
La Grecia avvia un graduale rientro dei dispositivi militari schierati nelle ultime settimane nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale, dopo che il governo di Atene ha valutato come relativamente ridotto il rischio di un’escalation immediata legata alle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele. La decisione è stata presa durante l’ultima riunione del KYSEA, il Consiglio governativo per la sicurezza nazionale, nel corso della quale il ministro degli Esteri greco, Giorgos Gerapetritis, ha presentato un ampio briefing sulla situazione in Medio Oriente e sugli sviluppi regionali.
Secondo fonti militari, i caccia che erano stati mantenuti in stato di allerta sull’isola di Lemnos, pronti a intervenire in caso di eventuali missili balistici o droni iraniani diretti verso obiettivi americani in Bulgaria o verso infrastrutture strategiche collegate ai movimenti statunitensi attraverso Alexandroupolis, stanno ora tornando alle loro basi operative. Analogo ordine è stato impartito anche alle batterie missilistiche Patriot PAC-3 che erano state schierate a Didymoteicho, nell’Evros, e sull’isola di Karpathos.
Nel primo caso, il sistema aveva il compito di garantire una protezione supplementare alla Bulgaria, su richiesta di Sofia, e all’area strategica di Alexandroupolis, divenuta negli ultimi anni uno snodo logistico cruciale per la NATO. Nel secondo caso, invece, le batterie erano destinate alla protezione della base navale di Suda, a Creta, considerata particolarmente esposta nell’ipotesi di un allargamento del conflitto mediorientale.
Nonostante il ridimensionamento delle misure di emergenza, Atene mantiene comunque un atteggiamento prudente. I caccia schierati a Cipro resteranno infatti operativi ancora per alcuni giorni, in attesa di una nuova valutazione del rischio legato a possibili reazioni iraniane a eventuali future operazioni statunitensi o israeliane. Rimarrà inoltre in zona la fregata “Elli”, equipaggiata con il sistema anti-drone “Kentavros”, ritenuto sufficiente per garantire la copertura difensiva dell’isola contro eventuali attacchi con velivoli senza pilota.
Il rientro delle batterie Patriot nelle basi permanenti dell’Attica rappresenta però molto più di un semplice trasferimento tecnico. Si tratta di una decisione dal forte valore strategico e politico, che riflette i cambiamenti avvenuti nel quadro geopolitico del Mediterraneo orientale negli ultimi mesi.
Per comprendere il significato della scelta bisogna tornare allo scorso marzo, quando il governo greco aveva deciso di spostare rapidamente i sistemi di difesa avanzata verso aree sensibili del Paese. In quel periodo, il deterioramento dei rapporti tra Occidente e Iran e il timore di un’espansione regionale del conflitto avevano portato l’intero fianco orientale della NATO in una fase di massima allerta.
Oggi, secondo ambienti militari, la situazione appare relativamente più stabile. I canali diplomatici in Medio Oriente, pur restando fragili, hanno contribuito a ridurre il rischio di un’escalation incontrollata capace di coinvolgere direttamente lo spazio aereo greco. Parallelamente, anche la Bulgaria avrebbe rafforzato i propri dispositivi di sicurezza grazie alla cooperazione con gli alleati NATO.
Dietro la decisione del KYSEA vi sono tuttavia anche motivazioni operative. I sistemi Patriot PAC-3 costituiscono infatti uno dei pilastri della difesa aerea greca e richiedono un supporto tecnico altamente specializzato. Il mantenimento prolungato in postazioni avanzate comporta un notevole stress logistico e operativo sia per le apparecchiature sia per il personale addetto.
Gli analisti militari sottolineano come la capacità di schierare rapidamente questi sistemi nelle aree considerate più esposte e di ritirarli quando la minaccia diminuisce rappresenti un segnale di efficienza e flessibilità strategica da parte delle Forze Armate greche. Allo stesso tempo, Atene vuole ribadire che il sostegno agli alleati non può compromettere in modo permanente la propria struttura difensiva nazionale.
Mentre si attenuano le preoccupazioni sul fronte mediorientale, cresce invece la tensione nei rapporti con la Turchia. Secondo la stampa turca, sarebbe imminente la presentazione al Parlamento di Ankara di un progetto di legge destinato a trasformare la dottrina della “Patria Blu” in una vera e propria strategia statale codificata. Il testo, composto da 14 articoli, consentirebbe al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, di dichiarare intere aree marittime come zone di status speciale.
La questione è stata affrontata anche durante il KYSEA. Fonti diplomatiche greche hanno spiegato che il governo si sta preparando “a ogni possibile scenario”, ricordando che le mosse di Ankara vengono interpretate come una risposta alle recenti iniziative della Grecia, tra cui l’avvio delle esplorazioni energetiche a sud di Creta e il progetto relativo al parco marino nelle Cicladi.
Atene starebbe già valutando eventuali iniziative diplomatiche presso l’ONU e l’Unione Europea nel caso in cui Ankara procedesse con l’approvazione della normativa. Lo stesso Gerapetritis ha avvertito che il contenuto del disegno di legge potrebbe provocare una nuova escalation delle tensioni nel Mediterraneo orientale, assicurando però che la Grecia dispone sia dei mezzi preventivi sia degli strumenti di risposta necessari.
Sulla stessa linea anche il portavoce del governo greco, Pavlos Marinakis, secondo cui eventuali azioni unilaterali turche avrebbero esclusivamente valore interno e non potrebbero mettere in discussione i diritti sovrani della Grecia.
Nel frattempo, sul piano operativo, Ankara continua a inviare segnali di forza. Durante l’esercitazione militare “EFES”, l’aeronautica turca non ha impiegato soltanto caccia da combattimento, ma anche un aereo cisterna, considerato un asset strategico ad alto valore. Una scelta interpretata dagli osservatori come il tentativo di dimostrare il pieno controllo turco dello spazio aereo nell’area compresa tra Rodi e Kastellorizo, una delle zone più sensibili dell’Egeo orientale.










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