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Giovedì, 12 Febbraio 2026

La selezione per la vetrina letteraria di Casa Sanremo Writers 2026 inserisce l'opera "In un soffio d'amore" (ed. WE) di Annamaria Farricelli nel salotto culturale di Casa Sanremo durante l'omonimo Festival della Canzone Italiana. L'approdo nella Città dei Fiori valorizza l'impianto narrativo di questa opera: intensa e necessaria, trattasi di un racconto di memoria e presenza, che onora il passato ma parla direttamente al cuore del presente. 

È un inno alla vita con grazia, rispetto e verità. Pluripremiata a livello nazionale ed internazionale, Annamaria Farricelli è riconosciuta per il suo contributo alla letteratura e alla poesia. La sua opera è caratterizzata da un profondo esame dell’anima e delle emozioni, spesso affrontando temi di rinascita e di speranza attraverso un linguaggio semplice, ma mai banale. Le sue “creature” sono accolte in sillogi, antologie, racconti, romanzi.

L' intervista della Farricelli nel salotto culturale di Casa Sanremo è prevista per la mattinata del  giorno 26 febbraio.

“In un soffio d’amore” è un romanzo che potremmo definire a metà tra il saggio ed il racconto. Con la prefazione del Dott. Giacomo Ruocco, traccia una storia generazionale e socio-antropologica, concentrandosi in particolare sulle esperienze della ‘Classe 1900’ e delle successive ‘Nuove Generazioni’ in Italia”. Il volume si focalizza sulla regione napoletana e il borgo di Scanzano, e tratta le vicende della famiglia Di Maio, attraversando gli orrori delle due guerre mondiali e i cambiamenti del dopoguerra, analizzando il contrasto tra i valori di resilienza dei Baby Boomers e il disagio e la dipendenza dalla tecnologia delle più recenti Generazioni X, Z e Alpha.

“Il mio ultimo libro lo definirei un’opera che affonda le radici nel passato per dare un senso al presente, e lasciare al contempo un messaggio al futuro. L’ elemento del ‘soffio’ suggerisce la trasmissione sottile, ma potente, di valori, memorie ed emozioni” - fa sapere l’Autrice.

“Il titolo è delicato, ma dentro questo ‘soffio’ vive un racconto denso di tenacia, resistenza, identità, amore e trasformazioni. È un’opera che si colloca a metà tra narrativa storica e prosa poetica, e si rivolge a chi cerca storie autentiche, capaci di emozioni profonde e riflessioni ampie” –  conclude.

Le donne hanno un ruolo centrale nel libro, narrate con rispetto e profondità, ed emergono come asse portante; sono le protagoniste, reali,  che  attraversano il tempo portando con sé la forza del” fare silenzioso”, del sacrificio che costruisce. Il concetto di famiglia è vissuto come archivio vivente, come luogo di trasmissione di esperienze, ma anche come rete emotiva che sostiene e plasma. La memoria non è nostalgia, ma fondamento. I cambiamenti sociali sono percepiti come l’evoluzione delle condizioni di vita, della mentalità e dei diritti, e vissuti non come freddezza sociologica, ma con empatia e consapevolezza. La narrazione storica si intreccia a quella personale, mostrando come il macro impatti il micro. Speranza e dignità il fil rouge del vivere, ed anche nei momenti bui (guerre, povertà, fame), il messaggio che filtra dal libro è chiaro: la bellezza esiste anche nel dolore, e la vita ha senso quando si conserva la dignità.

“In un soffio d’amore” presenta una prosa poetica, narrativa, evocativa, che unisce immagini liriche alla concretezza della vita vissuta, e l’equilibrio tra prosa e poesia è uno dei tratti distintivi dell’opera. La fluidità emotiva della Farricelli è capace di toccare corde intime, ma senza appesantire, e la tensione narrativa è viva grazie al racconto di eventi reali che la famiglia Di Maio ha vissuto.

Per concludere: il “soffio” a cui si allude nel libro è ciò che resta quando tutto cambia. L’amore non è solo quello romantico, ma anche amore come cura, come radice profonda dell’essere umano; l’amore che costruisce, che si sacrifica, che educa. La donna, oltre che custode della memoria, è il motore del cambiamento. Non solo figura materna, ma agente attiva delle trasformazioni.

“In un soffio d’amore” è consigliato a lettrici e lettori interessati ad intimità collettiva, poesia del coraggio, narrativa della dignità, tempo e memoria come protagonisti.

La scrittrice Elena Zucchi, dopo il suo primo romanzo “Le scintille di Alma”, torna in libreria dal 30 gennaio con “Il tempo degli inganni” (Arkadia Editore, collana Eclypse 186), una storia che tratta di amicizia e amore, inganni e tradimenti, vittime che si trasformano in colpevoli, in un concatenarsi incalzante di eventi che porta infine a far luce sulle verità del passato e del presente.
 
Arianna Radice è una psicoterapeuta milanese quarantenne, segnata da una storia complessa. Pur essendo una professionista affermata, è una persona piuttosto irrisolta per il peso del suo passato. Convivono in lei zone d’ombra e un’inquietudine che si esprime soprattutto in una vita sentimentale confusa e disordinata.
 
Vive nel quartiere Martesana dove è cresciuta con la stravagante zia Bertilla, dopo essere rimasta orfana a quattordici anni.
 
In un pomeriggio di primavera si presenta da lei un nuovo paziente, tal Livio Ferrari, che soffre di un problema di deglutizione che non deriva da cause organiche e che Arianna scopre essere il marito di Malena Malè, sua migliore amica del liceo, con cui aveva interrotto la relazione in modo brusco venticinque anni prima.
 
L’incontro con Livio riporta Arianna indietro nel tempo, alla morte dei genitori, di cui si attribuisce la colpa, e a un trauma adolescenziale a causa di un drammatico episodio che vede coinvolta proprio Malena.
 
Mentre cerca di aiutare Livio a guarire dal suo disturbo, Arianna sviluppa un interesse morboso verso la vita della sua ex migliore amica e un forte desiderio di vendetta che desidera mettere in atto.
 
Da qui in avanti la tensione tra passato e presente giungerà al culmine, portando infine Arianna a chiudere i conti in sospeso, tra dolorosi segreti e verità inaspettate.
 
“Ho cercato di esplorare alcune complessità dell’animo umano, il contrasto di sentimenti diversi che possono coesistere nelle stesse persone, il faticoso compito di affrancarsi dal proprio passato per poter vivere appieno il presente – ha dichiarato l’autrice.
 
Ho voluto parlare dell’adolescenza, come tempo sospeso e unico, delle sue contraddizioni, della possibilità di recuperarne dei fili nell’età adulta e sgrovigliare.
 
La protagonista, Arianna Radice, è una persona incompiuta, dal trascorso difficile. Nel presente il passato le si ripresenta sotto forma diversa e tutto si aggroviglia. Lei si impegna a dipanare il vissuto e i segreti che nasconde, e così facendo va incontro alla verità e all’amore.
 
Scriverlo è stato un’avventura intensa che mi ha fatto anche rimmergere nel tempo dell’adolescenza, una stagione della vita complessa con cui talvolta i giochi restano aperti anche nell’età adulta.
 
La scelta della prima persona come tecnica narrativa mi ha permesso una forte vicinanza alla mia protagonista, con la quale via via ho avvertito un senso di forte connessione, quasi di fusione”.
 
“Con questo nuovo libro Elena Zucchi ha confermato la sua capacità di scandagliare l'animo umano con personaggi che si svelano con tempi e modi che rispecchiano la schizofrenia dei nostri tempi, unita a un ritmo narrativo che porta i lettori a una sete inestinguibile di informazioni” – ha commentato l’editore.
 
Lungo i due assi temporali in cui si svolgono i fatti narrati e che risultano profondamente interconnessi, il tema della vendetta è quindi centrale nel romanzo: la protagonista ha l’occasione di rivalersi per un torto subito da adolescente, ma il percorso che intraprende si rivela un vicolo cieco. Tornare indietro e compiere un gesto diverso diventa per lei un atto di liberazione, capace di riscrivere il senso del passato.
 
Nell’ultima scena, su un ponte carico di significato, immagina di incontrare tutte le persone decisive della sua vita, anche quelle che l’hanno ferita. Le guarda riconoscendo il valore di ogni incontro: un inchino alla loro presenza, e quindi alla vita stessa, fatta proprio di incontri.

 

ELENA ZUCCHI
 
Elena Zucchi vive a Milano, dove è nata nel 1967.
Laureata in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica di Milano, ha poi conseguito un dottorato di ricerca in Psicologia presso l’Università degli Studi di Genova.
Iscritta all’albo degli psicologi della Lombardia, è specializzata in metodologie innovative di formazione manageriale e sviluppo di persone e organizzazioni, certificata come istruttore di protocolli di Mindfulness, e coach.
È fondatrice e partner di SeStante dove gestisce e coordina progetti per aziende e team di lavoro.
Dal 2001 insegna presso la Facoltà di Scienze e Tecniche Psicologiche dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Autrice di diversi articoli sul tema dello sviluppo del potenziale individuale e manageriale, ha pubblicato come coautrice i libri: ‘Oltre il potenziale’ (Franco Angeli, 2007) e ‘La forza di crescere’ (Franco Angeli, 2014); ha curato il volume: ‘Il colloquio e l’intervista. Parlare con le persone nelle organizzazioni’ (Franco Angeli, 2008).
Ha frequentato la scuola di Scrittura Creativa di Raul Montanari.
È stata tra i cinque vincitori del premio Letterario Straparola (classifica e premiazioni 26 settembre 2020).
Nel luglio 2022 ha pubblicato con Arkadia Editore il suo primo romanzo, ‘Le scintille di Alma’.

 

Fonte Uff.St. Dott.ssa Francesca Ghezzani
 
 
 

In questi giorni sui social sono stati pubblicati diversi post per ricordare Jan Palach, il giovane praghese che si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in Piazza Venceslao a Praga, per protestare contro l’occupazione sovietica e la fine della “Primavera di Praga”, rifiutando qualsiasi cura, muore tre giorni dopo, il 19 gennaio. Palach diventa ben presto il simbolo di resistenza e di libertà per tutti giovani europei del mondo libero. Il suo gesto estremo mirava a risvegliare le coscienze e a denunciare la repressione del regime comunista. Nel 2009 lo avevo ricordato con un articolo su Il Corriere del Sud (Jan, martire per la libertà, 15 febbraio 2009. N. 2, Corriere del Sud) In quella occasione segnalavo ai lettori del giornale che proprio la mattina del 19 gennaio per commemorare lo studente che ha dato la sua vita contro il totalitarismo comunista, in piazza Venceslao a Praga, c’erano due giovani ministri, Giorgia Meloni per l’Italia e Ondrej Liska, rappresentante del governo ceco. Mi è capitato di consultare in questi giorni una raccolta di Lettere Pastorali e scritti del Cardinale Loris Francesco Capovilla, storico segretario di Papa Giovanni XXIII, dal titolo, “Diaconia creatrice”, a cura di don Michele Giulio Masciarelli, pubblicato da Japadre Editore nel 2006 in occasione dei novant’anni del cardinale. Del libro su monsignor Capovilla mi ha colpito un discorso che ho trovato a pagina 129: (Discorso in morte di Jan Palach) che certamente ha fatto dopo 1969. Monsignore cerca di capire e interpretare gli avvenimenti nel contesto della storia contemporanea, per compiere un atto di amore e un invito di pace. “Un giovane si è bruciato vivo sulla Piazza Venceslao, dice monsignore e “in comunione coi nostri fratelli di tutto il mondo salutiamo, le spoglie mortali di Jan Palach. Il suo sacrifico – di ispirazione mistico-orientale – è assurto subito a simbolo di una giovinezza […]”. Di fronte a questo sacrificio, “è ormai impossibile restare neutrali davanti alla miseria del povero, all’afflizione del perseguitato, alla sofferenza dell’oppresso”. Jan Palach era uno studioso di filosofia, di storia, “era naturale che questo nostro amico fosse sensibile al destino della sua patria nei rapporti con gli altri Paesi del centro Europa […]”. Per Capovilla, “Palach ha voluto testimoniare con un rigore che, pur obbligandoci ad una precisa riserva morale, ci riempie egualmente di stupore e di ammirazione: la sua lucida decisione non cessa per questo di essere una condanna per molti di noi, per l’indifferenza che talora mostriamo di fronte alla nostra realtà drammatica e contradditoria”. Sta succedendo la stessa cosa per i giovani trucidati dagli ayatollah a Teheran. Monsignor Capovilla, cita il vecchio cardinale Jozef Beran, cittadino leale della sua patria, martoriato prima a Dachau e poi impedito di assolvere ai suoi doveri pastorali dal regime comunista cecoslovacco. “Piango la tragica morte di Jan Palach. Ammiro l’eroismo anche se non posso approvare il gesto disperato. Il suicidio non è mai umano […] La sua idea in fondo era ottima e misteriosa, era quella del sacrifico di uno solo per la salvezza di tutti; era l’amore alla nostra patria, l’ansia della sua libertà, il proposito di rinvigorire le sue forze morali, la fedeltà alla sua storia di popolo nobile e fiero, la visione del suo progresso e della sua pace”. (L’Osservatore Romano, 26 gennaio 1969) Monsignor Capovilla invita i giovani si impegnino a diffondere il monito rappresentato dalla coraggiosa testimonianza dello studente ceco. “La morte di un amico non è la fine di una testimonianza: quasi sempre ne è l’inizio. Dobbiamo custodire la consegna che Jan Palach ci ha lasciato, e tutti insieme rivivere l’idea splendida che il suo sacrificio ha richiamato alla nostra attenzione: non egoismi, né esclusivismi, né intolleranza, ma quotidiana incarnazione dei valori di fratellanza, di libertà e di pace nella storia”. In conclusione, il cardinale Capovilla, invita chi stava ascoltando il suo discorso a non perdersi d’animo, niente va perduto. “il sacrifico che oggi celebriamo darà a suo tempo frutti abbondanti, convinti che, in questo caso, siamo forse invitati da un tale ‘segno dei tempi’ ad applicare quasi alla lettera il monito evangelico: ‘se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore dà molto frutto (Gv 12, 24).

Ci sono storie che non chiedono di essere solo lette, ma ascoltate. Storie in cui il dolore attraversa il sangue, la memoria si accende al suono di un vinile e una città diventa corpo vivo.

Dal 16 gennaio, il nuovo romanzo di Giusi Arimatea “Mina come la cantante” (Apalós, Collana Biblioteca Apalós, 11) arriva in libreria come un viaggio intimo e necessario, capace di intrecciare destino, maternità esplorata nelle sue forme più diverse e amicizia femminile sullo sfondo di una Messina emotiva e pulsante, sospesa tra passato e consapevolezza.

Mina ha sessantacinque anni quando decide di fermarsi per “rimettere insieme i pezzi” della sua vita. Attraverso un lungo flashback che parte dalla Messina degli anni ’60, la protagonista ripercorre un’esistenza segnata da un destino inteso per troppo tempo come una condanna: il peso di un lutto familiare taciuto (la morte del fratellino Vituzzo) e la malattia mentale della madre Angela. Tra il lavoro in un panificio, gli studi di dattilografia e l’impiego presso un prestigioso studio legale, Mina attraversa i decenni cercando di sfuggire alla “pazzia ereditaria” e alla solitudine, fino a trovare una nuova forma di redenzione attraverso la maternità e il legame indissolubile con l’amica di sempre, Costanza.

“Giusi Arimatea firma un romanzo intenso che scava nelle complessità dell’animo umano con una prosa misurata e profonda – ha dichiarato la casa editrice Apalós.

In quest’opera, l’autrice esplora la resilienza delle donne siciliane, intrecciando la storia personale della protagonista con i grandi eventi della cronaca italiana (dagli anni di piombo alla Prima Repubblica)”.

Grazie a una narrazione corale e generazionale, “Mina come la cantante” diventa così un libro che parla a chi ha vissuto gli anni ’70 e ’80, ma anche alle nuove generazioni che si interrogano sui legami familiari.

 

Nota biografica autrice

Giusi Arimatea (Messina, 1974) ha consolidato negli anni una solida reputazione nel mondo del giornalismo culturale. È iscritta all’Ordine dei Giornalisti e collabora attivamente con diverse testate, occupandosi prevalentemente di recensioni teatrali, interviste ad artisti e approfondimenti letterari. La sua scrittura è nota per essere analitica e al tempo stesso capace di coinvolgere emotivamente il lettore.

Come autrice, ha pubblicato diverse opere che spaziano dalla narrativa alla saggistica legata al mondo dello spettacolo.

Per la narrativa ha esplorato le dinamiche umane e sociali attraverso romanzi e racconti che spesso traggono ispirazione dalle atmosfere mediterranee; per il teatro, oltre alla critica, si è dedicata alla drammaturgia, scrivendo testi destinati alla messa in scena, confermando la sua versatilità nel maneggiare la parola scritta per diverse finalità espressive.

Arimatea è molto attiva nell’organizzazione e nella promozione di eventi culturali in Sicilia. Ha curato rassegne letterarie e collaborato spesso con istituzioni teatrali (come il Teatro Vittorio Emanuele di Messina) e festival di respiro nazionale. La sua attività non si limita alla produzione di contenuti, ma si estende alla direzione artistica e al coordinamento editoriale.

 

Fonte Uff.St.Dott.ssa Francesca Ghezzani

 

Quello che colpisce maggiormente prima e durante la Guerra Civile spagnola del 1936-39 è la mattanza sistematica dei religiosi, religiose, sacerdoti, laici cattolici ad opera dei rivoluzionari anarco-comunisti più o meno delegati dal governo repubblicano spagnolo. Ho affrontato l’argomento qualche settimana fa per ricordare l’ultima beatificazione della Chiesa di 124 martiri tra religiosi e laici, uccisi per la loro fede durante la guerra civile in Spagna. La stampa ha completamente ignorato l’evento, Leone XIV lo ha ricordato all’Angelus in Piazza S. Pietro. Sul martirio della Chiesa spagnola dieci anni ani fa ho presentato il libro di Mario Arturo Iannaccone, “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra Seconda Repubblica e Guerra Civile (1931-1939)”, pubblicato da Lindau (2015). Segnalavo tra l’altro che del voluminoso testo, mi aveva colpito più di ogni altro elemento il lunghissimo elenco, pubblicato in appendice di ben 66 fitte pagine di nomi di preti, monaci, suore, religiosi, laici cattolici uccisi violentemente dai miliziani repubblicani anarco comunisti prima e durante la cosiddetta Guerra Civile spagnola. Tutti beatificati dalla Chiesa. Il testo naturalmente si ferma al 2015, nel frattempo, come abbiamo visto le beatificazioni continuano. Sullo stesso argomento ho appena finito di leggere il documentato studio di monsignor Vicente Carcel Ortì, “Buio sull’altare. 1931-1939: La persecuzione della Chiesa in Spagna”, pubblicato da Città Nuova Editrice (2001). Ortì è un sacerdote e storico spagnolo, autore prolifico di libri di storia della Chiesa, biografie religiose e studi sulla spiritualità, ma soprattutto è un esperto della storia del martirio della Chiesa spagnola tra il 1931 e il 1939. Infatti, è autore della monumentale opera di ben 7 volumi de “La II Republica y Guerra Civil en el Archivio Secreto Vaticano”, Biblioteca Autores Cristianos. Migliaia di pagine di documenti. Una raccolta documentale iniziata nel 2011 e completata nel 2021, al fine di divulgare i testi inediti sulla Seconda Repubblica e sulla Guerra civile spagnola che sono conservati negli Archivi Vaticani (1931-39). Il testo pubblicato da Città Nuova è un’ottima sintesi, un quadro generale della persecuzione della Chiesa in quegli anni furibondi in Spagna. Nella prefazione lo storico Giorgio Rumi vede il libro di Ortì come una provocazione intellettuale che ci stimola ad uscire dal politicamente corretto, dai silenzi, dal buonismo che non vuole confrontarsi con la realtà. Il volume di 197 pagine consta di VI capitoli. Nella lettera apostolica Tertio millennio adveniente, del 10 novembre 1994, Giovanni Paolo II dice che “Pio XI dovette misurarsi con le minacce di sistemi totalitari o non rispettosi della libertà umana in Germania, in Russia, in Italia, in Spagna e, prima ancora, in Messico” (n. 22) Per monsignor Ortì, “Il secolo XX è forse il più atroce nella storia dell’umanità, perché i crimini perpetrati in questo secolo derivano da una fede in soluzioni finali, uniche, ossia dall’utopia”. Il numero maggiore di martiri, di persecuzioni religiose, si è avuto in Messico, in Spagna, nell’ex Unione Sovietica e poi ad opera del Nazismo in Germania. Per quanto riguarda la persecuzione monsignor Ortì, chiarisce che c’è confusione tra “persecuzione politica” e “persecuzione religiosa”. Inoltre, non si deve mai confondere l’aspetto religioso con quello politico o sociale. Secondo il monsignore bisogna tenere separati dalla persecuzione religiosa, le due repressioni politiche: quella dei nazionalisti del generale Francisco Franco, che giustiziarono chi apparteneva alla sinistra (socialisti, comunisti e anarchici) e quella operata dai cosiddetti repubblicani, nella loro zona “rossa”, quando eliminarono falangisti, conservatori, monarchici o altri considerati semplicemente di destra. La persecuzione religiosa spagnola è iniziata ben prima del 18 luglio 1936. È iniziata nel 1931 con la proclamazione della Repubblica, con l’incendio e la distruzione di chiese, ma anche con l’assassinio di sacerdoti nelle Asturie. Il governo rimase passivo e i responsabili non furono mai cercati. In quasi un decennio in Spagna rimasero vittima, circa settemila ecclesiastici. I persecutori hanno agito quasi sempre in odium fidei, in odium Ecclesia. È una precisazione necessaria, perché molti persecutori consideravano la religione come “oppio del popolo”. Certo non mancarono sacerdoti e religiosi uccisi per ragioni politiche, sociali ed economiche. Tra i tratti caratteristici della persecuzione antireligiosa c’è quella delle esecuzioni di massa, senza discriminazione di sesso, di età o condizione delle vittime, senza alcun elemento sociale, politico che potesse giustificare l’assurda violenza. Tuttavia, per il monsignore è riduttivo considerare le vittime o martiri della guerra civile, espressione politica e riduttiva, mentre in realtà si dovrebbe parlare di martiri della persecuzione religiosa. Ortì nel secondo capitolo cita alcuni storici che si sono occupati della persecuzione religiosa, che l’hanno definita tale. Per esempio, Hermet scrive: “la persecuzione religiosa del 1936 non ha solamente il carattere di un massacro, ma acquista anche quello di un attacco sistematico contro la tradizione e i simboli religiosi”. Si voleva far sparire più che il sacerdote, l’uomo, la sua funzione. Portare la veste talare era diventato pericoloso. Tuttavia, molti storici anche se ammettono la persecuzione come fatto innegabile, tendono però a confonderla con i primi mesi della Guerra civile, e in molti casi, a spiegarla come una reazione violenta provocata nella zona repubblicana dalla sollevazione militare del 18 luglio 1936 e dalla conseguente repressione politica dei militari. Ma la questione è molto più complessa e va analizzata col massimo rigore storico. E monsignore Ortì è consapevole che non è facile analizzare e capire il fenomeno persecutorio e riesce molto difficile essere imparziali, perché l’evento ha suscitato nel passato, ma continua a suscitare anche oggi passioni contrastanti. Soprattutto non solo è difficile pretendere di spiegare la tragedia dal nostro punto di vista, ma è difficile giudicarla con i criteri di oggi. E probabilmente secondo Ortì, sia la maggior parte dei vescovi, dei sacerdoti e dei cattolici, ma anche i socialisti, i comunisti, di quei tempi, avessero pensato come i loro successori del nostro tempo certamente la Guerra civile non sarebbe scoppiata. Guerra che è cominciata per una reciproca intolleranza e di un comune fanatismo. Tuttavia, l’atteggiamento dei vescovi di allora (la Lettera collettiva del 1937) “fu comprensibile, ma anche obbligatorio, dal momento che né il clero né la maggioranza dei cattolici avrebbero capito o approvato un altro comportamento diverso”. Il cardinale Tarancon sintetizza la tragedia della Chiesa in Spagna durante la Guerra civile: “I rossi pretendevano di scristianizzare la Spagna: era d’obbligo impugnare le armi in difesa della fede (…) i rossi cercavano, per di più, di fare della Spagna uno Stato satellite della Russia”. Nel terzo capitolo (Attacchi contro la Chiesa e l’olocausto di ecclesiastici e laici) monsignore Ortì documenta i sistematici assalti e devastazione degli edifici religiosi, spesso opere preziose del patrimonio artistico spagnolo. E poi degli assassinii del clero spagnolo. Si inizia dai giorni di maggio del 1931, ancora prima della proclamazione della Repubblica. “Lo scontro con la Chiesa – scrive Ortì – ferì la sensibilità della maggioranza degli spagnoli e provocò la reazione irritata dei cattolici”. La società civile era turbata per gli scioperi, per gli attentati, gli abusi, non solo alle chiese, ma anche agli edifici pubblici. Con l’elezione a Presidente della Repubblica di Alcalà Zamora, si attua una legislazione settaria e antireligiosa. Per esempio, a scuola, fu abolito ogni segno religioso: “la scuola dev’essere laica”. In pratica dopo due anni, la Repubblica instaura un regime dittatoriale che perseguita la Chiesa. Nel 1933, i vescovi con una Lettera collettiva protestano per l’immeritato trattamento durissimo che s’infligge alla Chiesa. In particolare, si distingue nelle proteste, l’arcivescovo Gomà, anche il Papa Pio XI protesta contro le leggi antireligiose. “La Chiesa non fa politica - dice Pio XI – ma quando la politica attacca l’Altare, la Chiesa ha il dovere di difendere l’Altare”. Pertanto, per Ortì non bisognava scandalizzarsi se le sagrestie o altri luoghi di riunione di sacerdoti, si trasformassero in centri di cospirazione. “Era quello, a nostro avviso, il momento di proclamare la guerra santa contro coloro che volevano sradicare il cattolicesimo dal nostro popolo e volevano rendere impossibili la vita della Chiesa e l’esercizio del suo ministero”. Praticamente era impossibile rimanere neutrali. Ortì dà conto dell’intrigata insurrezione comunista delle Asturie del 1934. Qui i sacerdoti e i religiosi furono considerati nemici del popolo, e venne dato l’ordine di arrestarli tutti, senza tenere conto dell’età. Durante l’insurrezione furono giustiziati 34 sacerdoti. Il moto rivoluzionario manifesta il vero volto anticristiano, con distruzione di chiese, fu bombardata anche la stessa cattedrale e bruciato il palazzo vescovile e il seminario. Dal febbraio al luglio del 1936 con il governo del Fronte Popolare si venne a creare un clima di terrore, in cui il bersaglio principale era la Chiesa. Per fomentare l’odio contro di essa, si moltiplicarono false accuse. Intanto Pio XI denunciava il pericolo del comunismo in tutte le sue forme. In uno sto di rivoluzione permanente, il 18 luglio 1936 inizia l’insurrezione civico-militare del generale Franco. In tutta l’estate del 1936, si registra l’apice della persecuzione religiosa. Anche qui Ortì, facendo riferimento allo storico Montero, conclude che il grande numero delle uccisioni appartiene al clero secolare: 4.184, inclusi 12 vescovi, mentre 2.365 sono religiosi e 283 sono religiose. In un solo giorno, il 25 luglio, festa di San Giacomo, furono martirizzati 95 membri del clero secolare. Nel mese di agosto, si raggiunse la cifra più alta, 2077 uccisioni, corrispondenti a una media di 70 al giorno. Mentre, per quanto riguarda i cattolici laici, non è possibile avanzare neppure una cifra approssimativa, di tutti i cattolici uccisi per motivi religiosi, perché no esistono statistiche degne di fede. Con tutta probabilità si tratta di varie migliaia. Comunque, per rispondere a quelli che criticano la Chiesa spagnola di essersi schierata con i nazionali di Franco e quindi per questo i “rossi” l’hanno attaccata. Facciamo rispondere al cardinale Vicente Enrique y Tarancon: “perché la verità è che la grande strage di sacerdoti venne compiuta quando la Chiesa non si era assolutamente espressa…negli ultimi giorni di luglio del ’36 morirono circa 70 sacerdoti al giorno. Il giorno di san Giacomo fu battuto il primato e ne morirono 95. Questo ritmo fu mantenuto lungo tutto il mese di agosto. In quei frangenti, era difficile che la Chiesa assumesse posizioni palesi in politica […] stranamente, tutti quei morti sogliono essere attribuiti alla famosa lettera collettiva dell’Episcopato spagnolo: i “rossi”, insomma, avrebbero compiuto rappresaglie contro la posizione assunta dalla Chiesa. Ma è vero il contrario: la Lettera, di fatto, arrestò praticamente il salasso. Quando venne pubblicata nell’agosto del 1937, ormai il 90% del totale dei preti, deceduti durante la Guerra erano morti. La lettera fu, in realtà, la conseguenza di quelle morti e non il contrario”. Dopo il 1937 le uccisioni calarono sensibilmente. Ortì documenta anche i commenti impressionanti dei persecutori della Chiesa, che erano orgogliosi delle loro imprese. In pratica, c’erano “ordini concreti di sterminio che nulla avevano a che vedere con la sollevazione militare e con l’avanzata dell’esercito nella zona chiamata nazionale”. I persecutori avevano formato dei “Comitati rivoluzionari”, che ricevettero vari nomi: Milizie Armate Operaie e Contadine, Milizie di Vigilanza, Pattuglie di Controllo, Guardia Popolare Antifascista. La consegna era quella di sterminare la Chiesa. “Solidaridad Obrera”, il tristemente quotidiano anarchico-socialista, nel numero del 15 agosto 1936, istigava allo sterminio on questi termini: “Bisogna estirpare quella gente. La Chiesa dev’essere strappata dalla nostra terra fin dalle radici”. Alcuni dirigenti di quei comitati dichiaravano che avevano ricevuto ordini tassativi come questi: “Trattandosi di sacerdoti, né pietà né prigionieri: ucciderli tutti senza remissione”; “Abbiamo ordine di ammazzare tutti i vescovi, tutti i preti e tutti i frati”; “Vi abbiamo già comandato di ammazzarli tutti e, per primi, quelli che considerate come migliori e più santi”. Sempre sul giornale anarco-socialista, Solidaridad Obrera del 19 luglio 1938, si può leggere: “L’unico posto dove Dio non ci dà fastidio è il cielo”.

Attenzione, scrive Ortì, tutti questi comitati agirono liberamente e rimasero impuniti, protetti e autorizzati dalle stesse autorità politiche. Alla fine del capitolo, Ortì arriva a descrive la persecuzione come una vera “Antologia della crudeltà”. La persecuzione fu assai crudele, in quasi tutti i casi di assassinio individuale o collettivo, fu preceduto da torture psicologiche e fisiche, da mutilazioni, percorse, insulti. Secondo le parole di Pio XI, le caratteristiche del martiro fu: “con un solo odio, una barbarie e una ferocia che non si sarebbero creduti possibili ai nostri giorni”. In questa antologia il monsignore spagnola racconta alcuni episodi raccapricciante crudeltà, come le crocerossine di Valencia uccise, o i nove fratelli giustiziati tutti. Molti sacerdoti furono ammazzati perché non vollero bestemmiare e la stessa cosa capitò a parecchi laici. Altri furono invitati a calpestare il crocefisso, le sacre immagini. Il particolare a cui tiene Ortì è che i sacerdoti uccisi erano poveri, quanto i loro stessi assassini. Ecco perché gli assassini non poterono trovare, né nelle case parrocchiali, né nelle comunità religiose, quel “bottino” che cercavano. Certo i tesori della Chiesa erano il grande patrimonio artistico e documentario, di valore immenso, che venne in gran parte distrutto. Un altro aspetto fondamentale da tenere in conto della persecuzione religiosa. Molti furono gli episodi degli atti sacrileghi gravi: la profanazione dell’eucarestia in mille modi, sparando contro il Santissimo Sacramento, distrutti gli altari, le ostie consacrate sparse per strada e tanto altro. “Tutto ciò che aveva carattere sacro venne distrutto”. Attenzione stiamo descrivendo oggetti ridotti in quello stato senza essere obiettivi militari, lontani dalla zona di combattimento. Il furore iconoclasta dei “rossi” ha imperversato in quei mesi. Le pagine del libro continuano a riportare documenti, fatti e a sviluppare ulteriori analisi, mi avvio alla conclusione. La Guerra civile ebbe termine alla fine di marzo del 1939, il 1 aprile, la lotta era finita e così anche la persecuzione religiosa. Pochi giorni più tardi, Pio XII, eletto Papa, appena qualche messe prima, rivolse un radiomessaggio agli spagnoli: “con immensa gioia…per esprimervi il Nostro paterno rallegramento per il dono della pace e della vittoria con cui Dio si è degnato di coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e della vostra carità, dimostrato in tanti e così generosi patimenti”.

L’ultimo capitolo, il VI (La Gerarchia e la persecuzione) meriterebbe un’adeguata esposizione. Vengono esposti tutti i documenti della Chiesa sulla questione della persecuzione. A cominciare del discorso di Pio XI a Castelgandolfo a 500 profughi spagnoli. E’ il primo intervento pubblico del Papa sulla situazione spagnola. Un testo fondamentale, dove il pontefice esaltò la sofferenza esemplare dei cattolici, denunciò la disumana persecuzione, deplorò la guerra civile e il veleno della propaganda bolscevica. Poi ci fu la pubblicazione dell’enciclica Divini Redemptoris sul comunismo ateo, dove si deplorano le atrocità commesse dai comunisti in Spagna. Infine, si discute sul documento collettivo dell’Episcopato spagnolo del 1 luglio 1937, una Lettera fondamentale, tanto criticata dai nemici dei nazionali, dove i vescovi assunsero una posizione definitiva nei confronti della tragica situazione religiosa della zona repubblicana. In quei momenti i vescovi non potevano prendere altre posizioni, dovevano tenere conto dell’olocausto provocato dalla persecuzione. “Noi vescovi cattolici, non possiamo disinteressarci della situazione senza abbandonare gli interessi di Nostro Signore Gesù Cristo e senza incorrere nel tremendo appellativo di ‘canes muti’, con cui il Profeta censura coloro che, dovendo parlare, tacciono davanti all’ingiustizia”.

La guerra civile spagnola gode di un’ampia bibliografia storiografica. Fu la guerra più crudele di Spagna. I caduti in battaglia e le vittime del conflitto tra repubblicani e nazionalisti portarono a un bilancio difficile da valutare, secondo varie fonti, si possono ipotizzare nella misura di diverse centinaia di migliaia di morti. Una pagina di storia caduta nell’oblio dalla storiografia, perlomeno fuori dalla Spagna. Nei libri di testo dei nostri licei e nelle nostre università è molto difficile, se non impossibile, affrontare gli orribili fatti avvenuti durante la Repubblica Spagnola dal 1931 al 1939. Dal 1975, con la fine del regime di Francisco Franco, la narrazione dell’evento è diventata esclusiva e mito di una sinistra legata a un passato tramontato, che rifiuta di fare i conti con la propria storia. Il pregiudizio che ha impedito di far luce sulla verità storica, occultando le pagine buie della persecuzione religiosa, è il risultato di decenni di narrazione politica – libri, media, filmografia – unilaterale e ideologica. Dal 2006, l’apertura dei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano sul papato di Pio XI (1922-1939) ha permesso di analizzare oggettivamente gli eventi della Spagna dal 1931 fino al 1939. Fuori dagli stereotipi, dunque è giusto approfondire dopo 86 anni il ruolo della Chiesa Cattolica in difesa della sua sopravvivenza.

 

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