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Remo Rapino, con il romanzo "Di nome faceva Arturo" (Edizioni Città Nuova) non si limita a tessere una trama; egli erige una vera e propria allegoria della condizione umana contemporanea, elevando una storia apparentemente semplice ad un’analisi profonda, intrisa di significato filosofico e sociologico. È un'eutopia narrativa che si concretizza nella realizzazione, tanto pratica quanto idealistica, di una biblioteca che si configura come un atto di autorganizzazione, sfidando le strutture di potere esistenti e proponendo un modello alternativo di coesione sociale. Il protagonista, Arturo Sabatini, noto come Ciacià per il suo eloquio balbettante, incarna l'archetipo dell'uomo comune schiacciato dalla quotidianità. La sua figura materializza l’emergere di un’intellettualità spontanea, non accademica, che trova nella cultura uno strumento di riscatto, diventando il fulcro di una rivoluzione discreta, ma significativa. L'incontro casuale con un libro non è un mero evento, ma un'autentica epifania che schiude la via a un'esistenza trasformata dalla conoscenza e dalla condivisione. La biblioteca che Arturo e il suo eterogeneo gruppo - una bibliotecaria miope, un filosofo di strada, un architetto anarchico, un vecchio rilegatore e persino un cane zoppo - intendono costruire, va ben oltre la sua funzione di semplice archivio e rappresenta una via per l’emancipazione intellettuale e sociale. Essa si configura come un potente simbolo di un’aspirazione gnoseologica di resilienza socio-culturale, un vero e proprio baluardo contro l'omologazione e la disumanizzazione. Proprio in questa periferia esistenziale si coagula una forza sorprendente: la solidarietà e la cooperazione emergono come antidoti alla frammentazione sociale, proponendo un modello alternativo di coesione. Si può intravedere qui una corrispondenza con le teorie sulla “società liquida” di Z. Bauman, in cui gli individui, isolati e fragili, cercano appigli in legami effimeri. L’autore, al contrario, mostra come, anche in questo contesto di precarietà, possano fiorire legami solidi e progetti condivisi, capaci di generare un senso di appartenenza e di scopo. In un'epoca dove la velocità e la disgregazione minacciano l'identità individuale e collettiva, la biblioteca di Arturo emerge quale spazio di quiete, di meditazione, di ricomposizione del sé e del legame comunitario. La sua costruzione suggerisce l’idea che la conquista di “cieli impossibili” sia, in realtà, la lotta per un orizzonte di senso e di dignità, accessibile attraverso il sapere. Rapino, con la sua prosa intrisa di umanità e acuta osservazione, ci invita a riflettere sulla forza intrinsecamente sovversiva della cultura, celebrandone il potere salvifico, non come mero ornamento, ma come strumento di trasformazione ontologica e sociale. La biblioteca, in questa narrazione, non è un semplice deposito di volumi, bensì un vero e proprio laboratorio di trasformazione sociale, un luogo dove le utopie prendono forma e dove la parola scritta si innalza a strumento di emancipazione. È un'eco della paideia classica - rivisitata in chiave moderna - in cui l'educazione e la diffusione del sapere si configurano come atti di ribellione contro un sistema che tende a marginalizzare coloro che "a fatica, resistono in terra, aggrappandosi ai fragili bordi dei sogni."
Il romanzo si fa, pertanto, manifesto di una filosofia della resistenza, un inno alla capacità umana di ribaltare lo status quo attraverso la potenza delle idee e la solidarietà. L'odissea di Arturo si snoda tra speranza e rabbia, due emozioni che, seppur contrapposte, si rivelano complementari nell'impulso al cambiamento. La speranza alimenta la visione di un mondo migliore, mentre la rabbia si traduce in quella necessaria energia propulsiva per "assaltare e conquistare" quei "cieli" che, lungi dall'essere irraggiungibili, sono semplicemente "difficili". In una prospettiva sociologica, "Di nome faceva Arturo" disseziona le dinamiche di esclusione e inclusione, le sfide che la società contemporanea pone agli individui e le risposte che, in modo collettivo, si possono formulare. La galleria di personaggi che circondano Arturo non è casuale: ciascuno reca in sé un frammento di quella marginalità che la società tende a ignorare, ma anche la scintilla di una potenziale rinascita. La loro unione nella creazione della biblioteca è una dimostrazione vivida del principio secondo cui la forza della comunità può colmare le lacune individuali, trasformando le fragilità in un tessuto sociale più denso e resistente. Attraverso la vicenda di Arturo, Rapino ci consegna una profonda meditazione sul potere del linguaggio e della narrazione. Il suo linguaggio, colto e ricercato, si manifesta non solo nella ricchezza lessicale, ma anche nella capacità di infondere nella narrazione un sottotesto denso di riferimenti e allusioni. La parola, sia essa scritta o enunciata, diviene il veicolo privilegiato per la costruzione di una realtà alternativa, per la riconquista di una dignità negata e per la riaffermazione di un'umanità che si nutre di sogni e di aspirazioni. "Di nome faceva Arturo" non è solo un romanzo; è un pressante richiamo all'azione, una parabola universale sul valore intrinseco della cultura come leva di liberazione individuale e collettiva, un'esortazione a riconoscere e valorizzare le potenzialità insite in ogni individuo e nella collettività, per edificare, anche a partire dal più piccolo dei gesti, un futuro più equo e consapevole.




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