Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Martedì, 10 Febbraio 2026

Intervista alla scrittrice Loredana Ascione sul libro “Scintille nella notte”

 

Cosa l’ha spinta a scrivere questi tre racconti? C’è un filo conduttore che li lega?

Mi ha spinto l’esigenza di parlare, a modo mio, di alcuni temi che spesso sono trattati dai giornali solo come episodi di cronaca, specie quando finiscono tragicamente. Volevo raccontare storie che dessero voce a chi spesso non ne ha, in particolare nel primo racconto, che riguarda un ragazzino autistico.

Il filo conduttore è proprio la luce che può nascere anche nei momenti più difficili: piccole scintille di consapevolezza, resistenza, o cambiamento. Ogni racconto mostra una possibilità di riscatto, o almeno di ascolto.

Perché ha scelto proprio questi tre temi: inclusione, violenza familiare e social media? Hanno un significato personale per lei?

Sono temi che sento profondamente, anche per motivi personali e professionali. Sono presenti nella nostra quotidianità, soprattutto tra i giovani, ma troppo spesso vengono ignorati o banalizzati. Ho voluto affrontarli con delicatezza, ma senza nascondere la loro complessità. Certo, meriterebbero uno sviluppo maggiore, ma spero proprio che questa sia una scintilla per far approfondire l’argomento. Diciamo che in quest’epoca nella quale la comunicazione è immediata, se ne parla molto, tutto viene amplificato dai social media, ma ritengo che spesso si cerchi lo scandalo, lo scalpore, non l’approfondimento.

Come si è documentata per scrivere del mondo dell’autismo? Ha tratto ispirazione da esperienze reali?

Sì, assolutamente. Lavoro da anni nel settore e ho avuto la possibilità – e direi anche il privilegio – di seguire diversi ragazzi nello spettro autistico. Ogni incontro mi ha lasciato qualcosa: uno sguardo, una parola, un gesto. Non si tratta solo di esperienza professionale, ma anche umana.
Oltre al vissuto diretto, mi sono documentata molto. Ho letto testimonianze di genitori, educatori, ma soprattutto di persone autistiche adulte, che raccontano in prima persona come vivono il mondo, le relazioni, e le difficoltà legate alla comunicazione e alla percezione sensoriale.
Ho cercato di evitare stereotipi, di non “semplificare” l’autismo, ma piuttosto di restituirne uno sguardo rispettoso e autentico, mettendomi in ascolto. Per me era fondamentale che quel personaggio non fosse definito solo dalla sua condizione, ma fosse prima di tutto una persona, con un suo mondo interiore ricco e unico.
Scrivere quel racconto è stato un atto di rispetto verso tutti quei ragazzi e ragazze che ho incontrato lungo il mio percorso, e anche un modo per restituire qualcosa a chi ogni giorno si impegna per costruire un’inclusione vera.

Qual è stato il racconto più difficile da scrivere e perché?

Quello sulla violenza in famiglia. È un tema duro, doloroso, e il rischio di cadere nella retorica o nel sensazionalismo è sempre dietro l’angolo. Ho cercato il giusto equilibrio tra realtà e sensibilità. È stato senza dubbio, quello più difficile da scrivere. Ancora oggi, non riesco davvero a comprendere come possa nascere la violenza all'interno della famiglia, proprio nel luogo dove, per natura, dovremmo sentirci più al sicuro. È una domanda che mi pongo spesso: come si può arrivare a fare del male a chi si ama, o a chi si dovrebbe proteggere?

Col tempo, mi sono resa conto che molte situazioni di violenza si ripetono di generazione in generazione. Spesso un padre violento è stato, prima ancora, un figlio cresciuto con un padre violento. È un modello che si ripropone, una ferita che si tramanda. Ed è qui che ho capito quanto tutto si giochi sull’educazione: sull’educare alla gestione delle emozioni, al rispetto, alla comunicazione non violenta. Nessuno nasce carnefice.

È l’educazione, quella quotidiana e quella culturale, che può spezzare la catena. E proprio per questo credo sia fondamentale parlarne, raccontare queste storie, anche nella narrativa. Il silenzio protegge chi fa del male. La parola, invece, può salvare. È da lì che bisogna partire.

 

Che tipo di reazioni si aspetta da parte dei lettori, soprattutto da quelli più giovani o direttamente coinvolti nei temi trattati?

Mi piacerebbe che i lettori, in particolare i più giovani, si sentissero riconosciuti. Che leggendo questi racconti possano dire: “Questa storia parla anche un po’ di me” oppure “Quello che vivo non è solo mio, qualcuno lo ha capito e raccontato.”
Non è un libro che dà risposte o soluzioni facili, ma vuole offrire uno spazio di ascolto e di riflessione. Se anche solo un lettore si sentirà meno solo, meno sbagliato, oppure più motivato a cercare un cambiamento – fosse anche piccolo – allora per me il libro avrà raggiunto il suo scopo.
Mi auguro anche che chi legge da “fuori” – cioè chi non vive direttamente queste realtà – possa avvicinarsi con uno sguardo più empatico. Che riesca a fermarsi, per un momento, a riflettere: “E se fossi io, o mio figlio, o mia sorella, a vivere questo?”
La letteratura ha un potere straordinario: quello di creare ponti tra mondi diversi. Con Scintille nella notte, vorrei contribuire – anche solo con un piccolo passo – a costruire uno di questi ponti.

Cosa spera che rimanga al lettore dopo aver letto Scintille nella notte?

Spero che al lettore resti qualcosa di più di una semplice storia. Vorrei che, chiudendo l’ultima pagina, sentisse dentro di sé un’eco, una domanda, o anche solo un’emozione che lo accompagni per un po’.
Il titolo non è casuale: Scintille nella notte parla proprio di quei piccoli bagliori che possono accendersi anche nei momenti più bui, quando tutto sembra perduto. A volte una parola, uno sguardo, un gesto minimo può fare la differenza per qualcuno.
Mi piacerebbe che il lettore portasse con sé questa consapevolezza: che anche lui o lei può essere una scintilla per qualcun altro. Non servono gesti eroici, ma presenza, ascolto, gentilezza. In ogni racconto c’è un protagonista che è una scintilla. Vi invito a scoprirli.
In fondo, i protagonisti dei miei racconti non sono eroi, ma persone comuni che trovano dentro di sé una forma di resistenza, o semplicemente il coraggio di esserci, di restare umani.
Se questo messaggio rimane anche solo in parte nel cuore di chi legge, allora il libro ha fatto il suo percorso.

 

Nel racconto sulla violenza domestica, ha scelto di dare voce a un personaggio giovane o adulto. E perché?

 

Ho scelto un punto di vista giovane. Perché spesso sono proprio i bambini e gli adolescenti le vittime più invisibili, le più silenziose. Non sempre hanno le parole per raccontare quello che vivono, ma sentono tutto. Vedere la realtà della violenza familiare attraverso i loro occhi, attraverso il loro sguardo pulito e diretto, rende la storia più cruda, sì, ma anche più autentica.
E credo che sia più difficile, per il lettore, voltarsi dall’altra parte. Perché quando è un adulto a raccontare, possiamo pensare che abbia elaborato, giustificato, assorbito. Ma quando è un bambino a osservare, tutto appare per quello che è: senza filtri.
Detto questo, nel racconto i bambini crescono. E con la crescita arriva anche una forma di consapevolezza. Capiscono che ciò che hanno vissuto non era normale, non era amore. Quel passaggio  dall’inconsapevolezza alla lucidità è stato per me il nucleo emotivo più potente da raccontare.
Dare voce a chi spesso non ce l’ha è una scelta che sentivo necessaria. Perché il silenzio intorno a questi temi fa male quanto la violenza stessa.

I social media sono spesso demonizzati: come affronta il tema nel suo racconto? Ha cercato un punto di vista equilibrato?

Assolutamente sì. Quando ho deciso di affrontare il tema dei social media, sapevo di muovermi in un terreno complesso e delicato, spesso semplificato in maniera estrema. I social non sono “il male”, e nemmeno “la soluzione”. Sono strumenti. Il punto è come li usiamo, e soprattutto con quale consapevolezza.
Nel mio racconto ho cercato di mostrare proprio questo: non di colpevolizzare, ma di esplorare. Soprattutto nell’adolescenza, i social possono amplificare fragilità già esistenti, far sentire inadeguati, esposti, continuamente sotto giudizio. Ma allo stesso tempo possono diventare spazi di espressione, di creatività, persino di connessione autentica.
Ho voluto raccontare le contraddizioni: il bisogno di appartenenza, la ricerca di approvazione, ma anche la possibilità di trovare conforto o ispirazione. E senza anticipare troppo… chi leggerà il racconto scoprirà che i social, alla fine, possono essere una risorsa anche per chi meno te lo aspetti – non solo per i giovani, ma anche per gli anziani.
Credo che la narrativa debba aiutare a guardare le cose da più prospettive. E con Scintille nella notte, anche in questo racconto, ho provato a farlo.

Pensa che la narrativa breve sia più efficace della forma romanzo per trattare tematiche sociali così complesse?

Credo che la narrativa breve abbia una potenza particolare, soprattutto quando si affrontano temi sociali complessi. La forma breve ti costringe ad andare dritta al cuore delle cose, a togliere il superfluo, a scegliere ogni parola con cura. Non c’è spazio per dispersioni: il messaggio deve essere chiaro, preciso, ma anche aperto, capace di lasciare una traccia.
Personalmente, trovo che i racconti abbiano un’intensità tutta loro. Sono come un lampo: brevi, ma illuminano molto. E poi c’è un altro aspetto che amo di questa forma — il fatto che il lettore, alla fine, ha spazio per completare la storia con la propria sensibilità, con le proprie esperienze.
In certi casi, una lunga esposizione può spiegare di più, certo, ma non sempre emoziona di più. E per me, quando si parla di temi come l’inclusione, la violenza, la fragilità degli adolescenti, è proprio l’emozione la chiave per arrivare davvero al lettore.
Per questo motivo, ho scelto la forma breve per Scintille nella notte: perché volevo toccare, non solo raccontare.

Ha già in mente di continuare su questa linea narrativa per futuri progetti? Magari con altri temi urgenti della contemporaneità?

Sì, assolutamente. Sto già lavorando a una nuova storia che affronta temi attuali, perché sento che questo tipo di scrittura è il mio modo di stare nel mondo, di contribuire, per quanto possa, al dialogo su ciò che ci riguarda da vicino.
Credo profondamente che la narrativa abbia anche una responsabilità sociale. Non nel senso didascalico del termine, ma nel suo potere di accendere riflessioni, di creare empatia, di farci uscire — anche solo per un attimo — da noi stessi per entrare nella vita dell’altro.
La scrittura per me non è mai solo esercizio creativo: è ascolto, è presenza, è sguardo sul presente.
Quindi sì, vorrei continuare su questa linea, magari esplorando anche altre urgenze della contemporaneità: la salute mentale nei giovani, la solitudine degli anziani, le dinamiche familiari in trasformazione…
Sono temi che ci attraversano tutti, anche quando non li viviamo in prima persona. E la narrativa, con la sua delicatezza e profondità, può aiutarci a sentirli più vicini.

Cosa si aspetta da questo libro?

Mi aspetto che possa viaggiare, incontrare lettori diversi, entrare magari nelle scuole o nei gruppi di lettura. Non cerco numeri o riconoscimenti, ma confronto. Se questo libro aprirà un dialogo, anche silenzioso, sarà già un grande risultato.

Quanto c’è di autobiografico nei racconti? Si è rispecchiata in qualcuno dei personaggi?

Di strettamente autobiografico, in senso diretto, c’è ben poco. Non racconto la mia storia, non ci sono personaggi ispirati esplicitamente a persone reali della mia vita. Tuttavia, nel primo racconto — quello sull’inclusione scolastica — c’è un legame più personale: ho avuto l’esperienza concreta e intensa di seguire un ragazzo autistico, e da lì è nato un desiderio profondo di raccontare quel mondo, con rispetto e autenticità.
Ma credo che ogni autore, anche quando scrive di vite lontane dalla propria, finisca sempre per lasciare qualcosa di sé, anche solo tra le righe. A volte è uno sguardo, un pensiero che ci appartiene, una frase ascoltata, un episodio letto, o anche solo una ferita che si riconosce in quella dei personaggi.
La scrittura è sempre un atto intimo, anche quando si parla d’altro. Si scrive con ciò che si è vissuto, ma anche con ciò che si è osservato, ascoltato, intuito. In questo senso, ogni racconto è un mosaico fatto di pezzi miei e di pezzi del mondo intorno a me.
Quindi no, Scintille nella notte non è una narrazione autobiografica, ma è profondamente personale.

Quale protagonista le è costato più fatica a scrivere, e perché?

Tutti i personaggi che ho scritto mi hanno dato sia difficoltà che soddisfazioni. Nel primo racconto, mi sono particolarmente appassionata a Danilo, il ragazzo autistico, perché è stato interessante entrare nel suo mondo attraverso gli occhi di Antonio, il maestro di sostegno, e cercare di raccontarlo con rispetto e sensibilità. Tuttavia, il personaggio che mi ha sicuramente richiesto più fatica e che è stato più doloroso da scrivere è stato quello di Anna e dei suoi due fratellini, vittime di un padre violento. Scrivere di Anna è stato molto impegnativo perché ho dovuto affrontare temi delicati e cercare di raccontare la sofferenza e la paura senza scadere nel facile sensazionalismo. È stato difficile trasmettere la vulnerabilità dei bambini e allo stesso tempo la loro forza interiore. Penso che questo personaggio mi abbia messo alla prova più di tutti proprio per la complessità emotiva e la gravità della situazione che dovevo rappresentare.

 Quali sono le sue preferenze di scrittura? Ha un orario specifico o una routine creativa?

Come "gufo" notturno che sono e dormendo piuttosto poco, la mia creatività si accende principalmente la sera. È in quel periodo della giornata che mi sento più ispirata e produttiva. Solitamente, lavoro direttamente al computer, ma per abitudine e per non perdere nemmeno un briciolo di ispirazione, mi trovo spesso a prendere appunti su un quaderno. Inoltre, per catturare al volo le idee che mi vengono in mente, utilizzo spesso la funzione di registrazione vocale, così da non perdere mai il filo del pensiero.

 

Quali sono i suoi autori o autrici di riferimento? Chi l’ha influenzata di più? (Attenzione: se non li conosci non parlarne)

Per molto tempo, soprattutto per motivi professionali, mi sono dedicata più alla saggistica che alla letteratura narrativa. Ho letto – e continuo a leggere – testi che riguardano l’educazione, la psicologia, l’inclusione, le relazioni umane. Sono sempre stata attratta dalla dimensione del reale, dal bisogno di comprendere l’altro, soprattutto chi si trova ai margini.
Per questo motivo, non ho un elenco lungo di autori “di evasione”, ma ho nel cuore alcune voci che mi hanno influenzata per la loro capacità di coniugare profondità e semplicità, contenuto e forma.
Mi colpiscono quegli autori che riescono a raccontare l’ordinario rendendolo universale, che sanno dare voce a chi di solito non ne ha. Autori come Elena Ferrante, per la lucidità con cui tratteggia i legami familiari e sociali; Annie Ernaux, per il modo in cui intreccia memoria personale e collettiva; e anche alcuni scrittori italiani come Gianrico Carofiglio, che con uno stile pulito e diretto sa raccontare la realtà con onestà.
Ma anche nei saggi trovo voci che mi hanno formato: Daniel Pennac, con Diario di scuola, o Oliver Sacks, capace di narrare l’essere umano con rigore e poesia insieme.
Tutti loro, a modo loro, mi hanno insegnato che scrivere significa entrare in relazione: con i lettori, con i temi, con il mondo.

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI