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Giovedì, 05 Marzo 2026

Scandalo Epstein, arrestato l'ex ministro britannico Mandelson

A meno di una settimana dal clamoroso arresto dell’ex principe Andrea nell’ambito dell’inchiesta legata a Jeffrey Epstein, un nuovo terremoto scuote l’establishment britannico. Anche l’ex ministro laburista Peter Mandelson è stato fermato dalla polizia nell’ambito dello stesso filone investigativo.

Gli agenti si sono presentati nel primo pomeriggio presso la residenza londinese di Mandelson, nel quartiere elegante di Camden, a nord della capitale. Dopo una perquisizione dell’abitazione, l’ex ministro è stato accompagnato a Scotland Yard per essere interrogato. L’operazione si è svolta senza clamore: nessuna sirena, nessuna esposizione pubblica con manette. Le emittenti britanniche hanno mostrato immagini di due agenti in borghese mentre facevano salire il 72enne su un’auto non contrassegnata.

Come da prassi nel Regno Unito, il comunicato ufficiale della Metropolitan Police è stato essenziale. “Un uomo di 72 anni è stato arrestato con l’accusa di negligenza nell’espletamento dei suoi doveri ufficiali”, si legge nella nota, che non menziona il nome del sospettato. L’uomo “è stato condotto in centrale per essere interrogato”. Oltre all’abitazione londinese, è stata perquisita anche la proprietà nel Wiltshire.

Le accuse

Mandelson, figura storica del Partito Laburista e tra gli artefici del progetto del New Labour accanto a Tony Blair, è finito sotto la lente degli investigatori sulla base dei più recenti file legati al caso Epstein, resi pubblici a fine gennaio. Secondo quanto emerge dai documenti, l’ex ministro – che aveva ricoperto incarichi di rilievo anche nel governo guidato da Gordon Brown tra il 2008 e il 2010 – sarebbe sospettato di aver fornito al finanziere americano informazioni potenzialmente in grado di influenzare i mercati.

L’ipotesi investigativa è che tali informazioni, se confermate, possano configurare un abuso dell’ufficio pubblico a fini di vantaggio personale. Si tratta di un’accusa grave, che colpisce una delle personalità più influenti del laburismo britannico degli ultimi decenni.

I pagamenti sotto esame

Nei dossier dell’inchiesta sul finanziere statunitense compaiono inoltre riferimenti a presunti trasferimenti di denaro a favore di Mandelson. In particolare, si parla di pagamenti per un totale di 75.000 dollari effettuati tra il 2003 e il 2004. L’ex ministro avrebbe dichiarato di non avere “traccia né memoria” di tali bonifici.

Gli investigatori stanno ora verificando la natura di quei trasferimenti e l’eventuale collegamento con le attività svolte da Mandelson durante o dopo i suoi incarichi governativi.

I documenti in arrivo

Il governo britannico ha annunciato l’intenzione di rendere pubblici circa 100.000 documenti relativi alla nomina di Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti e al suo successivo licenziamento nel settembre 2025. La prima tranche di documentazione dovrebbe essere divulgata all’inizio di marzo, in un’operazione di trasparenza che potrebbe far emergere nuovi elementi sull’intera vicenda.

La posizione dell’ex ministro

Per il momento Mandelson non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. Secondo la Bbc, tuttavia, avrebbe respinto in via riservata ogni accusa, sostenendo di non aver commesso alcun reato e di non aver agito con l’obiettivo di ottenere vantaggi personali.

L’inchiesta, ancora nelle sue fasi iniziali per quanto riguarda la posizione dell’ex ministro, rischia di avere ripercussioni politiche significative, aprendo interrogativi sui rapporti tra figure di primo piano della politica internazionale e la rete di relazioni costruita negli anni da Jeffrey Epstein.

I messaggi affettuosi, le foto in mutande nell'attico di New York, i bonifici: anche Peter Mandelson oggi è finito in manette per i rapporti opachi con il defunto finanziere Jeffrey Epstein. Come era già toccato la settimana scorsa a un altro ancora più illustre "ex", il principe Andrea. La polizia metropolitana ha prelevato l'ex ministro ed ex ambasciatore dalla sua abitazione nel centro di Londra. Agenti in borghese, macchina anonima, nessuno spiegamento di forze. Mandelson è salito tranquillamente sull'auto che lo portava a Scotland Yard.

Il barone Peter Mandelson è sempre stato considerato un sopravvissuto della politica britannica. Nei suoi 72 anni ha attraversato successi clamorosi e cadute altrettanto rovinose, riuscendo ogni volta a rimettersi in piedi. Questa volta, però, la sua proverbiale capacità di risorgere dalle ceneri sembra essersi infranta contro il peso dei rapporti con l’amico miliardario Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere nel 2019.

A segnare il punto di non ritorno è stata la pubblicazione dei dossier legati al caso Epstein. La prima tranche, diffusa nel settembre dello scorso anno, aveva già avuto conseguenze pesantissime: la rimozione di Mandelson dall’incarico di ambasciatore britannico a Washington. Tra i documenti compariva infatti un messaggio inviato nel 2003 per il cinquantesimo compleanno di Epstein, in cui l’allora ministro lo definiva il suo “migliore amico” e lo descrive come “intelligente e arguto”. C’era anche un’email del 2008, spedita poco prima che il finanziere si dichiarasse colpevole in Florida per traffico di minori, in cui Mandelson scriveva: «Ti penso molto, mi sento impotente e arrabbiato per quanto è accaduto», esortandolo a “combattere”.

Di fronte a quelle rivelazioni, il premier Keir Starmer aveva preso una decisione sofferta ma inevitabile: scaricare uno dei personaggi più ingombranti del Labour. Una mossa che però non è bastata a mettere Downing Street al riparo dalla tempesta politica che si sarebbe abbattuta nei mesi successivi.

Scandali e ritorni

Molti, all’epoca, erano convinti che Mandelson sarebbe riuscito ancora una volta a tornare in scena, una volta spento il clamore mediatico. In passato ci era già riuscito. Nel 1999, quando era segretario all’Imprenditoria, era stato costretto a lasciare l’incarico dopo le polemiche sull’acquisto di una casa a Notting Hill, finanziato in parte con un prestito senza interessi di 373 mila sterline da Geoffrey Robinson, collega di governo finito sotto inchiesta. Nel gennaio 2001, un’altra uscita forzata per l’accusa di aver sfruttato il ruolo di sottosegretario per l’Irlanda del Nord al fine di accelerare una pratica per il rilascio di un passaporto.

Anche allora, però, Mandelson era riuscito a riemergere: dal 2004 al 2008 aveva ricoperto il ruolo di commissario europeo al Commercio.

L’architetto del New Labour

Storico militante laburista, Mandelson è considerato uno dei principali artefici della vittoria elettorale del 1997. A lui si deve buona parte del rinnovamento dell’immagine del partito e persino la definizione di “New Labour”, che accompagnò l’ascesa di Tony Blair. Blair lo volle al suo fianco come consigliere strategico anche nelle campagne del 2001 e del 2005, riconoscendogli un ruolo centrale nella macchina del consenso.

Dopo Blair: lobby e ritorno a Londra

Dopo la sconfitta laburista del 2010, Mandelson cambiò pelle: da spin doctor a lobbista. Co-fondò la società Global Counsel, con sede a Londra, senza però perdere peso nei circoli del Labour. Un’influenza che arrivava fino all’attuale premier, tanto che nel dicembre 2024 Starmer lo nominò ambasciatore negli Stati Uniti.

La nomina contestata e il nodo Trump

La scelta non fu indolore. Starmer si lasciò convincere dall’allora capo di gabinetto Morgan McSweeney, che in seguito si dimise. Pesavano anche le dichiarazioni del 2019 in cui Mandelson aveva definito Donald Trump “un pericolo per il mondo”, parole per le quali fu costretto a scusarsi per poter presentare le credenziali diplomatiche. Nonostante la gaffe, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, a Londra si riteneva necessario un profilo di grande esperienza e fiuto politico: qualità che Mandelson, insieme alla sua abilità nel tessere relazioni, continuava ad avere.

I pagamenti e il crollo finale

Se la prima ondata di file Epstein aveva messo fine alla sua carriera diplomatica, la seconda sembra aver chiuso definitivamente anche quella politica. Nei documenti pubblicati a fine gennaio dal Dipartimento di Giustizia statunitense emerge che Epstein avrebbe versato a Mandelson 75 mila dollari in tre bonifici da 25 mila dollari ciascuno, tra il 2003 e il 2004. La risposta dell’ex ministro è apparsa incerta: «Credo che queste accuse siano false», ha detto, «non ne ho memoria, ma devo verificare».

Le immagini e la vita privata

A rendere il quadro ancora più imbarazzante sono emerse anche alcune immagini scattate nell’appartamento newyorkese di Epstein, che ritraggono Mandelson in mutande mentre mostra delle carte a una donna in accappatoio. Pur non essendo sospettato di aver abusato delle ragazze del finanziere, l’episodio ha contribuito ad alimentare le polemiche. Mandelson, va ricordato, nel 2023 ha sposato un interprete brasiliano con cui conviveva dal 1998.

Le dimissioni e l’impatto su Downing Street

La pressione politica è diventata insostenibile. Il primo febbraio Mandelson ha lasciato il Partito Laburista. Due giorni dopo ha rinunciato anche al seggio alla Camera dei Lord, che occupava dal 2008 come pari a vita.

Downing Street ha annunciato che all’inizio di marzo verranno pubblicati i primi documenti relativi alla sua nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti. Starmer ha più volte espresso rammarico per quella scelta, arrivando a scusarsi pubblicamente con le vittime del caso Epstein, pur resistendo alle richieste di dimissioni avanzate dall’opposizione. Finora il premier è riuscito a evitare che l’affaire Mandelson travolgesse il suo governo.

Resta da capire se riuscirà a reggere anche all’ultima, pesantissima ombra proiettata dall’uomo che un tempo era considerato uno dei “baroni rossi” del Labour e che oggi, per i suoi avversari, è diventato il simbolo più oscuro del partito.

Fonte varie agenzie

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