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Renzi da Ventotene «L'Europa va avanti e non è finita con l'uscita della Gran Bretagna»

«C'è un'Europa che non si scoraggia e non si tira indietro davanti al terrorismo e alla Brexit. L'Europa non è finita con l'uscita della Gran Bretagna». L'isola di Ventotene alle spalle e Angela Merkel e François Hollande accanto, Matteo Renzi scandisce il suo credo europeista ma non e lui a evocare la parola magica «flessibilità», anche se il premier italiano tra le «priorità» dell'Europa mette la «crescita», invocando «misure forti e investimenti di qualità» per stimolarla.

 

Ma la evoca invece Angela Merkel, ricordando che «nel Patto di Stabilità ci sono molte possibilità di flessibilità», ma che le decisioni in merito sono «compito della Commissione europea». E all'Italia di Renzi la Cancelliera riconosce di aver fatto «scelte coraggiose» ponendo con le riforme «pietre miliari per un'Italia sostenibile che abbia un futuro».

Renzi promette, dopo aver reso omaggio alla tomba di Altiero Spinelli insieme alla cancelliera tedesca e al presidente francese, di voler «scrivere una nuova pagina d'Europa» rilanciando l'Unione. Su quattro pilastri: sicurezza e difesa comuni; un piano per bloccare in Africa i flussi migratori; spinta alla crescita economica e un progetto per l'occupazione giovanile e il servizio civile europeo.

Dietro il minuetto diplomatico delle dichiarazioni pubbliche, nella conferenza stampa sulla Garibaldi, c'è una delle partite fondamentali per il suo governo che Renzi sta giocando in sede Ue: ottenere margini di flessibilità più ampi possibile per riuscire ad imbastire una manovra espansiva con la prossima legge di Stabilità. Un'operazione che, nella strategia del premier, deve assicurargli respiro in vista del cruciale referendum di novembre e creare quello che i suoi definiscono «un clima più favorevole per il Sì». È in questo contesto che va interpretato anche il cambio di rotta impresso da Matteo Renzi alla sua linea comunicativa sul referendum, a cominciare da quel messaggio lanciato dalla Versiliana: «Che vinca il Sì o il No, si voterà nel 2018». Un messaggio di stabilità, che in questo momento serve come il pane al premier per rafforzare la propria posizione negoziale con i partner europei: «Un conto è chiedere più flessibilità a Merkel e Hollande per fare una manovra che guarda ai prossimi anni da premier in sella, un altro è farlo da premier che a novembre potrebbe non esserci più», spiega un dirigente Pd.

Ma sta di fatto che il premier ha preso atto degli allarmi, consapevole che possono giocare a suo favore per ottenere quel che chiede alla Ue, e ha avviato l'operazione «stabilità». Non si rimangia la promessa di dimettersi: «Se vince il No, farò quel che ho sempre detto che avrei fatto», ha confermato alla Versiliana. Ma apre ad una gestione controllata della eventuale fase post-no: sarà poi il presidente Sergio Mattarella a decidere se dare il reincarico al dimissionario o promuovere un altro governo, che porti avanti gli stessi impegni

Certo, Germania, Francia e Italia non sono l'Unione. Non rappresentano tutti e Ventisette gli Stati superstiti. Tant'è, che i tre leader fanno spesso riferimento al vertice informale del 16 settembre a Bratislava il primo senza Londra. Ma a bordo della Garibaldi si offrono come avanguardia per il rilancio dell'Unione: «Oggi qui sappiano qual è in nostro compito», sillaba la Merkel, «e il nostro compito è garantire un futuro all'Unione».

Hollande: «Non vogliamo decidere per gli altri Stati, ma il nostro ruolo di grandi Paesi ci spinge a impegnarci per condurre l'Europa verso un futuro di unità e coesione, scoraggiando egoismi e frammentazione». Insomma, va assolutamente scongiurato il contagio della Brexit.

Il primo step, anche per rispondere al senso d'insicurezza che serpeggia nel continente a causa dell'offensiva terroristica, è lanciare una cooperazione rafforzata nel settore della difesa e della sicurezza. Un tema caro a Hollande e ora sostenuto anche da Merkel e Renzi. Così la cancelliera propone di «migliorare la collaborazione e lo scambio di informazioni tra intelligence». Renzi suggerisce «un'integrazione maggiore delle industrie della difesa e la collaborazione tra gli 007». Hollande mette a verbale: «Nell'area di Schengen va coordinata e rafforzata la lotta al terrorismo con lo scambio di dati e schedature e bloccando la propaganda jihadista sul web».

A braccetto a questo progetto di integrazione, va il contenimento dei flussi migratori. Da qui a un anno Francia e Germania andranno alle elezioni e l'imperativo della cancelliera e del presidente francese, per tentare di frenare l'ascesa dei partiti populisti e xenofobi, è quello di limitare sbarchi e arrivi di migranti. Per questo i due chiedono la piena attuazione del migration compact, il piano presentato da Renzi per stringere accordi con i Paesi africani. In estrema sintesi: fondi per lo sviluppo agli Stati che si impegnano a filtrare e a rimpatriare i migranti economici.

I tre leader hanno deciso di rendere immediatamente operativa la guardia di frontiera comune. E, su richiesta italiana, la Merkel si sarebbe impegnata a fare pressioni sui Paesi dell'ex Europa dell'Est ad accogliere la loro quota di profughi.

Ben più sfumato e complesso il capitolo dedicato alla crescita. Qui Hollande si è rivelato come da programma il miglior alleato di Renzi. I due leader, infatti, devono fare i conti con brutti dati di bilancio e con uno sviluppo balbettante. Ma la cancelliera continua a predicare il rispetto dei parametri, riproponendo quell'austerità giudicata dal premier italiano un freno alla crescita. Così, il triunvirato se la cava con formule vaghe e neutre, come la richiesta di una verifica e di una implementazione del piano Juncker per lo sviluppo. E con tante belle parole, in una scenografia mozzafiato: le isole di Ventotene e Santo Stefano sullo sfondo, la luce del tramonto. Per Santo Stefano, in particolare, arriva da Renzi l'annuncio della trasformazione dello spettacolare carcere in disuso in un campus universitario per giovani europei. «Nessuno di noi pensa che i problemi possano essere risolti con uno schiocco di dita», dice Renzi chiudendo la conferenza stampa sul ponte della Garibaldi, «ma l'Europa è la soluzione e non il problema come dicono gli euroscettici. E noi non ci faremo scoraggiare dalla Brexit».

Comunque tornando al tema del referendum il pressing internazionale per tentare di sterilizzare gli effetti del referendum sul governo italiano è in corso da tempo: dalle cancellerie europee alla Bce di Mario Draghi fino agli Stati Uniti, l'allarme per un terremoto «peggiore della Brexit», come lo hanno definito grandi testate estere, se il governo Renzi saltasse dopo la consultazione sulla riforma costituzionale, è altissimo. Ieri, in un'intervista alla testata Usa Business Insider, il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz lo diceva chiaro: «Molti stanno lavorando affinché Matteo Renzi desista dalla sua promessa di dimettersi se il referendum fallisse». Perché altrimenti, spiega, l'Europa rischia di andare incontro ad un «cataclisma» che potrebbe portare alla fine dell'Unione e della moneta unica. Tanto che Stiglitz rivolge a Renzi un appello perché «rinunci» al referendum. Richiesta non accoglibile, ovviamente.

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