
Nelle prime ore tra il 20 e il 21 aprile 1967, la Grecia si svegliò sotto il controllo dei militari. Fu l’inizio di quello che sarebbe passato alla storia come il colpo di Stato dei colonnelli, un’operazione rapida e coordinata che in poche ore riuscì a smantellare le istituzioni democratiche del Paese. A guidarla furono il generale di brigata Stylianos Pattakos e i colonnelli Georgios Papadopoulos e Nikolaos Makarezos, figure destinate a segnare profondamente uno dei periodi più controversi della storia contemporanea greca.
Il piano fu eseguito con precisione militare. Le unità dell’esercito furono mobilitate nella notte, mentre i golpisti prendevano il controllo dei principali nodi strategici del Paese: centri di telecomunicazione, ministeri, caserme e infrastrutture chiave. In poche ore, ogni canale di comunicazione fu neutralizzato, impedendo qualsiasi forma di reazione organizzata. Parallelamente, centinaia di politici, ufficiali e personalità considerate potenzialmente ostili al nuovo regime vennero arrestate, spesso senza mandato e senza possibilità di opposizione.
Atene divenne il simbolo visibile del golpe: carri armati nelle strade, pattugliamenti continui e posti di blocco trasformarono la capitale in una città sotto assedio. Scene simili si ripeterono nelle principali città greche, dove l’esercito consolidò rapidamente il controllo del territorio. L’operazione colse di sorpresa anche i vertici militari e il cosiddetto Pentagono greco, segno di una preparazione capillare e di una rete di complicità ben radicata all’interno delle forze armate.
Il colpo di Stato fu giustificato dai suoi promotori con la necessità di prevenire una presunta minaccia comunista, in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda e da forti tensioni ideologiche. Tuttavia, dietro questa motivazione ufficiale si celava la volontà di interrompere il normale processo democratico e di instaurare un regime autoritario. La costituzione fu sospesa, i partiti politici sciolti e le libertà civili drasticamente limitate. La censura divenne uno strumento sistematico, mentre oppositori politici, intellettuali e attivisti furono perseguitati, incarcerati o costretti all’esilio.
Si aprì così un periodo di dittatura militare destinato a durare sette anni. Il regime dei colonnelli consolidò il proprio potere attraverso un controllo capillare della società, facendo leva su propaganda, repressione e un rigido apparato di sicurezza. Nonostante alcuni tentativi di legittimazione interna e internazionale, il governo militare rimase isolato sul piano politico e fortemente criticato dalla comunità internazionale per le violazioni dei diritti umani.
La fine della dittatura arrivò nel luglio 1974, in seguito a una crisi che travolse definitivamente il regime. Il coinvolgimento della giunta nel colpo di Stato contro l’arcivescovo Makarios III a Cipro innescò una reazione a catena che culminò con l’intervento militare della Turchia e l’occupazione del 38% dell’isola. Di fronte al fallimento politico e militare, e sotto una crescente pressione interna ed esterna, la giunta crollò rapidamente.
Il ritorno alla democrazia, nel nome del politico Karamanlis tornato da Parige,segnò l’inizio di una nuova fase per la Grecia, ma le ferite lasciate da quegli anni rimasero profonde. Il colpo di Stato del 1967 resta ancora oggi un passaggio cruciale per comprendere le fragilità e le trasformazioni della storia politica greca del Novecento, nonché un monito sul valore e sulla tutela delle istituzioni democratiche.













































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