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Lunedì, 11 Maggio 2026

USA-Iran: L'accordo che temono gli europei

Cresce l’inquietudine tra gli alleati europei per l’andamento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare. Secondo fonti diplomatiche con lunga esperienza nei colloqui con Teheran, il team negoziale di Washington — ritenuto “inesperto” — starebbe puntando a un’intesa rapida, più utile a produrre un effetto mediatico che a risolvere i nodi strutturali della crisi.

Il timore, condiviso da diversi funzionari europei, è che l’amministrazione di Donald Trump voglia ottenere in tempi brevi un accordo quadro da presentare come successo politico, rinviando però le questioni più complesse a una fase successiva. Un approccio che, avvertono i diplomatici, rischia di consolidare problemi già noti invece di risolverli.

“La preoccupazione non è che non si arrivi a un accordo, ma che si arrivi a un cattivo accordo iniziale destinato a creare difficoltà infinite”, ha spiegato un alto diplomatico europeo, uno degli otto che hanno parlato con Reuters. Secondo questa linea di analisi, un’intesa superficiale sul nucleare e sulla revoca delle sanzioni potrebbe aprire la strada a mesi — se non anni — di negoziati tecnici estremamente complessi.

Dalla Casa Bianca, tuttavia, arrivano segnali di fermezza. La portavoce Anna Kelly ha respinto le critiche, sottolineando che il presidente “ha un comprovato curriculum nel raggiungere buoni accordi” e che accetterà solo intese che tutelino gli interessi degli Stati Uniti.

L'accordo del 2015 abbandonato da Trump

Il confronto attuale si inserisce nel solco dell’accordo nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, negoziato con il contributo decisivo di Europa e Stati Uniti e poi abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018, durante il suo primo mandato. Un precedente che pesa oggi sul clima di fiducia tra le parti.

Diplomatici di Francia, Gran Bretagna e Germania — impegnati sul dossier iraniano fin dal 2003 — lamentano di essere stati progressivamente messi ai margini del processo negoziale. Una marginalizzazione che, unita a stili negoziali divergenti e a una diffusa sfiducia reciproca, aumenta il rischio di un’intesa fragile, difficilmente sostenibile sul piano politico.

A ricordare la complessità del percorso è stata anche Federica Mogherini, che coordinò i colloqui culminati nell’accordo del 2015: “Ci sono voluti dodici anni e un lavoro tecnico enorme. Davvero qualcuno pensa che si possa fare in poche ore?”.

Gli scenari per l'accordo

Sul tavolo restano questioni altamente sensibili. Tra queste, lo stock di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale che potrebbe essere ulteriormente raffinato per scopi militari. Le opzioni in discussione includono il cosiddetto “downblending” — ovvero la riduzione del livello di arricchimento all’interno dell’Iran sotto la supervisione della Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica — oppure soluzioni ibride che prevedano il trasferimento parziale del materiale all’estero, con Paesi come Francia o Turchia tra le possibili destinazioni.

Tuttavia, anche queste ipotesi comportano complesse operazioni tecniche e logistiche: dalla verifica delle quantità allo stoccaggio sicuro, fino al trasporto. A complicare ulteriormente il quadro è il nodo politico sul diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio. Washington insiste per un “arricchimento zero”, mentre Teheran rivendica il diritto all’uso civile del nucleare.

Un possibile compromesso potrebbe passare attraverso una sospensione temporanea delle attività, seguita da una ripresa a livelli molto bassi e sotto stretto controllo internazionale. In questo scenario, il ruolo dell’AIEA viene considerato centrale, con la necessità di ispezioni rigorose e accesso illimitato agli impianti.


Revoca delle sanzioni e dell'arsenale missilistico

Accanto al dossier nucleare, resta aperta la questione economica. L’Iran chiede l’accesso immediato ai fondi congelati all’estero e, nel medio periodo, una più ampia revoca delle sanzioni. Un passaggio che richiede inevitabilmente il coinvolgimento europeo, dato il peso del mercato dell’Unione per l’economia iraniana.

Non meno rilevanti le richieste sul piano della sicurezza. Teheran sollecita garanzie di non aggressione dopo le tensioni degli ultimi anni, mentre gli alleati regionali degli Stati Uniti spingono per includere nei negoziati anche il programma missilistico iraniano e il ruolo del Paese nello scacchiere mediorientale. In particolare, Israele chiede restrizioni severe sull’arsenale, mentre gli Stati del Golfo temono l’espansione dell’influenza iraniana.

Dal canto suo, l’Iran considera il proprio programma balistico un elemento chiave di deterrenza e difficilmente accetterà di limitarlo senza garanzie di sicurezza più ampie.


L'Europa ai margini

In questo quadro complesso, l’Europa cerca di ritagliarsi nuovamente un ruolo, pur riconoscendo di aver contribuito in parte alla propria marginalizzazione, anche sostenendo in passato il ripristino delle sanzioni ONU e misure contro le Guardie della Rivoluzione.

Resta però una convinzione diffusa tra i funzionari europei: la complessità del dossier iraniano richiede esperienza, tempo e precisione. “Una negoziazione con l’Iran deve essere estremamente dettagliata: ogni parola conta”, ha osservato un diplomatico. “Non è qualcosa che si può chiudere in fretta”.

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