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Giovedì, 21 Maggio 2026

La maestosa Pala Gozzi (1520), capolavoro assoluto di Tiziano Vecellio insieme ad altre 5 celebri opere, tutte di carattere religioso e provenienti dalla Pinacoteca Podesti di Ancona, saranno eccezionalmente esposte, per la prima volta a Roma, in occasione del prossimo Giubileo, dal 26 novembre nelle sale di Palazzo dei Conservatori ai Musei Capitolini. 

6 prestigiosi dipinti – di cui 5 pale d’altare di grandi dimensioni e una piccola ma lussuosa tempera su tavola – saranno protagonisti di un percorso espositivo che racconta l’importanza della collezione della Pinacoteca Podesti e, in filigrana, la ricchezza della città dorica committente dei maggiori artisti italiani fra Cinquecento e Seicento.

Si potranno quindi ammirare la Circoncisione dalla chiesa di San Francesco ad Alto, opera di Olivuccio Ciccarello, interprete principale del rinnovamento della pittura anconetana che fiorì fra Trecento e Quattrocento; la preziosa Madonna con Bambino di Carlo Crivelli, icona della collezione dorica e somma realizzazione del pittore veneto che visse e operò nelle Marche; la Pala dell’Alabarda di Lorenzo Lotto, per la chiesa di Sant’Agostino, in cui si esplicita l’emozionante talento del pittore veneziano, esule a più riprese nella regione. Ancora di Tiziano sarà esposta la monumentale Crocifissione realizzata per la chiesa di San Domenico in cui l’artista esplora la tragedia e la sofferenza umana. Chiude la rassegna l’imponente Immacolata di Guercino, in cui la delicata figura della Vergine si staglia su un paesaggio marino il cui modello potrebbe essere la baia di Ancona.

Intrinsecamente legate alla storia di Ancona, le opere in mostra descrivono un percorso di importanti contaminazioni tra correnti artistiche che hanno reso la città depositaria di assoluti capolavori tra XV e XVII secolo.

Questo spaccato del meglio della produzione pittorica marchigiana e, in particolare, di quella veneta nella regione, è accolto eccezionalmente ai Musei Capitolini, nella cui Pinacoteca sono conservate opere degli stessi autori: Tiziano, Lorenzo Lotto e Guercino. Vi mancano i “primitivi”, Olivuccio di Ceccarello, importantissimo autore di tardo Trecento attivo ad Ancona anche nei primi decenni del XV secolo, e Carlo Crivelli. Per quest’ultimo, veneziano di nascita, la città dorica resta una tappa obbligata per la comprensione del suo percorso artistico nelle Marche. Autore pressoché ignorato nelle fonti cinque e seicentesche, comincia a essere ricercatissimo anche a Roma dal Settecento.

Con questa mostra si intende avviare un percorso di valorizzazione nazionale della collezione anconetana, con lo scopo di restituire ai cittadini e ai visitatori lo spaccato di un periodo cruciale della storia del gusto, del collezionismo e della museologia nella città marchigiana. Un lavoro che proseguirà con il riallestimento della Pinacoteca Civica Podesti, aperta nel dopoguerra dall’allora soprintendente Pietro Zampetti, con le opere salvate dai bombardamenti da un altro grande protagonista della storia della tutela, Pasquale Rotondi, l’eroico direttore del Palazzo Ducale di Urbino a cui si deve la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale negli anni tumultuosi del secondo conflitto mondiale.

La mostra romana, con questa importante esposizione delle pale d’altare della città dorica, oltre a testimoniare la sacralità e l’importanza che assunse l’arte adriatica del ‘500, anticipa gli eventi culturali previsti per il prossimo Giubileo.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni culturali, con il patrocinio di Giubileo 2025 - Dicastero per l'Evangelizzazione, la mostra è organizzata da Arthemisia in collaborazione con Comune di Ancona, Ancona Cultura, Pinacoteca Civica di Ancona, Regione Marche e Palazzo Ducale di Urbino - Direzione Regionale Musei Nazionali Marche ed è curata da Luigi Gallo, Direttore della Galleria Nazionale delle Marche e da Ilaria Miarelli Mariani, Direttrice della Direzione dei Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

LE OPERE

Tiziano Vecellio

Madonna con il Bambino in gloria, i santi Francesco e Biagio e il donatore Luigi Gozzi (Pala Gozzi), 1520

L’opera non è solo la prima firmata e datata da Tiziano, all’epoca poco più che trentenne, ma anche, assieme l’eccezionale Assunzione dei Frari, di poco precedente (1516-18), la sua prima pala d’altare propriamente detta. Essa segna, cioè, l’ingresso del pittore nel ramo più tradizionale e, al tempo stesso, lucroso e prestigioso della produzione pittorica cinquecentesca.

Il committente della tela, raffigurato inginocchiato in basso in un ritratto di straordinaria verità naturalistica, è il mercante di Dubrovnik, ma attivo tra Venezia ed Ancona, Luigi Gozzi.

La provenienza geografica di quest’ultimo è dichiarata, assieme a quella del pittore cadorino, nel cartiglio posto in calce al dipinto. Una doppia esplicitazione di un’origine forestiera che non può che suonare ironica, ovvero divertita, in un dipinto che mostra al centro, letteralmente, Venezia, identificata dal profilo del campanile di San Marco e della facciata del Palazzo Ducale, ancora privo della cuspide aggiunta nel 1514. Il soggetto della pala, dipinta con sferzante realismo, è di agevole lettura. San Biagio, protettore di Dubrovnik, indica al committente, piamente inginocchiato, l’apparizione della Vergine con il Bambino sulle nuvole, circondata da un coro di tre angeli (due, infanti e nudi, con coroncine di fiori, uno, più serio e maturo, vestito di una tunica bianca). Sulla sinistra, un vigoroso San Francesco, ancora giovane e assai più piacente e in forze di quanto mostrato dall’iconografia tradizionale, si compiace della visione miracolosa, evocando, al tempo stesso, la chiesa di San Francesco ad alto ad Ancona a cui il quadro è destinato. Al centro, un ramo di fico, simboleggia tanto il tema della salvezza cristiana, che un intelligente spunto compositivo per incorniciare la veduta lagunare sullo sfondo e far spiccare ancora di più la collocazione in controluce dei personaggi in primo piano.

Il capolavoro di grande potenza espressiva e coloristica, dopo l’Unità d’Italia confluì nella neonata Pinacoteca anconetana che porta il nome del pittore ottocentesco Francesco Podesti, personalità di spicco della scena artistica tra Roma e le Marche.

Un’opera unica di estrema rilevanza non solo perché racconta il territorio dell’Adriatico nel periodo rinascimentale - mettendo in relazione le tre città che vi operavano quali Venezia, Ancona e la croata Ragusa (l’attuale Dubrovnik) - ma anche perché rappresenta il primo dipinto di Tiziano firmato e datato a noi noto, come si legge nel cartiglio in basso al centro.

Fuori dai tipici schemi architettonici e prospettici del Quattrocento, la tavola è esempio di quella “inversione di rotta” adottata da Leonardo e poi da Raffaello e dallo stesso Tiziano coi quali protagonista è la composizione naturale del soggetto che coglie l’attimo, la vita.

Un percorso studiato appositamente e un’illuminazione ad hoc permetteranno al visitatore di scoprire la presenza eccezionale sul retro-grezzo della tavola, di vari schizzi a pietra nera raffiguranti un profilo femminile, la testa di un bambino, che si suppone essere il bozzetto per il Bambino dipinto e altri appunti, normalmente attribuiti allo stesso Tiziano.

Tiziano Vecellio

Cristo crocefisso, la Vergine e i santi Domenico e Giovanni Evangelista (Crocifissione, Pala Cornovi della Vecchia), 1558

Nel 1558, trentotto anni dopo la consegna della sua prima grande opera marchigiana, la Pala Gozzi, destinata alla chiesa di San Francesco ad alto in Ancona, Tiziano torna a eseguire un’opera monumentale per la città dorica, la Crocifissione o Pala Cornovi della Vecchia.

Il soggetto scelto dal committente Pietro Cornovi, una Crocifissione, porta Tiziano a confrontarsi per la prima volta con questo tema. Sono anni, per il maestro cadorino, di grande fervore creativo: contemporaneamente alla pala di Ancona, egli lavora alle ‘poesie’ a tema profano e a due Seppellimenti di Cristo per il re di Spagna Filippo II, all’Annunciazione per la chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Nel dipinto di Ancona, caratterizzato dall’ambientazione notturna, egli porta ad estrema riflessione due tematiche, una iconografica, l’altra tecnico-stilistica. Innanzitutto, la scena, concepita lungo l’asse verticale della Croce, è studiata per esaltare al massimo la sofferenza del Cristo nel registro superiore e, al tempo stesso, il dolore provato dai tre astanti, ciascuno dei quali esprime a modo proprio (con rassegnata mestizia la Vergine, sconfortato dolore San Domenico, e stupore San Giovanni) i propri sentimenti. Il punto di vista, estremamente ribassato, priva o quasi la scena di una collocazione spaziale, portando le figure a stagliarsi eroicamente contro un cielo che occupa la maggior parte dello sfondo. Quest’ultimo e, in particolare, la resa della luce, sono il secondo punto di meditazione del cadorino, che sceglie una stesura pittorica assai larga, pastosa, in cui le pennellate sembrano assorbire sia la tridimensionalità delle forme e gli effetti di rifrazione della luce.

Il violento impatto esercitato dall’opera di Tiziano sull’imaginazione dei contemporanei è attestato dalle precoci derivazioni trattene in ambito veneto da Jacopo Bassano, nel dipinto eseguito nel 1561-63 per il convento camaldolese di San Paolo a Treviso (oggi Bassano, Museo Civico), e da Paolo Veronese, nella pala d’altare della chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti a Venezia (1565). In ambito marchigiano, la potenza dell’invenzione tizianesca, sia in termini di espressione dei sentimenti dei personaggi (Vasari: “bellissimi”) che in quello più propriamente pittorico (ancora Vasari: “ultima maniera fatta di macchie”), è precocemente avvertita dall’artista urbinate Federico Barocci, autore, nel 1565 circa, di una Crocifissione destinata alla chiesa del Crocefisso a Urbino (oggi Urbino, Galleria Nazionale delle Marche) e commissionatagli dal conte di origini anconetane Pietro Bonarelli. Nella Pala Bonarelli Barocci, già intriso di suggestioni raffaellesche, michelangiolesche e romane, modifica completamente il proprio stile per abbracciare quello della pala Cornovi, citata tanto che nella disposizione dei personaggi, che nei drammatici squarci di luce del cielo e nell’adozione di una pennellata grassa e materica. Un confronto ancora meglio intuibile se si considera che anche il formato iniziale della pala tizianesca, oggi rettangolare, era in origine centinato alla parte superiore, prima di una mutilazione avvenuta nel corso del XVIII secolo.

Nella notte tra il primo e il 2 marzo 1972, il dipinto viene asportato da ignoti dall’altare di San Domenico. Viene ritrovato il 14 dello stesso mese, in buono stato, grazie alla segnalazione e all’attiva partecipazione alle operazioni di recupero avviate dalla polizia da parte due giovani anconetani, uno dei quali è il giovane pittore e futuro protagonista della Transavanguardia italiana Enzo Cucchi.

Olivuccio di Ciccarello

Circoncisione di Gesù Bambino, 1430 – 1439 ca 

L’opera eseguita su di una tavola di pioppo, ha un forte sviluppo verticale e non costituisce un dipinto a sé stante, è la probabile raffigurazione centrale di un trittico del quale non si esclude che gli scomparti laterali coincidano con le tavole del medesimo autore raffiguranti “I Santi Paolo, Pietro, Giacomo e Andrea e diciotto angeli” conservate a Cambridge.

L’opera proviene dalla chiesa S. Francesco ad alto, il più antico insediamento francescano di Ancona trasformato in presidio militare dopo l'Unità d'Italia, su cui tuttavia restano da compiere adeguati approfondimenti. È annoverata tra le opere che costituiscono il nucleo storico della pinacoteca, istituita nel 1884, nella quale è sempre stata esposta, fatto salvo un breve periodo intorno al 1930 in cui fu temporaneamente spostata nella chiesa di S. Maria della Piazza.

L'artista elaborò quest'opera, di gusto pienamente ascrivibile al Gotico fiorito, nel quarto decennio del Quattrocento e dunque nel pieno della propria maturità espressiva. La narrazione, molto complessa e ricca di elementi decorativi, si svolge in un edificio religioso del quale sono rappresentati al contempo l'esterno e l'interno. Quest'ultimo è a pianta longitudinale suddivisa in tre navate, sorrette da volte a crociera, a loro volta attraversate da un transetto che si può identificare nella spazialità affollata da numerose colonnine e variegati capitelli. La scena della Circoncisione si staglia solennemente all'interno dell'arcata principale che inquadra gli astanti e soprattutto il Bambino. Oltre alla presenza dei sacerdoti, si scorge in tralice San Giuseppe, connotato dall'aura, che osserva in religioso silenzio l'azione. Questi prende parte anche al momento successivo, che si inserisce all'imbocco della navata destra, nel quale Gesù appena circonciso è riconsegnata in braccio ad una confidente figura femminile, di certo non identificabile con la Vergine perché senza nimbo. La stessa donna è ravvisabile all'inizio della narrazione, quando sulla sinistra è in atto di consegnare ad un astante il Bambino. La composizione è particolarmente fiammeggiante di cornici, pinnacoli, mensoloni e statue, mentre l'altare su cui è compiuta la circoncisione, sorretto da esili colonnine tortili, sembra osservare un gusto più arcaico, allo stesso modo delle presunte tavole laterali data la rigidità dei volumi delle sagome e dei panneggi.

La Circoncisione trova un’adeguata valorizzazione nella Pinacoteca in una sala completamente dedicata all'autore accanto ad altre tre opere capitali, nell'ambito di un percorso espositivo cronologico che ha inizio proprio dal basso Medioevo.

Carlo Crivelli

Madonna col Bambino, 1480

La Madonna col Bambino è un piccolo gioiello dell’arte prodotto da Carlo Crivelli nel corso di una lunga permanenza in terra marchigiana, dopo aver lasciato la città d'origine, Venezia, e Zara.

In un discreto torno di tempo, misurabile dall'esordio in terra marchigiana con il polittico di Massa Fermana del 1468, fino alla morte nel 1495, nel Quattrocento Crivelli divenne protagonista di una lunga stagione artistica a buon diritto definibile “crivellesca”, caratterizzata da una visione aggiornata della forma pur facendo ricorso ad una sintassi tardo medievale nonché al larghissimo impiego di ornati. La preziosa tavoletta proviene dalla chiesa di S. Francesco ad alto, il più significativo insediamento francescano in città, nella quale è stata rinvenuta in modo fortuito all'interno di un armadio di sacrestia.

La Madonna, rappresentata a mezza figura, indossa un manto dipinto con vere foglie d’oro e decorato con perle e rubini, in atto di sporgersi oltre una balaustra lapidea su cui si trova la firma dell'artista e sta appoggiato un libriccino, che aperto e spaginato rappresenta una citazione puntuale di quello del Beato Gabriele. Il Bambino è teneramente tenuto in grembo. Un drappo, illusoriamente appeso alla cornice, isola le due figure centrali, facendo intravedere ai lati due brani di paesaggio in cui si innalzano torri simili a minareti. Il dipinto è ricco di dettagli e simboli cristiani, come il cardellino tenuto da un filo dal Bambino che ricorda la Passione, la noce aperta poggiata sulla mano destra che è un’allegoria dell’incarnazione del figlio nel ventre di Maria, le mele del festone che alludono al peccato originale e il cetriolo riferibile alla Resurrezione.

Il retro-originale della tavola è dipinto in finto porfido.

Giovan Francesco Guerrieri, detto Guercino

Immacolata Concezione, 1656

La grande pala dell’Immacolata fu commissionata al Guercino per la sua residenza in Ancona dal nobile Carlo Antonio Camerata, appartenente a una nobile famiglia di origine bergamasche, che già dalla prima metà del XVII secolo era stata aggregata alla nobiltà dorica.

Facente parte di un’importante donazione che Luigi Rocchi Camerata fece al Comune di Ancona nel 1906, l’opera del Guercino si presenta nella sua bellezza al di fuori del tempo, molto alleggerita dei simboli che ne hanno caratterizzato l'iconografia tridentina, dei quali resta la mezzaluna calpestata sul nimbo. Si tratta di un’immagine realistica e al contempo simbolica, che si inscrive in un momento storico che ha superato le indicazioni della Controriforma e che risponde a necessità prettamente devozionali. Conforme alla tradizione classica è invece la figura del Creatore, calvo, barbuto, illuminato da sinistra, perfettamente tratta dall’Apocalisse di Giovanni. La falce di luna sotto i piedi della Vergine ne rinsalda la flessuosa postura, sottolineata dal capo reclinato verso destra, quasi a descrivere una curva che nell’insieme sottrae la composizione alla staticità del santino devozionale. Alla luce netta dei soggetti rappresentati si contrappone la luce modulata sul paesaggio, invenzione felicissima che è anche un omaggio alla città di Ancona attraverso la raffigurazione del mare. In questo dipinto torna il leitmotiv della torre, elemento architettonico ricorrente nel fraseggio dell'artista, che forse è un retaggio, una memoria del proprio vissuto.

L'esplicito riferimento all'iconografia spagnola è ascrivibile al contatto tra Guercino e Velazquez che si recò a Cento nel 1629, nell'ambito di un primo viaggio di studio in Italia sulle ricerche più avanzate d’Europa. Comprendere quali motivi avessero determinato il desiderio del giovane pittore del Re di Spagna di rendere visita al Guercino nella sua bottega, raggiungendolo nella sua città, consente di capire la portata dell’artista nello scenario dell’arte europea.

Lorenzo Lotto

La Vergine con il Bambino incoronata da angeli e i santi Stefano, Giovanni Evangelista, Simone Zelota e Lorenzo (Sacra conversazione, Pala dell’Alabarda), 1539 circa

Capolavoro della maturità di Lorenzo Lotto, il dipinto viene commissionato il 1° agosto 1538 nella chiesa di Sant’Agostino di Ancona da Simone di Giovannino Pizoni, cittadino anconetano. Quest’ultimo è in rapporti di parentela con Giovanni Maria Pizoni, protonotario apostolico del centro dorico per il quale, nello stesso anno, Lotto esegue un intenso ritratto (collezione Koelliker), commissionato il 1° novembre 1538 e rifiutato dal cliente a causa del prezzo troppo elevato. Il contratto per il dipinto di sant’Agostino, destinato all’altare laterale di patronato della famiglia Pizoni, ne definisce nei dettagli l’iconografia, che dovrà includere un san Simone Zelota e un san Giovanni Evangelista, omaggio al nome del committente e di suo padre, e i santi Stefano e Lorenzo, molto venerati nella città di Ancona. La tela principale è completata da una cimasa, una perduta predella raffigurante il Corteo di sant’Orsola e le undicimila vergini, e due stemmi della famiglia Pizoni, per la somma complessiva corrisposta al pittore di 80 scudi. Gli insistiti riferimenti alla violenza fisica (il martirio delle undicimila vergini, il gesto stanco con cui san Simone si appoggia all’enorme alabarda capovolta, possibile simbolo di cessata ostilità) sono stati ricollegati dalla critica ai maltrattamenti e soprusi affrontati nell’autunno del 1532, con la conquista militare della città operata da papa Clemente VII e del suo crudele emissario, il cardinale Benedetto Accolti. Se così fosse, l’opera andrebbe interpretata in quel clima di rivalsa dell’orgoglio civico che, negli stessi anni, porta il ricco proprietario terriero Angelo Ferretti ad affidare ad artisti di grido come Antonio da Sangallo e Pellegrino Tibaldi l’edificazione di un nuovo, grande palazzo, “per dar speranza, e far bon animo alli suoi [concittadini] Anconitani” (Baroni 2024, pp. 22-23). La pala fa parte di un gruppo di dipinti eseguiti da Lotto durante il suo secondo soggiorno nelle Marche, negli anni 1534-1539. Dopo l’esecuzione, l’opera attraversa complesse vicende patrimoniali e conservative, sciolte solo in anni recenti nella restituzione del suo assetto originale. Vista da Vasari, nel 1568, nella chiesa di Sant’Agostino (“una tavola posta a mezzo davanti all’altare maggiore”), rimane in questa sede fino alla metà del Settecento. In seguito al rifacimento della chiesa, operato da Luigi Vanvitelli tra il 1750 e il 1764, viene incamerata tra i beni della nobile famiglia Ferretti del ramo di san Domenico, nel cui palazzo la vede il poligrafo Marcello Oretti nel 1777. Dal 1884 passa nell’appena fondata Pinacoteca Comunale di Ancona, allestita nella chiesa di San Domenico. I restauri operati in occasione della mostra veneziana su Lotto del 1953 permettono di recuperare le misure corrette del dipinto, allungato nel registro superiore e ristretto sui lati; nel 2005, il ritrovamento della predella, raffigurante lo Spirito Santo e una gloria d’angeli, permette di ricostituire l’unità visiva dell’opera.

 Fonte   Zètema Progetto Cultura


 

 

Dal 22 febbraio al 29 giugno 2025, Palazzo Roverella a Rovigo ospiterà una mostra senza precedenti dedicata a Vilhelm Hammershøi, il più grande pittore danese tra Ottocento e Novecento. Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e curata da Paolo Bolpagni, questa retrospettiva rappresenta la prima esposizione italiana dedicata al maestro, nonché l'unica di livello internazionale prevista per il 2025.  

Un pittore riscoperto e celebrato

 
Dopo essere stato a lungo dimenticato, Hammershøi è oggi uno degli artisti più richiesti al mondo, con le sue opere contese da musei e collezionisti internazionali. Le quotazioni delle sue tele hanno subito un’impennata straordinaria, riflettendo il crescente interesse per un pittore capace di catturare il silenzio, la solitudine e un senso di introspezione unico.  

La mostra rodigina si distingue non solo per l’ampia selezione di capolavori di Hammershøi, ma anche per il confronto con opere di altri grandi artisti dell’epoca, provenienti da Paesi come Italia, Scandinavia, Francia e Belgio. Questo dialogo artistico getterà luce su una poetica condivisa, fatta di vedute cittadine deserte, interni enigmatici e “paesaggi dell’anima”.  

Il mistero e la profondità di Hammershøi 


Le opere di Hammershøi, all’apparenza serene e ordinate, celano un’inquietudine sottile e profonda. Le sue figure femminili, spesso ritratte di spalle, sembrano custodire segreti, mentre gli interni domestici evocano un senso di attesa drammatica, quasi claustrofobica.  

Questa tensione si riflette anche nella biografia dell’artista: nonostante i suoi viaggi in Italia, Inghilterra e Paesi Bassi, Hammershøi visse una vita profondamente solitaria. Il suo rapporto simbiotico con la madre e la tragica vicenda della moglie Ida Ilsted, affetta da gravi disturbi mentali, gettano un’ombra sulla sua produzione artistica, definita da alcuni critici “nevrastenica”. Non sorprende, quindi, che il grande regista Carl Theodor Dreyer si sia ispirato al suo stile per il cinema.  

Un’occasione imperdibile

  
La mostra di Palazzo Roverella offrirà l’opportunità di immergersi nell’universo di Hammershøi, scoprendo non solo la bellezza della sua pittura, ma anche la complessità psicologica e culturale che la permea. Un evento unico, che si preannuncia come un viaggio nell’arte e nell’anima di un genio enigmatico.  
Prepariamoci a vivere un’esperienza che, tra silenzi evocativi e ombre di inquietudine, rimarrà impressa nella memoria di chiunque vi prenderà parte.

 

 

 

 

Francesco Cassanelli, pittore artista contemporaneo, ha recentemente esposto le sue opere nel levante ligure e, attualmente, è in svolgimento la sua mostra “A modo mio” presso il ristorante Pesce Balla di Sestri Levante, in provincia di Genova, fino al 7 gennaio 2025.

Il pittore ci fa sapere che: “Sono originario di Bisceglie, cittadina pugliese a nord di Bari, ho frequentato l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti a Bari specializzandomi nella sezione della pittura. Successivamente ho insegnato Arte di Decorazione Pittorica e Scenografica preso il Liceo Artistico “Luzzati”, ex Istituto Statale d’Arte, di Chiavari, in provincia di Genova, città in cui risiedo abitualmente. Già da studente dipingevo paesaggi pugliesi e poi, quando mi sono trasferito a Chiavari, ho iniziato a ritrarre quelli liguri. Ho insegnato all’Istituto artistico chiavarese per quasi quarant’anni e ho svolto un considerevole numero di mostre personali sia in Italia sia in Germania e ho partecipato a parecchie importanti manifestazioni artistiche collettive sia in ambito nazionale che internazionale dove ho ottenuto prestigiosi riconoscimenti. Negli anni ho continuato a dipingere paesaggi iniziando la mia ricerca personale con varianti per giungere fino alla realizzazione della forma conica. Ritengo che in ogni persona esista una dualità di elementi positivi e negativi e, nelle mie opere, elimino la parte negativa per evidenziare e mettere in risalto quella positiva: nei miei quadri amo trasmettere un messaggio di tranquillità e serenità anche tramite l’utilizzo di colori solari. Ora che sono in pensione riesco a dedicare ancora più tempo di prima alla mia passione dell’arte e della pittura; ritengo inoltre che le mie opere, a livello qualitativo, siano migliorate proprio per il fatto di avere una maggiore disponibilità temporale che mi permette una migliore concentrazione.

I tempi di esecuzione dei miei quadri dipendono dall’immagine che devo riproporre e, uno dei più impegnativi, è stato quello della Piazza delle Carrozze di Chiavari che ha richiesto circa tre mesi per la realizzazione completa in quanto i particolari, tra cui il disegno delle finestre, richiedono tantissimo tempo e impegno. La pittura ad olio, per asciugare, impiega quasi sei-sette giorni, è una tecnica con cui bisogna lavorare con calma e pazienza, mentre la pittura con l’acrilico è più difficile perché asciuga più velocemente e bisogna anche stare attenti alla tonalità dei colori perché, una volta asciutti, cambiano rispetto a quando sono bagnati. Ho lavorato anche con la tecnica dell’acquarello, con le incisioni e con la serigrafia. La mia arte si è evoluta con la ricerca di forme iconiche e simboliche che giocano in ambienti vuoti con la strutturazione di diverse situazioni. Nei miei quadri ho raffigurato le nuove energie con le prime pale eoliche e solari che si ricollegano a importanti tematiche di valorizzazione e difesa ambientale tramite lo sviluppo sostenibile. Durante il periodo del Covid, quando eravamo costretti a stare chiusi in casa, ho realizzato una serie di quadri con sfondi di ambienti interni recanti una parvenza surreale e metafisica che è la mia impronta stilistica. La mia ricerca artistica personale è proseguita dopo il periodo del Coronavirus enfatizzando maggiormente le “forme pensiero” positive che evidenzio tramite il formato fumetto con cuoricini, stelline, fiori e questo fatto ha rappresentato per me una novità artistica. Le mie ultime opere sono sfondi in ambienti aperti su prati verdi e rappresentano la primavera, ritraendo i pescatori che pescano in mezzo ai fiori, mentre il quadro dell’estate ripropone papaveri rossi all’aria aperta. Utilizzo colori molto solari per trasmettere un messaggio di pace e serenità di cui abbiamo tutti bisogno in particolare nella nostra attuale epoca storica ”.

L'arte del pittore finlandese Akseli Gallen-Kallela è stata plasmata da un dialogo durato una vita tra fonti di ispirazione finlandesi e transnazionali. La mostra nell'Orangerie dello splendido Belvedere a Vienna invita i visitatori a esplorare le affascinanti interazioni della sua arte, mentre era impegnato con la terra e la gente della sua natia Finlandia, l'epopea nazionale finlandese Kalevala, l'idea del Gesamtkunstwerk (opera d'arte totale) e il paesaggio nordico. Inoltre, la dimensione internazionale della sua arte è messa in mostra puntando i riflettori sui contributi di Gallen-Kallela alle mostre della Secessione viennese del 1901/02 e del 1904.

Per la direttrice Stella Rollig “Akseli Gallen-Kallela faceva parte della rete internazionale della Secessione viennese e la sua opera era ammirata dall'avanguardia di "Vienna 1900". Questa mostra rappresenta una riscoperta approfondita dell'artista finlandese più famoso di oggi nella città dei suoi primi trionfi. Akseli Gallen-Kallela è stato uno degli artisti più importanti del modernismo nordico del periodo intorno al 1900. L'artista si muoveva tra mondi contrastanti, dalle foreste innevate e i vasti laghi della sua Finlandia natia a città frenetiche come Parigi, Londra, Berlino e Vienna. Trovava i suoi soggetti principalmente nella natura, nella gente e nei miti della Finlandia. Così facendo, rispondeva ad un bisogno interiore ed ad una tendenza internazionale che derivava da movimenti tra realismo artistico e indipendenza politica, trovando espressione nel naturalismo, nel simbolismo e nel romanticismo nazionale. La Finlandia, un granducato autonomo sotto il dominio russo dal 1809 al 1917, stava anche lottando per la propria sovranità in quel periodo ed il desiderio della popolazione finlandese di completa indipendenza politica trovò espressione nell'arte. Attraverso i suoi dipinti, stampe e progetti per mobili e tessuti, Gallen-Kallela creò un'immagine visiva della Finlandia.

Per la curatrice Arnika Groenewald-Schmidt “l'arte di Gallen-Kallela ha avuto un ruolo significativo nella formazione di una nuova identità finlandese nel periodo intorno al 1900. Ma le sue opere sono anche espressione di mondi interiori e affrontano temi universali come l'amore e la morte, argomenti che hanno commosso gli artisti indipendentemente dai confini nazionali. Esaminando le sue principali fonti di ispirazione (motivi finlandesi, opere d'arte transmediali, scambi internazionali), la mostra richiama l'attenzione su questo carattere poliedrico della sua arte”.

Questa mostra presenta circa sessanta opere, tra cui molti dei capolavori di Gallen-Kallela; quattordici dei dipinti in mostra erano stati esposti a cavallo del Novecento a Vienna e avevano incontrato il plauso popolare. L'incontro culturale dell'artista con Vienna fornisce sia l'occasione che il focus cronologico della mostra, stata organizzata in collaborazione con il museo d’arte Ateneum, la Galleria nazionale finlandese ad Helsinki.

L’artista, nato a Pori nel 1865 e morto ad Helsinki nel 1931, viaggiò in vari paesi europei ed extraeuropei; lo troviamo anche in Italia, a Firenze, nel 1898, nel 1904 ed una selezione di circa 60 sue opere furono presentate alla Biennale di Venezia nel 1914. I suoi viaggi in Italia ebbero un impatto significativo sulla sua produzione artistica. L'Italia, culla dell'arte e della cultura occidentale, era considerata una tappa fondamentale per la formazione di ogni artista. Gallen-Kallela, come molti suoi contemporanei, desiderava studiare da vicino i capolavori del passato e immergersi nell'atmosfera artistica italiana ed era particolarmente interessato al Rinascimento e al Primitivismo. L'Italia gli offriva l'opportunità di studiare direttamente le opere di questi movimenti e di trarne ispirazione per il suo lavoro. Inoltre era alla ricerca di un confronto con altri artisti e di un riconoscimento internazionale. L'Italia, con le sue numerose accademie e le sue vivaci scene artistiche, rappresentava un luogo ideale per stabilire contatti e far conoscere la sua arte.

Dedicò molto tempo a visitare i principali musei e le chiese italiane, ammirando le opere dei grandi maestri del passato e si dedicò a studi approfonditi sui maestri del Rinascimento e del Primitivismo, cercando di comprenderne le tecniche e le modalità espressive.   Durante i suoi viaggi in Italia, Gallen-Kallela realizzò numerosi dipinti, ispirati ai paesaggi italiani e alle opere d'arte che aveva ammirato. Partecipò a diverse mostre in Italia, presentando le sue opere al pubblico italiano e ricevendo critiche positive, intrattenendo una vasta corrispondenza con altri artisti e intellettuali italiani, instaurando importanti relazioni professionali.

I viaggi in Italia ebbero un profondo impatto sulla produzione artistica di Gallen-Kallela. L'artista finlandese assimilò le influenze italiane, arricchendo il suo stile con nuovi elementi formali e tematici. In particolare, si nota un'evoluzione verso una maggiore semplificazione delle forme e un uso più deciso del colore, ispirati all'arte primitiva.

Le tante artiste che dal XVI al XIX secolo hanno fatto di Roma il loro luogo di studio e di lavoro con una produzione ricca, variegata e di assoluto rilievo artistico, spesso relegate a una sorta di “silenzio” storiografico, sono al centro della mostra “Roma Pittrice. Artiste al lavoro tra XVI e XVIII secolo”, ospitata al Museo di Roma a Palazzo Braschi dal 25 ottobre 2024 al 23 marzo 2025.

L’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è curata da Ilaria Miarelli Mariani (Direttrice della Direzione Musei Civici Sovrintendenza Capitolina) e Raffaella Morselli (Professoressa ordinaria Sapienza Università di Roma), con la collaborazione di Ilaria Arcangeli (Ph.D Università di Chieti Gabriele D'Annunzio). Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Catalogo Officina Libraria.

Il progetto espositivo propone circa 130 opere, eseguite da cinquantasei diverse artiste, attive in città stabilmente o per periodi più o meno lunghi, partendo inizialmente dalle collezioni dei Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina (di cui si espongono circa cinquanta opere provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna, dal Museo Napoleonico, dalla Pinacoteca dei Musei Capitolini e, soprattutto, dallo stesso Museo di Roma), per poi collegarsi a quelle di molti altri musei e collezioni nazionali e internazionali, tra cui Accademia di San Luca (Roma), Accademia di Brera (Milano), Gallerie degli Uffizi (Firenze), Pilotta di Parma, Musei Reali di Torino, National Portrait Gallery (Londra) e il Museo Thorvaldsen (Copenaghen).

Di queste artiste si vogliono ricostruire vicende professionali e biografiche, spesso ignote a causa della mancanza di documentazione o perché le loro opere erano state attribuite ai lavori di maestri e familiari uomini. Maria Felice Tibaldi Subleyras, Angelika Kaufmann, Laura Piranesi, Marianna Candidi Dionigi, Louise Seidler ed Emma Gaggiotti, le cui opere erano per la maggior parte conservate nei depositi, e altre artiste attive in città, dalle notissime Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi e Giovanna Garzoni, a quelle meno conosciute come Giustiniana Guidotti, Ida Botti o Amalia De Angelis e molte altre, il cui catalogo si sta ricostruendo in questi ultimi decenni di ricerca.

Il percorso, cronologico e tematico, descrive il progressivo inserimento di queste pittrici nel mercato internazionale, e il faticoso conseguimento del pieno accesso alla formazione e alle più importanti istituzioni della città, quali l’Accademia di San Luca e l’Accademia dei Virtuosi al Pantheon.

In questo processo di affermazione, Roma si conferma quale luogo primario di apprendistato. La città non è unicamente intesa come luogo di pratica, formazione e mercato, ma diventa anche personificazione delle tante artiste che, per nascita o scelta, vi hanno lavorato, contribuendo al consolidarsi della sua fama di luogo cruciale per lo sviluppo delle carriere creative attraverso l’età moderna. Il titolo della mostra rimanda alla storiografia sei-settecentesca (a partire dalla Felsina pittrice di Malvasia dedicata a Bologna nel 1678), in un momento in cui le varie scuole pittoriche d’Italia cercano di rivendicare la loro autonomia rispetto all’egemonia fiorentina. Allo stesso modo le artiste, da sempre trascurate dagli studi, rivendicano in mostra la loro presenza nella Roma Capitale delle Arti tra XVI e XIX secolo. 

Spetta all’enigmatica artista ritratta da Pietro Paolini nei primi decenni del XVII secolo accogliere il visitatore all’ingresso del percorso espositivo. Dall’identità sinora ignota, la giovane pittrice di nature morte guarda intensamente verso lo spettatore mostrando con orgoglio gli strumenti del mestiere.

La prima sala è dedicata alla bolognese Lavinia Fontana, di cui si alternano opere inedite o mai esposte prima, tra cui il primo autoritratto su rame. E, a seguire, occhi puntati su Artemisia Gentileschi, ripercorrendo con tre opere le tappe della sua brillante carriera: della seconda fase romana il dipinto Cleopatra, esemplato sulla statuaria classica, ma drammatico, sensuale, maturo nella resa della nudità; del decennio successivo L’Aurora, opera dall’iconografia inedita; infine, del periodo napoletano Giuditta e la serva con la testa di Oloferne, riproposizione con toni più tenebrosi di un dipinto del padre Orazio.

Importante è la presenza di Giustiniana Guidotti, con l’unica opera sinora nota, che si espone qui per la prima volta. Guidotti vi lascia la firma, strumento di cui le artiste disponevano per rendersi visibili al pubblico.

Sostando ancora nel Seicento una sala è interamente dedicata alla natura morta in cui eccellono Laura Bernasconi e Anna Stanchi. Prestito eccezionale dall’Accademia di San Luca un prezioso album con minuziose miniature di piante, frutti, fiori e animali dell’ascolana Giovanna Garzoni.

Si chiude la sezione dedicata ai secoli XVI e XVII con altre due sale, una riservata a un altro genere molto praticato dalle pittrici, il ritratto, tra cui di particolare interesse è l’unica opera oggi nota di Claudia Del Bufalo che raffigura la sorella Faustina nel suo abito nunziale. Segue un focus sulla grafica, la miniatura e un piccolo affondo sulla famosa architettrice Plautilla Bricci, con alcuni prospetti ottocenteschi del suo progetto più rappresentativo, la Villa del Vascello.

Attraverso cinque dipinti viene illustrato il percorso artistico di Angelika Kauffmann, pittrice internazionale che si stabilisce a Roma, dove la sua casa-atelier diventa un luogo di incontro per tanti intellettuali.

Ampio spazio, poi, all’incisora Laura Piranesi e altre pittrici che, con il loro operato, consolidano la presenza nelle accademie e il successo nel mercato dell'arte, tra cui Élisabeth Vigée, Caterina Cherubini e Maria Felice Tibaldi.

Il racconto attraverso il XIX secolo si snoda con i tanti volti di artiste, autoritratte o raffigurate da altri, ma anche cantanti, attrici, salonnière riprese in iconiche immagini che restituiscono la forza e la determinazione di tutte le donne che hanno contribuito ai tanti cambiamenti della società. Di Emma Gaggiotti si espone per la prima volta il Ritratto di famiglia, oltre alla Venere degli Uffizi e la Sacra Famiglia dei Vaticani, entrambe opere conservate nei depositi e appena restaurate. Mentre l’Autoritratto degli Uffizi ha trovato posto solo recentemente nelle sale degli autoritratti del museo (2023).

Il percorso di visita si conclude con le ultime tre sale, articolate per temi: soggetti religiosi e di storia, ritratto, e infine paesaggio e natura morta. Nella Roma del XIX secolo le artiste godono di maggiori libertà che in passato: rispetto ai secoli precedenti le donne, che si dedicano all’arte, crescono di numero e in molti casi si tratta di figure ancora del tutto da scoprire. Come, ad esempio, Erminia De Sanctis e Virginia Barlocci, di cui si conservano vari lavori nelle collezioni capitoline, ma che riemergono anche dal mercato antiquario e costituiscono un’assoluta novità espositiva.

Chiude infine la mostra una mappa, sia esposta che stampata in un agile depliant, per continuare la visita in città, con le indicazioni di tutte le opere di artiste esposte in luoghi pubblici e accessibili.

A corredo della mostra anche un ciclo di incontri aperti al pubblico dove verranno toccati altri ambiti disciplinari in cui la presenza delle donne è stata rilevante e ha lasciato il segno nel tempo. Saranno presenti ospiti internazionali, studiosi rinomati nel campo dei gender studies e non solo.

Con la mostra “Roma Pittrice. Artiste al lavoro tra XVI e XVIII secolo” si rinnova l’impegno della Sovrintendenza Capitolina nel rendere accessibili le esposizioni temporanee. La mostra è infatti progettata per essere fruibile dal più ampio pubblico possibile: è prevista infatti la possibilità di ascolto di approfondimenti audio e di fruizione tattile di alcune opere in originale e in riproduzione. Sono inoltre in programma appuntamenti guidati accessibili a persone con disabilità visiva e uditiva.

 

Fonte Zetema

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