
Mazal Tazazo è una delle poche sopravvissute al massacro del Festival Supernova, avvenuto nei pressi del kibbutz di Re'em il 7 ottobre 2023. La sua voce, raccolta dall’AGI e originariamente riportata dal giornalista Francesco Spartà, ricostruisce quelle ore in cui centinaia di giovani hanno visto le loro vite spezzate. Ferita alla testa, legata e abbandonata dai terroristi che la credevano già morta, Mazal è riuscita a salvarsi dopo più di otto ore di terrore.
In quel giorno, Mazal – 33 anni, madre di un bambino di 9 anni – partecipa al Festival di musica psy-trance Supernova Sukkot Gathering insieme ai suoi due migliori amici, Daniel Cohen e Yohai Ben Zecharia. Sono circa 3.500 le persone radunate nel deserto del Negev per quello che molti considerano l’evento dell’anno nel panorama della trance psichedelica. Un appuntamento atteso da mesi: come molti altri, anche Mazal aveva acquistato il biglietto con largo anticipo, lasciando il figlio a casa, a Netivot.
La sua storia personale è intrecciata con quella della comunità ebraica etiope: la sua famiglia arrivò in Israele nel 1984 come parte dei gruppi “Beta Israel”, trasferiti grazie alle operazioni umanitarie Mosè e Salomone, organizzate per mettere in salvo gli ebrei etiopi da fame e repressioni.
«All’improvviso – racconta ai giornalisti in visita a Re’im – mentre stava sorgendo il sole, la musica si è fermata. Abbiamo iniziato a vedere qualcosa di strano nel cielo e poi a sentire spari, sempre più vicini».
È l’alba del massacro. Sono circa le 6:20 quando una scia di fumo nel cielo la convince che si tratti di missili. All’inizio pensa che siano i soliti lanci a cui, cresciuta ad Ashdod, è abituata. Si aspetta che la musica ricominci, che tutto torni alla normalità. Ma non sarà così.
«Quel luogo che fino a un minuto prima era un paradiso, si è trasformato in un inferno», dice indicando lo spazio dove ballava con i suoi amici. Lei, Daniel e Yohai tentano di fuggire, ma i miliziani di Hamas li raggiungono. I due ragazzi vengono uccisi. Mazal viene colpita alla testa.
Da quel momento si salva solo grazie al sangue freddo e a un miracolo che ancora oggi fatica a spiegare. «Ho finto di essere morta. Due uomini gridavano in arabo mentre mi toccavano le gambe e mi legavano con corde. Erano convinti che non respirassi più. Per questo mi hanno lasciato lì. Oggi posso dire che è stato un miracolo. Tutti noi sopravvissuti abbiamo ricevuto un dono da Dio».
Intorno a lei i poliziotti presenti vengono uccisi uno dopo l’altro. Passeranno più di otto ore prima che Mazal venga recuperata e portata in ospedale.
Il bilancio del Nova Festival è devastante: oltre 360 ragazzi assassinati, 40 sequestrati. Per identificarli tutti servirà più di una settimana. L’intero 7 ottobre si trasforma nella giornata più tragica per Israele dalla sua nascita: circa 1.200 morti, di cui oltre 800 civili. Re’im diventa un simbolo, un luogo della memoria, visitato ogni giorno da scolaresche e gruppi di turisti.
Mazal ritorna qui almeno tre volte alla settimana. Viaggia, incontra delegazioni, racconta instancabilmente ciò che ha vissuto. E confessa la sua incredulità nel vedere, ancora oggi, manifestazioni di sostegno a Hamas, persino in alcune delle università più prestigiose del mondo.
Un episodio l’ha segnata particolarmente: un mese fa, a New York, in un campus delle Ivy League. «È come se dopo l’11 settembre, all’Università Ben Gurion, avessimo applaudito Al-Qaeda», osserva con amarezza. Allo stesso tempo, riconosce la solidarietà ricevuta: «Israele non è sola. Noi non siamo soli. La parte buona del mondo è con noi».
Per lei, vivere è diventato una missione. Continuare a parlare, un dovere morale. Una promessa fatta tra la sabbia e il sangue del deserto: che nessuno possa mai dire di non sapere cosa è accaduto al Nova Festival.
Fonte Articolo rielaborato da un testo di Francesco Spartà


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