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Lunedì, 11 Maggio 2026

FMI: La guerra in Iran sta danneggiando la crescita globale

L'annuncio di Teheran dopo la tregua in Libano. Axios: 'Nuovi colloqui probabilmente domenica. Gli Usa valutano un accordo, 20 miliardi in cambio dell'uranio'. Scivola il petrolio

Gli Stati Uniti e l'Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane, subordinato alla riapertura sicura dello Stretto di Hormuz e mediato dal Pakistan

Contesto e condizioni della tregua


La tregua è stata annunciata dal presidente statunitense Donald Trump nella notte tra il 7 e l'8 aprile 2026, a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum lanciato all'Iran. L'accordo prevede la sospensione dei bombardamenti e delle operazioni offensive da parte degli Stati Uniti per un periodo di due settimane, a condizione che l'Iran consenta il passaggio sicuro e coordinato delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per circa il 20% del petrolio mondiale, sotto il controllo delle forze armate iraniane e con limitazioni tecniche concordate.

Mediazione e negoziati

Il Pakistan, tramite il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Maresciallo di Campo Asim Munir, ha svolto un ruolo chiave nella mediazione tra Washington e Teheran. Il primo round di negoziati è previsto a Islamabad il 10 aprile 2026, con la partecipazione del vicepresidente americano JD Vance e degli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. L'obiettivo è trasformare la tregua temporanea in un accordo di pace duraturo.
La Milano+2

Posizioni dei paesi coinvolti

Iran: Ha accettato la tregua e ha confermato la sospensione delle operazioni difensive, pur mantenendo la possibilità di negoziare secondo un piano in 10 punti che include la rimozione delle sanzioni, il controllo dello Stretto di Hormuz e il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio.

Israele: Ha accolto la tregua ma ha precisato che non include il Libano, dove continuano le operazioni contro Hezbollah.

Stati Uniti: Hanno definito la tregua una "vittoria totale", sottolineando che gli obiettivi militari sono stati raggiunti e che la sospensione delle ostilità offre una finestra per negoziare un accordo a lungo termine.

Intanto la guerra in Iran e l’escalation delle tensioni in Medio Oriente stanno già producendo effetti tangibili sull’economia globale, incidendo sia sulle prospettive di crescita sia sull’andamento dei prezzi. A certificare è il Fondo Monetario Internazionale, che nelle sue ultime stime evidenzia un rallentamento dell’attività economica e un’accelerazione dell’inflazione, trainata in larga parte dalla crisi energetica.

Tra i fattori più critici individuati dal Fondo figura la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico mondiale di petrolio e gas. Il blocco dei flussi ha provocato un’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche, con ripercussioni a catena sull’intero sistema economico globale.

Secondo le nuove previsioni, la crescita mondiale nel 2026 si attesterà al 3,1%, in calo rispetto al 3,4% dell’anno precedente, mentre l’inflazione è stata rivista al rialzo al 4,4%. Il capo economista del Fondo, Pierre-Olivier Gourinchas, ha sottolineato come l’economia globale, che negli ultimi anni aveva beneficiato di un’accelerazione legata alla produttività e agli investimenti nei data center e nell’intelligenza artificiale, stia ora subendo una brusca frenata proprio a causa delle tensioni geopolitiche.

Lo scenario di base delineato dal Fondo ipotizza un conflitto di durata contenuta, con un aumento dei prezzi dell’energia attorno al 19% nel corso dell’anno. In questa cornice, il petrolio dovrebbe stabilizzarsi su una media di circa 82 dollari al barile nel 2026, pur restando su livelli elevati rispetto agli standard recenti. Tuttavia, il FMI avverte che un prolungamento della guerra potrebbe aggravare sensibilmente il quadro: nel caso peggiore, con quotazioni del greggio vicine ai 100 dollari, la crescita globale potrebbe scendere al 2,5%, fino a toccare il 2% in uno scenario estremo segnato da forti turbolenze finanziarie, soglia considerata prossima a una recessione globale.

Un livello di crescita così contenuto, osserva il Fondo, si è registrato solo in rare occasioni dagli anni Ottanta, tra cui durante la crisi finanziaria del 2009 e la fase più acuta della pandemia nel 2020.

Gli effetti del conflitto si distribuiscono in modo disomogeneo tra le principali economie. Negli Stati Uniti, la crescita per il 2026 è stata leggermente rivista al ribasso al 2,3%, sostenuta tuttavia da politiche fiscali espansive, precedenti tagli dei tassi e investimenti nell’intelligenza artificiale che attenuano in parte l’impatto del caro energia. Più marcato l’effetto nell’area dell’Unione Europea, dove la crescita è stimata all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, in un contesto ancora segnato dalle conseguenze della crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina.

Il Giappone resta su un percorso di crescita modesta, con un +0,7% previsto per il 2026 e +0,6% per il 2027, mentre per la Cina il FMI stima un’espansione del 4,4% nel 2026, destinata a rallentare al 4% l’anno successivo, complice la crisi immobiliare e il calo della produttività.

Particolarmente rilevante è l’impatto sull’economia della Grecia. Per Atene, il Fondo prevede una crescita dell’1,8% nel 2026, in calo rispetto al 2% stimato in precedenza, a causa dell’aumento dei costi energetici e del rallentamento della domanda internazionale. L’inflazione è attesa al 3,5% quest’anno, in salita rispetto al 2,9% del 2025, prima di ridiscendere al 2,7% nel 2027. Un quadro che lascia presagire ulteriori difficoltà per i consumatori, già alle prese con prezzi elevati da diversi anni.

Sul fronte dei conti esteri, il FMI segnala un ampliamento del deficit delle partite correnti, previsto al 6,4% nel 2026, mentre la disoccupazione dovrebbe continuare a diminuire, seppur a ritmi più contenuti, attestandosi al 7,4% quest’anno.

Parallelamente, crescono le preoccupazioni per il costo diretto del conflitto, in particolare per gli Stati Uniti. Un’analisi della Harvard Kennedy School, firmata dalla professoressa Linda Bilmes, stima che la guerra potrebbe trasformarsi in una delle operazioni più onerose della storia recente americana, con un costo complessivo potenzialmente vicino a mille miliardi di dollari.

Secondo i dati presentati al Congresso dal Pentagono, i primi giorni dell’intervento congiunto tra Stati Uniti e Israele hanno già comportato una spesa superiore agli 11 miliardi di dollari, cifra che, secondo Bilmes, potrebbe essere sottostimata e avvicinarsi in realtà ai 16 miliardi.

Le operazioni militari avrebbero un costo diretto di circa 2 miliardi di dollari al giorno nelle fasi più intense del conflitto, includendo munizioni, dispiegamento di truppe e perdite di equipaggiamento. A ciò si aggiunge un marcato squilibrio nei costi dei sistemi d’arma: mentre i missili intercettori statunitensi possono arrivare a costare fino a 4 milioni di dollari ciascuno, i droni impiegati dall’Iran avrebbero un costo unitario stimato intorno ai 30 mila dollari.

Il peso economico della guerra, tuttavia, non si limita alle operazioni sul campo. Nei prossimi anni saranno necessari ingenti investimenti per la ricostruzione delle infrastrutture energetiche degli alleati nel Golfo Persico, per il ripristino delle strutture militari e per la copertura sanitaria e previdenziale dei soldati coinvolti.

In questo contesto, la Casa Bianca ha già chiesto al Congresso un aumento del bilancio della difesa fino a 1.500 miliardi di dollari, la più ampia espansione della spesa militare dalla Seconda Guerra Mondiale, con circa 200 miliardi destinati direttamente al conflitto con l’Iran. Anche in caso di approvazione parziale, si prevede comunque un incremento significativo della spesa, con almeno 100 miliardi di dollari aggiuntivi all’anno.

Un impegno finanziario che si inserisce in un quadro già segnato da un debito pubblico superiore ai 31 trilioni di dollari e che, secondo gli analisti, rischia di trasferire il peso della guerra sulle future generazioni di contribuenti, attraverso un aumento consistente del costo del servizio del debito.

Varie agenzie 

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