La Germania non è riuscita a conquistare un seggio come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma la campagna diplomatica condotta da Berlino ha lasciato in eredità un messaggio politico destinato ad avere ripercussioni ben oltre il voto dell’ONU.
Il Cancelliere Friedrich Merz si è già congratulato con Austria e Portogallo per la loro elezione come membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La Germania, ha assicurato, nonostante il suo mancato grado di essere eletta, "rimane un pilastro del sistema multilaterale". A livello interno, tuttavia, le critiche si stanno intensificando per l'incapacità del governo di ottenere le elezioni, che sono avvenute per la prima volta.
"Le mie congratulazioni ai membri eletti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare in Portogallo e Austria.
Al centro dell’iniziativa tedesca vi è stata infatti la difesa del diritto internazionale come pilastro fondamentale delle relazioni tra gli Stati, una posizione che assume particolare rilevanza anche nel delicato contesto delle relazioni tra Grecia e Turchia e delle tensioni nel Mediterraneo orientale.
Durante la campagna per l’elezione al Consiglio di Sicurezza, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha insistito sul ruolo che la Germania intende svolgere sulla scena internazionale come convinto sostenitore della legalità internazionale e del multilateralismo. Nei suoi interventi pubblici e negli incontri diplomatici, il capo della diplomazia tedesca ha più volte sottolineato che la comunità internazionale non può permettere che prevalga la logica del “diritto del più forte”, ribadendo l’impegno di Berlino a favore di un ordine globale fondato sulle regole e sul rispetto delle norme internazionali.
Una posizione che, secondo osservatori diplomatici, non riguarda soltanto le grandi crisi internazionali, ma rappresenta una linea strategica di carattere generale che trova applicazione anche nelle questioni regionali più sensibili, comprese quelle che interessano il Mediterraneo orientale.
Berlino segue infatti con particolare attenzione gli sviluppi delle relazioni tra Grecia e Turchia e le controversie riguardanti l’Egeo e le zone marittime. Secondo fonti diplomatiche tedesche citate dalla stampa greca, il governo federale avrebbe accolto con un certo sollievo la decisione di Ankara di rinviare all’autunno l’esame di un controverso disegno di legge sulle delimitazioni marittime.
Il provvedimento si inserisce nel quadro della dottrina della cosiddetta “Patria Blu”, la strategia geopolitica attraverso la quale la Turchia rivendica una vasta area di influenza marittima nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo. Una dottrina che, secondo numerosi esperti e governi europei, non si fonda sui principi del diritto internazionale del mare, ma risponde principalmente alle ambizioni regionali di Ankara.
Per la Germania, che ha fatto della tutela delle norme internazionali uno dei cardini della propria politica estera, un’eventuale applicazione unilaterale di tali rivendicazioni rappresenterebbe un elemento di forte preoccupazione. Berlino ha già espresso in passato la propria contrarietà a iniziative simili, come nel caso dell’accordo marittimo firmato tra Turchia e Libia, contestato da diversi Paesi europei e considerato lesivo dei diritti di Stati terzi.
In ambienti diplomatici europei non si esclude che eventuali nuove decisioni unilaterali da parte di Ankara possano riaprire il dibattito all’interno dell’Unione Europea sull’adozione di misure restrittive o sanzioni. Sebbene tale scenario non sia attualmente sul tavolo, il principio secondo cui le controversie devono essere risolte nel rispetto del diritto internazionale resta una posizione condivisa da numerosi Stati membri.
Accanto alla questione della legalità internazionale, esiste un secondo fronte che continua a influenzare i rapporti tra Bruxelles e Ankara: quello dello stato della democrazia in Turchia.
Le recenti vicende che hanno coinvolto il leader del principale partito di opposizione turco, Özgür Özel, hanno alimentato nuove preoccupazioni nelle capitali europee. L’intervento delle autorità giudiziarie nei confronti del presidente del Partito Popolare Repubblicano (CHP) è stato osservato con attenzione anche a Berlino, dove il caso è stato accolto con evidente inquietudine.
L’episodio assume una rilevanza particolare perché si inserisce nel contesto delle aspirazioni europee della Turchia. Il percorso di adesione all’Unione Europea rimane formalmente aperto, ma continua a essere subordinato al rispetto dei cosiddetti “Criteri di Copenaghen”, ovvero gli standard politici e democratici richiesti a tutti i Paesi candidati.
La questione è emersa anche durante la visita del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan a Berlino lo scorso 18 maggio, incontro che aveva l’obiettivo di rilanciare il dialogo strategico tra Germania e Turchia e di riportare al centro dell’agenda bilaterale il tema dell’integrazione europea di Ankara.
In quell’occasione, Wadephul avrebbe ribadito con chiarezza che qualsiasi progresso nel percorso europeo della Turchia dipenderà dal rispetto dei principi democratici, dell’indipendenza della magistratura, dello Stato di diritto e delle libertà fondamentali, elementi considerati imprescindibili dall’Unione Europea.
Nei prossimi mesi, dunque, Ankara sarà chiamata a confrontarsi con due sfide fondamentali. Da un lato, la necessità di dimostrare un reale rispetto del diritto internazionale nelle dispute regionali e nelle questioni marittime del Mediterraneo orientale; dall’altro, l’esigenza di fornire garanzie concrete sul piano democratico e istituzionale.
Sono questi i due dossier sui quali si misurano non solo le relazioni tra Turchia e Germania, ma anche il futuro dei rapporti tra Ankara e l’Unione Europea nel suo complesso.










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