
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di accogliere con rispetto l’esito espresso dagli elettori, sottolineando come l’obiettivo del governo fosse quello di portare a compimento il progetto di riforma del processo accusatorio ideato da Giuliano Vassalli e sancito dall’articolo 111 della Costituzione, che garantisce un giudice terzo e imparziale.
Nordio ha evidenziato l’impegno profuso per rendere comprensibili i contenuti della riforma, evitando però di attribuire al voto un significato politico. Ha quindi ringraziato gli elettori che hanno sostenuto la proposta, rimarcando al contempo come l’elevata partecipazione rappresenti un segnale di vitalità della democrazia italiana.
Nel dettaglio territoriale, a Treviso, città natale del ministro, il “No” si è imposto con il 50,25% dei voti (21.147 preferenze), in controtendenza rispetto sia al dato provinciale, dove il “Sì” ha raggiunto il 61,09%, sia a quello regionale del Veneto, che registra il 58,12% a favore della riforma. A livello nazionale, con circa 80 sezioni ancora da scrutinare su oltre 61 mila, l’affluenza si è attestata intorno al 59% (58,93%), secondo i dati del portale Eligendo, esclusi gli italiani residenti all’estero.
Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato l’esito, ribadendo che la sovranità appartiene al popolo e che la decisione dei cittadini va rispettata. In un video diffuso sui social, ha parlato di un’opportunità mancata per modernizzare il Paese, assicurando tuttavia che l’impegno dell’esecutivo proseguirà.
Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 si è quindi concluso con la vittoria del “No”, che ha respinto la riforma volta a modificare sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Di conseguenza, la legge approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 decade definitivamente, lasciando invariato l’attuale assetto della giustizia.
Resta dunque confermato il principio secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, senza una separazione netta tra funzioni giudicanti e requirenti. Non entrano in vigore le norme transitorie previste per l’attuazione della riforma, evitando qualsiasi cambiamento strutturale dell’ordinamento.
Il Consiglio Superiore della Magistratura rimane l’unico organo di autogoverno, mantenendo le attuali modalità di elezione e competenze. Restano invariati anche i poteri disciplinari, senza l’introduzione di nuove strutture come l’ipotizzata Alta Corte.
Inoltre, il sistema delle carriere dei magistrati continua a basarsi su un concorso unico, con la possibilità di passaggio tra funzioni nei limiti già stabiliti dalla riforma del 2022. L’inamovibilità resta garantita dall’attuale assetto del CSM, così come l’accesso alla Corte di Cassazione, che continua a privilegiare i magistrati giudicanti.
Infine, il sistema disciplinare e processuale rimane immutato: le procedure continuano a seguire le norme vigenti, con possibilità di ricorso in Cassazione secondo quanto previsto dall’articolo 111 della Costituzione, assicurando la piena continuità operativa dell’intero sistema giudiziario.





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