Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Lunedì, 19 Gennaio 2026

Gianni Mauro, l’equilibrista dell’estetica tra canzone, scena e romanzo

Esistono artisti che non abitano un genere, ma li attraversano tutti, quasi per un’urgenza ontologica di non lasciarsi imbrigliare da un’unica definizione. Gianni Mauro, salernitano di radici e romano d’adozione da oltre quarant’anni, appartiene a questa rara genia di funamboli dell’ingegno. Definirlo poliedrico sarebbe riduttivo; Gianni è, piuttosto, un architetto della parola e della nota, capace di edificare un immaginario dove il teatro-canzone sposa la narrativa esistenziale. Il suo percorso è iniziato nel 1976 sotto l’egida della casa discografica RCA, ma è nell’epopea dei Pandemonium che la sua figura di leader e autore si staglia nel panorama nazionale.

La sua penna, feconda e mai banale, ha nutrito il repertorio di giganti del calibro di Gabriella Ferri, Gigi Proietti e Lando Fiorini. Chi non ricorda la colta irriverenza di "Tu fai schifo sempre" al Festival di Sanremo del 1979? Oppure, quella iconica partecipazione sanremese del 1978, quando la sua voce risuonava nel contrappunto finale di "Gianna" accanto all'amico Rino Gaetano, interprete di un brano divenuto un successo senza tempo?
Tuttavia, oltre quanto poc'anzi citato, questo artista non è solo l’uomo del palco sanremese.
È il sarto invisibile dietro le quinte di certa cinematografia cult italiana: dalle colonne sonore per il Celentano de "Il bisbetico domato" alla poetica rurale del Pozzetto ne "Il ragazzo di campagna"; le sue collaborazioni con Detto Mariano hanno segnato l’estetica sonora di un’epoca.
Il teatro lo ha visto protagonista accanto a mostri sacri, come Gigi Proietti, Oreste Lionello, Renato Rascel e Gino Bramieri, ma è nella maturità che l’artista compie la sua virata più intimista.
Dal 2006, la sua scrittura si è fatta scavo psicologico: i suoi libri di narrativa indagano il mal de vivre con una lucidità quasi chirurgica, mentre la sua poesia si offre come distillato di una sensibilità inquieta.
Dopo lo scioglimento dei Pandemonium, avvenuto nel 2017, Gianni Mauro ha scelto una nuova genesi, continuando la sua carriera come cantautore, attore e scrittore. Dallo schermo cinematografico - accanto a Mattioli e Rizzo in "Passpartù" (2018) - al ritorno discografico con l’album "In arte Gianni Mauro dei Pandemonium" (2023), la sua parabola continua a sfidare le leggi del tempo.
Il 2026 si preannuncia come l’anno di una nuova epifania creativa. Con il CD "Le donne volano" l'artista torna ad omaggiare l’universo femminile, mentre la raccolta di racconti di prossima pubblicazione "Guendalina (Non si vede e non si sente)" (Ed. Il Papavero) promette di riconfermarlo come uno degli osservatori più acuti e raffinati della commedia umana contemporanea.
In lui, l'arte non è un mestiere, ma una continua, necessaria reinvenzione di sé.

1) Attraverso la lettura del libro “Guendalina”, pagina dopo pagina, emerge una costellazione di riferimenti imponenti, da Ionesco a Beckett, sino a Kafka e Pirandello. In che modo "Guendalina" si inserisce in questa tradizione, senza restarne schiacciata e qual è l'elemento di rottura originale che ha voluto introdurre rispetto ai padri del "teatro dell'assurdo"?

In realtà, questi che io definisco “semplicemente racconti”, sarebbe più corretto definirli “monologhi teatrali”. E già, poiché ad analizzarli con molta attenzione non sono delle cosiddette “novelle”, ma più propriamente dei “soliloqui”, o dei brevi o lunghi “piccoli atti unici”. Fatta eccezione per quello che dà il titolo alla raccolta “Guendalina (Non si vede e non si sente)” che è una vera e propria pièce teatrale in due atti. Ricollegandomi al geniale Luigi Pirandello, molte “Novelle per un anno”, di questo straordinario scrittore sono diventate delle intense e profonde “commedie drammatiche”. Basti pensare a “Così è (se vi pare)”, “Pensaci Giacomino!”,”Lumie di Sicilia” e molte altre. La commedia che caratterizza questa mia nuova opera di prossima pubblicazione non si discosta molto dal fil rouge che lega le opere di Ionesco, Beckett, o Kafka, dal momento che mantiene la stessa paradossalità, la stessa stravaganza, la stessa estrosità dei suddetti grandi autori, ma inserisce degli elementi di mistero, di imperscrutabile, di enigmatico, di oscuro.

2) Lei cita Achille Campanile ed Ennio Flaiano, maestri di un umorismo colto e spiazzante. Come riesce a bilanciare la dissacrazione e il gusto del paradossale con i temi profondi dell'incomunicabilità e della crisi dell'io?

Io credo che nell’umorismo dissacrante di Campanile o di Flaiano, siano comunque presenti elementi non facili da cogliere, ma che nascondono, tra le righe, molte tematiche concernenti l’incomunicabilità e il mal de vivre. Basti pensare a “Visita di condoglianze” di Achille Campanile. Oppure, per citare un altro grande commediografo irriverente, quale è stato Eugene Ionesco che nella “Cantatrice calva”, ci fa intuire quanto sia difficile “comunicare”. Nella suddetta opera di Ionesco, ci troviamo in un mondo di isolati e di emarginati,  ognuno dei quali parla a vanvera e senza alcun nesso logico con chi ha espresso un pensiero prima di lui. E come definirla questa condizione se non “Incomunicabilità”?!

3) Nel racconto "Faunia Farley", il palazzo della letteratura mondiale è custodito da Don Rafele, figura iconica di Eduardo De Filippo. Qual è il motivo per cui ha scelto proprio un personaggio del teatro di tradizione napoletana per fare da filtro critico ed ironico verso i classici universali?

“Il racconto teatrale” “Faunia Farley” che è in realtà un viaggio immaginario, in tutta o in buona parte, nella letteratura mondiale si avvale del contributo del protagonista di “Questi Fantasmi” di Eduardo De Filippo. E’ quasi tutto in lingua napoletana e non a caso. Il portiere Don Rafele nella sua ignoranza crassa fa sorridere perché dà una lettura, sui generis, dei protagonisti  di grandi opere quali “La metamorfosi”, capolavoro di Franz Kafka che tocca con profondità il tema del “diverso”. Il personaggio centrale Gregory Samsa, che si risveglia trasformato in un enorme scarafaggio e per questo motivo viene rifiutato dalla famiglia, in quanto non è considerato  più un cosiddetto “normale”, nella bizzarra visione del “portiere di “Questi fantasmi”, diventa ” uno dei Bitols” che venivano definiti “Gli scarafaggi di Liverpul”.

4) Nel suo volume il passaggio dalla prosa narrativa al monologo teatrale sembra essere fluido. Quale sfida tecnica ha affrontato nel rendere la parola scritta in grado di conservare la forza performativa necessaria per la scena?

Come già ho accennato in precedenza, facendo riferimento alle “Novelle per un anno” di Pirandello, spesso il grande autore agrigentino ampliava il concetto centrale di un  racconto e lo strutturava come un’opera teatrale. Non è estremamente complicato trasformare una narrazione in una commedia teatrale. Quante volte, leggendo un racconto o un romanzo, lo abbiamo immaginato come un film, o una rappresentazione teatrale. Anche questo mio libro, che voleva essere solo un insieme di racconti, sono riuscito a farlo diventare, in buona parte, un insieme di brevi atti unici, o addirittura una pièce teatrale in due atti.

5) In "L’intruso", lei evoca "Lo straniero" di Albert Camus per trattare il tema del non riconoscere se stessi. In un’epoca di sovraesposizione dell’immagine, per quale ragione ritiene che l’assurdità narrativa sia ancora lo strumento più efficace per descrivere l’alienazione contemporanea?

Ci sono dei temi spesso ricorrenti nella mia scrittura. Uno di questi è “la perdita dell’identità”, che potrei definire anche come “il non riconoscere più se stessi”. In altre parole, in noi si crea una sorta di schizofrenia. “Lo Straniero” - del già citato Camus - descrive proprio questa assurda situazione. Il protagonista crea una frattura con se stesso. E, addirittura, quando viene condannato a morte, vive la situazione estraniandosi, come se non gli appartenesse affatto. Diciamo che egli vive la realtà come un “sogno che non gli appartiene”. Collegandomi ora allo straordinario poeta Edgar Allan Poe, egli conclude una sua lirica affermando: ” Tutto quello che vediamo, tutto quello che sembriamo è solamente un sogno dentro un sogno”.

6) L’equivoco e il "giuoco delle parti" pirandelliano in "Sbaglio o ci conosciamo" - che esplora le convenzioni e i ruoli sociali, trasformando la vita in un paradosso logico - suggeriscono l’inesistenza di una verità oggettiva. Il sorriso che scaturisce da queste pagine è un qualcosa di liberatorio, piuttosto che una forma di amara rassegnazione?

Diciamo che in questo piccolo monologo ” “Sbaglio o ci conosciamo” se, da una parte, potremmo dire che si vuole sottolineare l’assenza di una verità oggettiva, potremmo anche dire, a maggior ragione, che non esiste una sola verità. La verità non è assoluta, ma dipende da quale prospettiva viene guardata. Nella circostanza analizzata in questo breve racconto teatrale ci troviamo dinanzi a due ipotetiche verità, entrambe possibili, se osservate da due angolazioni completamente diverse. Tuttavia, alla fine del minimonologo c’è un coup de théâtre imprevedibile, che rimette completamente in gioco le due “presunte verità”.

7) La sua scrittura viene definita visionaria, onirica e kafkiana. Si tratta di un processo creativo che parte da un'immagine distorta della realtà, oppure da una riflessione filosofica che poi si traduce in paradosso?

                                                                                                                                                                                                                                                                           Il mio modo di scrivere si potrebbe definire “una scrittura surrealista”. E, quindi, è al tempo stesso visionario, onirico e, perché no, kafkiano. Infatti, il movimento artistico e letterario definito Surrealismo, nato negli anni '20 a Parigi, guidato da André Breton, cerca di liberare il pensiero dalla logica e dalla morale razionale, attingendo dall'inconscio, dai sogni e dall'automatismo psichico. Quindi si tratta, al tempo stesso, di un processo creativo che parte da un'immagine distorta della realtà e, contemporaneamente, di  una riflessione filosofica che poi si traduce in paradosso.


8) La pièce teatrale conclusiva, che dà il titolo al volume, promette di lasciare il lettore esterrefatto e aggiunge una cifra di mistero. Senza svelare troppo, quanto è importante per lei il concetto di "mistero" come chiusura di un percorso dedicato al surrealismo?

Esiste un legame forte fra Surrealismo e mistero. In effetti, il Surrealismo esplora l'inconscio, i sogni, l'irrazionale e l'ignoto. In questo modo, cerca di rivelare una "realtà superiore",  al di là della logica e della ragione. Basti pensare ad artisti come Magritte - con i suoi enigmi visivi - che ha reso il mistero un elemento centrale della propria arte, spiazzando lo spettatore e invitandolo a interrogarsi sul significato profondo delle cose. 


9)L’episodio di Don Rafele - che definisce Gregor Samsa "uno dei Bitols" - rappresenta una geniale collisione tra cultura "alta" e "bassa". Si tratta, forse, di un modo per rivendicare una certa vitalità popolare contro l'accademismo letterario?

Attraverso il personaggio Don Rafele, il portinaio di “Questi fantasmi” di Eduardo, con la sua “ingenuità popolaresca” ho voluto senza alcun dubbio “rivendicare una vitalità popolare contro l'accademismo letterario”. Don Rafele, oltretutto, con i suoi “per sentito dire” tipico del “gioco degli equivoci” riesce a dare una visione singolare, originale, bizzarra delle grandi opere letterarie mondiali strappando, involontariamente, delle risate incontrollabili.

10) Il sottotitolo della sua opera recita "non si vede e non si sente". In un mondo saturo di stimoli visivi e uditivi, ma al contempo defraudato dei modelli valoriali fondanti, il personaggio Guendalina rappresenta un'assenza metafisica, oppure una critica al silenzio forzato dell'individuo moderno?

Il personaggio “Guendalina” che appunto “non si vede e non si sente” potrebbe essere un “non personaggio, o meglio, un soggetto inesistente”. Comunque, nello svolgimento della trama della pièce teatrale anche per gli altri personaggi che interagiscono in questa commedia surreale e fortemente enigmatica ci si potrebbe chiedere se siano dei “non personaggi”, ovvero dei soggetti inesistenti. Forse, nella inaspettata scena conclusiva, attraverso un abilissimo plot twist, si potrebbe scoprire che solo Guendalina, probabilmente, è l’unica “davvero esistente”.

11) Per concludere, cosa si aspetta da questo anno appena iniziato?

Dal 2026 non mi aspetto nulla di diverso da tutto ciò che ha rappresentato la mia storia artistica fino ad oggi. Spero di conservare sempre la creatività, la fantasia e, soprattutto, la lucidità mentale che mi hanno permesso di scrivere centinaia di canzoni e di pubblicare circa 15 libri, fra raccolte di racconti, romanzi e sillogi poetiche.

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI