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Venerdì, 15 Maggio 2026

Nel cuore della Roma antica ma anche moderna, piena di negozi e turisti si trova il Museo del Corso-Polo Museale, Palazzo Cipolla dove per la prima volta in Italia, oltre cinquanta capolavori provenienti dalle collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna raccontano la nascita, lo splendore e la complessità di una delle più grandi imprese culturali d’Europa. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo”offre al pubblico un’occasione senza precedenti: entrare nel cuore di una collezione che è al tempo stesso museo e autoritratto dinastico, emblema dello splendore di un Impero e dell’ambizione culturale degli Asburgo. Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum (KHM), con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Ambasciata d’Austria a Roma, l’esposizione è realizzata con il supporto organizzativo di MondoMostre e resa possibile anche grazie al contributo del gruppo Sella – attraverso Banca Sella e Banca Patrimoni Sella & C. – sponsor ufficiale della mostra. Atac è mobility partner e Radio Dimensione Suono è radio partner dell’iniziativa.   Il progetto espositivo – a cura di Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del KHM –  riunisce opere raccolte o commissionate tra il XVI e il XIX secolo da figure centrali della Casa d’Asburgo – dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa – restituendo l’immagine di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso che ha fatto dell’arte uno strumento di rappresentazione culturale, diffusione del sapere e dialogo tra civiltà.   La mostra si inserisce nel programma culturale del Museo del Corso – Polo museale, voluto dalla Fondazione Roma come istituzione aperta e inclusiva, capace di coniugare progetti culturali di alto valore scientifico insieme a collaborazioni con prestigiose istituzioni internazionali. Dalla sua inaugurazione, il Polo museale – che comprende Palazzo Cipolla e Palazzo Sciarra Colonna – si è affermato come uno dei principali centri culturali della città. Su questa base prende forma il nuovo progetto espositivo sull’asse Vienna–Roma, frutto della collaborazione con una delle più prestigiose istituzioni museali europee, che prosegue una linea di apertura internazionale (già avviata con Picasso lo straniero e Dalí. Rivoluzione e Tradizione) e porta a Roma una mostra di grande rilievo come Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum. Cuore della mostra è la pittura europea tra Cinque e Seicento, presentata nei suoi principali generi e declinazioni. La grande stagione fiamminga del XVII secolo trova spazio nelle opere di Peter Paul Rubens, Anthony van Dyck e Jan Brueghel il Vecchio, testimoni di un linguaggio figurativo in cui l’eredità del Rinascimento, l’influenza italiana e l’osservazione della natura si fondono in composizioni di forte dinamismo e intensità cromatica. Anversa emerge come nodo centrale di una rete artistica internazionale, alimentata da botteghe, committenze di corte e scambi culturali transnazionali. Accanto ai grandi formati, la mostra dedica ampio spazio alla pittura di gabinetto e agli oggetti della Kunstkammer, le celebri “camere delle meraviglie” rinascimentali. Dipinti di piccolo formato, nature morte, paesaggi e oggetti preziosi rivelano un’estetica della precisione e dell’intimità, destinata a una fruizione raccolta e colta. Qui, opere di Gerard ter Borch, Gerard Dou, Jacob van Ruisdael dialogano con manufatti provenienti da una delle più straordinarie Kunstkammer d’Europa, concepita come microcosmo del sapere, in cui meraviglie naturali e creazioni dell’ingegno umano convivono secondo criteri analogici e conoscitivi. La sezione dedicata alla pittura olandese del Seicento riflette l’ascesa di una società borghese e protestante, in cui l’arte si orienta verso la vita quotidiana, la dimensione privata e l’osservazione del reale. Frans Hals rinnova il ritratto con una pennellata libera e immediata; Jan Steen trasforma la scena di genere in uno specchio vivace e teatrale dei comportamenti sociali. Johannes Lingelbach, attivo a Roma e vicino al gruppo dei cosiddetti Bamboccianti – artisti nordici che portarono nella capitale una pittura attenta alle scene popolari e alla vita quotidiana – trasferisce questi temi nel contesto della Roma barocca, immersi in una luce delicata e narrativa. Uno sguardo specifico è riservato alla pittura tedesca dell’età moderna, le cui radici affondano nella grande stagione rinascimentale di Lucas Cranach, figura centrale nella definizione di un linguaggio autonomo, caratterizzato da una forte stilizzazione e da un’eccezionale padronanza della linea e del disegno. Su questa eredità si inseriscono, in epoca successiva, artisti come Joachim von Sandrart e Jan Liss, le cui opere testimoniano l’assimilazione del Barocco italiano e della tradizione classica, in un continuo dialogo tra Nord e Sud dell’Europa. Il racconto converge poi sugli Asburgo come acquirenti, committenti e custodi dell’arte europea. Straordinari ritratti, insieme a opere di Giuseppe Arcimboldo, David Teniers il Giovane, Guillaume Scrots e Diego Velázquez illustrano una politica dell’immagine in cui il collezionismo diventa strumento di autorappresentazione e mediazione culturale. Tra i capolavori in mostra spicca il celebre ritratto dell’Infanta Margarita in abito blu di Velázquez, icona della ritrattistica di corte e della sottile psicologia dell’artista spagnolo. La pittura italiana costituisce il fulcro simbolico ed estetico della collezione viennese, in particolare grazie alle acquisizioni dell’arciduca Leopoldo Guglielmo, il cui gusto si orientò decisamente verso l’arte del XVI e XVII secolo. In mostra, capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Guido Cagnacci e Giovanni Battista Moroni attestano il ruolo centrale dell’Italia nello sviluppo della pittura europea, tra indagine del visibile, sperimentazione luministica e progressivo abbandono dell’idealizzazione. Emblema di questa svolta è l’Incoronazione di spine di Michelangelo Merisi da Caravaggio, uno dei capolavori della mostra. Realizzata a Roma intorno al 1603 – 1605, l’opera concentra la scena della Passione in un drammatico momento di essenzialità, dove l’aderenza al reale e la tensione emotiva trasformano il tema religioso in un’esperienza umana universale. Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum va oltre l’esposizione di grandi capolavori: racconta un museo come progetto culturale, una dinastia costruttrice di sapere e un’Europa che, attraverso l’arte, ha cercato di comprendere e rappresentare il mondo.   «Con questa mostra – afferma il Presidente della Fondazione Roma, Franco Parasassi – rinnoviamo la nostra missione di promuovere progetti culturali capaci di leggere l’arte come spazio di incontro tra storie e tradizioni europee. Roma è una capitale delle culture e delle civiltà; è la città del dialogo e della sintesi fra le differenti identità che animano i valori dell’Europa. Questo progetto prende forma in una fase storica complessa e di trasformazione del processo di integrazione europeo: la nostra ambizione è quella di contribuire a ravvivare, anche attraverso il linguaggio della bellezza, l’idea stessa di Europa, fatta di identità diverse, ma di profondi valori comuni». 
«La collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna– prosegue il Presidente Parasassi – è la dimostrazione che un museo può essere anche la casa del dialogo e dell’accoglienza, oltre che un’istituzione di conoscenza radicata nella città. E con la mostra che si inaugura oggi il Museo del Corso – Polo museale si apre al confronto con la Città e con le grandi realtà culturali europee».
  «Questa mostra rappresenta molto più di un prestito di opere d'arte eccezionali: rappresenta un dialogo culturale tra Vienna e Roma. I capolavori delle collezioni asburgiche raccontano una visione europea fondata sulla diversità, la curiosità e l'apertura intellettuale. Portare queste opere in Italia per la prima volta è una potente testimonianza della capacità duratura dell'arte di creare connessioni attraverso i secoli e i confini» aggiunge Jonathan Fine, Direttore Generale del Kunsthistorisches Museum di Vienna.

I ritrovamenti di reperti, i loro passaggi imprevedibili nel tempo e nelle vicende storiche, diventano alle volte oggetto di vere e proprie indagini investigative, che grazie allo studio e alla ricerca di professionisti dell’archeologia e del restauro conducono alla verità e alla loro giusta collocazione storica. È così il caso del mosaico con scena erotica che era stato trafugato da un capitano della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale, stando alla ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri, e poi consegnato nel mese di luglio 2025 al Parco archeologico di Pompei.

Il mosaico proveniva in realtà da una villa romana nelle Marche, come confermato dai successivi studi avviati dal Parco assieme all’Università del Sannio. La vicenda ha origine dal dono a un cittadino tedesco, da parte di un capitano, suo amico, che lo portò in Germania dopo esserne venuto in possesso durante la sua attività come addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia nel 1943/44. Gli eredi hanno poi deciso di restituirlo allo Stato italiano.
In mancanza di dati sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura aveva deciso di assegnarlo al Parco archeologico di Pompei, considerando che mosaici simili per tecnica e stile sono noti dall’area vesuviana. Una ricerca approfondita avviata dal Parco ha poi portato a un risultato inatteso: il mosaico non c’entra con Pompei. Le analisi archeometriche eseguite in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio suggeriscono che si tratti di una produzione laziale che veniva commercializzata a livello sovraregionale. Ma non solo: un incontro fortunato, in occasione della presentazione del 2025, con Giulia D’Angelo, archeologa di origine marchigiane e co-autrice del contributo pubblicato oggi sull’ E-journal di Pompei, ha condotto alla vera origine del mosaico: proviene da una villa romana di Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano nelle Marche, dove è attestato già alla fine del Settecento.

“La ricostruzione della vicenda di questo mosaico dimostra come la tutela del patrimonio culturale non si esaurisca nel recupero materiale dell’opera, ma prosegue con lo studio rigoroso, la verifica scientifica e la restituzione della verità storica. Il lavoro congiunto del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, dei funzionari del Ministero della Cultura, del Parco archeologico di Pompei e delle Università coinvolte ha consentito di ricollocare correttamente il mosaico nel suo contesto originario, una villa romana nelle Marche. Ogni bene trafugato e riportato in Italia rappresenta un frammento della nostra identità che torna alla collettività”, dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.

«Questa vicenda restituisce a Folignano un frammento prezioso della propria memoria e rafforza il legame profondo tra la nostra comunità e la sua storia più antica – afferma il sindaco di Folignano, Matteo Terrani. Il fatto che l’opera provenga da una villa romana di Rocca di Morro dà nuovo valore a un luogo simbolico che è parte fondamentale della nostra identità. Come amministrazione stiamo lavorando, insieme ad appassionati e volontari, per promuovere iniziative di valorizzazione del sito. 

Nelle prossime settimane ci recheremo a Pompei per poter visionare il mosaico e incontrare il direttore del Parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, con l’obiettivo di avviare un dialogo costruttivo e nuove prospettive di collaborazione».
La memoria del manufatto riemerge, tra l’altro, nella produzione del pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli (1832- 1910) che lo riproduce in un taccuino manoscritto (ca. 1868), oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. A corredo dello schizzo, l’autore fornisce annotazioni sul soggetto e sulla località di rinvenimento. Egli interpreta la scena come quella di un uomo “che offre colla d[estra] una borsa di danaro… ad una bella donna che mezza ignuda gli sta davanti”, proponendo come titolo Il congedo di un’etera e riportando che il reperto “venisse trovato in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro”.


“Nelle more di valutare, insieme alla comunità e agli enti locali del territorio di provenienza future iniziative di valorizzazione (per esempio tramite una mostra)- aggiunge il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti - i risultati delle ricerche sono presentati nell’e-journal degli scavi di Pompei pubblicato oggi con la soddisfazione che grazie al lavoro interdisciplinare di Carabinieri, funzionari del Ministero della Cultura, archeologi e archeologhe nonché ricercatori e ricercatrici specializzati nell’archeometria, si è riusciti a ricostruire una vicenda travagliata con un lieto fine”.


“Grande lavoro di squadra, ricostruire la storia è team work e questo è un esempio di come la dedizione, la professionalità e la passione portano a scoperte inattese non solo a Pompei, ma anche in siti meno noti ma non meno importanti per comprendere e valorizzare il patrimonio classico in tutta la penisola - dichiara il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel - Grazie alle ultime ricerche emerge una produzione specializzata laziale che esporta mosaici preziosi, realizzati presumibilmente in notevoli quantità, in territori come le Marche, Campania e Puglia; una scoperta di grande interesse non solo per la storia dell’arte romana, ma anche per la storia economica del mondo romano.”

 

Fonte UFF. ST. Parco Archeologico di Pompei

Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.

La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia. 

Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. 

In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.

L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. 

Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e Mary Reynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.

Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresenta un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra. 

Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. 

Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard.

La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.

Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.

 Fonte Studio Esseci

Oltre 50 tra le più celebri macchine di Leonardo da Vinci. Un viaggio immersivo dentro l’officina creativa del più sorprendente uomo del Rinascimento, una mostra unica nel suo genere che permette di vedere da vicino, toccare e mettere in funzione modelli tratti dai Codici vinciani, offrendo ai visitatori – adulti, famiglie e scuole – l’esperienza immediata del genio: osservare la macchina, comprenderne il progetto, intuirne il funzionamento. Dopo aver conquistato pubblico e critica in alcune delle più importanti città del mondo, l’esposizione approda ora a Torino e restituisce Leonardo come inventore moderno, capace di anticipare tecnologie che sarebbero divenute realtà soltanto secoli più tardi.

Torino, nelle sale storiche di Palazzo Barolo, prende vita un viaggio che ha il passo del Rinascimento e lo stupore del futuro. La mostra Le Macchine funzionanti di Leonardo da Vinci riporta al centro dell’esperienza del visitatore la scintilla creativa di un uomo che ha saputo trasformare la curiosità in metodo e la sperimentazione in sapienza. “La sapienza è la figliola della sperienza”, annotava Leonardo nei suoi taccuini: ed è proprio l’esperienza – concreta, ostinata, quotidiana – a restituirci il primo vero uomo moderno, capace di coniugare l’arte con la scienza, la visione con la tecnica, l’immaginazione con il progetto.

Nelle sale di Palazzo Barolo il visitatore è accolto da oltre 50 modelli funzionanti tratti dai Codici vinciani. Sono macchine dedicate ai grandi temi che lo appassionavano per tutta la vita: il volo, la guerra, l’ingegneria civile, l’idraulica, la meccanica, l’anatomia. Oggetti spettacolari non solo per la loro presenza fisica ma per ciò che evocano: l’anticipazione di invenzioni e scoperte che sarebbero diventate realtà soltanto secoli più tardi.

Alcune di queste macchine hanno già affrontato un lungo viaggio, conquistando pubblico e critica nei più importanti musei del mondo, dall’Art Center di Vienna all’Art Center di Berlino, dal Memorial War Museum of Auckland al Museum of Science and Industry di Chicago, fino al Memorial War Museum of Korea di Seul.

Ogni macchina è costruita secondo una rigorosa fedeltà storica. La lavorazione è interamente artigianale, con materiali d’epoca – legno, cotone, ottone, ferro, corda – e finiture curate, mentre l’elaborazione tecnica è sviluppata al computer per calcolare proporzioni e meccanismi con precisione assoluta. Ne nasce quella solidità progettuale che Leonardo perseguiva con disciplina e meraviglia insieme.

Le macchine dedicate alla meccanica sono inoltre interattive e possono essere azionate dal pubblico: un gesto semplice eppure potentissimo, che rompe il mito del Genio distante e restituisce Leonardo come uomo curioso, concreto, dotato di un’intelligenza pratica che osserva il mondo e tenta, prova, sbaglia, migliora, immagina.

Gli itinerari del volo, dell’acqua, della guerra e del lavoro permettono di sorprendere persino il Leonardo “uomo comune”, quello che segna le spese quotidiane mentre inventa il palombaro con guanto palmato e respiratore, elabora la vite aerea che anticipa l’elicottero moderno, immagina il paracadute, progetta il ponte girevole, la sega idraulica, il prototipo di carro armato, il battello a pale, il cuscinetto a sfera e l’elemento a catena che ancora oggi anima le nostre biciclette. Studi e progetti che nascono nella penombra della bottega e finiscono, secoli dopo, a plasmare la forma del mondo.

Il curatore della mostra è Paolo Tarchiani. L’esposizione nasce con la collaborazione scientifica della prof.ssa Sara Taglialagamba, direttrice del Centre “Armand Hammer” per gli Studi su Leonardo presso l’Università della California e unanimemente considerata una delle massime studiose al mondo delle questioni leonardesche.

Il linguaggio scientifico è sobrio e accessibile, accompagnato da pannelli didascalici e proiezioni video che permettono al visitatore di mettersi nei panni di Leonardo, osservando il progetto, immaginando il funzionamento e studiandone la tridimensionalità attraverso le riproduzioni. Ogni opera è inoltre corredata da un QR code che consente di approfondire la storia della macchina, i riferimenti ai Codici e la continuità sorprendente tra il Rinascimento e la modernità.

L’obiettivo fondamentale della mostra è coinvolgere e divertire, costituendo un punto di riferimento privilegiato per le scuole e per le generazioni cresciute tra videogiochi e computer. Sperimentare toccando, usando e provando rimane infatti la via più diretta e duratura per la certezza del sapere. A famiglie, studenti e curiosi si offre così l’occasione di avvicinarsi al mondo affascinante – e per certi versi ancora misterioso – di uno dei personaggi più emblematici della storia dell’umanità, cogliendo attraverso le sue macchine la fatica incessante del ragionare libero, la tenacia della ricerca e la traccia indelebile lasciata da un intelletto che ha cambiato la nostra idea di futuro.

La storia della mostra parte da lontano: i primi modelli funzionanti nascono tra il 1985 e il 1990 per scenografie ed esposizioni locali. L’interesse crescente delle istituzioni italiane ed europee porta alla nascita di un museo permanente a Venezia, nella Chiesa di San Barnaba, e a un lungo viaggio espositivo che dagli anni Novanta attraversa gran parte del territorio europeo e mondiale. Madrid, Vienna, Berlino, Chicago, Seattle, Auckland e, prossimamente, Dubai: tappe di un percorso che mostra quanto Leonardo, ancora oggi, sia capace di parlare al mondo con la lingua più universale di tutte – quella della curiosità. La meccanica, l’idraulica, la guerra, il volo, l’architettura, l’anatomia: non esiste materia che non abbia catturato la mente di Leonardo, e di questi studi la mostra è protagonista.

 

Uff.st. MAYBE

«Se l’uomo, per quel maggiore potere mentale che lo distingue, sta tentando di oltrepassarlo, quando va oltre, non ultra, si punisce da sé, accrescendo la somma del suo dolore». È da questa riflessione, densa e inquieta, che prende avvio il percorso artistico e umano di Giovanna Tarascio, artista poliedrica capace di muoversi con naturalezza tra parola, immagine e pensiero, trasformando l’arte in uno strumento di indagine interiore e collettiva.

Nata a Comiso il 21 luglio 1968 e residente a Ragusa, Tarascio vive quotidianamente il doppio ruolo di insegnante e artista. Un equilibrio solo apparente, perché il dialogo con l’infanzia e la formazione educativa rappresentano una delle chiavi profonde del suo linguaggio espressivo. Fin da bambina manifesta un’ipersensibilità innata che trova forma nella scrittura, nella poesia e nel disegno. Un talento precoce che negli anni Novanta viene incanalato nella grafica computerizzata, salvo poi arrestarsi bruscamente in un lungo periodo di rifiuto dell’arte, quasi un silenzio necessario.

La svolta arriva nel 2007, proprio grazie ai bambini della scuola dell’infanzia: è attraverso i loro volti, la loro spontaneità e la loro autenticità che l’artista riscopre la propria “voce interiore”. Da quel momento il percorso creativo riprende slancio, senza più soste, fino a consolidarsi in una ricerca matura, consapevole e stratificata.

Dal 2020 Giovanna Tarascio entra con decisione nel panorama artistico contemporaneo, partecipando a concorsi, mostre selettive e collettive di rilievo nazionale e internazionale. Tra gli appuntamenti più significativi, la mostra internazionale a Palazzo Ferrajoli a Roma, la Pro-Biennale di Venezia e la Biennale Milano International Art Meeting, eventi che vedono il contributo di figure di primo piano del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Le sue opere vengono inoltre pubblicate e catalogate in volumi editoriali e presentate in spazi prestigiosi come la Milano Art Gallery.

Parallelamente alla pittura, Tarascio porta avanti una profonda ricerca letteraria. Il suo libro Da Uomo a Uomo. Non Ultra si configura come un vero e proprio vademecum storico-esistenziale, un viaggio nella memoria che invita il lettore a fermarsi, a riconoscere l’uomo nell’uomo e a ritrovare, attraverso lo studio della Storia, il senso del proprio esistere. Il riferimento alle Ricordanze di Luigi Settembrini non è casuale: la memoria individuale e collettiva diventa lo spazio in cui interrogarsi su ciò che l’uomo è stato e su ciò che rischia di perdere.

La poesia rappresenta un ulteriore tassello fondamentale del suo universo creativo. Nei versi di “Nella precarietà”, pubblicati nella collana editoriale Percezioni, emerge una consapevolezza lucida e riconciliata: la precarietà delle cose, della vita e delle relazioni diventa occasione di gratitudine, di riconoscimento delle battaglie combattute e vinte, senza compromessi. Una poesia che non indulge nel rimpianto, ma celebra il divenire, la notte che segue il giorno, la forza che nasce anche dal conflitto.

Le parole con cui l’artista definisce la propria arte ne sintetizzano efficacemente la cifra poetica: «Quando l’arte e il cuore perdono i confini si fondono in un connubio oltre le porte del tempo e dell’anima». Dipingere, scrivere, comporre versi non sono semplici pratiche espressive, ma un modo di vivere “oltre se stessi”, in una dimensione spirituale che supera l’amore terreno.

Emblematica di questa visione è l’opera “L’intelligente”, realizzata secondo la tecnica della pittura metafisica. Un lavoro che, attraverso enigmi visivi, atmosfere sospese e simboli interiori, invita a riflettere sul senso nascosto dei comportamenti umani e sul destino individuale. La massima incisa dall’artista – «La persona intelligente costruisce la propria casa attraverso i sassi che le tirano» – diventa metafora potente dell’inconscio come fondamento della personalità e della capacità di trasformare l’offesa in crescita.

Nel lavoro di Giovanna Tarascio, arte e vita si intrecciano in modo indissolubile. La pace invocata per l’umanità, suggerisce l’artista, nasce prima di tutto dentro ciascuno di noi, nel buon uso dell’intelligenza e nella capacità di non restituire al mondo la violenza ricevuta. Un messaggio attuale, necessario, che rende la sua opera non solo estetica, ma profondamente etica.

Poesia tratta dalla collana editoriale “Percezioni”:

Nella precarietà

Nella precarietà delle cose, di un’alba
al luccichio del mare, del tramonto
al confine dell’orizzonte, dell’inquieto
tremolio di una foglia
tenuta al caduco ramo che un dì, rigoglioso
accolse tutte le foglie per esserne fiero.

Nella precarietà delle cose, solo ora
mi accorgo di quanto generosa e lieta, è stata
la mia vita, dove non di meno vi furono
ardite battaglie in cui, oggi
ne riconosco la vittoria: non scesi mai
a compromessi, ma lasciai
al nemico il gusto di una vana gloria
nell’illusoria sua vittoria.

Nella precarietà della vita, oggi,
lieta e gioiosa, festeggio il
divenire della notte al seguir del giorno.
Grata ai miei amici, e
ancor più, ai miei nemici.

 

Giovanna Tarascio bio

Giovanna Tarascio, nasce a Comiso il 21 Luglio 1968 e vive a Ragusa, dove svolge la professione di Insegnante. Scopre sin da bambina una innata ipersensibilità che si manifesta attraverso varie forme: dalla scrittura alla poesia e al disegno

Nel 1992 le sue capacità artistiche vengono “sfruttate” per “conto terzi” nella grafica computerizzata ma solo nel 1995 – dopo varie vicissitudini – si chiude in un totale rifiuto da ogni forma di naturale predisposizione all’arte in genere. Nel 2007, attraverso i bambini della scuola dell’infanzia, inizia a dare spazio alla sua “voce interiore” e tra i volti dei piccoli alunni prende il volo senza più fermate! 

 

Dal 2020 inizia a partecipare a vari concorsi per artisti contemporanei e a diverse mostre selettive e collettive di rilievo nazionale e internazionale: il 17 Febbraio 2020 mostra internazionale a Palazzo Ferrajoli in Roma con attestato di merito e riconoscimento artistico su rivista “Arte sì Mostra”, Casa Editrice “Pagine e Pagine”; dal 29 al 2 Maggio 2021 mostra internazionale Pro-Biennale, Venezia col contributo di Vittorio Sgarbi (critico d’arte), Silvana Giacobini (direttrice di “Chi”), Giordano Bruno Guerri (storico e Pres, Vittoriale di D’Annunzio), Maria Rita Parsi (scrittrice psicoterapeuta), Luca Beatrice (critico d’arte), Pippo Franco (attore e presentatore), Marco Columbro (presentatore), Marzia Risaliti (attrice), Katia Ricciarelli (soprano e attrice), Salvo Nugnes (curatore di mostre e grandi eventi), Silvia Casarin Rizzolo (direttrice d’orchestra), Francesco Alberoni (sociologo), Caterina Grifoli (FIDAPA), Giorgio Grasso (critico d’arte), Flavia Sagnelli (curatrice d’arte), Luca Zaia (Pres. Regione Veneto), Luigi Brugnaro (Sindaco di Venezia). Anno 2021 Mostra e stampa delle opere all’interno del catalogo “L’arte in Quarantena” ed esposizione delle stesse presso Milano Art Gallery con attestato di merito e video esposizione presentata da: Paolo Liguori (direttore Tgcom), Salvo Nugnes (curatore di mostre e grandi eventi), Francesco Alberoni (sociologo) Flavia Sagnelli (curatrice d’arte), Maria Rita Parsi (psicoterapeuta e scrittrice). 

 

Dal 21 al 25 Ottobre 2021 mostra Biennale Milano International Art Meeting presso Palazzo Stampa di Soncino in Milano con attestato di merito e col contributo di: Vittorio Sgarbi, Silvana Giacobini, Francesco Alberoni, Salvo Nugnes e Maria Rita Parsi. Pubblicazione di alcune tele su libri pubblicati dalla Casa Editrice Albatros: Occhi negli Occhi (Anno 2020) e Non Ultra (Anno 2021) di Giovanna Tarascio. Tra le sue pubblicazioni, una raccolta di poesie (attraverso la partecipazione al concorso per poeti editi e inediti, curata dalla casa editrice Pagine &Pagine) sulla collana editoriale “Percezioni”

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