
Donald Trump ha annunciato giovedì sera un nuovo congelamento di dieci giorni degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, mentre – secondo quanto riportato dal The Wall Street Journal – Washington starebbe valutando l’invio di circa 10.000 soldati in Medio Oriente. Intanto, sul terreno, proseguono gli scambi di attacchi tra Israele e Iran.
Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri tedesco Johann Vandeful ha assicurato, a margine del vertice del G7 in Francia, che non esistono divergenze con gli Stati Uniti sulla questione iraniana. “Teheran non deve acquisire armi nucleari né rappresentare una minaccia per la regione”, ha dichiarato, sottolineando anche l’assenza di richieste americane per un coinvolgimento militare europeo prima della fine delle ostilità.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, gli Stati Uniti avrebbero finora distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico iraniano, mentre un altro terzo risulta danneggiato, sepolto o difficilmente accessibile all’interno di tunnel e strutture sotterranee. Una situazione analoga riguarda le capacità di droni di Teheran, con circa un terzo ritenuto certamente neutralizzato.
La valutazione indica tuttavia che l’Iran mantiene ancora un significativo potenziale militare e potrebbe recuperare parte delle proprie capacità al termine del conflitto. Un quadro che contrasta con le recenti dichiarazioni di Trump, secondo cui Teheran disporrebbe ormai di “pochissimi missili”.
Stando a Reuters, le forze statunitensi avrebbero colpito oltre 10.000 obiettivi in Iran, mentre il Comando Centrale USA sostiene che il 92% delle principali unità della marina iraniana sarebbe stato distrutto. Nonostante ciò, l’Iran continua le operazioni offensive: in una sola giornata avrebbe lanciato 15 missili balistici e 11 droni contro gli Emirati Arabi Uniti.
Gli analisti invitano alla cautela, evidenziando come il quadro reale delle capacità militari iraniane resti difficile da definire, soprattutto per la presenza di una vasta rete di basi sotterranee e tunnel.
Parallelamente agli scontri, emergono segnali di apertura diplomatica. Vandeful ha rivelato che tra Stati Uniti e Iran sarebbero già avvenuti contatti indiretti e che sono in corso preparativi per colloqui diretti, che potrebbero tenersi a breve in Pakistan.
Una conferma in tal senso è arrivata dal ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, che ha parlato apertamente di negoziati indiretti in corso e del ruolo di mediazione svolto da Islamabad. Il Pakistan, forte dei suoi rapporti storici sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti, si propone come interlocutore chiave nella regione.
Il primo ministro Shehbaz Sharif e lo stesso Dar mantengono contatti regolari con le autorità iraniane e con gli alleati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita. Anche il capo dell’esercito pakistano, il maresciallo Asim Munir, è coinvolto negli sforzi diplomatici e, secondo fonti ufficiali, avrebbe discusso della crisi direttamente con Trump nei giorni scorsi.
Iran-Israele, fonti israeliane: Trump cerca una via d’uscita attraverso contatti con Teheran
Mentre la guerra tra Israele e Iran entra nella sua quinta settimana, si moltiplicano le ipotesi su una possibile conclusione del conflitto, almeno nella sua forma attuale. Secondo fonti diplomatiche e militari israeliane, emergono segnali di un progressivo cambio di strategia da parte degli Stati Uniti.
Un alto diplomatico israeliano riferisce di un clima di crescente imbarazzo e frustrazione per il mancato risultato degli attacchi congiunti di Washington e Tel Aviv, che non sono riusciti a indebolire in modo decisivo il regime iraniano. In questo contesto, l’intensificazione dei raid israeliani contro le infrastrutture difensive di Teheran viene interpretata come un tentativo di infliggere il massimo danno possibile prima di un eventuale stop alle operazioni deciso da Donald Trump.
Secondo un alto funzionario della sicurezza israeliana, vi sarebbero indicazioni che l’amministrazione americana stia cercando canali di contatto con alcune figure chiave del sistema iraniano: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il generale Ali Abdollahi e Mojtaba Khamenei. Si tratta, secondo le stesse fonti, di personalità influenti nei processi decisionali, ma prive dell’autorità politica necessaria per assumere decisioni strategiche come la fine della guerra.
Parallelamente, fonti israeliane sottolineano come il primo ministro Benjamin Netanyahu non fosse stato informato in anticipo delle intenzioni di Trump di limitare le operazioni militari. Il leader israeliano ne sarebbe venuto a conoscenza solo attraverso canali indiretti, mentre i contatti con la Casa Bianca risultano sensibilmente ridotti.
Le stesse valutazioni indicano che Trump appare meno determinato a proseguire il conflitto, anche alla luce dei costi economici e politici crescenti, pur senza aver ancora preso una decisione definitiva sulla sua conclusione.
Sul terreno, la situazione viene descritta come una fase di stallo. Gli Stati Uniti si sono impegnati a sospendere temporaneamente gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, mentre Israele prosegue con operazioni mirate evitando obiettivi critici. Nel frattempo, Hezbollah continua a colpire dal Libano, mantenendo alta la tensione sul fronte settentrionale.
Gli analisti militari israeliani avvertono che un’eventuale escalation, come un’operazione terrestre o il tentativo di controllo di snodi strategici quali l’isola di Kharg Island o lo Stretto di Hormuz, potrebbe aggravare ulteriormente il conflitto, aumentando il rischio di perdite elevate e di un prolungato impasse.
Secondo le stesse fonti, l’obiettivo principale di Israele resta quello di costringere l’Iran a rinunciare al proprio uranio arricchito, considerato una condizione essenziale per porre fine alle ostilità.





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