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Giovedì, 05 Marzo 2026

Meno indignazione per l'omicidio di Deranque, il ragazzo di destra

Quando la vittima appartiene alla destra, sembra che il suo assassinio susciti meno indignazione. Anzi, spesso si assiste a un tentativo di screditare la figura. È accaduto negli anni di Piombo con Sergio Ramelli. Più recentemente, secondo alcuni, anche nel caso di Charlie Kirk, dove il clima di forte contrapposizione politica legato all’anti-trumpismo avrebbe influenzato il racconto dei fatti. Oggi, dinamiche simili emergerebbero nella vicenda di Quentin Deranque, il 23enne ucciso a calci e pugni in strada a Lione da un gruppo riconducibile all’area “antifa”.

Il giovane era intervenuto per accompagnare il collettivo femminile nazionalista Némésis, che intendeva manifestare contro una conferenza dell’europarlamentare filopalestinese Rima Hassan presso la facoltà di scienze politiche. L’obiettivo dichiarato era protestare, non impedire lo svolgimento dell’incontro. Secondo le ricostruzioni, Deranque sarebbe stato aggredito improvvisamente e colpito con violenza.

Per il pestaggio risultano indagati alcuni esponenti della Jeune Garde Antifasciste, realtà dell’estrema sinistra francese. Tra loro figura anche Jacques-Elie Favrot, collaboratore parlamentare di Raphael Arnault, deputato di La France Insoumise, il partito guidato da Jean-Luc Mélenchon. La Jeune Garde intrattiene inoltre rapporti stretti con Alleanza Verdi e Sinistra. Al Parlamento europeo, gli eletti di Mélenchon siedono nello stesso gruppo, The Left, insieme ai rappresentanti di Avs: un intreccio politico che sta alimentando polemiche e imbarazzi.

In Italia, tuttavia, parte dell’attenzione mediatica si sarebbe concentrata più sul profilo della vittima che sugli aggressori. Il Corriere della Sera ha descritto Deranque come un “cattolico tradizionalista, tra frequentazioni neofasciste e volontariato in parrocchia”. La famiglia e il legale ribattono che non fosse una persona violenta, ma uno studente di matematica senza precedenti penali e non appartenente ad alcun servizio d’ordine. Anche amici e compagni di boxe e jogging lo ricordano come un ragazzo tranquillo, mai aggressivo. Un attivista con idee non di sinistra, ma – sostengono i suoi difensori – nulla che possa giustificare un’aggressione così brutale.

Anche La Stampa lo ha definito un “militante di ultradestra”, vicino ad ambienti cattolici e identitari. Elementi che, pur neutri sul piano fattuale, secondo alcuni contribuirebbero a delineare un profilo politicamente controverso, quasi a suggerire un contesto di inevitabile conflitto. Come se l’uccisione a calci e pugni di un ventenne colpevole di avere idee diverse potesse essere in qualche modo ricondotta alla polarizzazione del clima politico.

Sul quotidiano torinese, la giornalista Francesca Sforza ha parlato di “lessico della polarizzazione”, richiamando una stagione che l’Italia ha già conosciuto mezzo secolo fa, negli anni della violenza politica diffusa. Un precedente storico che torna oggi nel dibattito pubblico, tra timori di nuove radicalizzazioni e il rischio di un clima sempre più acceso e divisivo.

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