Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 11 Febbraio 2026

Un volume per riflettere sul conflitto

Il conflitto è connaturato all’uomo tanto quanto il suo essere sociale. Il tentativo di negare questo assunto – coprendo con altri scopi o nelle narrazioni mediatiche guerre e lotta per la sopravvivenza – non produce la kantiana “pace perpetua”, bensì la moltiplicazione dei conflitti. Per cui, a partire da questa condizione occorre sia in interiore homine che in campo politico – dalla micro-società alle più ampie questioni geopolitiche – non negare o rimuovere, bensì regolare il conflitto.

È questa la tesi che percorre tutto il volume Regole d’ingaggio. Contributo per una filosofia del conflitto di Filippo Giorgianni, dottore di ricerca in Scienze Storiche, Archeologiche e Filologiche nonché Cultore della materia in Storia delle Dottrine Politiche e Teoria Politica delle Relazioni Internazionali. Il testo si sviluppa attraverso quattro capitoli preceduti da una Premessa (pp. 9-12) e una Introduzione (pp. 13-19).

Nel primo Capitolo, Il conflitto come unità di base della storia (pp. 19- 72), vengono posti i fondamenti ontologico-metafisici del conflitto. Con il richiamo al filosofo pre-sofista Eraclito (VI sec. a.C.) si ricorda come l’opposizione sia in qualche modo il motore della natura (anche umana) e della storia. Infatti, evocando, il famoso frammento: «Polemos (Guerra) è padre di tutte le cose e re di tutti», si descrive un orizzonte metafisico e storico in cui la conflittualità è presente a partire anche dagli atti fondativi della politicità, ossia delle città. Si pensi a Caino che viene presentato dalla Genesi anche come fondatore di città, ma anche al mito di Romolo e Remo che riguarda la fondazione e delimitazione di un territorio urbano. La lezione di Niccolò Machiavelli (1469-1527), mediata dal filosofo della politica Eric Voegelin (1901-1985), ulteriormente, costituisce uno sguardo paradigmatico sulle responsabilità dell’uomo politico nelle decisioni della guerra che superano – non immoralisticamente – quelle che riguardano la semplice difesa della vita del singolo.

Al di là, dunque, del riferimento a Carl Schmitt (1888-1985) circa la dialettica amico-nemico, v’è da riconoscere che il conflitto è originario in quanto è messa in discussione del proprio io, che si pone come un presunto assoluto, da parte di un altro che, già in quanto al fatto di esistere, non può che rendere relativo il coprotagonista. Da ciò si sviluppa il problema della naturalità e legittimità al tempo stesso del radicamento e dello spazio entro cui sorgono le comunità politiche che diventano soggetti che si scontrano nella guerra. Per quanto anche la guerra stessa, soprattutto dopo il Secondo conflitto mondiale, abbia registrato notevoli cambiamenti, diventando asimmetrica, è vero però che è irrealistico che essa si possa eliminare del tutto.

La conflittualità ha a che fare anche con le radici “animali” dell’uomo, facenti parte del composto umano, per cui ogni tentativo di negarle produce ulteriori problematiche. Con Blaise Pascal (1623-1662) si può ricordare che l’uomo non è né bestia né angelo ma entrambi e il tentativo di angelicarlo lo proietta nella più cruda bestialità. L’uomo ha bisogno, dunque, di “possedere” delle cose, di avere una proprietà per poter garantire legittimamente la sua esistenza. Tra beni esclusivi ed inclusivi da salvaguardare ed integrare si ha sempre da considerare l’animalità in integrazione con l’aspetto trascendente dell’uomo, ma senza mai cercare di rimuoverla, diversamente la rimozione di tale atavico conflitto condurrebbe ad una astrazione problematica. In questa prospettiva, la guerra è il conflitto tipicamente umano in quanto disarmonia tra l’io e il tu, proiettato a livello di comunità.

Emergono, in questo senso, il gioco e la caccia quali tentativi di indirizzare e regolare o per meglio dire “sublimare” lo stesso conflitto, in modo tale che le pulsioni dell’uomo possano essere non negate ma mediate attraverso esercizi di competizione che non prevedano tuttavia distruttività. Ciò naturalmente non rimuove utopisticamente la guerra, ma essa stessa, che va sempre realisticamente considerata, ha bisogno non di risposte pacifistiche e di disarmo, ma di regole come viene testimoniato nella storia dell’Europa cristiana medievale.

Il Capitolo secondo, Gli anni della rimozione (pp. 73-107), è la spiegazione storica e politica di come – soprattutto a partire dalla metà del Novecento e ancora di più dopo il crollo del Muro di Berlino – «la rimozione dei conflitti, pur pretendendo di sterilizzarli, finisce paradossalmente per ingigantirli e li priva di qualsiasi limite, poiché, se negare il conflitto significa negare la diversità della realtà, provare a rimuovere il conflitto medesimo condurrà inevitabilmente a opprimere ogni diversità che non si conformi alla sterilizzazione prefissata e dunque a perseguitare le diversità con molteplici forme di violenza» (p. 86). Se il crollo dell’Impero sovietico ha lasciato un unico protagonista all’interno del mondo, ossia gli Stati Uniti con il paradigma liberalcapitalistico, ciò non ha nei fatti provocato un unilateralismo, ma un orizzonte multipolare che va analizzato, al di là di ogni pretesa imperialistica. E comunque, la rimozione delle differenze viene riscontrata a partire da una cultura che nega quelle inter-specie e riduce la complessità della natura umana a partire dalla pretesa irrilevanza della differenza sessuale maschio-femmina e della differenza ontologica tra l’umano e il semplice animale o vegetale. Solo superando questa impostazione – al di là di ogni approccio emozionalistico o irrazionale – si potrà trovare una regola ai conflitti in quanto la natura umana non può essere abbandonata alla semplice biologia ma va studiata e descritta anche in termini filosofici cosicché «solo l’essere umano riconosce l’altro in quanto altro di fronte a sé e la guerra, a ben vedere, è una forma pur patologica di questo riconoscimento metafisico e morale, che l’animale […]  non è in grado di operare in modo radicale» (p. 104).

Il terzo Capitolo, La regolazione del conflitto ai tempi dell’indistinto (pp. 109-184), offre spunti per tenere presente il conflitto e cercare di limitarne gli effetti. Ciò si dipana a partire dalla grande realtà del mysterium iniquitatis che accompagna la vita delle persone e i passi della storia. Per quanto riguarda i singoli, la regolazione ha a che fare con un continuo addestramento psicologico e soprattutto spirituale. In questo senso, la spiritualità trascendente, ancor più che l’assetto psicologico, consente una delimitazione necessaria allo scontro e l’avvio di un percorso di pacificazione interiore con un lavoro introspettivo. Se l’Autore fa riferimento alla prospettiva di Carl Gustav Jung (1875-1961) quale strumento per regolare gli impulsi inconsci, ne fa emergere anche la parzialità offrendo l’orizzonte della simbolizzazione, che riunisce razionale e irrazionale, quale ambito in cui l’uomo non sopprime, ma conosce, rielabora e dà significato anche al conflitto. «La guerra è allora intrinseca all’esistere stesso del singolo e questa inquietante scoperta dentro di sé, questa perenne contraddizione fra l’essere relazionale dell’uomo e la sua connaturata volontà di vivere contro tutto e tutti, non è priva di conseguenze perché la pulsione di morte a fini autodifensivi può essere limitata, razionalizzata, addestrata mediante un continuo esercizio spirituale costellato di rinunce in vista di qualcosa di più grande» (p. 134).

In campo politico, anche internazionale, il riconoscimento paritetico delle civiltà – secondo Filippo Giorgianni – è il primo passo per evitare approcci alla realtà concreta e geopolitica animati da una doppia morale e allo stesso tempo dovendo essere invece capaci di orbitare all’interno dell’orizzonte di una filosofia della forza ineludibile per il vivere insieme. Bisogna dunque evitare – secondo l’ottica di Benedetto Croce (1866-1952) e di Carl Schmitt – la criminalizzazione del nemico, avendo cura di evitare il pantano delle facili tifoserie e delle opposte fazioni. L’orizzonte in cui ci si muove è, dunque, intrinsecamente complesso e tale realtà va analizzata nella contestualità degli svariati livelli e non blandamente semplificata, soprattutto in un contesto in cui il paradigma dello Stato-nazione rivela il suo anacronismo, visto il nuovo scenario internazionale.

La proposta è quella di considerarne un sostituto nel concetto di civiltà che risulterebbe un ambito e contenitore ad ampio spettro con immediate traduzioni in termini giuridici: «civiltà, infatti, ricomprende ogni vita istituzionale e culturale, ma lasciando una certa relatività e libertà nelle forme, in quanto includerebbe entità inferiori […] sia considerate singolarmente […] sia considerate appunto all’interno di una cornice imperiale» (p. 178). Il reciproco riconoscimento internazionale, allora, si dipanerebbe all’interno di una cornice meno rigida rispetto allo Stato-nazione e darebbe spazio all’interconnessione che caratterizza il mutamento d’epoca cui si assiste. Ciò aprirebbe ad un riconoscimento civilizzato e spiritualistico, ossia personalistico basato sull’ammissione di una comune apertura al mistero della vita da parte di tutti i soggetti umani che agiscono nella storia e prevederà dei limiti filosofico-morali e filosofico-giuridici che riguardano l’uso della forza quale portato naturale dell’uomo, in modo tale da tradurre anche gli eventi bellici in una cornice umana e concreta che preveda la moderazione e l’intangibilità dei più deboli.

Nel quarto e ultimo Capitolo, Una nuova Europa. Per un’epoca di transizione (pp. 185-232), si analizzano le contraddizioni della costruzione dell’Unione europea che replica da un lato e cerca di superare dall’altro l’impianto dello Stato moderno. Tuttavia, la sistematica rinuncia e negazione dell’identità storica del continente culturale ingenera difficoltà e insignificanza geopolitica. L’Autore immagina l’entità europea – sganciata dall’attrazione tra due poli: gli Stati Uniti e la Russia – quale attore realmente continentale libero da vaneggiamenti illuministici e che, anche a partire da ulteriori differenziazioni (mediterranea, centrale e orientale oppure solamente occidentale ed orientale), possa «procedere unicamente dalla simmetrica rivendicazione non retorica della propria specificità, vale a dire dalla comprensione del proprio genio a trazione universale» (p. 226).

Aspetti significativi del volume sicuramente emergono nella descrizione dell’ontologia del conflitto che, in mondo controcorrente rispetto ad irenismi utopistici e dannosi del nostro tempo, viene fatto emergere quale caratteristica da trattare e regolare appunto a partire da una indagine antropologica e spirituale con i suoi riverberi politici.

Nodi ulteriormente da poter approfondire sono quelli relativi ai giudizi geopolitici in relazione al contesto multipolare in cui si vuol far emergere il continente europeo che allo stesso tempo viene però riconosciuto storicamente quale influente sia sugli Stati Uniti e in qualche modo anche sulla Russia, che si dibatte tra polarità europea e polarità di derivazione mongola.

Se da un lato l’universalismo occidentale viene ritenuto nella sua versione “secolarizzata” un problema in quanto “gestito” dagli Stati Uniti in forma imperialistica, dall’altro però bisogna riconoscere che un tale universalismo è fondato nelle radici europee e occidentali che vanno coraggiosamente riscoperte. Proprio da tale ambito si è riusciti a dare simbolicamente una rappresentazione antropologica che intercetta la natura di ogni uomo di qualsiasi latitudine, con i suoi limiti ma anche con la sua consustanziale libertà e ciò al di là dell’impiego di categorie espressive legate alla filosofia e alla religione, quale potrebbe essere quella più specifica di “persona”. Ciò, se certamente non va imposto, non può neanche essere messo sullo stesso piano di civiltà che disconoscono l’intangibilità della natura umana, negando ad alcune categorie umane diritti fondamentali.

Lo sguardo di prospettiva sull’Europa – che ne denota una speranza – non può altresì che tenere conto di due fattori, presenti tra le righe del testo stesso. Il primo inerisce l’assenza sul piano geopolitico dell’Europa proprio per il fatto che ha rinunciato alla sua identità storica in un lungo processo che affonda già cinque secoli fa il suo esordio e il secondo riguarda il nuovo ordine mondiale che sarà stabilito dalle forze che riusciranno ad imporsi e in cui questa Europa sembra proprio non poter partecipare per limiti intrinseci. In questa prospettiva, allora, forse più che ipotizzare una diversificazione quasi radicale dell’Europa dalla Magna Europa risulterebbe meglio che entrambe le sfere, considerate anche le differenze, possano riconoscere l’anima culturale comune ed entrare nel gioco multipolare con una medesima identità che non potrà che giovare anche in ambito economico, militare e geopolitico.

 

Filippo Giorgianni, Regole d’ingaggio. Contributo per una filosofia del conflitto, Artetertra edizioni, Capua (Ce), 2024,  pp. 240 € 15

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI