
La Strati d’Arte Gallery di Roma, ospita fino 3 aprile 2026 “WEIGHTLESS”, prima mostra personale dell’artista Adele Dezi, a cura di Diana Daneluz. L’esordio ufficiale della giovane pittrice ha registrato un’ottima partecipazione di pubblico già in occasione dell’inaugurazione di sabato 21 marzo, che ha visto la presenza di numerosi esponenti della scena artistica romana, tra artisti, fotografi e musicisti, accorsi per conoscere e sostenere il suo lavoro.
Un titolo che è metodo e dichiarazione d’intentin“Weightless”, ovvero “senza peso”, racchiude il nucleo della ricerca di Adele Dezi: una leggerezza che si manifesta nelle figure sottili e sospese, così come nella fluidità dei corpi più pieni. È la stessa leggerezza che l’artista sperimenta affidando al gesto pittorico emozioni e contenuti difficili da elaborare. L’opera, una volta compiuta, diventa strumento di comprensione più efficace del pensiero stesso, consentendo di riconoscere e approfondire il vissuto emotivo. La pittura si configura così come metodo di conoscenza, forma di esistenza e mezzo per trasformare l’esperienza in immagine. Allo stesso tempo, “Weightless” si propone anche come promemoria: dare il giusto peso a ciò che conta davvero, alleggerendo il superfluo.
Il corpo come linguaggio e soglia simbolica
Come sottolinea la curatrice Diana Daneluz nel testo in catalogo, la mostra segna un passaggio importante nel percorso dell’artista, già presente in precedenti esposizioni collettive. Il progetto pone al centro il corpo, inteso come linguaggio primario e spazio di trasformazione. Le opere selezionate sviluppano una ricerca essenziale e simbolica, in dialogo con una dimensione arcaica del gesto pittorico e con la sensibilità contemporanea.
Sulle tele — così come su supporti realizzati anche attraverso il riuso di materiali quotidiani — emergono figure umane prive di identità individuale, immerse in campiture cromatiche intense, spesso dominate dal rosso. I corpi, ridotti all’essenza del movimento o fissati in una tensione sospesa tra dinamismo e immobilità meditativa, evocano una dimensione collettiva e atemporale. Il segno e il colore diventano strumenti di evocazione più che di rappresentazione, aprendo una riflessione sul corpo come punto d’incontro tra individuo, memoria e simbolo.
In questa prospettiva, il lavoro di Dezi indaga anche una condizione contemporanea: lo smarrimento dello “sguardo”, inteso come capacità di relazione consapevole con il mondo, concetto evocato dalla scrittrice Amélie Nothomb nel suo Metafisica dei tubi. Ne emerge l’immagine di un’umanità talvolta impermeabile a ciò che la circonda, sospesa in una sorta di stallo percettivo.
“Ninfe di Primavera” e la lettura critica
La dimensione simbolica della ricerca è al centro anche del contributo dello storico e critico d’arte Francesco Gallo Mazzeo, autore del testo “Ninfe di Primavera”, disponibile in galleria. Il critico richiama due immagini emblematiche — la Ninfa di Primavera di Lucas Cranach il Giovane e il ritratto di Isabelle Caro realizzato da Oliviero Toscani — per individuare nei corpi filiformi dell’artista una dimensione che supera la materia: non carne né spirito, ma un “distillato immaginario”, una vibrazione quasi astratta che si fa immagine. Le figure diventano frammenti di universo e la pittura si trasforma in un testo carico di tensione emotiva e riflessione, in cui pensiero e immaginazione si intrecciano in una visione unitaria.
Una galleria attenta al contemporaneo
La Strati d’Arte Gallery prosegue così il suo impegno nella valorizzazione dell’arte contemporanea, sostenendo anche le voci emergenti attraverso progetti capaci di dialogare con pubblici diversi e di intercettare nuove sensibilità. La mostra è realizzata con il supporto della società Indoor Rowing S.r.l., attiva da oltre venticinque anni nella promozione dello sport accessibile e inclusivo.
L’artista
Adele Dezi (1996), artista e attrice italo-inglese, vive e lavora a Castelnuovo di Porto. Dopo la maturità classica, si forma alla Scuola Internazionale di Comics e al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, intrecciando arti visive e performative in un percorso articolato. Pittura e recitazione condividono per lei la stessa urgenza espressiva: dare forma all’invisibile e restituire emozioni. Tra tela e set, Dezi esplora la vulnerabilità e la fragilità dell’esistenza, trasformando il disagio in possibilità estetica, in un dialogo continuo tra corpo e segno.
La curatrice
Diana Daneluz, giornalista e comunicatrice, è socia professionista FERPI. Dopo un’esperienza nell’editoria e nelle media relations, si è avvicinata al mondo dell’arte contemporanea lavorando come addetta stampa per artisti e istituzioni, per poi dedicarsi anche alla curatela, dove unisce competenza narrativa, visione estetica e relazioni professionali.
Biografia
Adele Dezi (1996) è un’artista e attrice italo-anglosassone. Vive e lavora a Castelnuovo di Porto, dove è nata, in provincia di Roma. Ha trascorso gli anni dell’adolescenza a Roma con la famiglia, per poi fare ritorno stabilmente al paese laziale dopo il diploma liceale. Conseguita la Maturità classica, frequenta la Scuola Internazionale di Comics e successivamente completa il triennio di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, intrecciando così le arti visive e performative in un percorso formativo unico, ricco e stratificato. Entrambe le discipline condividono la stessa urgenza: dare forma a quello che ancora non c’è, incarnare e restituire emozioni.
Sia il set che la tela in senso lato, le consentono di esplorare la vulnerabilità umana, la fragilità dell’esistere, la necessità di liberare spazi, fisici o simbolici, dove l’eventuale disagio possa trasformarsi in bellezza. Adele abita quindi contemporaneamente due dimensioni creative, quella dell’arte visiva e quella della recitazione, come pratiche che si alimentano reciprocamente, generando un dialogo continuo tra corpo e segno, presenza scenica e traccia grafica
Per Adele, il disegno non è una mera questione tecnica, ma un linguaggio privilegiato, un’esigenza espressiva vitale, qualcosa che le permette di tradurre e metabolizzare la realtà. È una finestra sul mondo interiore, anche quando troppo fragile e sfuggente per essere verbalizzato. Attraverso il gesto del disegnare, esperienze ed emozioni vengono immobilizzate sulla superficie, dove possono essere osservate da una distanza sicura, analizzate e, infine, se serve, esorcizzate.
La sua vocazione artistica nasce dalla consapevolezza della distanza tra la percezione di un oggetto e il segno tracciato sulla carta, quello scarto necessario a catturarne l’essenza. La sua pratica artistica si nutre invece di materiali di recupero: retro di casse di arance abbandonate nei mercati, scarti di scenografia, legni di falegnameria, frammenti di vecchi mobili, ferro scartato dai macchinisti sul set, anche, per le sue piccole sculture in fil di ferro.
Questi supporti comuni e dimenticati diventano lo spazio fisico e simbolico in cui fissare ciò che ha da dire. I suoi personaggi senza volto abitano atmosfere sospese, indefinite, evocative, figure che incarnano un disagio intimo, ma universale, ora lasciato alle spalle. Il desiderio di Adele quando ha iniziato a dipingere è stato forse quello è dare forma visibile a un malessere profondamente personale che, per poter essere riconosciuto ed esistere pienamente, aveva bisogno di appellarsi alla collettività.
La sua arte diventava così un ponte tra l’individuale e il collettivo, tra il silenzio interiore e la condivisione pubblica. Oggi quei soggetti, quelle figure sospese, la rappresentano ancora, ma nel senso di un ritrovato, anche se sempre precario, come per tutti, equilibrio.
NINFE DI PRIMAVERA
Il noto critico d arte Francesco Gallo Mazzeo e la sua dedica :
Due immagini negli occhi della memoria, Lucas Cranach il giovane, la sua Ninfa di Primavera, aggiunto a Oliviero Toscani, la sua Isabelle Caro Rosei. Un dipinto, una fotografia. Due opere che incarnano l’ideale filiforme, l’opposto della corpulenza di corpi di Rubens oppure di Botero. Anoressia. Bulimia. Gli estremi. Qui vige il filiforme, che non è corpo, non è anima, ma è frutto di un distillato immaginario, d’un rasente d’astratto, fatto di sottrazione corporale, quasi stringa di un’armonia che abita lontano, nell’ondularità spaziale, che entrano nella mente e diventano immagini, frazioni di mondo, d’universo, d’amore. Si diffonde un odore analitico, asciutto, denso di plasticità, fatto di sensualità implosa, partecipata di una coralità casta, la cui forza danzante è la ricerca di una insula felice, dove il nuovo del giorno si possa mischiare con l’astrale luce dell’ombra. Quello che rimane, è un grande senso di Eco che fugge Narciso, rimbalzando di qua e di là, ora nel candido ora nel torbido. Pittura, sì, ma testo sofferto, di un inchino all’eterna sincronia, che è pensiero, immaginario, perché tutto è, Velo di Maya.
Per Adele Dezi – Marzo 2026





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