, che siamo cristiani fedeli alla Madre Chiesa, non possiamo permetterci di assecondare certe idiote ricostruzioni.

 

“Instaurare omnia in Christo”, il pontificato di san Pio X

Cultura

PIO X sanguinetti

Il Novecento, il cosiddetto “secolo breve”, non è stato soltanto il secolo delle “idee assassine”, come lo definìlo storico inglese Robert Conquest, ma fu anche il secolo dei Papi santi e dei quasi santi, a cominciare da S. Pio X e per finire con S. Giovanni Paolo II. Leggendo con più attenzione la vita e il magistero di questi Papi mi sono convinto che in tutto il secolo sono stati i leader migliori non solo per la Chiesa ma anche per la società civile. E se il Novecento ha collezionato i più orrendi crimini è perché non sono stati ascoltatiabbastanza.

Agli inizi del novecento diventa papa, Giuseppe Sarto, pontefice dal 1903 fino al 1914, anno della sua morte. Scriveva il principe Bernhard von Bulow, una delle personalità politiche più rilevanti della Germania della fine del secolo XIX, su Pio X, “Conosco un gran numero di sovrani e uomini di Stato, ma raramente ne ho incontrato uno con una veduta così penetrante della natura umana e delle forze che reggono il mondo e la società moderna”.

A 100 anni dalla morte e a 60 dalla canonizzazione, Oscar Sanguinetti, storico milanese,scrive un saggio, pubblicato da Sugarcoedizioni, “Pio X. Un pontefice santo alle soglie del ‘secolo breve’”. Sanguinettirilegge il pontificato di papa Sarto, ricostruendo un profilo che non scade né nell’oleografia del tradizionalismo “imbalsamatore” né nell’aspra critica di marca ideologica che connota la storiografia progressista.“Vi è infatti chi di PioX ha fatto un’autentica icona, - scrive Sanguinetti nella premessa - perché lo ritiene un campione – per alcuni l’ultimo – del tentativo di riportare l’orologio della Chiesa a prima del 1789, se non prima degli esordi della modernità, e chi invece, ne ha fatto l’emblema della Chiesa più retriva, chiusa alle istanze dell’uomo moderno e, addirittura, nostalgica di una poco apprezzabile cristianità medievale”. L’indagine storica, compreso il libro di Sanguinetti, smantella definitivamente entrambi gli stereotipi. Anche se l’autore del testo ci tiene a precisare che sulla figura di S. Pio X, non vuole assumere un atteggiamento di equidistanza pregiudiziale o di ignavia. Peraltro Oscar è militante della prima ora di Alleanza Cattolica, che da sempre ha omaggiato S. Pio X e l’idea di cristianità. Comunque il libro intende cercare di disegnare un’identikit di Pio X e del suo tempo quanto più possibile aderente alla realtà e alle fonti storiche. Infatti il merito di Sanguinetti oltre ad occuparsi della vita del papa, ha dedicato molte pagine a sintetizzare i fenomeni storicamente più rilevanti dei tempi in cui è vissuto S. Pio X.

Pio X non è stato un cieco reazionario, ma un papa dalle ampie vedute riformatrici, desideroso di far recuperare alla Chiesa un ruolo incisivo nel mondo.Infatti c’è tutta una storiografia pregiudizialmente avversa che intende ridurre gli undici anni del pontificato di Papa Sarto alla lotta contro il modernismo teologico e sociale, dimenticando le riforme da lui intraprese come il codice di diritto canonico, l’ordinamento della curia, i catechismi, la liturgia, la musica sacra,o la riorganizzazione del laicato impegnato. Sicuramente aveva ben presente lo spirito missionario della Chiesa, per questo utilizzò l’espressione di S. Paolo, “instaurare omnia in Christo”, tradotta con “restaurare ogni cosa in Cristo”, successivamente La Civiltà Cattolica, cercò di spiegarne il significato di questa restaurazione: “restaurare un edificio non è abbatterlo per farne un altro, è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e miglioramento da un lato, di correzione e di difesa dall’altro”. Pio X era convinto che bisognava ricondurre al centro, Cristo, la vita della Chiesa, nonché ricollegare il Vangelo al centro della società, “lavorando” primariamente sulle strutture ecclesiali, sulla qualità del clero e sulla pietà popolare, senza però dimenticare il movimento cattolico e il problema dell’impegno dei cristiani in politica.

In sostanza la Chiesa ha sempre avuto bisogno di riforme, soprattutto quando sale al soglio pontificio un nuovo papa, così anche al tempo di San Pio X, c’era una situazione di decadimento, perchéla Chiesa si stava allontanando dalla sua radice. Pertanto per Pio X, la parola d’ordine paolina, “Instaurare omnia in Christo”, non è una opzione tra le tante, ma una precisa idea che investe simultaneamente Chiesa e umanità. E’ una frase assunta come divisa, che papa Sarto probabilmente ha ripreso dal cardinale francese, Louis-Edouard Pie, vescovo di Poitiers, che “sottintende il richiamo a un luogo dottrinale che ai tempi di Pie- non a quelli di Pio X- è ancora allo stato di abbozzo: quello della regalità sociale di Cristo. E qui naturalmente occorre aprire una parentesi sul concetto di regalità sociale di Cristo, che non deve essere “solo un motivo spirituale interiore, - scrive Sanguinetti - ma generi obblighi, atti di devozione e di culto di qualche rilievo, anche da parte delle collettività umane. E, soprattutto, si configuri come l’antitesi specifica del secolarismo moderno”. Certo l’argomento rimanda inevitabilmente alla nozione di cristianità, all’autorità politica informata al Vangelo, ai popoli cristiani governati dal sacro Impero. A questo proposito lo storico milanese scrive: “La bellezza del regime ‘a misura d’uomo e secondo il piano di Dio’- negato dalle rivoluzioni, a partire dal Rinascimento – è una realtà riscoperta nel primo Ottocento dalla scuola controrivoluzionaria, anche se spesso letta con le lenti deformanti del nostalgismo dalla cultura romantica”.

Più tardi, la dottrina della regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo troverà la sua formulazione autorevole nell’enciclica “QuasPrimas”, del 1925 di Pio XI. Tuttavia è rilevante precisare che la “sovranità di Cristo sulla società umana (ossia il diritto di Gesù Cristo a regnare socialmente) e quindi nell’impegno a ‘temporalizzare’ quest’istanza ultima, occorre sempre “calarla nella storia tenendo conto dei principi che non mutano e delle congiunture che ne fanno variare le applicazioni, in modo da dare soddisfazione allo spirito del tempo senza offendere le esigenze divine”.

Ritornando al programma pìano di fronte al decadimento e all’apostasia vigente inquel tempo, per far ritornare i popoli a Cristo, secondo papa Sarto, bisogna affidarsi alla Chiesa docente, che è maestra ed insegna le verità del Vangelo, circa la santità del matrimonio, l’educazione della gioventù, il possesso e l’uso dei beni, i doveri verso la politica. Ma soprattutto S. Pio X vede la necessità di “lavorare” specialmente sul clero, riformandone i costumi e le istituzioni e curandone attentamente e irrobustendone l’iter di formazione, soprattutto nei seminari. Infatti a questo proposito osserva lo storico Giovanni Vian: “L’obiettivo del programma intrapreso da Pio X nel corso del suo pontificato coincideva con quello che aveva guidato il governo del suo più immediato predecessore, Leone XIII: la restaurazione cristiana della società; cioè, il ristabilimento di un’organizzazione della vita collettiva regolata da norme pienamente coerenti con principi di quella morale cattolica che solamente i papi e i vescovi concorrevano a definire attraverso il loro insegnamento; e dunque la realizzazione di una società che riconoscesse il ruolo di imprescindibile guida morale che spettava alla chiesa cattolica e alle sue istituzioni nei confronti dello stesso ordinamento civile”.

Un’ultima annotazione, sembrerebbe paradossale rievocare la figura di un pontefice come Pio X, quando oggi pare che ci sia un Pontefice che si sta muovendo in direzioni completamente opposte. E’ vero papa Francesco propone il dialogo con la Modernità, mette al primo posto l’annuncio e non la razionalità della fede, chiede alla Chiesa di “uscire”, di aprirsi al mondo, sostanzialmente sembrerebbe molto diverso rispetto a San Pio X. Certamente scrive Sanguinetti nella premessa al suo libro: “La diversità di accenti e di priorità è senz’altro autentica, ma, come si vedrà, sono probabilmente più i punti che accomunano i due pontefici: l’immediatezza e l’informalità del tratto, la pastoralità, la volontà riformatrice della Chiesa dal vertice alla base, la devozione mariana, la spiccata predilezione per gli ultimi, che non quelli che pure li distinguono”. Comunque sia i papi volenti o nolenti si assomigliano tutti, possono cambiare i metodi di evangelizzazione, ma i fondamenti dottrinali rimangono sempre quelli.

Dalla terra del lavoro alla “terra dei fuochi”

Cultura

cop non aspettiamo l'apocalisse.

Nel luglio scorso ho presentato l’interessante esperienza di don Antonio Loffredo che sta portando avanti nel “rione Sanità” di Napoli, contribuendo a far rinascere un ambiente fin troppo difficile. Ora vorrei presentare un’altra esperienza altrettanto difficile dove è protagonista un altro prete, padre Maurizio Patriciello che opera sempre nello stesso ambiente napoletano, però in provincia: a Caivano, nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Lo faccio dopo aver letto un agile pamphlet, “Non aspettiamo l’apocalisse” , scritto a quattro mani, da padre Maurizio Patriciello e da Marco Demarco, (Rizzoli, 2014).

“Padre Patriciello vive nella fede, - scrive Marco Demarco - ma si batte per il più umano dei diritti: il diritto al respiro. E, dopo una vita nella puzza e tra i veleni, saltando anche da una discarica all’altra, alla fine rivendica anche un altro diritto: quello alla bellezza, a vivere nell’armonia del creato”.

E già qui si potrebbe fare la stessa domanda che ho posto, per don Loffredo: è giusto che un prete si occupi oltre che della salute delle anime anche della salute del corpo, dell’ambiente, della società? Se non lo fa nessuno probabilmente è opportuno che lo faccia. Infatti padre Maurizio lo scrive provocatoriamente nel libro: “Perché io? Perché me ne sono dovuto occupare io, che faccio il prete e guadagno trentatré euro al giorno, e non un rappresentante del popolo, un parlamentare, uno di quelli che sono eletti proprio per questo e che per questo hanno indennità, compensi, privilegi e potere? Ecco perché molta gente ormai se ne sta a casa invece di andare a votare.

Padre Patriciello non è un politico ma un semplice sacerdote divenuto nel giro di pochi mesi il leader del movimento civile che chiede con urgenza la bonifica della terra dei fuochi. In pratica di quel territorio tra Napoli Nord e Caserta Sud, nell’Agro aversano, proprio tra Aversa, Acerra, Caivano e Castel Volturno. Il territorio è diventato una delle più grandi pattumiere del mondo, una terra dei veleni, dove si muore prima del tempo. Tutto ha avuto inizio nella notte dell’8 giugno 2012, quando padre Maurizio si sveglia assalito da una puzza insopportabile a cui è impossibile sfuggire. Subito dopo apre il computer e su facebook comincia a raccogliere la protesta della gente che, impotente, si è vista man mano avvelenare la propria campagna.

E’ una faccenda che dura almeno da due decenni, in questo territoriosono stati scaricati dieci milioni di tonnellate di rifiuti, quelli provenienti dalla città di Napoli e poi anche da altre regioni italiane, soprattutto del Nord. Peraltro, dopo numerose inchieste giudiziarie, la nomina di diversi commissari straordinari non si è riusciti a risolvere nulla. E soprattutto nessuno ha pagato. Per questo che padre Patriciello ha deciso di rompere la “rimozione collettiva” che ormai aveva conquistato tutti.

Ecco perché davanti all’inesorabile avanzare del percolato che gocciola dall’immondizia in putrefazione minacciando le falde acquifere, davanti alla devastazione che ha invaso campi un tempo fertilissimi, inoltre davanti all’impennata delle morti per tumore anche fra bambini, il parroco ha capito che doveva andare avanti. Ha scritto e mandato lettere a tutti a cominciare da Papa Francesco, del presidente della Repubblica Napolitano, ai vari prefetti per sensibilizzarli sul disastro ambientale e umano.Ha inviato perfino delle cartoline, chiamate appunto, “cartoline del dolore”, dove c’erano delle mamme della Terra dei Fuochi, che si sono fatte fotografare per rendere testimonianza del loro dolore per aver perso i loro piccoli uccisi dal cancro.

Per scongiurare l’apocalisse, che i rifiuti tossici e del traffico illegale hanno provocato, ha intrapreso la battaglia di denunce che racconta in questo libro. Tutto comincia nel 1991 quando un autista di camion si presenta alla clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno, sofferente, dichiara di aver perso la vista. Si apre l’inchiesta “Adelphi” e da qui, tutte le altre inchieste, fino ad arrivare a ben ottantadue, un numero impressionante. Centinaia di imputati, tutti prosciolti. Assoluzione con formula piena. Tutti liberi. Fino a quello del maxiprocesso per il disastro rifiuti a Napoli, sul finire del 2013. Padre Patriciello si chiede: “i cumuli per strada, i titoli sui giornali, gli scandali per terreni acquistati a uno e venduti a mille (quelli per depositare le ecoballe), e i turisti che si facevano fotografare col fazzoletto al naso? Tutto normale, tutto giudiziariamente non rilevante”. Però, l’improvvisa cecità del camionista che ha fatto partire le indagini, quella almeno, a qualcosa è servita: paradossalmente ha aperto gli occhi a molti.

Il testo di Patriciello e Demarco citano naturalmente, Gomorradi Roberto Saviano, che per primo aveva aperto uno squarcio sul grave inquinamento ambientale. Si parla delle colonne di Tir, centinaia alla settimana, migliaia all’anno, che i vari clan hanno portato in questo territorio le scorie delle combustioni industriali e della metallurgia termica dell’alluminio, etc. “E, ancora, rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quelli dell’ex Enichem di Priolo in Sicilia, i fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, nella Toscana centrale, quelli dei depuratori di Venezia e di Forlì”. E poi ci sono i roghi, “Perché così tanti e perché tutti qui?” Si chiede padre Patriciello. Il libro naturalmente fa riferimento alle esplosive dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone. E perché lo Stato, le istituzioni, per quasi vent’anni, li ha tenute nascoste, mentre sul territorio costruivano case, strade e campi di calcio. “Spieghi perché non ha avvisato i cittadini del pericolo incombente che correvano, come era suo dovere fare”. “Chi può dire che lo Stato non sapeva?” E qui tira in ballo anche il presidente Napolitano che quando era ministro degli interni, lui sapeva dei verbali di Schiavone. Anche se ora il 3 gennaio scorso, ha cercato di rimediare con una lettera inviata a padre Patriciello ringraziandolo per il suo impegno.

Tuttavia padre Maurizio nei confronti dei responsabili dello scempio del suo territorio, ha cercato sempre di buttare acqua sul fuoco: “Chiedo a tutti voi un sacrificio- ha detto nell’omelia della Messa natalizia – “(…) Questa sera dovete pregare anche per loro, per chi ci ha avvelenato, per chi si è lascito corrompere, per chi ci ha tradito”.

Peraltro l’esperienza dei vari Comitati della Terra dei Fuochi, una partecipazione dal basso delle singole persone, che stanno dimostrando tanto senso civico, per padre Maurizio, “è una realtà che i sociologi della politica farebbero bene a studiare (…) sta nascendo qualcosa di nuovo che già supera l’esperienza dei partiti vecchi e nuovi”.

In questa faccenda è opportuno fare un ultima considerazione sulla Chiesa in generale e quella napoletana in particolare. E’ singolare che siano gli uomini, i religiosi a mettersi in gioco in questa difficile partita. “E’ per amore del mio popolo, non tacerò”, diceva don Diana. E padre Patriciello ci tiene a ricordare la data del 16 novembre 2012, quando i vescovi di Aversa, Caserta, Capua, Acerra, Nola, Pozzuoli e Napoli, “oramai noti come i vescovi della Terra dei Fuochi, anzi proprio così che si firmano, diffondono un durissimo documento contro i rifiuti tossici”. E’ un atto dirompente, oltre che una bomba mediatica. I vescovi campani con a capo il cardinale Crescenzio Sepe, sono ormai in prima linea, denunciano tutti, non risparmiano nessuno. A cominciaredai criminali che senza scrupoli in questi anni hanno avvelenato la terra, l’acqua, l’aria, attraverso milioni di tonnellate di rifiuti industriali. Fino alle istituzioni locali e nazionali che non hanno controllato e sorvegliato. Il documento è anche importante perché per certi versi anticipa certezze che ancora non hanno acquisito la scienza e la politica. Ed è un fatto paradossale per padre Patriciello che proprio la Chiesa che a volte viene tacciata come oscurantista, sorda di fronte a certe o presunte scoperte della Scienza, in questo caso la Chiesa anticipa la Scienza, gli esperti, i professori universitari che ancora non hanno voluto o sono incapaci di capire per esempio perché tanti uomini e donne muoiano nello stesso territorio perché ammalati di cancro.

 

 

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