
L’atmosfera a Tel Aviv ricorda quella dei giorni che precedettero la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” del luglio 2025. Ma questa volta, secondo osservatori e fonti locali, la portata della mobilitazione militare è ben più ampia rispetto a qualsiasi precedente concentrazione di forze degli ultimi vent’anni.
Già a metà gennaio, una sequenza continua di aerei cargo statunitensi ha raggiunto le principali basi americane in Medio Oriente – in particolare in Qatar, Giordania e Israele – trasportando munizioni, sistemi di difesa aerea e materiale logistico. Nel loro insieme, questi movimenti delineano una struttura difensiva integrata tra Stati Uniti e Israele che lascia intendere la preparazione a uno scenario di attacco su larga scala.
In questo clima di crescente tensione, il sindaco di Be’er Sheva ha annunciato l’apertura dei rifugi pubblici, misura che segnala l’aumento delle preoccupazioni per un possibile confronto militare con l’Iran. Parallelamente, Washington ha ordinato l’evacuazione accelerata del personale dalla propria ambasciata in Israele, mentre una direttiva analoga è stata diramata per la sede diplomatica americana a Baghdad.
L’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha comunicato che il personale non essenziale e le loro famiglie sono autorizzati a lasciare il Paese per motivi di sicurezza. Non si escludono ulteriori restrizioni agli spostamenti dei dipendenti governativi statunitensi e dei loro familiari, con limitazioni che potrebbero riguardare alcune aree di Israele, la Città Vecchia di Gerusalemme e la Cisgiordania. Nella stessa nota, i cittadini americani vengono invitati a valutare l’opportunità di lasciare Israele finché i voli commerciali restano operativi.
Anche l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha esortato il personale che intenda partire a farlo entro la giornata, sottolineando la rapidità con cui la situazione potrebbe evolversi.
Tutto questo avviene mentre proseguono i negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare di Teheran. Finora, tuttavia, non sono emersi segnali tali da escludere completamente l’ipotesi di nuovi attacchi americani, e il rafforzamento militare statunitense nella regione continua senza sosta.
Il vicepresidente americano Vance, in un’intervista al Washington Post, ha assicurato che non esiste “alcuna possibilità” di un coinvolgimento in una guerra lunga e senza fine in Medio Oriente. Allo stesso tempo, però, non ha escluso l’eventualità di nuovi bombardamenti mirati contro obiettivi iraniani. “Non c’è alcuna possibilità che saremo coinvolti in un conflitto prolungato per anni”, ha dichiarato, aggiungendo che la preferenza resta per una soluzione diplomatica, il cui esito dipenderà “da ciò che gli iraniani faranno e diranno”.
Proprio a Ginevra si è svolto il terzo round di colloqui indiretti tra le due parti, mediati dal Sultanato dell’Oman. La delegazione statunitense era guidata dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Whitkov e da Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump; quella iraniana dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Dopo circa tre ore di discussioni indirette – con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi impegnato in incontri separati per trasmettere proposte e quesiti tra le delegazioni – i colloqui sono stati sospesi per consentire consultazioni con le rispettive leadership politiche, per poi riprendere nel pomeriggio.
Secondo il sito Axios, i rappresentanti americani non sarebbero rimasti soddisfatti delle posizioni espresse inizialmente da Teheran. Diversa la lettura del mediatore omanita, che ha parlato di “progressi notevoli” e ha annunciato la prosecuzione dei negoziati a livello tecnico la prossima settimana a Vienna. Anche Araghchi ha definito gli ultimi incontri “tra i più seri” mai avuti con Washington, concentrati sulle questioni nucleari e sulla revoca delle sanzioni.
La delegazione iraniana ha fatto importanti concessioni e proposte di cooperazione economica, che permetterebbero a Donald Trump di affermare di aver ottenuto un buon risultato grazie alla dimostrazione di potenza militare, durante i negoziati di ieri a Ginevra. Cercò forse di sfruttare l'ultima opportunità nel campo della diplomazia per evitare la minaccia di aggressione militare da parte di Stati Uniti e Israele.
Sul nodo centrale dell’arricchimento dell’uranio, Teheran continua a rifiutare una rinuncia totale, pur ribadendo di non voler sviluppare armi nucleari. Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari iraniani avrebbero indicato la disponibilità a sospendere integralmente per cinque anni le attività del programma nucleare, a includere in un consorzio internazionale e a limitare l’arricchimento a livelli molto bassi, attorno all’1,5%, per soli scopi medici. L’Iran si sarebbe inoltre detto pronto a diluire circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito e ad accettare controlli più stringenti da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Resta tuttavia un ostacolo rilevante: la richiesta statunitense di limitare la gittata dei missili balistici iraniani. Teheran respinge con fermezza questa condizione, sostenendo che la priverebbe di un deterrente fondamentale, in particolare nei confronti di Israele. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito il rifiuto iraniano un “problema importante”. Per superare l’impasse, l’Iran avrebbe proposto di separare la questione nucleare da quella missilistica, rinviando quest’ultima a una fase successiva.
Nel frattempo, secondo indiscrezioni riportate dal New York Times, il presidente Trump starebbe valutando l’opzione di attacchi limitati e selettivi contro siti nucleari e balistici iraniani, con l’obiettivo di rafforzare la propria posizione negoziale e rivendicare una vittoria politica. Tuttavia, ambienti militari americani guardano con cautela a questa prospettiva: il capo delle forze armate, generale Dan Kane, avrebbe avvertito che anche un’azione circoscritta potrebbe scatenare una risposta immediata dell’Iran, con il lancio di decine di missili contro basi statunitensi nella regione e un alto rischio di perdite. Una valutazione che evidenzia quanto sottile sia l’equilibrio tra diplomazia e conflitto armato.
Fonte varie agenzie



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