
Il drone marittimo kamikaze recuperato nei pressi di Lefkada viene già definito dagli alti ufficiali delle Forze Armate greche come un vero e proprio “dono dal cielo”. Dietro il ritrovamento dell’USV – Unmanned Surface Vehicle – si nasconde infatti non solo un mistero operativo e strategico, ma anche un’opportunità tecnologica che potrebbe accelerare significativamente i programmi militari di Atene nel settore dei sistemi navali senza equipaggio.
Secondo quanto riportato da fonti vicine agli ambienti della difesa greca, l’attenzione delle autorità è al momento concentrata soprattutto sull’identificazione dell’origine del drone, della sua missione e del possibile obiettivo operativo. Parallelamente, però, i vertici militari stanno già valutando come sfruttare le tecnologie recuperate dal velivolo navale per sviluppare capacità analoghe a livello nazionale.
Gli specialisti delle Forze Armate stanno analizzando in dettaglio il software del drone nel tentativo di ricostruire il percorso fino all’arrivo sulle coste di Lefkada, ma anche la rotta originariamente programmata e i dati relativi all’unità di controllo del sistema. Particolare attenzione viene dedicata alle tracce digitali presenti nei sistemi di navigazione e comunicazione, mentre i numeri di serie individuati in alcuni sottosistemi potrebbero aiutare a chiarire definitivamente la provenienza dell’USV.
Le indagini cercano inoltre di spiegare perché il drone sia finito fuori controllo e abbia raggiunto le acque greche. L’ipotesi ritenuta più probabile dagli investigatori è quella di un guasto al sistema di comunicazione oppure di un malfunzionamento nella navigazione satellitare. Resta però aperto un altro interrogativo considerato cruciale: perché non sia stato attivato il protocollo di autodistruzione previsto per evitare che il sistema finisse in mani straniere.
Dietro l’interesse della Grecia per il drone vi è soprattutto il valore tecnologico del sistema. Nel febbraio del 2025, infatti, l’ELCAC – organismo responsabile dei programmi armamenti – aveva lanciato una gara da 12 milioni di euro per lo sviluppo di navi di superficie senza equipaggio. Molte delle caratteristiche richieste in quel programma sembrano già presenti nell’USV recuperato a Lefkada: autonomia fino a 400 miglia nautiche, velocità di circa 40 nodi, sistemi avanzati di comunicazione, navigazione satellitare, elettronica di bordo, sensori ed equipaggiamenti elettro-ottici.
“Le Forze Armate hanno già tra le mani la tecnologia che volevano sviluppare”, ha dichiarato una fonte di alto livello citata dalla stampa greca, aggiungendo che “ora bisogna capire come copiarla”.
Ed è proprio qui che emergono le difficoltà maggiori. In Grecia, infatti, il reverse engineering – cioè la ricostruzione di un sistema tecnologico a partire da un prodotto esistente – non rappresenta una pratica consolidata nel settore militare. Secondo fonti vicine alla Difesa, non esiste un precedente operativo che consenta di avviare rapidamente un programma di replica di un drone di origine sconosciuta.
Le autorità stanno quindi valutando quale struttura possa occuparsi dell’analisi completa del mezzo: università, aziende private o enti statali. Una questione che apre inevitabilmente anche problemi legati ai brevetti, alla proprietà intellettuale e alla futura produzione industriale.
“Chi effettuerà la radiografia completa dell’USV? Chi arriverà a copiarne persino le viti? Chiunque se ne occupi avrà tra le mani un brevetto dal valore di milioni di euro”, ha osservato la stessa fonte.
Anche nel caso in cui i servizi tecnici delle Forze Armate riuscissero a replicare il sistema, resterebbe aperto il nodo industriale. Le fabbriche militari greche, infatti, non dispongono attualmente di linee produttive dedicate a sistemi navali senza equipaggio. Un ostacolo che si aggiunge ai numerosi passaggi burocratici necessari per trasformare il progetto in una reale capacità operativa.
Nonostante le difficoltà, il ritrovamento viene considerato estremamente importante anche dal punto di vista difensivo. Studiare l’USV permetterà infatti alla Marina greca di sviluppare contromisure efficaci contro questo tipo di minaccia, soprattutto nei campi delle comunicazioni e della guerra elettronica. Gli ambienti militari sono consapevoli che droni kamikaze marittimi dal costo relativamente basso possono infliggere danni enormi a unità navali molto più costose, comprese fregate, sottomarini e mezzi veloci della flotta.
L’esperienza internazionale dimostra inoltre quanto il reverse engineering stia diventando una pratica sempre più diffusa nel settore della difesa. All’inizio del 2024, gli Stati Uniti avviarono infatti un programma per sviluppare un drone kamikaze economico e facilmente producibile in grandi quantità. Nel giro di pochi mesi, l’azienda SpektreWorks ottenne un contratto da 30 milioni di dollari per realizzare il LUCAS (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System), sistema considerato un’evoluzione derivata dallo Shahed-136 iraniano, successivamente copiato dalla Russia con il nome Geran-2.
Un precedente che oggi viene osservato con particolare attenzione anche in Grecia, dove il drone recuperato a Lefkada potrebbe trasformarsi da misterioso relitto operativo a preziosa base tecnologica per il futuro della difesa navale del Paese.
Fonte stampa ellenica










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