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Sabato, 14 Febbraio 2026

Copertina del saggio di Trevisan

La collana de “I libri del ritorno all'ordine” diretta da Mario Palmaro (1968-2014) e Alessandro Gnocchi per l'editore Fede & Cultura di Verona manda in queste settimane in libreria l'ultimo lavoro: lo firma Fabio Trevisan e ha per oggetto la visione del mondo oltre che, più specificamente, di critica alla modernità di uno dei geni letterari più brilanti di tutti i tempi, lo scrittore londinese Gilbert Keith Chesterton (cfr. F. Trevisan, Quella cara vecchia pipa. Le piccole cose, le canzoni, le favole, la tradizione in Gilbert Keith Chesterton, Fede & Cultura, Verona 2014, Pp. 186, Euro 16,00). Trevisan, che di Chesterton è studioso dotto e appassionato da anni essendo stato fondatore dei “Gruppi Chestertoniani Veronesi” e avendogli già dedicato in passato lavori di qualità (come le riduzioni teatrali Uomo vivo con due gambe (2005) e Il pazzo e il re (2006) usciti sempre per le edizioni dirette dal professor Giovanni Zenone), offre qui in undici gustosi capitoli tematici tutti da leggere e un'inedita intervista finale un ritratto completo e originalissimo del grande convertito inglese (alla sua morte, nel 1936, Papa Pio XI lo insignì del titolo di “Defensor fidei”). Ancora oggi, in effetti della figura di Chesterton si conosce forse più il poeta esilarante o lo scrittore di paradossali aforismi, o ancora l'inventore della saga di Padre Brown, l'indimenticabile prete-detective le cui avventure diventeranno celebri poi anche sul grande schermo ma relativamente poco di tutto il resto. Il rischio è quindi quello di finire per catalogarlo come una sorta di 'battitore libero' nel senso più deteriore dell'espressione: un giocoliere talentuoso della lingua inglese utilizzata con sconcertante disinvoltura per dimostrare al pubblico esterrefatto degli astanti le proprie capacità stra-ordinarie, fuori dall'ordinario, cioè dalla media. Oppure un'umorista irrefrenabile che non sapeva andare oltre la battuta tanto sagace e beffarda quanto estemporanea. Nulla di tutto questo: Chesterton fu un uomo e un artista completo ed esigente, amante raffinato – in un'epoca per certi versi molto simile alla nostra, di decadenza generale – del buono, del bello e del vero. Per questo fu un cristiano autentico ed esemplare che amò realmente la civiltà che il Cristianesimo aveva generato nel corso dei secoli e i suoi segreti più nascosti: le tradizioni del focolare, l'onore domestico, le virtù famigliari, il mondo simbolico delle piccole cose che rimandano al Creatore e in definitiva al fine ultimo della realtà creata intorno a noi. La bravura di Trevisan nel saggio è proprio quella di riuscire a ricreare questo 'mondo antico' partendo dall'osservazione diretta del paesaggio chestertoniano e dall'interrogazione appassionata delle sue pagine. Il risultato è, vedere - anzi, leggere - per credere, obiettivamente strabiliante: un racconto 'montato' (è il caso di dirlo) ad arte fatto di piccoli racconti, ognuno legato a sua volta a una parte o a una chiave dell'universo semantico e culturale chestertoniano.

La “Prefazione” (pp. 5-14) è firmata da padre Arturo Ruiz Freites, religioso dell'Istituto del Verbo Incarnato (IVE), docente di teologia, che ricordando le vie traverse con cui l'opera di Chesterton (anzitutto nelle biografie dei due più mirabili Santi del Medioevo italiano, Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino) arrivò nella sua casa paterna, in Argentina, negli anni Settanta, riflette sulle conseguenze sociali dell'essere e vivere da cristiani oggi nella società in un periodo in cui “l'uomo, allontanato da ogni riferimento all'Altro trascendente, dalla sua libertà interiore, dalla sua casa, dalle sue mansioni dignitose e a misura personale, dalle connaturali relazioni e ambienti, dall'amore degli altri e cal bene comune soprannaturale e naturale, trascendente e immanente, eterno e temporale, é stato risucchiato nella burrasca tempestosa degli interessi dei 'mercati', dei trust monopolistici, nell'immanentismo gnostico di un Leviatano materialistico totalitario, massificante e annientante la sua vera umanità” (pag. 12). La crisi che stiamo attraversando è quindi una crisi primariamente religiosa e spirituale e proprio sulla base di questo e solo in secondo luogo antropologica, economica e morale: la via d'uscita deve passare pertanto necessariamente da un deciso recupero delle verità divine emarginate dalla superba intelligenza mondana della modernità e anzi dall'assoluta centralità del piano di Dio nella storia umana. Il successivo “Invito alla lettura” (pp. 15-18) del Direttore dell'Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, Stefano Fontana, evidenzia invece come nella logica chestertoniana tutto si tenga e, come si accennava all'inizio, ogni tassello vada letto alla luce di tutto l'universo letterario che lo precede e lo sostiene: “Trevisan cerca, fruga, collega, compone tra loro elementi chestertoniani apparentemente lontani ma in realtà connessi da un sottile ma tenace filo. E ci mostra una grande coerenza di visione in Chesterton: tutto si tiene, i grandi ragionamenti filosofici o teologici di Ortodossia e le 'vecchie canzonette' de L'osteria volante” (pag. 16). Il motivo profondo è che “sotto l'acume chestertoniano c'è il senso comune, ossia quella naturale e spontanea capacità che tutti gli uomini hanno di vedere la realtà così come essa è prima di essere trasformati in scettici di professione dal progressismo ideologico” (pag. 18) che è poi la carta d'identità intellettuale dell'epoca lunga della modernità in quanto tale.

Gli spunti che compongono l'opera vera e propria sono numerosi e impossibili da sintetizzare in una semplice recensione: nel primo capitolo (“Sono solo canzonette?”) ad esempio, l'Autore ragiona su una citazione tratta dal poema epico La ballata del cavallo bianco per riflettere sulla profezia chestertoniana secondo cui “l'umanità in divenire sarebbe stata costituita da schiavi senza un padrone” (pag. 23). Una descrizione che sembra perfettamente adattarsi per gli abiti indossati attualmente dalle masse del Vecchio (ormai anche anagraficamente) Continente in cui un sistema socio-economico pervasivo orienta scelte, gusti e comportamenti in un modo tale che persino avere un pensiero personale a volte appare come un pericoloso atto eversivo rispetto alla mentalità dominante. Da parte sua, già allora lo scrittore londinese “contro l'insensatezza moderna del sovvertimento dell'ordine naturale e dell'ortodossia, si pose a baluardo della sensatezza della proprietà negli elementi originali che intendeva preservare: la consuetudine e la continuità o, con altre parole, la tradizione” (pagg. 24-25). Si coglie qui con trasparente chiarezza la radice saldamente cattolica della sua filofia sociale, nient'affatto scontata, né peraltro sempre conosciuta in quegli anni, anche a livello di elìtes (si consideri che mentre scrive, fatta eccezione per la Rerum Novarum di Leone XIII, gran parte del Magistero sociale come lo conosciamo noi oggi doveva ancora essere sistematizzato). D'altronde le verità fondamentali, avrebbe forse risposto Chesterton, sono poche e quelle proprio imprescindibili sono addirittura eterne, non certo frutto di mano umana: “I pensieri più profondi sono luoghi comuni...e il luogo comune più profondo di tutti è quel Vanitas Vanitatum che non è pessimismo, ma l'esatto opposto del pessimismo. E' la vanità dell'uomo che ci spinge a pensare che debba essere un Dio” (pag. 28). Significativo anche il secondo capitolo (“Il Bianco e il suo Cavallo”) dove l'Autore prende spunto dal romanzo Le avventure di un uomo vivo per offrire delle considerazioni sul bello e sull'arte oggi pressochè dimenticate. Anzitutto la severa critica delle cosiddetti movimenti d''avanguardie' che ancora oggi spopolano tra le principali esposizioni d'Occidente: in riferimento all'impressionismo per esempio, Trevisan spiega che Chesterton “condannava l'impressionismo in quanto incapace di fare conoscere e vedere con esattezza la dimensione soprannaturale del reale” (pag. 33). La considerazione vale naturalmente anche per le altre che seguirono di lì a poco (dal simbolismo all'astrattismo) caratterizzate tutte da un ripiegamento scettico cervollotico – e a volte quasi patologico – sul proprio io come centro assoluto e confuso del mondo. E non a caso nello stesso romanzo Chesterton faceva pronunciare poi ai suoi personaggi altre profezie significative come quella sul futuro, imminente 'ritorno dei pagani' (cfr. pag. 43) in un mondo lasciato a se stesso in cui nessuno alza più gli occhi al cielo e dunque ormai completamente privo di anima, senso e sentimento. E' per questo che Chesterton difese così tanto l'uomo comune - si veda il capitolo successivo, intitolato “Pane e formaggio” - perchè con la sua semplice difesa del dato di realtà questi impediva, con la sua stessa presenza, l'accellerazione del processo di decadenza già allora in atto. D'altronde, riflettendo sulla storia passata dell'umanità, lo scrittore aveva osservato che i problemi più gravi erano stati causati proprio dagli ideologi, i fanatici della teoria per la teoria, i professionisti dell'astrattismo esaltato, cattedratici o meno non aveva importanza: “Le catastrofi che abbiamo vissuto e che stiamo attualmente vivendo non sono state causate dalla gente pratica e prosaica che si ritiene non sappia nulla, bensì quasi sempre dalla gente assolutamente teorica che sapeva di sapere tutto. Il mondo può trarre una lezione dai propri sbagli, ma si tratta soprattutto degli errori di chi impartisce lezioni” (pag. 49).

Di fronte a questa crisi l'ancora sicura di salvataggio - l'unica, a ben vedere - si trovava ancora una volta nella Chiesa di Cristo, Madre e Maestra di verità, di sapienza, di umanità ma soprattutto di tradizione (quella che in Ortodossia definì efficacemente come “democrazia dei morti”), tanto derisa superficialmente dagli uomini sedotti dalle sirene della modernità quanto ardentemente desiderata da chi – come era lo stesso scrittore prima di convertirsi e chiedere il battesimo, nel 1922 – è in ricerca appassionata della verità del mondo, delle cose e del loro destino eterno: “Quelli che abbandonano la tradizione della verità non fuggono verso qualcosa che chiamano libertà. Fuggono tra le braccia di qualcos'altro, che noi chiamiamo moda. Questo è davvero il punto cruciale della controversia tra le due visioni della storia e della filosofia. Se fosse vero che lasciando il tempio ci incammineremmo in un mondo di verità, la domanda avrebbe trovato la sua risposta, ma non è vero. Lasciando il tempio ci incamminiamo in un mondo di idoli. E gli idoli del mercato sono più fragili e passeggeri degli dei del tempio che abbiamo lasciato” (pag. 62). Oltre a queste autentiche gemme di grandissima filosofia e un poderoso senso comune, il genio britannico ci lascia poi una serie di ricette di buona economia, in perfetta consonanza con la Dottrina sociale della Chiesa, che oggi ancora più di ieri tornano prepotentemente d'attualità come vero e proprio “antidoto alla crisi” (si veda a questo proposito in dettaglio il capitolo XI) e tratteggiano una possibile via d'uscita a misura d'uomo, o meglio secondo i bisogni e le necessità della singola persona umana - per esprimersi più correttamente – e nondimeno perfettamente conforme al piano di Dio e alla sua gloria e che vedono il lavoro e l'attività umana come vocazione 'alta' e mirata alla diffusione il più possibile capillare del bene comune: “Chesterton credeva fermamente e puntava sulla qualità del lavoro accurato, artigianale e difendeva la piccola bottega anche per i valori morali e relazionali che immetteva nel tessuto sociale. Il programma pratico che Chesterton proponeva per il ristabilimento della proprietà privata constava di due parti: la prima, secondo le sue testuali parole, prevedeva di fermare la folle corsa al monopolio, prima che andassero perdute le ultime tradizioni di proprietà e libertà, e consisteva nel boicottaggio (che gli attirò feroci critiche e tanto livore) dei grandi negozi. Bastava desiderarlo, volerlo, attuarlo anche attraverso la formazione di leghe e gilde con cui ci si sarebbe potuto impegnare a trattare solo con i piccoli negozi anziché con quelli grandi centralizzati e monopolistici. Si poteva quindi provare a resistere all'assalto del capitalismo attraverso dei piani pratici [ri-distribuzione o compartecipazione agli utili, rafforzamento dei corpi intermedi presenti sul territorio e dei gruppi di categoria dei piccoli liberi imprenditori] Erano certamente dei princìpi generali che cercavano di far invertire la rotta e la corsa all'accaparramento e alla concentrazione della proprietà in poche mani...” (pag. 118).

Copertina_Elisabetta Sala_Shakespeare

Il genio universale di William Shakespeare (1564-1616), il brillante codificatore della lingua inglese moderna, nonché uno dei talenti drammaturgici più grandi di tutti i tempi, è noto ai quattro angoli del globo. Su di lui e intorno a lui, presumibilmente, è stato scritto già tutto. Restano però ancora delle zone d'ombra che, come accade spesso nella costruzione artificiosa e strumentale dei miti nazionali (siano essi politici o letterari), con il passare del tempo e lo spegnersi delle passioni più accese, emergono con sempre maggiore chiarezza al punto da non poter essere più ignorate. Questa biografia ragionata di Elisabetta Sala (L'enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente?, Ares, Milano, pp. 472, Euro 24,00), docente di lingua e letteratura inglese e studiosa informata della storia inglese moderna (vedi i suoi fortunati L'ira del re è morte (2009) ed Elisabetta “la sanguinaria” (2010), ambedue per le edizioni Ares) mette invece coraggiosamente in discussione il canone accettato ormai da secoli secondo cui Shakespeare “é salutato come il poeta nazionale del momento aureo dell'età elisabettiana [1558-1625 ca.], che cavalca sull'onda della vittoria inglese sull'Armada spagnola [1588]. Egli trova dunque posto in quel mito elisabettiano che evidenzia la doratura superficiale del periodo, passando sopra la sua immondizia, crudeltà e miseria. Tale visione romantica di Shakespeare é una grossolana distorsione della verità e si basa su un mero desiderio” (pag. 15) che “non concorda né con le opere, né con quanto sappiamo della vita del Bardo dell'Avon. Tanto più che il regno di Elisabetta [1533;1558-1603] – così come, poi, quello del successore, James di Scozia [1566;1603-1625] – ha mostrato, attraverso gli studi storici più recenti, i tratti di un regime totalitario, crudele e oppressivo. Ora, è possibile che un poeta tanto grande fosse il paladino di una dittatura, di cui furono vittime, fino al martirio, i suoi stessi parenti, amici e conoscenti?” (ibidem).

Da questo lucido quanto significativo interrogativo muove la dettagliata biografia critica dell'Autrice che, come in un giallo, offre al lettore, in ognuno dei successivi ventiquattro capitoli, diversi indizi che aiutano a elaborare una prospettiva complessiva di analisi storica sulla vita e l'opera del drammaturgo inglese più argomentata e decisamente controcorrente rispetto a quelle ancora veicolate di recente dalla manualistica ufficiale, britannica come internazionale. Anzitutto il fatto che molti membri della sua famiglia ebbero seri problemi con il regime violentemente anticattolico di Elisabetta I (la figlia Susanna, ad esempio, compare nelle cd. liste di ricusanza, che 'schedavano' i cattolici che rifiutavano di presentarsi al servizio religioso di Stato obbligatorio per legge nel 1606, il padre vi era già comparso nel 1592, mentre poco prima almeno due parenti di parte materna erano stati squartati per alto tradimento, leggi 'professione di cattolicesimo'), quindi il fatto stesso che molti dei temi delle sue opere abbiano contenuti distintamente e marcatamente cattolici (come l'evocazione delle anime del Purgatorio in Amleto, la tematica delle indulgenze e della potenza della preghiera d'intercessione in La tempesta, quello del pellegrinaggio in Riccardo II, Il mercante di Venezia, Come vi piace e Re Lear, e ancora il rispetto per gli ordini religiosi, ben diverso dal trattamento riservato invece ai personaggi identificabili come pastori anglicani, la presenza ricorrente dei conventi come luoghi di rifugio e salvezza, i riferimenti alle reliquie e alle difficilmente equivocabili corone del rosario, perfino qualche apprezzamento per la liturgia romana che da una parte all'altra costellano trasversalmente la sua opera) paiono offrire nuovi, convincenti elementi di riflessione a sostegno di un'ipotesi fino a poco tempo fa considerata inaudita ma che ha visto ultimamente conquistare insospettabili personalità, tra cui persino l'attuale primate della confessione nazionale anglicana, l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams: William Shakespeare, il genio fondatore della civiltà letteraria anglosassone, sarebbe a tutti gli effetti cattolico. Numerosissime e qui purtroppo non sintetizzabili le letture bibliche ed evangeliche che l'autrice offre di alcuni celebri passi shakesperiani, come pure della caratterizzazione psicologica in senso religioso dei vari personaggi, con ampie divagazioni e digressioni nel ricco sottotesto simbolico e semiotico - ermeneuticamente quasi inesauribile - dell'arte drammaturgica del bardo dell'Avon.

E il saggio di Sala, ricchissimo di spunti, offre anche una eloquente rievocazione di episodi ormai pressochè rimossi dalla memoria non solo inglese, ma anche cattolica, come la persecuzione brutale che durante la mitizzata Golden age elisabettiana colpì soprattutto i missionari gesuiti in ragione del loro quarto voto di obbedienza al Pontefice, considerato come il rappresentante despota di una potenza straniera: da san Edmund Campion (1540-1581), arrestato mentre celebrava clandestinamente Messa, impiccato e squartato il 1 dicembre 1581, fino al beato padre Robert Dibdale (1556-1586), per la stessa ragione impiccato e squartato cinque anni più tardi insieme ai confratelli John Adams (1543-1586) e John Lowe (1553-1586), pure beatificati come martiri della fede da Papa Giovanni Paolo II nel 1987. E ancora padre William Weston (1550-1615), per lungo tempo il superiore della missione ignaziana oltre Manica, che 'se la cavò' con una reclusione di vent'anni seguita dall'esilio mentre il suo successore, padre Henry Garnet (1555-1606), sarà impiccato e squartato qualche anno dopo in seguito alla tristemente nota 'congiura delle polveri'. E andrebbero ricordate ancora figure straordinarie come san Robert Southwell (1561-1595) e il beato William Hartley (1557-1588), ugualmente martiri della fede a pochi anni di distanza l'uno dall'altro, oltre a padre Robert Persons (1546-1610), pure scoperto ad evangelizzare clandestinamente e costretto repentinamente a rifugiarsi all'estero, che riuscì miracolosamente a salvare la vita, in modo davvero rocambolesco. Ma numerosi e dettagliati sono anche gli episodi che l'Autrice riporta per far comprendere al lettore di oggi la drammatica vita quotidiana dei cattolici inglesi nella seconda metà del XVI secolo, un periodo che toccò livelli di persecuzione inimmaginabili per la civiltà di un Paese occidentale che dei propri elevati standard democratici ha sempre fatto vanto a livello internazionale: [alla fine del 1500] “era ormai reato per un sacerdote cattolico, di qualsiasi ordine, essere semplicemente presente sul suolo inglese; la pena, in caso di trasgressione, era il solito squartamento, previsto anche per chi avesse offerto ospitalità a un sacerdote o lo avesse aiutato a sfuggire ai suoi persecutori” (pag. 75). Così, ad esempio, all'inizio del 1586 “una giovane donna di York, Margaret Clitherowe, fu colta nel flagrante delitto di ospitare e nascondere un padre gesuita e fu condannata alla pazzesca peine forte et dure, che prevedeva la compressione lenta della gabbia toracica fino a che morte non sopraggiungesse” (pag. 76). Tutto era cominciato non appena Elisabetta, unica figlia sopravvissuta del re scismatico Enrico VIII Tudor [1491;1509-1547], si era insediata: [dal 1559] “il cattolicesimo era diventato illegale, ogni suddito fedele avrebbe dunque dovuto rinunciarvi e adottare pacificamente la religione di Stato, senza Papa, sacerdoti, Eucarestia, Purgatorio, santi, immagini, devozioni popolari” (pag. 19), in rigido ossequio a quel furore iconoclasta che ha regolarmente caratterizzato le rivoluzioni protestanti dall'età moderna fino ad oggi. La sovrana britannica sarà quindi scomunicata da Papa san Pio V (1504; 1566-1572), con la bolla Regnans in excelsis nel 1570, che con lo stesso atto scioglierà anche i suoi sudditi dal dovere dell'obbedienza. La persecuzione, però, sarà lungi dallo spegnersi e nel Paese tornerà a scorrere sangue cattolico come non mai con pubbliche impiccagioni e vere e proprie esecuzioni di massa: è questo, e non un altro, il Paese in cui vive e scrive Shakespeare, che nei suoi drammi prenderà non a caso più volte posizione contro la dittatura e la persecuzione delle minoranze, simpatizzando sempre con i più deboli e dando voce a chi allora non aveva più diritto di parlare. Un messaggio dunque chiaramente politico, e anche religioso, non solo meramente artistico, che parla e sfida ancora i posteri, se solo i posteri volessero ascoltarlo.

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Esce, per Libro Aperto editore (via Corrado Ricci 29, 48121 Ravenna, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), la raccolta Discorsi e scritti di Quintino Sella, curata da Marco Bertoncini e Aldo G. Ricci, con una postfazione di Maurizio Sella (pp. 104 con ill., € 15,00). Per concessione dell’editore, pubblichiamo stralci dall’introduzione

 

Il ricordo di Quintino Sella viene sempre più scolorandosi. Ancora nei primi anni del dopoguerra i libri di testo per le scuole elementari narravano di lui un simpatico aneddoto. Il rigoroso ministro, avendo trovato una voce nel bilancio del ministero dell’Interno per il mantenimento di gatti, chiese spiegazioni. Gli fu chiarito che si trattava di gatti che servivano a tenere lontani i topi dai depositi degli archivi di Stato. Sella allora disse: “O i gatti mangiano i topi, e non c’è motivo di nutrirli ancora; o non li mangiano, e allora non servono”. E cassò la spesa.

Oggi, probabilmente Quintino Sella resta un semplice nome dell’epoca unitaria, ma dipinto con quei colori cupi che in vita non gli recarono certo popolarità: il ministro più odiato d’Italia, l’assassino della povera gente, l’autore della famigerata tassa sul macinato (la più odiata fra le imposte), il teorico dell’economia fino all’osso, il politico della lesina, il grande tassatore, etichette tutte affibbiategli già da vivo.

(…)

In verità Quintino Sella fu ben altro che un rigido persecutore dei contribuenti. Era un uomo dai molteplici e perfino contrastanti interessi, uno studioso di geologia arrivato giovanissimo all’insegnamento universitario, un cultore degli studi classici, un appassionato di storia, un erudito archivista, uno sportivo, un industriale, un giornalista. Scrisse di miniere e di storia locale, di cristalli e di alpinismo, di diplomi medievali e di statuti cittadini, e poi ovviamente di politica, di economia, di finanza. A lui si debbono il Club alpino italiano e le Notizie degli scavi di antichità, le casse di risparmio postali e le ascensioni su Monviso, Rosa, Cervino e Bianco. Diede vita nuova all’Accademia dei Lincei e insegnò geometria applicata. Si batté per i trafori alpini, si occupò dei trasporti ferroviari, s’interessò a esposizioni internazionali. Viaggiò molto all’estero. Fu amministratore locale, deputato, ministro.

Non sarà fuori luogo ricordare come diversi patres della Destra storica si rivelassero autentici campioni fuori della politica, sovente nelle scienze. Così come Camillo Cavour era agricoltore ed economista (e in suo piccolo studio si rivelò perfino esperto di balistica), Bettino Ricasoli era agricoltore, Marco Minghetti agricoltore, Pietro Paleocapa ingegnere e, tanto per uscire dalle scienze, Massimo d’Azeglio pittore e scrittore. Pure sotto tale peculiare aspetto l’Italia non ha più avuto una classe politica a quell’altezza. Ma, fra tutti costoro, nessuno fu più versatile di Sella, scienziato prestato alla politica, umanista che recava un alito di classica tradizione nell’affrontare la spinosa finanza pubblica, imprenditore che recava nella cosa pubblica l’accortezza industriale.

Fondamentale è in Sella il senso civile della vita pubblica, che si potrebbe addirittura definire etico. Prima di diventare titolare delle Finanze convocò soci e congiunti: la ditta si sarebbe astenuta dall’assumere forniture dallo Stato, quand’egli fosse stato al governo. Rifiutò di alloggiare presso il ministero, asserendo: “Siamo borghesi, con famiglie borghesi, abituate modestamente, lontane dagli splendori dei grandi palazzi”, sicché “guai abitare nei palazzi ministeriali”. Applicava a sé quel sacrificio del potere che chiedeva agli altri come sacrificio contributivo. Occorreva dare l’esempio, prima di pretendere alcunché dagli altri.

Il suo sentimento sociale si avvertiva anche nel ritenere che l’istruzione tanto più si spandesse in basso e in larghezza quanto più fosse alta, intensa, densa. Per questo, pregno com’era di spirito di ricerca, sempre favorì la spesa pubblica per l’istruzione, anche per l’istruzione superiore, le istituzioni culturali, gli alti studi, convinto che l’eccellenza dei vertici sarebbe servita a promuovere la base.

La fusione tra politica e scienza si avvertiva nella precisione con la quale studiava i bilanci pubblici, conscio che “la statistica è il buon senso ridotto a calcolo”. Indicativa è la confessata visita alle biblioteche religiose in Roma, dopo il 1870, per vedere quali testi scientifici fossero oggetto di studio nello Stato del papa. Era avido di conoscere, anche nelle minime cose.

Marco Bertoncini

Aldo G. Ricci

Copertina del libro di padre Amorth

 

Nella società postmoderna che ha rotto ogni tabù sembra essere l'ultimo tabù rimasto. Parliamo del diavolo, l'angelo decaduto - ribelle a Dio - che il Vangelo stesso definisce il “principe di questo mondo” (cfr. Gv 12,31 e Gv 14,30). Eppure basterebbe dare un'occhiata alla cronaca quotidiana (nera e non) per capire che il male non solamente esiste ma può assumere contorni che vanno persino oltre il crimine più efferato. L'ultimo libro di padre Gabriele Amorth, il più noto esorcista italiano vivente, fondatore nel 1990 dell'Associazione Internazionale degli Esorcisti, di cui attualmente è presidente onorario, scritto a quattro mani con il giornalista Paolo Rodari (cfr. Padre Amorth – P. Rodari, Il segno dell'esorcista. Le mie ultime battaglie contro Satana, Piemme, Milano 2013, Pp. 236, Euro 16,50) chiarisce ogni residuo dubbio in proposito proprio sulla base della pluridecennale esperienza svolta dal religioso della Società di San Paolo nel ministero esorcistico. Quello che lo muove a scrivere ancora è soprattutto l'amore alla Madonna, Madre di Dio, che gli ispira le iniziative più incredibili come quella, ricordata in apertura del saggio, di “aver ottenuto e organizzato la consacrazione dell'Italia al Cuore Immacolato di Maria nel 1959” (pag. 8), un atto non solo di devozione spirituale ma dal notevole significato pubblico e teologico se solo si considerano gli anni in cui avvenne, con l'Europa divisa in due blocchi antagonisti contrapposti. Nei successivi dieci capitoli, il religioso, partendo dalla più tradizionale catechesi (in principio c'è solo Dio, Signore e Creatore dell'universo) arriva a spiegare ai lettori odierni, con un linguaggio diretto e con lineare semplicità e pazienza, alcune delle verità fondamentali della fede cristiana oggi spesso taciute: “A cosa serve la vita? Perchè vivere? Se il creatore è Dio che ha mandato suo figlio Gesù Cristo nel mondo, allora l'unico scopo per cui vivere resta Cristo. Solo se vive per Cristo lo si può raggiungere in Paradiso. Lo scopo della vita altro non è che conoscere, amare e servire Cristo, porta della felicità in questa terra, porta dell'eternità dopo la morte” (pag. 18) riecheggiando passi del celebre Catechismo di San Pio X. Alla domanda successiva su come si fa a seguire allora Cristo, la risposta di padre Amorth è immediata: “anzitutto incontrandolo nei sacramenti: confessati, ricevi l'eucaristia. Lui è lì. E poi frequentando la Chiesa, coloro che già lo seguono. Seguilo e vedrai” (pag. 19). E' questo, in definitiva, il modo migliore per tenere lontano anche il demonio: per riuscirci, occorrono sempre, come insegna d'altra parte il Vangelo e confermano le apparizioni mariane, “il digiuno e la preghiera” (pag. 32), difese sicure contro ogni tentazione.

Chi si aspetta rivelazioni-scoop sensazionalistiche a effetto resterà deluso, il libro - se pure non nasconde certo casi eclatanti di possessioni e ossessioni - è anzi una testimonianza chiara di come fare della buona informazione in un ambito dove solitamente ciarlatani e truffatori abbondano. Esemplare è, da questo punto di vista, la parte centrale sugli angeli e sui demoni: “essi sono spiriti invisibili. Operano senza che ce ne rendiamo conto. Eppure esercitano un'azione efficacissima. Gli angeli ci proteggono dai pericoli dell'anima e del corpo. Ognuno di noi ha un angelo custode che lo assiste per tutta la vita: capiremo solo in cielo quanto egli ha fatto per noi sia con suggerimenti rivolti a farci vivere secondo Dio, sia con interventi che ci hanno protetto da mali occasionali. Il movimento degli angeli, insomma, è stupendo e in parte misterioso. Eppure ha una grande influenza sulla nostra vita. Anche i demoni operano nascostamente, senza che noi ce ne accorgiamo. Per odio contro Dio tentano l'uomo al male. Come suggerisce san Pietro, i demoni ci circuiscono cercando il nostro punto debole, come un leone ruggente che va in cerca della preda (cfr. 1 Pietro 5,9). E così individuano dove attaccare. In genere, ci spingono verso una delle tre grandi passioni: il successo, il denaro, il piacere. Non conoscono i nostri pensieri ma li deducono dal nostro comportamento esteriore. Non conoscono il futuro ma spesso lo indovinano dalle nostre tendenze. Sono astuti, certo, ma non hanno il dono dell'onniveggenza, che appartiene soltanto alla sapienza di Dio” (pagg. 74-75). La summa del combattimento spirituale che ogni cristiano deve affrontare nella vita, come si vede, è tutta in queste parole.

A seguire, Amorth si sofferma sugli aspetti davvero straordinari – cioè fuori dal comune – dell'azione diabolica che nei casi più gravi (come le possessioni, ad esempio) possono durare anche anni giacché “ci vogliono molti esorcismi prima della definitiva liberazione” (pag. 87): anche in questo caso, però, occorre previamente specificare che una vita di regolare fede praticata, preghiera (in particolare il Rosario) e sacramenti è di per sé l'esorcismo migliore per evitare che anche solo le minime condizioni possano crearsi. Contro chi prega, ricordando qui un detto popolare di Sant'Alfonso Maria de' Liguori (“Chi prega certamente si salva, chi non prega certamente si danna”), il diavolo non può nulla. Così, per il cristiano ordinariamente è “l'eucaristia il sostegno della vita” (pag. 122) ed è altrettanto certo che chi vive del corpo di Cristo vivrà in eterno. Gli ultimi capitoli sono dedicati invece alla diffusione odierna del peccato sociale e ripetuto, come purtroppo nel caso dell'aborto, di cui il religioso sottolinea in particolare il carattere anticristiano (rifiuto del quinto comandamento del Decalogo) e insieme quello di offesa alla dignità della persona umana che nasce con il concepimento. Spiegata da un'esorcista come lui, anche la discussione in questa materia assume tutt'altro significato, così Amorth: “La legge italiana, dopo aver affermato ipocritamente il rispetto della vita, afferma che fino al novantesimo giorno si può abortire. Non si capisce su quali basi si arrivi a dire che dal novantesimo giorno in poi c'è l'obbligo di rispettare una vita mentre prima no. Sinceramente non riesco a capire che differenza vi sia fra un feto di ottanta giorni e uno di novanta. Ovviamente non c'è alcuna differenza. Come non ve ne è fra un feto di ottanta e uno di settanta giorni. E fra un feto di settanta e uno di sessanta. E così ad andare indietro fino al concepimento. Ecco perchè ritengo che la nostra legge si basa su una menzogna. E' una legge sbagliata, ispirata alle partite di calcio: al novantesimo minuto l'arbitrio fischia e la partita finisce. Il diritto alla vita di ogni individuo umano nascente é un diritto inalienabile e un elemento costitutivo di ogni società civile. E pensare che si è voluto fare approvare l'aborto come un segno di progresso [....] Mi meraviglio anche dei medici che fanno aborti. Il medico ha la missione di curare la vita. In questo modo, anche se la legge civile li assolve, di fronte a Dio sono degli assassini. E hanno anche un patrono: il re Erode, autore della strage degli innocenti” (pagg. 184-185).

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Con questo sintetico contributo collettaneo l'Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti prosegue i suoi studi su sviluppo e bene comune inaugurati per la collana “Imprenditori Cristiani per il Bene Comune” della Libreria Editrice Vaticana in occasione dell'enciclica Caritas in veritate nel 2009 e destinati a un pubblico ampio, non necessariamente specializzato. Il tema affrontato questa volta è uno dei più delicati della crisi socio-economica attuale: ovvero il rapporto, spesso di conflitto, tra famiglia e lavoro, con i suoi numerosi nodi irrisolti e talora volutamente contrapposti. Anzitutto, un'opportuna considerazione preliminare: “la famiglia naturale é stata data per spacciata molte volte e da molto tempo, soprattutto dalla cultura sociologica e psicologica anglosassone. Nel 1927 lo psicologo John Wilson, analizzando le tendenze del matrimonio, prevedeva la fine della famiglia entro 50 anni [mentre] nel 1971 lo psichiatra inglese David Cooper produceva un libro tradotto in Italia con il titolo lapidario: 'La morte della famiglia'” (pag. 25). Da allora, come si suol dire, di acqua ne è passata sotto i ponti, e tuttavia nonostante l'indubbio processo involutivo attraversato dall'istituzione famigliare in Occidente – e anche le nuove sfide portate dalla teoria del gender, impensabili fino ad appena dieci o venti anni fa – l'unità-base della società tiene, negli Stati Uniti come in Italia. Con notevole fatica e in grande difficoltà, ma tutto sommato resta ancora un riferimento sociale condiviso, soprattutto in tempi economicamente difficili come gli attuali dove si nota che molto spesso – nonostante l'individualismo sfrenato e il relativismo morale – nei periodi di mancanza di lavoro o affanno finanziario i figli tornano comunque dai genitori che (a volte grazie anche all'affiancamento dei nonni) non negano mai l'aiuto richiesto. Di per sè non sarebbe certo un fenomeno di cui rallegrarsi ovviamente, ma gli autori fanno notare che se è vero che la sua estensione conferma in pieno la gravità della crisi, essa dimostra pure la concreta rete di soccorso e assistenza che la famiglia unita in quanto tale è in grado ancora di oggi di fornire davanti a sfide quantomai impegnative. E che dire del fatto che il nostro Paese rifiuta ancora la pseudo-'cultura' degli ospizi per i propri anziani quando subentrano la vecchiaia avanzata e le malattie degenerative? Non è forse questo un indice di sanità morale? Eppure, l'emergenza reale resta in tutta la sua drammaticità. Alcuni dati rivelatori: “nel 1951 in Italia vi erano oltre 16 milioni di giovani sotto i 20 anni a fronte di meno di 6 milioni di ultrassessantenni [mentre] nel 2001 vi erano 14 milioni di anziani e 11 milioni di giovani” (pag. 27) sicchè oggi il nostro Paese 'vanta' il triste primato di avere una delle popolazioni più vecchie del mondo. Ancora: nel 2051, se nulla cambierà i trend demografici “fanno prevedere 21 milioni di vecchi a fronte di 8 milioni di giovani. E' da sottolineare che non è l'aumento dei vecchi che preoccupa [ma] la carenza di nascite. L'Italia, con un tasso di fecondità per donna dell'1,4 (era il 2,7 negli anni sessanta) é lontana dal tasso necessario per assicurare che le generazioni più giovani sostituiscano quelle anziane, che è di 2,1 per donna fertile. Il tasso di natalità italiano è uno dei più bassi del mondo” (ibidem). Sono cifre obiettivamente allarmanti, per dire il meno, che dovrebbero essere all'ordine del giorno di qualsiasi Governo o Parlamento perchè nella loro crudezza paiono tutte dire una sola cosa: il Paese di cui si tratta nei numeri si sta eclissando dal corso della storia, nel senso più letterale del termine, perchè non trasmette più la vita perpetuando la propria generazione ai posteri.

E, in questo caso, nemmeno è accettabile spostare le eventuali obiezioni sul 'supposto' confessionalismo del discorso perchè la laicissima Francia - ad esempio - destina alla famiglia il 2,5% del PIL, a fronte del solo 1% dell'Italia, che occupa anche qui “l'ultimo posto delle classifiche europee” (pag. 27). Semmai, vale proprio l'esatto opposto, perchè il deficit di nascite per raggiungere il punto di equilibrio attualmente sarebbe di circa 150.000 bambini ogni anno: “ma dal 1978 [anno di entrata in vigore della legge che liberalizza l'aborto, la ben nota numero 194/1978] al 2011 le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 5 milioni, numero che corrisponde a 115.151 non nati ogni anno” (ibidem). Vista l'enorme rilevanza della posta in gioco, stupisce che tali argomenti non vengano mai utilizzati anche da politici e legislatori di buon orientamento: fornirebbero ulteriori prove a dimostrazione che la battaglia pro-life è anche e soprattutto una battaglia di progresso e sviluppo sociale e civile, non solo morale, checchè ne dicano i libertari nichilisti di tutte le risme. Accanto a questo aspetto decisivo, vi è inoltre l'incidenza di divorzi e separazioni - “ormai prossima al 50%” (pag. 28) - che pure contribuiscono a destabilizzare la fiducia nelle nuove generazioni nella famiglia in quanto tale. Come se tutto questo non bastasse, da parte di molti economisti permane l'illusione che il mercato abbia le sue proprie regole e vada avanti ugualmente, nonostante tutto. Ma non funziona così: meno famiglia vuol dire meno figli e quindi meno 'capitale umano' a disposizione per tutti, meno risorse fisiche (e morali) su cui contare, meno contribuenti e meno pensioni, insomma meno energie a cui poter attingere per il proprio futuro. Chi mai si potrebbe augurare consapevolmente uno scenario del genere? E il corpo politico può dirsi neutrale o 'laico' (qualsiasi cosa questo voglia dire) di fronte a una tale questione? Con quale autorità?

Nella seconda parte del fascicolo vengono quindi sviluppate alcune riflessioni pratiche, e di buon senso, sulla necessità di tutelare la famiglia come soggetto di produzione e di sviluppo, qualcosa che attualmente manca nel nostro ordinamento giuridico giacchè perlopiù “il focus è basato su esigenze individuali” (pag. 30), senza parlare del fatto che la stessa riforma del diritto famigliare del 1975, da taluni celebrata acriticamente come segno di conquista civile, “ha sposato, in buona sostanza, la concezione individualista” (ibidem) contribuendo quindi ad aggravare ulteriormente la situazione complessiva. Insomma, occorre capire – e far capire a tutti il più possibile, soprattutto in chi siede nelle istituzioni – che “la famiglia produce capitale sociale e dunque produce benessere non solo per sé ma per la comunità in cui vive”: in quest'ottica è necessario che chi ha a cuore il rilancio delle politiche famigliari su scala nazionale s'impegni decisamente per una rinnovata promozione – tanto culturale quanto politica – del concetto di famiglia “come istituzione, come soggetto autonomo di sviluppo sociale ed economico e non come puro centro di consumo, come è ora per il pensiero dominante e come è attestato dalla stessa contabilità nazionale secondo la quale le imprese producono e le famiglie consumano” (pag. 31). Chiudono il contributo alla riflessione delle ulteriori considerazioni – quantomai opportune – sulla possibile revisione delle attuali politiche fiscali e sul tipo di tassazione in vigore, con ogni evidenza oggi troppo penalizzante economicamente oltre che palesemente disincentivante verso la formazione di nuovi nuclei famigliari.

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