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Domenica, 19 Aprile 2026

“Ripensare l’Europa: allargamento, democrazia e responsabilità politica”

"L'invasione dell'Ucraina ha completamente sovvertito gli equilibri europei: se per l'Europa la stabilità dei Balcani è importante, per l'Italia è un capitolo vitale dell'agenda politica estera ed europea". Lo ha detto la segretaria della commissione Politiche europee Tatjana Rojc, nel suo intervento alla discussione su "Il futuro europeo dei Balcani", all'associazione stampa estera in Italia .

L’allargamento dell’Unione europea torna al centro del dibattito politico non come semplice procedura tecnica, ma come banco di prova decisivo per il futuro del progetto europeo. Nel confronto emerso in occasione dell’incontro dedicato al cammino europeo dei Balcani occidentali, è apparsa con chiarezza una consapevolezza condivisa: l’allargamento non è un esercizio burocratico fatto di capitoli negoziali e requisiti da spuntare, bensì una prova politica e morale per l’Europa.

Una prova di credibilità per l’Unione

Ridurre l’allargamento a un processo amministrativo significa eludere la domanda fondamentale che esso pone: quale tipo di comunità politica vuole essere l’Europa? In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, dalla frammentazione geopolitica e dalla crescente fragilità delle democrazie, l’allargamento diventa una lente attraverso cui emergono le incertezze interne dell’Unione.

Non è soltanto una questione “di Bruxelles”, ma una responsabilità politica nazionale e democratica. Ogni Stato membro è chiamato a confrontarsi con la propria visione dell’Europa e con il grado di impegno che intende assumere per costruire una comunità più ampia e coesa.

Allargamento e riforma: due facce della stessa medaglia

Uno dei punti centrali emersi nel dibattito riguarda l’intreccio inscindibile tra allargamento e riforma interna dell’UE. Spesso i due processi vengono trattati come distinti: da un lato l’ingresso di nuovi Paesi, dall’altro l’adattamento delle istituzioni europee. In realtà, non è possibile procedere credibilmente sull’uno senza chiarire la direzione dell’altro.

Le questioni relative all’equilibrio tra mercato e giustizia sociale, tra sovranità nazionale e integrazione politica, tra sicurezza e tutela dei valori democratici incidono direttamente sul tema dell’allargamento. L’Unione, per poter accogliere nuovi membri, deve prima interrogarsi sulla propria architettura e sulla propria ambizione politica.

Come ha osservato la filosofa e politologa Lea Ypi, “pensiamo all’allargamento e alla riforma dell’UE come se fossero due cose diverse, ma in realtà non lo sono”. L’allargamento, in questo senso, funziona come uno specchio: riflette la coerenza interna dell’Unione, ma anche le sue contraddizioni irrisolte.

I Balcani occidentali: non periferia, ma parte dell’Europa

L’intervento della senatrice Tatjana Rojc ha riportato il dibattito alla dimensione storica e geopolitica concreta. I Balcani occidentali non sono un’appendice esterna dell’Europa, ma ne fanno parte integrante. La loro storia, le loro dinamiche politiche e le loro economie sono intrecciate da secoli con quelle del continente.

Attraverso l’esempio di Trieste, città simbolo di confine e di scambi, l’allargamento è stato presentato come una questione che riguarda direttamente le regioni europee, le infrastrutture, le rotte commerciali e la stabilità condivisa. La stabilità dei Balcani significa stabilità per l’intera Europa.

Un impegno europeo debole o incerto rischierebbe di lasciare spazio a influenze esterne e a ulteriori frammentazioni geopolitiche, in un contesto internazionale già fortemente instabile.

Oltre la retorica dei “valori”: il ritorno al progetto federale

Uno dei passaggi più provocatori ha riguardato la narrazione dell’“Europa dei valori”. L’Unione si presenta spesso come promotrice di Stato di diritto, democrazia ed emancipazione universale. Tuttavia, questa proiezione esterna si scontra talvolta con tensioni interne, scandali etici e difficoltà nel garantire standard omogenei tra gli stessi Stati membri.

Quando i valori vengono evocati senza una coerente applicazione interna, rischiano di apparire retorici. Nel dibattito sull’allargamento, la domanda è inevitabile: l’UE incarna davvero con lo stesso rigore quei principi che richiede ai Paesi candidati?

Secondo Lea Ypi, il nodo centrale è l’assenza di una visione politica chiara. Oggi convivono due traiettorie: un modello di integrazione “minimo”, centrato su mercato, sovranità nazionale e sicurezza; e una visione federale più ambiziosa, ispirata alla tradizione di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, fondata su un’integrazione politica più profonda e su una solidarietà democratica capace di superare gli egoismi nazionali.

L’Unione attuale opera spesso attraverso compromessi tecnocratici e aggiustamenti incrementali. Ma la sola gestione tecnica non basta ad affrontare crisi sistemiche. Senza una rinnovata volontà politica e un’immaginazione federale, l’allargamento rischia di trasformarsi in stagnazione o in diluizione del progetto europeo.

Lea Ypi, docente presso la London School of Economics e autrice dei bestseller internazionali Libera. Diventare grandi alla fine della storia e Indignity: A Life Reimagined. È una voce molto autorevole nel dibattito internazionale e attualmente impegnata in un tour mondiale: con contributo offerto sul punto di vista dell’Albania e dei Balcani nel processo di allargamento.

Superare l’approccio “maestro–allievo”

Un altro punto critico riguarda l’impostazione gerarchica che talvolta caratterizza il processo di adesione. L’UE viene presentata come “maestra” e i Paesi candidati come “allievi” chiamati a dimostrare di aver assimilato le regole.

Se da un lato la condizionalità e le riforme restano fondamentali, dall’altro questa narrazione pedagogica può alimentare risentimento e percezioni di doppi standard. Un autentico progetto politico comune non può fondarsi su un rapporto paternalistico, ma su una partnership fondata su rispetto e responsabilità condivisa.

Credibilità e reciprocità

La senatrice Cinzia Pellegrino ha sottolineato che l’allargamento rappresenta un interesse reciproco. Le riforme nei Paesi candidati — Stato di diritto, lotta alla corruzione, stabilità istituzionale — sono condizioni indispensabili per un’adesione sostenibile.

Allo stesso tempo, la credibilità dell’UE dipende dalla coerenza con cui applica le proprie regole e dal rispetto del principio di reciprocità. Senza questa coerenza, l’intero processo rischia di perdere legittimità politica.

Quale Europa vogliamo costruire?

Il confronto ha infine superato la dimensione strettamente tecnica, toccando temi più ampi: il federalismo, l’autonomia strategica, le trasformazioni del rapporto transatlantico, il ruolo della Turchia. La questione centrale non è soltanto chi entrerà nell’Unione, ma quale visione politica guiderà l’Europa nei prossimi decenni.

L’Europa non può limitarsi a reagire alle crisi. Deve elaborare un progetto politico coerente e proattivo. Il dibattito ha messo in luce l’urgenza di passare dalla mera gestione tecnocratica a una rinnovata immaginazione politica.

In definitiva, l’allargamento non riguarda solo i confini dell’Unione, ma la sua identità. È una scelta sul tipo di Europa che si intende costruire: una comunità minima di interessi o un’unione politica capace di coniugare integrazione, democrazia e solidarietà.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha profondamente mutato l’assetto geopolitico europeo, ridefinendo priorità e strategie dell’Unione. In questo nuovo scenario, la stabilità dei Balcani occidentali non rappresenta soltanto una questione regionale, ma un nodo centrale per la sicurezza e la coesione del continente.

infine  l’evento è stato moderato da Carlotta Migliore e Amy Kokalari, ex alunne del Collegio d’Europa.

Prof. Lea Ypi

Lea Ypi (Tirana, 8 settembre 1979) è una filosofa e scrittrice albanese, professoressa di Teoria Politica presso la London School of Economics (LSE) e membro della giuria del Deutscher Memorial Prize.

Nata a Tirana nel 1979,figlia maggiore di Xhaferr Ypi e Vjollca Veli, cittadini relativamente regolari sotto il regime di Enver Hoxha ma in seguito coinvolti nella politica democratica albanese prima dei disordini civili albanesi del 1997.È cresciuta sia nell'Albania di Enver Hoxha che in quella post; l'esperienza di questa transizione è l'argomento principale del suo libro Free: Coming of Age at the End of History (2021). La sua famiglia, storicamente musulmana, è stata costretta ad essere atea sotto il regime di Enver Hoxha (attualmente Ypi si dichiara agnostica).Uno dei suoi bisnonni paterni, Xhafer Ypi, fu per breve tempo Primo Ministro dell'Albania negli anni '20, e per un breve periodo guidò il governo albanese all'inizio dell'occupazione italiana.[6] Suo figlio, il nonno di Ypi, è stato imprigionato dal governo di Enver Hoxha per 15 anni.

Si è laureata nel 2002 all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e ha conseguito un dottorato di ricerca all'Istituto universitario europeo nel 2005, e da un secondo dottorato di ricerca in Teoria Politica sempre presso l'Istituto Universitario Europeo nel 2008, con una tesi sul Cosmopolitismo statalista sotto la supervisione di Peter Wagner. Giornalista per il Guardian,il suo campo di ricerca spazia dalla filosofia dell'Illuminismo, alla teoria politica normativa e alle questioni di giustizia globale.Prima di entrare a far parte della London School of Economics è stata ricercatrice post-dottorato presso il Nuffield College di Oxford. Come sottolinea anche nel suo saggio autobiografico Libera, Ypi si definisce "marxista kantiana", indicando con ciò la convergenza tra l'umanesimo razionalista con la critica della società capitalista, e socialista democratica, considerando la vita sotto i rapporti di produzione capitalistici necessariamente ineguali e destinati a condurre a oligarchie che progressivamente erodono le libertà politiche sia individuali che collettive.

Professoressa di filosofia politica alla London School of Economics and Political Science, nel 2022 è stata insignita del Premio Ondaatje dedicato alle opere capaci di evocare lo "spirito di un luogo" grazie a Libera, un memoir nel quale ha raccontato il passaggio dalla giovinezza all'età adulta durante la caduta del regime di Enver Hoxha in Albania.

 

Tatjana Rojc 

(Trieste, 26 ottobre 1961) è una scrittrice, critica letteraria e politica italiana di lingua slovena.
Vive a Duino-Aurisina (Trieste).
Alle elezioni politiche del 2018 viene candidata ed eletta al Senato della Repubblica, tra le file del Partito Democratico nella circoscrizione Friuli-Venezia Giulia.
Nel dicembre 2019 è tra i 64 firmatari (di cui solo altri 6 del PD) per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari svoltosi a settembre 2020.

Ad ottobre 2020 propone assieme a Franco Corleone, un disegno di legge, già approvato all'unanimità alla Camera per la "restituzione dell'onore agli appartenenti alle Forze armate italiane fucilati senza le garanzie del giusto processo, con sentenze emesse dai tribunali di guerra" .

Il 27 gennaio 2021 annuncia la sua adesione al gruppo Europeisti-MAIE-Centro Democratico, pur rimanendo iscritta al PD.Tuttavia dopo neanche due mesi annuncia il suo ritorno tra le file del PD dopo aver partecipato come ospite all’assemblea del partito.

Alle elezioni politiche anticipate del 25 settembre 2022 viene candidata per il Senato nel collegio plurinominale del Friuli come capolista della lista Partito Democratico - Italia Democratica e Progressista risultando eletta.

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