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Giovedì, 13 Agosto 2026

Cinquantadue anni dall'invasione turca di Cipro

Cinquantadue anni dall'invasione turca di Cipro: la ferita ancora aperta che divide l'isola e l'Europa

Il 20 luglio 1974 rappresenta una delle date più drammatiche della storia contemporanea del Mediterraneo. Quella mattina, il suono delle sirene svegliò l'intera popolazione di Cipro annunciando l'inizio dell'operazione militare turca che avrebbe cambiato per sempre il destino dell'isola. A cinquantadue anni di distanza, le conseguenze di quei giorni sono ancora evidenti: Cipro rimane l'unico Stato membro dell'Unione europea con una parte del proprio territorio sotto occupazione militare, mentre la cosiddetta Linea Verde, controllata dalle Nazioni Unite, continua a dividere il Paese.

L'intervento militare della Turchia ebbe inizio con lo sbarco delle truppe sulla spiaggia di Pentemili, a ovest di Kyrenia, mentre l'aviazione turca colpiva numerosi obiettivi sull'isola. Contemporaneamente migliaia di paracadutisti furono lanciati sul territorio cipriota, dando avvio a un'offensiva che provocò panico tra la popolazione civile e causò numerose vittime.

Ankara continua ancora oggi a sostenere che non si trattò di un'invasione, bensì di un'operazione militare finalizzata a ristabilire l'ordine costituzionale e a proteggere la comunità turco-cipriota. La Turchia definisce infatti l'intervento "Operazione di pace a Cipro" (Kıbrıs Barış Harekâtı) o semplicemente "Operazione Cipro", mentre il nome in codice utilizzato dalle forze armate turche era "Operazione Attila". Al contrario, la Repubblica di Cipro, la Grecia e gran parte della comunità internazionale parlano di invasione e di occupazione militare.

L'operazione turca fu la risposta al colpo di Stato avvenuto il 15 luglio 1974, organizzato dalla dittatura dei colonnelli al potere in Grecia ed eseguito dalla Guardia Nazionale cipriota con il sostegno dell'organizzazione EOKA B. Il golpe depose il presidente della Repubblica di Cipro, l'arcivescovo Makarios III, costretto a fuggire attraverso Paphos prima di raggiungere New York, dove denunciò alle Nazioni Unite quanto stava accadendo sull'isola.

Secondo alcune ricostruzioni, il discorso pronunciato da Makarios avrebbe contribuito ad accelerare la decisione di Ankara di intervenire militarmente. Tuttavia, molti storici ritengono che i preparativi dell'operazione fossero già stati completati da tempo e che l'invasione fosse pianificata indipendentemente dagli sviluppi diplomatici di quei giorni.

Il quadro politico dell'epoca era regolato dagli accordi di Zurigo e Londra del 1960, che avevano sancito l'indipendenza di Cipro dal Regno Unito e individuato Grecia, Turchia e Regno Unito come Stati garanti dell'assetto costituzionale dell'isola. Il trattato prevedeva la possibilità di un intervento dei garanti qualora tale equilibrio fosse stato gravemente alterato. È proprio su questa clausola che Ankara ha sempre fondato la legittimità della propria operazione militare, interpretazione contestata dalla Grecia e dalla Repubblica di Cipro.

All'epoca, la popolazione dell'isola era composta per circa il 78% da greco-ciprioti e per il 22% da turco-ciprioti.

L'offensiva turca trovò impreparate le forze greco-cipriote. Le truppe della Guardia Nazionale e dell'ELDYK, il contingente militare greco presente sull'isola, furono mobilitate soltanto alcune ore dopo l'inizio dello sbarco. Secondo le ricostruzioni storiche, disponevano di circa 12.000 uomini, privi di adeguata copertura aerea e di armamenti moderni, contro un contingente turco che superava i 40.000 soldati, guidati dal generale Nurettin Ersin.

Nei primi due giorni di combattimenti le forze turche conquistarono circa il 3% del territorio prima dell'entrata in vigore del cessate il fuoco. Nel frattempo, la crisi provocò anche il crollo della dittatura militare in Grecia, sostituita da un governo civile.

I tentativi diplomatici di trovare una soluzione fallirono rapidamente. Nell'agosto del 1974 la Turchia lanciò una seconda offensiva militare, nota come Attila II, ignorando le richieste di cessate il fuoco formulate dalle Nazioni Unite. L'avanzata portò all'occupazione di circa il 36% del territorio dell'isola, una situazione che, nella sostanza, permane ancora oggi.

Da quel momento Cipro venne divisa dalla Linea Verde, una zona cuscinetto controllata dalle Nazioni Unite che separa la parte meridionale, amministrata dalla Repubblica di Cipro, dalla parte settentrionale sotto controllo turco-cipriota.

Le conseguenze umanitarie furono drammatiche. Circa 150.000 greco-ciprioti, oltre un quarto della popolazione complessiva dell'isola e circa un terzo della comunità greco-cipriota, furono costretti ad abbandonare le proprie case nel nord. Nel corso dell'anno successivo, circa 60.000 turco-ciprioti, pari a circa metà della loro comunità, si trasferirono invece dal sud verso il nord dell'isola.

Nel 1983 l'amministrazione turco-cipriota proclamò unilateralmente la nascita della Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta esclusivamente dalla Turchia. La comunità internazionale continua invece a considerare quell'area parte integrante della Repubblica di Cipro e definisce il territorio come occupato militarmente dalla Turchia. Da quando Cipro è entrata a far parte dell'Unione europea, questa situazione è considerata anche un'occupazione di una parte del territorio dell'Unione.

Negli anni successivi, numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e decisioni della Commissione europea dei diritti dell'uomo hanno criticato la Turchia per lo sfollamento forzato della popolazione greco-cipriota, per la politica degli insediamenti nei territori occupati e per avere impedito ai rifugiati di rientrare nelle proprie abitazioni.

Allo stesso tempo, anche la parte greco-cipriota è stata oggetto di condanne per violazioni commesse nei confronti della popolazione turco-cipriota durante il conflitto, tra cui il massacro di Maratha, Santalaris e Aloda avvenuto nel corso della seconda offensiva dell'agosto 1974.

Tra le ferite ancora aperte rimane quella degli scomparsi. Circa 2.000 persone risultano ancora disperse o sono state dichiarate scomparse durante gli eventi del 1974, mentre migliaia di familiari attendono ancora oggi risposte sulla sorte dei propri cari.

Negli anni non sono mancati tentativi di unificare l'isola attraverso negoziati sotto l'egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, dopo oltre cinque decenni, i colloqui restano sostanzialmente in stallo e una soluzione politica condivisa appare ancora lontana.

Cinquantadue anni dopo quei drammatici eventi, Cipro continua dunque a convivere con una divisione che ha segnato la sua storia moderna e che resta uno dei conflitti irrisolti più longevi del continente europeo.

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