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Giovedì, 05 Marzo 2026

Guerra in Ucraina, 4 anni di guerra con la Russia

Sono passati quattro anni da quella mattina del 24 febbraio 2022 in cui il presidente russo Vladimir Putin annunciò l’avvio dell'operazione militare speciale” contro l’Ucraina. Da allora, il conflitto ha assunto le dimensioni di una guerra su larga scala nel cuore dell’Europa, con un bilancio umano e materiale devastante.

Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies, in quattro anni sarebbero morti, rimasti feriti o dispersi circa 1,8 milioni di militari tra russi e ucraini. Le Nazioni Unite parlano inoltre di oltre 14 mila vittime civili dall’inizio dell’invasione. Numeri che fotografano solo in parte l’impatto di una guerra che ha cambiato per sempre il volto dell’Ucraina e gli equilibri internazionali.

Un Paese sospeso tra guerra e negoziati

Nel quarto anniversario dell’invasione, il popolo ucraino entra nel quinto anno di guerra con un sentimento ambivalente. Da un lato, i negoziati per una possibile fine delle ostilità non erano mai apparsi così avanzati; dall’altro, la realtà quotidiana resta segnata dalla violenza.

Per milioni di persone, la vita continua a essere scandita dalle sirene antiaeree e dalle esplosioni notturne. Famiglie costrette a rifugiarsi nei sotterranei, bambini che frequentano scuole improvvisate sotto terra, città soggette a coprifuoco, interruzioni di elettricità e riscaldamento. Il Paese rimane diviso tra le aree sotto il controllo di Kyiv e quelle amministrate dalle autorità filorusse nel sud e nell’est.

Il 2025, l’anno più difficile per Kiev

Secondo osservatori occidentali, leader politici e cittadini ucraini, il 2025 è stato l’anno più duro dall’inizio del conflitto. Non solo per gli attacchi senza precedenti contro le infrastrutture energetiche, che hanno lasciato milioni di persone senza luce e al gelo, né soltanto per i progressi territoriali rivendicati da Mosca nel sud e nell’est. A pesare è stato anche il numero record di vittime civili registrato dall’Onu: 2.514 in un solo anno.

A cambiare gli equilibri è stato anche il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. La nuova amministrazione americana ha modificato radicalmente l’approccio al conflitto, facendo capire fin dall’inizio che il sostegno a Kyiv non sarebbe stato incondizionato.

Emblematico l’incontro nello Studio Ovale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, durante il quale Washington ha chiesto contropartite per il sostegno fornito, anche attraverso accordi economici esclusivi inseriti nel piano di pace proposto dagli Stati Uniti.

Lo “spirito di Anchorage”

La prima bozza del piano di pace è nata dal vertice di Ferragosto in Alaska tra Trump e Putin, passato alle cronache come lo “spirito di Anchorage”. Mosca ha più volte richiamato quell’incontro come il momento in cui sarebbero stati fissati i punti cardine di una possibile intesa. A quel tavolo, tuttavia, non sedeva alcun rappresentante ucraino.

Negli ultimi sei mesi, il ritmo serrato imposto da Washington ai colloqui ha messo in difficoltà sia Kyiv sia gli alleati europei, costretti a rincorrere le iniziative americane.

Zelensky tra pressioni esterne e crisi interna

Per Zelensky il 2025 è stato particolarmente complesso. Oltre alla guerra sul campo, il presidente ha dovuto affrontare tensioni con l’alleato statunitense, che in più occasioni lo ha definito un “dittatore”, incrinando l’unità transatlantica che fino ad allora aveva contenuto la Russia.

Sul fronte interno, il consenso nei suoi confronti è calato sensibilmente. Uno scandalo di corruzione senza precedenti ha travolto il suo entourage, portando all’uscita di scena del capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak. A ciò si sono aggiunte le pressioni americane per indire elezioni nel più breve tempo possibile.

Zelensky ha cercato di reagire facendo leva sul sostegno europeo: ha ottenuto nuove garanzie di sicurezza e la formazione di una “coalizione dei volenterosi” pronta, dopo un eventuale cessate il fuoco, a dispiegare truppe in Ucraina. Sul piano militare, Kyiv ha intensificato gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere e del gas russe e ha recentemente annunciato la riconquista di 300 chilometri quadrati nel sud del Paese.

Il 2026 come possibile punto di svolta

Alla luce di questi sviluppi, il 2026 potrebbe rappresentare un momento decisivo per il conflitto. L’inviato americano Steve Witkoff ha espresso l’auspicio che entro poche settimane si tenga un nuovo round di colloqui, con l’obiettivo di arrivare a un incontro diretto tra Putin e Zelensky. Il presidente ucraino ha più volte sottolineato che questioni cruciali, come quelle territoriali, potranno essere risolte solo a livello di vertice.

Intanto, però, la guerra continua. Nella notte tra sabato e domenica, 300 droni e 50 missili hanno colpito Kyiv e altre regioni, causando un morto e decine di feriti. A Leopoli, un attentato ha ucciso un poliziotto e ferito 25 persone. Sono numeri che si aggiungono a un bilancio già drammatico e che alimentano una crisi demografica sempre più profonda.

Lo spartiacque del 24 febbraio

Il 24 febbraio 2022 resta una data spartiacque per l’Ucraina e per l’Occidente. Dopo otto anni di conflitto a bassa intensità nel Donbass, alle 5 del mattino le truppe russe hanno varcato i confini ucraini avanzando da più direzioni: Kherson, Donetsk, Luhansk, Sumy, Kharkiv, Chernihiv e verso Kyiv. L’attacco ha provocato migliaia di vittime civili e danni enormi alle infrastrutture energetiche e strategiche, soprattutto nelle regioni orientali.

Quattro anni dopo, l’Ucraina continua a resistere. Ma la speranza di una pace stabile resta fragile, sospesa tra diplomazia e bombardamenti, tra promesse di negoziato e realtà di una guerra che ogni notte torna a bussare alle porte delle case.

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