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Venerdì, 15 Maggio 2026

Cento opere in prestito dai più importanti musei del mondo per la prima mostra dedicata alle sorprendenti connessioni culturali nella Roma del Seicento, nodo di sinergie artistiche come nessun’altra capitale del mondo di allora. Capolavori di Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona ed altri maestri del Barocco affiancati da preziosi manufatti delle più remote provenienze consentono di evidenziare – nell’anno del Giubileo universale cattolico - la dimensione multiforme e al contempo interconnessa della cultura seicentesca a Roma, avvezza più di ogni altra al confronto con mondi diversi e lontani. Le ragioni della mostra trovano la loro sintesi più evidente nel capolavoro esposto in apertura del percorso espositivo, il busto in marmi policromi di Antonio Manuel Ne Vunda (1608), ambasciatore del Regno del Congo, eccezionalmente concesso in prestito dalla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore su espressa volontà del Santo Padre.
Le Scuderie del Quirinale presentano “BAROCCO GLOBALE. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini”, un nuovo progetto espositivo e una grande produzione internazionale, dal 4 aprile al 13 luglio, a cura di Francesca Cappelletti (Direttrice generale della Galleria Borghese e professore ordinario di Storia dell’Arte all’Università di Ferrara) e Francesco Freddolini (professore associato di Storia dell’arte presso ‘Sapienza’ Università di Roma). Fondata sull’autorevolezza di un rigoroso impianto scientifico- storiografico che tiene conto dei progressi nel settore dei global studies, la mostra è organizzata da Scuderie del Quirinale e Galleria Borghese con la collaborazione  istituzionale di ViVE Vittoriano e Palazzo Venezia e Gallerie Nazionali d’Arte antica Barberini Corsini, con la partecipazione straordinaria della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Attraverso una sorprendente selezione di capolavori di pittura e scultura eseguiti dai grandi maestri del Barocco (Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona, Lavinia Fontana, Nicolas Cordier, Pier
Francesco Mola ed altri) affiancati da disegni, incisioni, arazzi, parati sacri e altri preziosi manufatti di provenienza europea e non europea, la mostra racconta per immagini l’impatto che vocazione universale e cosmopolita della città dei Papi ha avuto sulle Arti nel corso del Seicento, a partire dal grande disegno diplomatico di Paolo V Borghese che mise Roma al centro di una complessa rete di relazioni globali.
Il titolo della mostra fa riferimento al rapporto tra la Roma seicentesca, intesa come centro-cardine del canone artistico occidentale, e gli universi culturali esterni ed estranei a quel canone; un rapporto generato dalla determinazione delle politiche pontificie a fomentare in chiave transculturale le relazioni diplomatiche con mondi lontani e diversi.“Roma è l’unico luogo dove qualunque forestiero si sente a casa”, scrisse nel 1581 Michel de Montaigne nel suo Viaggio in Italia. Sebbene il grande filosofo francese avesse in mente un cosmopolitismo riferito ad una dimensione europea, questa mostra riflette il senso della sua affermazione ripercorrendo una storia che lega la città ad un contesto globale più ampio, dalle Americhe, all’Africa e all’Asia. Una Roma, in altre parole, vista come snodo cruciale di una complessa rete di rapporti che abbracciavano l’intero mondo allora conosciuto.
Il sottotitolo dato alla mostra - Il mondo a Roma nel secolo di Bernini – trova la sua compiuta e simbolica rappresentazione in apertura della mostra con lo scenografico allestimento di un eccezionale capolavoro del maestro scultore Francesco Caporale, capofila della scultura policroma protobarocca a Roma: il busto in marmi colorati di Antonio Manuel Ne Vunda, ambasciatore del Regno del Congo (1608), primo diplomatico africano a raggiungere la Santa Sede e primo uomo di origine africana tributato dell’onore di un monumento funebre in un luogo sacro, pari per prestigio e dignità a quelli dell’aristocrazia locale.
Custodito nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, il busto è stato eccezionalmente concesso in prestito nell’anno del Giubileo su espressa volontà del Santo Padre Francesco e viene presentato a seguito del delicato intervento di restauro realizzato per l’occasione coi fondi di Ales SpA sotto la sovrintendenza della Direzione dei Musei e dei Beni Culturali del Governatorato della Città del Vaticano.
Per la prima volta sarà dunque possibile ammirare la bellezza di questo straordinario manufatto in circostanze di fruizione ottimali e in dialogo con altre opere capaci di esaltarne la portata estetica, storica e simbolica. Davanti al ritratto sembrano, infatti, riemergere le ultime ore della vita del giovane africano dell’antico Regno del Congo, conclusasi alla vigilia della festa dell’Epifania del 1608 nel palazzo papale in Vaticano dopo un lungo e travagliato viaggio. Il suo arrivo a Roma fu interpretato dai contemporanei come una rievocazione della visita del Re Magio di pelle scura, Balthazar. La sua missione diplomatica fu celebrata in quanto simbolo della vitalità della Chiesa, capace di estendere il Vangelo ai più lontani popoli nel segno del dialogo e dell’apertura.
Come sottolineato dall’Arciprete coadiutore della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, il Cardinale Rolandas Makrickas, “il gesto del Santo Padre Francesco omaggia non solo lo storico legame tra la Santa Sede e l’Africa, ma anche l’iniziativa stessa della mostra nel prestigioso contesto delle Scuderie del Quirinale, centro nevralgico del panorama culturale della Capitale.”
Il percorso della mostra L’apertura scenografica sul busto di Manuel Ne Vunda conduce alla prima sezione della mostra “L’Africa, l’Egitto, l’Antico”, concepita come focus specifico sul continente africano nelle varie accezioni culturali con cui venne interpretato ed evocato durante il XVII secolo, dall’interesse verso la sua dimensione etnografica sub-sahariana, reso evidente dall’introduzione frequente nella pittura e scultura di genere di figure di pelle scura (Valentin de Boulogne, Allegra compagnia con cartomante, 1631, dalle collezioni principesche del Lichtenstein; Nicolas Cordier, Giovane africano, 1607-12, dal Musée du Louvre) fino all’evocazione mitizzata dell’antico Egitto, un luogo e una civiltà remoti ove immaginare storie come “Cesare che rimette Cleopatra sul trono” (circa 1637), capolavoro di Pietro da Cortona prestato alla mostra dal Musée des Beaux-Arts di Lione.La sezione successiva si concentra sulla figura chiave di Gian Lorenzo Bernini e sulla commissione della Fontana dei Fiumi a piazza Navona, il più celebre soggetto ‘globale’ di tutta l’iconografia barocca, esponendone tra gli altri anche il monumentale bozzetto (modello di presentazione in terracotta, legno intagliato, ardesia, oro e argento, 1647-50, proveniente dalla collezione Forti Bernini – Eredi Bernini).
Viene qui messo in evidenza come la figura corrispondente al Rio della Plata, personificazione allegorica del continente africano, mostri nella versione finale dell’opera tratti somatici inconfondibilmente africani subsahariani, essendo invece stata originariamente concepita da Bernini secondo l’iconografia tradizionale degli indigeni del Nuovo Mondo. Ciò a dimostrazione di una precoce consapevolezza da parte dell’artista della diffusione nelle Americhe di popolazioni deportate dall’Africa.
La sezione seguente, “La Chiesa e il Mondo”, esplora il contributo che gli ordini religiosi e in generale l’attività missionaria ha dato nella tessitura di rapporti transculturali centrati su Roma. Sono qui presentati il suggestivo Ritratto di Nicolas Trigault (1617 circa), celebre missionario gesuita seguace di Matteo Ricci, effigiato in abiti cinesi nell’atelier di Rubens e conservato a Douai, Musée de la Chartreuse; la pala d’altare del Collegio de Propaganda Fide dipinta da Giacinto Gimignani raffigurante l’Adorazione dei Magi (1634-35), tema considerato simbolico della riconciliazione dei popoli sulla Terra; altre rappresentazioni che documentano la circolazione globale di immagini sacre, come le copie della Salus Populi Romani (la più antica e celebre icona sacra presente a Roma, in Santa Maria Maggiore) realizzate in Cina da artisti cinesi, e della Santa Cecilia di Carlo Maderno realizzata dall’artista indiana Nini, attiva alla corte Mughal (ca. 1610).
La sezione successiva “Roma e la diplomazia globale” declina il tema delle ambascerie in relazione alla specificità di Roma come centro della Chiesa cattolica e si concentra soprattutto sui rapporti con culture islamiche, dalla Persia, all’Impero Ottomano, fino a spingersi alle relazioni con le comunità cristiane nel Giappone di primo Seicento. Accoglie il visitatore l’impressionante ritratto di Ali-qoli Beg, ambasciatore persiano a Roma nel 1609, effigiato dalla pittrice Lavia Fontana – capolavoro solo recentemente riscoperto e mai presentato al pubblico prima d’ora. La già sottolineata propensione della città ad accogliere stranieri è ripresa dalla presentazione di un progetto per l’apparato iconografico del catafalco di Sitti Maani, moglie persiana del viaggiatore romano Pietro della Valle alla quale fu dedicato un funerale solenne nel 1627 in Santa Maria in Aracoeli in modo non dissimile da Antonio Manuel Ne Vunda che, non dobbiamo dimenticarlo, fu ambasciatore e quindi rientra a pieno diritto anche nella storia delineata in questa sezione.
Nella sezione “Collezionare il Mondo” troviamo oggetti provenienti da mondi lontani. La presenza di questi oggetti nel contesto della Curia papale a partire dal primo Cinquecento mostra quanto lunga e sedimentata fosse la storia di un collezionismo dagli interessi globali che crebbe nel secolo successivo e che si intrecciò con gli studi di antiquaria. Sono esposti in questa sala anche alcuni straordinari parati liturgici in piume di manifattura centro-americana, tra cui la preziosissima Mitra appartenuta a San Carlo Borromeo e donatagli da Papa Pio IV (un prestito eccezionale da parte della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano), o i paramenti sacri provenienti dalla Chiesa di Santa Maria in Vallicella concessi in prestito dalla Confederazione delle Congregazioni dell’Oratorio di San Filippo Neri e dalla Congregazione dell’Oratorio di Roma.La sezione, “Alterità tra immaginazione e letteratura” permette di aprire la prospettiva su una dimensione immaginaria e letteraria dei rapporti transculturali definiti attraverso le arti nella Roma della prima età moderna. Il ritratto di Maria Mancini Colonna travestita da Armida, la maga musulmana della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dialoga con il Guerriero Orientale dipinto da Pier Francesco Mola (eccezionale prestito concesso dal Musée du Louvre) e con l’Andromeda di Rutilio Manetti.
Appartenuto a Scipione Borghese, questo dipinto riassume una scelta iconografica che, per definire un’idea di bellezza, forzava le circostanze del mito. Andromeda, salvata da Perseo e da questi portata in Grecia, era infatti una principessa etiope, e per questo avrebbe dovuto avere la pelle scura, come infatti scrissero i poeti, da Ovidio a Petrarca. Gli artisti, tuttavia, si immaginarono un diverso ideale di bellezza, e Manetti, come tantissimi altri, riconfigurò il mito secondo un’idea di alterità molto più facile da integrare nei canoni estetici del contesto a lui familiare.
L’ultima sezione - “Roma crocevia di culture” – è dedicata ai ritratti di Robert Shirley, il cattolico inglese Ambasciatore di Persia, e di sua moglie, Teresia Sampsonia, una donna circassa, anch’ella cattolica, sposata da Shirley in Persia. I due straordinari ritratti, dipinti da Anthony Van Dyck a Roma nel 1622 ma mai tornati in Italia prima d’ora, sono un prestito eccezionale del National Trust inglese ed una testimonianza unica di come la pittura sia stata in grado di dare forma e visibilità alle connessioni del mondo globale. Dopo aver attraversato l’Asia e l’Europa, I’Islam e il Cristianesimo, i due si legarono indissolubilmente a Roma ed il giovane Van Dyck seppe infondere nelle loro effigi quell’amore per la città che li accolse proprio in quanto crocevia di culture.
Il percorso della mostra si conclude con il dipinto Annibale che attraversa le Alpi di Nicolas Poussin (1630 circa) che narra una storia tutta romana, eppure eminentemente transnazionale. Anche quest’opera, tornata per la prima a volta nella città dove venne realizzato, va in realtà considerata come un ritratto: rappresenta infatti l’effige dell’elefante Don Diego che, nato in India, attraversò due continenti per giungere fino a Roma. Ospitato a Palazzo Venezia dove attirò folle curiose di spettatori (fu il primo esemplare di elefante ad approdare a Roma dopo più di un secolo), Don Diego divenne un vero e proprio generatore di immaginazione esotica, evocatore di terre lontane e di relazioni mediate dai commerci e dalle missioni, dando corpo ai racconti dei viaggiatori e alle lettere degli emissari. Il dipinto di Poussin, realizzato per Cassiano dal Pozzo, rappresenta un unicum nella sua produzione, condividendo più analogie con le innumerevoli immagini di animali esotici che enciclopedicamente popolavano i volumi della letteratura scientifica – preciso interesse del committente - piuttosto che con i dipinti di storia classica che il pittore francese realizzò a Roma e nell’arco di tutta la sua carriera di pittore.
“Il mondo a Roma negli affreschi al Quirinale” Per generosa iniziativa del Segretariato Generale, la Presidenza della Repubblica ha organizzato, a partire dal 4 aprile, il programma “Il mondo a Roma negli affreschi al Quirinale”, serie di visite speciali collegate alla mostra “Barocco globale” e principalmente dedicate a uno degli ambienti più importanti del Palazzo presidenziale, il Salone dei Corazzieri (già Sala Regia), dove si potrà ammirare lo straordinario ciclo di affreschi del 1616 nel quale furono immortalati – ad opera di Agostino Tassi, Giovanni Lanfranco, Carlo Saraceni ed altri - gli ambasciatori provenienti dall’Africa, Asia e Vicino ed Estremo Oriente, ricevuti a Roma da papa Paolo V nei primi anni del Seicento. Tra questi, oltre all’effigie dell’ambasciatore congolese Antonio Manuel Ne Vunda, anche quella, particolarmente approfondita dagli studi,  dell’ambasciatore nipponico Hasekura Tsunenaga che ricevuto dal papa al Quirinale solo pochi mesi prima della realizzazione degli affreschi.

Matteo Lafranconi, Direttore Scuderie del Quirinale: “Con questa mostra, interamente dedicata alla dimensione globale delle politiche pontificie nel Seicento, le Scuderie del Quirinale intendono contribuire alla programmazione culturale della città nell’anno del Giubileo, proponendo una lettura della missione universale e cosmopolita della Città Eterna in grado di valicare i compartimenti della storia e, insieme, di farsi prezioso elemento di riflessione per il presente”.
La città del Papa, delle feste sontuose e delle processioni solenni , dei palazzi e della vita isordinata degli artisti caravaggeschi, rivela una prospettiva nuova, quella di una città veramente globale in cui gli artisti guardano al mondo che si dispiega sotto i loro occhi, grazie alla continua presenza di  ambascerie straniere, dal Giappone, dalla Persia e dal Congo, all’arrivo di materiali preziosi da ogni parte del mondo. 

Francesco Freddolini, Curatore della mostra: "Le opere che abbiamo raccolto ci proiettano in una storia che attraversava confini culturali, politici, religiosi, e allo stesso tempo convergeva alla corte dei Papi. Esplorare questa storia, con gli occhi di Bernini, Van Dyck, Poussin, degli altri artisti e del loro pubblico apre uno squarcio nuovo su Roma e il mondo e sul mondo a Roma”.

Creatore di arte metafisica, Giorgio de Chirico con il suo lavoro nel campo della scenografia e il suo rapporto con la città di Roma sono al centro della mostra “De Chirico e il teatro”, inaugurata recentemente al museo Serlachius. È la prima volta che il lavoro dell'artista viene presentato in modo così esteso in Finlandia'artista italiano Giorgio de Chirico (1888–1978) è noto per aver creato il movimento dell'arte metafisica negli anni '10. I suoi dipinti raffigurano spazi e paesaggi bizzarri in cui elementi architettonici e prospettive creano un'atmosfera onirica. De Chirico è considerato uno degli innovatori più significativi della pittura del XX secolo. La mostra al Serlachius espone le scenografie e i costumi di de Chirico per l'Opera di Roma, nonché scenografie e costumi finiti. Sono inoltre presenti molti dei suoi dipinti e disegni della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, tra cui opere mai esposte prima al pubblico. La mostra è curata dall'artista Hannu Palosuo, dal regista teatrale Italo Nunziata, che ha lavorato all'Opera di Roma, e dalla curatrice Cornelia Bujin. I loro contatti diretti con le istituzioni artistiche di Roma e la prospettiva unica sull'arte di de Chirico hanno contribuito a portare la mostra a Serlachius.

Un grande amante dell'opera

De Chirico amava l'opera e disegnò scenografie e costumi per decine di produzioni. Era uno scrittore prolifico e spesso usava espressioni legate all'arte scenica, come "saliamo sul palcoscenico dell'arte" o "il cielo come una tenda". Il rapporto personale dell'artista con l'opera e l'arte in generale viene trasmesso ai visitatori attraverso i testi murali della mostra, che anche presenta due produzioni eseguite all'Opera di Roma: Otello di Rossini e I Puritani di Vincenzo Bellini, originariamente create per l'Opera di Firenze ma eseguiti anche a Roma. La terza produzione in mostra è il balletto Le Bal di Vittorio Rieti, originariamente creato per l'Opera di Monte Carlo ma in seguito vista a Roma. La scenografia di de Chirico per I Puritani causò un enorme scandalo nel 1933, cambiando significativamente il ruolo della scenografia nell'opera. De Chirico aveva adottato dai Ballets Russes il metodo parigino di inserire la scenografia e la scenografia dei costumi come parte integrante del testo e della coreografia dell'opera. Il pubblico dell'Opera di Firenze non era ancora pronto per questo approccio. L’artista non dipinse le scenografie che disegnava; lo fecero abili pittori di scenografie. Le scenografie per la mostra sono state realizzate anche all'Opera di Roma basandosi sugli schizzi dell'artista e utilizzando vecchie tecniche. Anche i costumi realizzati per le produzioni e gli abiti che de Chirico prese in prestito per le sue grandi feste saranno in prestito dall'opera.

Dipinti della carriera successiva

Come accennato, la mostra presenta numerosi dipinti, disegni e schizzi della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Una sala ricrea l'atmosfera della sua casa-studio a Roma. Ci sono disegni mai esposti prima, che l'artista realizzò seduto all'opera, osservando il pubblico e il palco. I dipinti esposti appartengono per lo più all'ultima parte della sua carriera, quando tornò ai temi metafisici e barocchi della sua giovinezza, creando un'arte più raffinata; la mostra è una narrazione anche della sua storia del rapporto con Roma. La mostra è allestita presso la sede centrale del Museo Serlachius a Mänttä dal 15 marzo al 17 agosto 2025. È organizzata in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, il Teatro dell'Opera di Roma, il Maggio Musicale Fiorentino e la Fondazione Cerratelli. Una pubblicazione correlata alla mostra ne approfondirà i temi; l’uscita del libro, disponibile in finlandese e inglese, è prevista nell'aprile 2025. (gn)

Pittore e illustratore ma anche collezionista, mercante d’arte e giornalista in dialogo con l’avanguardia e i neoclassici, amico di artisti come Giorgio de Chirico, Cipriano Efisio Oppo e Fausto Pirandello ma anche di letterati come Luigi Pirandello e Massimo Bontempelli e in contatto con critici come Roberto Longhi e Lionello Venturi, Nino Bertoletti (Umberto Natale Bertoletti, Roma, 1889-1971) è stato un artista di straordinaria poliedricità, il cui profilo non può essere ridotto alla sola figura del pittore. A questa figura straordinaria di intellettuale, a più di trent’anni dall’ultima mostra dedicata al suo lavoro, dall’11 aprile al 14 settembre 2025, la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica la retrospettiva Nino Bertoletti. 1889-1971, a cura di Pier Paolo Pancotto, che ne affronta la complessità artistica e intellettuale.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata in collaborazione con l'Archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti, la mostra attraversa l’intera produzione di Bertoletti con opere pittoriche, disegni e illustrazioni realizzati tra il 1902 e la fine degli anni Sessanta (oltre ad un raro filmato che, a distanza di quasi un secolo, ne rende visibili le sembianze), in un percorso cronologico che cerca di restituire la ricchezza di una produzione che, per carattere, l’artista tenne nascosta ai più, e di cui in gran parte sono andate perse le tracce. L’atteggiamento riservato, che lo porta in alcuni momenti a scomparire dalle occasioni espositive – come tra la IV Secessione del 1916 e la II Biennale romana del 1923 – e il carattere votato alla sobrietà hanno contribuito a rendere la sua figura sfuggente e, fino a oggi, parzialmente sconosciuta.

Un’operazione che – come furono l’antologica a Palazzo Barberini a Roma nel 1974, nata per volere della moglie Pasquarosa e promossa da Giovanni Sangiorgi col contributo di Jacopo Recupero, Giorgio de Chirico, Libero de Libero, Renato Guttuso, Carlo Levi, e la personale a Palazzo Rondanini alla Rotonda a Roma nel 1990, curata da Valerio Rivosecchi e Maurizio Fagiolo dell’Arco – ha il sapore della riscoperta dopo molti anni di silenzio, e si propone di riportare luce sulla figura dell’artista nella sua città e nel contesto in cui è nato, è morto e ha speso l’intera esperienza individuale e professionale.

La mostra Nino Bertoletti. 1889-1971 presenta opere provenienti principalmente dall’Archivio, da collezioni private e da musei come la Galleria d’Arte Moderna, i Musei di Villa Torlonia e il Museo di Roma Palazzo Braschi, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea da cui trapela l’influenza delle continue visite a musei e mostre in tutta Europa, lo studio appassionato dei grandi maestri del passato – da Goya a Courbet, da Velázquez a Géricault, Cézanne e Degas – la vicinanza ad autori coevi come Armando Spadini, e la sua cultura letteraria, testimoniata da una selezionata biblioteca in cui troviamo volumi francesi, tedeschi, inglesi e italiani.

Come rileva Pier Paolo Pancotto nel testo in catalogo, “dopo un espressionismo iniziale, Bertoletti volge presto a una visione più organica e stabile della composizione pittorica. Una solidità strutturale, la sua, che, introdotta dalla virata ‘neoclassica’ alla Biennale romana del 1923, s’assesta subito dopo su un più cauto realismo a tratti ‘magico’, a tratti alimentato da eco provenienti dalla cultura figurativa antica sotto l’influenza dei fantasmi di un passato che egli stesso coltiva costantemente attraverso preziose letture, visite ai musei internazionali e un contatto diretto con le opere dei grandi maestri, alcune delle quali possedute come collezionista, altre alienate come antiquario. Emblematici, in tal senso, i lunghi itinerari compiuti in Francia e Spagna nel 1925, in Spagna, Portogallo e Svizzera nel 1939, a Genova, Milano, Bellinzona, Zurigo, Winterthur, Baden, Venezia nel 1946, alternati a lunghi e ripetuti soggiorni in varie città d’Italia e d’Europa, Venezia e Parigi in particolare. Senza dimenticare il precocissimo viaggio di ‘formazione’ compiuto in Germania nel 1906: nato per completare il suo apprendistato in campo professionale, in linea con le imprese di famiglia, si trasforma in occasione per conoscere la lingua e la cultura tedesca; e per comprendere, forse, una volta per tutte, la propria vocazione.”

Le opere che troviamo nelle prime due sale, realizzate tra gli anni Dieci e Trenta del Novecento – dagli esordi pittorici nell’ambito della Secessione fino agli anni Venti, nella prima sala, e poi negli anni Trenta, nella seconda sala – sono quelle del periodo più intenso del suo percorso, quando partecipa ripetutamente alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma e collabora all'organizzazione di eventi istituzionali, progettando anche un intervento architettonico per via della Conciliazione e contribuendo alla decorazione di un cantiere dell'Eur a Roma.

Dopo un espressionismo iniziale, il linguaggio pittorico approda a una visione più organica e stabile della composizione, per poi assestarsi nella direzione di un realismo quasi magico, a tratti alimentato da una cultura figurativa antica che costantemente studia e coltiva, come dimostrano le opere esposte nella terza sala, che concentrano la produzione del secondo dopoguerra.

Uno spazio importante nella mostra è dedicato alla produzione grafica e alle illustrazioni – filone della produzione di Bertoletti fin qui poco indagato – con cui si chiude il percorso espositivo.

La carriera di Nino Bertoletti si sviluppa in parallelo a quella della moglie Pasquarosa (1896-1973), pittrice di rilievo con cui condivide viaggi ed esperienze culturali, oltre al grande amore per l’esercizio creativo. Pasquarosa – alla quale non solo insegna a dipingere, ma anche a leggere e a scrivere, e con la quale condivide un continuo scambio di segrete e amorevoli collaborazioni – è la sua eterna musa e leitmotiv del suo repertorio. In mostra la ritroviamo nelle sembianze della modella adolescente come in quelle della giovane madre, fino a ritratti in cui è una signora e poi una donna anziana, la cui bellezza viene interpretata ormai solo attraverso il filtro del cuore.

Con la mostra Nino Bertoletti. 1889-1971 la Galleria d’Arte Moderna di Roma restituisce visibilità a un artista la cui poliedricità intellettuale costituisce il tratto distintivo del suo operato. Con un percorso che racconta l’impegno in campo pittorico, grafico, architettonico, giornalistico e pubblico, la mostra fotografa un interprete originale e rappresentativo della stagione precedente il secondo conflitto mondiale, quando multiformità d’ingegno e varietà d’azione erano una nota di merito.

Il catalogo che accompagna la mostra – edito da Dario Cimorelli Editore, con saggi di Pier Paolo Pancotto, Flavia Matitti, Francesca Romana Morelli, Dina Saponaro, Lucia Torsello, Marinella Mascia Galateria, Valerio Rivosecchi – approfondisce il lavoro pittorico di Bertoletti ma anche quello nella grafica, nell'architettura e nella programmazione culturale, sottolineando la sua natura innovativa di attore culturale a 360 gradi.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata in collaborazione con Archivio Nino e Pasquarosa Bertoletti. A cura di Pier Paolo Pancotto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura. Sponsor: Intesa Sanpaolo; Tenderstories; Italiacommunications - A Strategic Communication Agency; Assocomunicatori – Associazione Nazionale Comunicatori di Impresa. Con il sostegno di: Dual-Aspect Studio e GLF Costruzioni. Catalogo: Dario Cimorelli Editore.

Fonte  Zètema Progetto Cultura
 

 

La Florence Biennale annuncia l'attesa XV Edizione, che si svolgerà presso la Fortezza da Basso a Firenze dal 18 al 26 ottobre 2025 . Questa prestigiosa mostra internazionale d'arte contemporanea e design della città medicea è un'esposizione culturale che si distingue dalle altre biennali per il suo format. Infatti, ad essere il fulcro , in qualità di espositori e pertanto protagonisti, sono gli artisti e designer in prima persona, selezionati dopo un'accurata valutazione dal Comitato Curatoriale. L'obiettivo di questa formula innovativa è quello di voler costituire una preziosa ed efficace occasione per tutti gli artisti di presentare il proprio lavoro direttamente agli operatori culturali e al grande pubblico, in un contesto indipendente e multanime che crea spontaneamente l'opportunità e le condizioni per un dialogo diretto .

Attraverso un ricco programma di appuntamenti collaterali quali conferenze , mostre, performance, proiezioni e iniziative didattiche , la biennale offre diverse opportunità di incontro tra artisti e visitatori, che possono confrontarsi su vari aspetti dell'arte e della cultura, con una particolare attenzione al tema centrale dell'edizione in corso.

Quello scelto per l'edizione 2025 è "The Sublime Essence of Light and Darkness. Concepts of Dualism and Unity in Contemporary Art and Design", dedicato al primordiale ed eterno connubio tra luce e oscurità, da sempre al centro della ricerca artistica, scientifica, filosofica e letteraria. La XV Florence Biennale annovera in concorso le seguenti categorie artistiche: Arte ceramica, Arte digitale, Arte e Design del gioiello, Arte Tessile e Fiber Art, Disegno, Grafica d'arte e Calligrafia, Fotografia, Installazione d'arte, Mixed Media, Performance Art, Pittura, Scultura, Video Art con la partecipazione di centinaia di artisti provenienti da oltre 80 Paesi e 5 continenti . D'altra parte, le categorie annoverate per il settore design sono: Design architettonico e urbano, Design industriale e del prodotto, Design della moda e del gioiello, Design degli interni, Design della comunicazione e della grafica, Design della tecnologia e del gioco .

PRESENTAZIONE DEL FORMAT

La Florence Biennale, fondata nel 1997 da Pasquale e Piero Celona insieme a un comitato di artisti, curatori e critici d'arte, viene diretta da Jacopo Celona , affiancato dall'event manager e curatore Giovanni Cordoni .
Ogni edizione si svolge su 11.000 metri quadrati di terreno e si avvale della partecipazione di circa 600 artisti provenienti da oltre 80 Paesi con più di 1.500 opere , selezionati con cura per garantire una straordinaria varietà di stili. Tra questi, diversi ospiti speciali vengono invitati a partecipare per la loro rilevanza nel panorama artistico internazionale. Oltre ad offrire un ampio calendario di mostre tematiche, progetti speciali, ospiti d'onore e prestigiose anteprime nazionali, la Florence Biennale consegna 2 premi alla carriera dedicati alle categorie di arte e design.

Gli artisti espositori che si distinguono per le opere in concorso nelle categorie artistiche di riferimento ricevono il Premio Internazionale “Lorenzo il Magnifico” , assegnato da una Giuria Internazionale costituita da personalità di rilievo del mondo dell'arte e della cultura. Questo riconoscimento è intitolato così al fine di ricordare e omaggiare Lorenzo de' Medici , detto “il Magnifico”, per sottolineare la fiorentinità della manifestazione e per connetterti idealmente alla sua importante storia artistica nella figura emblematica del grande mecenate e promotore delle Arti del Rinascimento.

Questo premio è affiancato dal Premio “Lorenzo il Magnifico” alla Carriera – destinato a interpreti e istituzioni di cui siano emersi particolari meriti artistici o contributi al mondo della cultura – e dal Premio “Lorenzo il Magnifico” del Presidente , che viene conferito agli artisti a cui viene riconosciuto un particolare merito nello sviluppo e diffusione dell'arte contemporanea odierna, a discrezione e giudizio del Presidente della Florence Biennale Pasquale Celona .

Fra i premiati alla Carriera per l'arte delle edizioni passate ricordiamo Marina Abramović (2009), Gustavo Aceves (2019), Refik Anadol (2019), Sauro Cavallini (in memoriam, 2017), David Hockney (2003), Christo & Jeanne-Claude (2005), Ferrari & Pininfarina (2003), Gilbert & George (2007), Arata Isozaki (2017), Anish Kapoor (2013), Michelangelo Pistoletto (2021), Oliviero Toscani (2021), Franco Zeffirelli (2019) e David LaChapelle (2023).

Per la 4° volta consecutiva, una sezione sarà dedicata anche al mondo del design . Questa particolarmente recente introduzione ha assunto un valore significativo nell'anno in cui si è celebrato il 500esimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci, il cui genio è da sempre associato alla progettualità tecnico-scientifica, oltre che artistica. È proprio a questa grande personalità che sono intitolati i premi della sezione design.

Ai migliori designer espositori nelle 6 categorie, viene conferito il Premio Internazionale “Leonardo da Vinci” per il Design , assegnato come per la sezione arte da una Giuria Internazionale composta da eminenti personalità del settore.
Il Premio Internazionale “Leonardo da Vinci” alla Carriera viene conferito a persone e/o organizzazioni che si sono distinte con i loro lavori dando un importante contributo alla creatività e all'innovazione.

Infine, ai Designers cui viene riconosciuto un particolare merito nello sviluppo e diffusione del Design è destinato il Premio “Leonardo da Vinci” del Presidente , a discrezione e giudizio del Presidente della Florence Biennale Pasquale Celona .

Nel corso delle passate edizioni, alcuni dei premiati alla Carriera per la sezione Design sono stati Salvatore e Wanda Ferragamo (2019), Elsa Peretti di Tiffany & Co . (2019), Paula Scher (2019), Vivienne Westwood (2021) e Santiago Calatrava (2023).

In occasione della XV edizione, la Florence Biennale assegna il Premio internazionale "Lorenzo il Magnifico" alla Carriera al regista e artista americano Tim Burton , che verrà premiato in presenza martedì 21 ottobre 2025 presso l'area teatro di Florence Biennale, alla Fortezza da Basso di Firenze.


Fonte  EVENTO: XV BIENNALE DI FIRENZE

In occasione del cinquantenario dalla scomparsa di Carlo Levi, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita, dall’11 aprile al 14 settembre 2025, la mostra Omaggio a Carlo Levi. L’amicizia con Piero Martina e i sentieri del collezionismo, dedicata al lungo percorso artistico del pittore, scrittore e intellettuale torinese, in rapporto al legame umano, intellettuale e artistico intrattenuto con Piero Martina, pittore anch’egli torinese, sostenuto dallo stesso Levi sin dai primi anni di carriera.

Alla base del progetto espositivo c’è la collaborazione tra la Fondazione Carlo Levi di Roma e l’Archivio Piero Martina di Torino che ha permesso di ricostruire oltre tre decenni di sodalizio fra i due artisti, basato sulle esperienze di vita condivise in ambito artistico politico e sociale (la battaglia per un’arte europea, la dissidenza nei confronti del fascismo, l’approdo a Roma nel periodo della ricostruzione post-bellica). Oltre sessanta opere provenienti dalla Fondazione Carlo Levi e dall’Archivio Piero Martina, oltre che da importanti istituzioni culturali e collezioni pubbliche e private, che, nonostante gli esiti espressivi in certe stagioni molto diversi tra loro, risultano accomunate da un identico sguardo di umana partecipazione e dal desiderio di indagare senza retorica la realtà del nostro Paese. Centrale nel progetto espositivo è anche il legame di Levi con Roma, città dove visse stabilmente dal 1945 fino alla morte, e che rappresentò una fonte d’ispirazione continua, oltre che luogo d’impegno civile da ritrarre come il simbolo di un’Italia in trasformazione; una città dove volle attrarre, per una breve stagione, anche l’amico Martina.

A completare il percorso espositivo è la storia di un’altra amicizia, quella tra Linuccia Saba, figlia di Umberto Saba e compagna di Carlo Levi, e Angelina De Lipsis Spallone, nota collezionista romana che, dalla morte del pittore, ha arricchito la propria collezione privata (oltre 300 quadri) con l’acquisizione di diciannove dipinti inediti di Levi, oggi finalmente visibili nella speciale sezione di chiusura della mostra romana.

L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Fondazione Carlo Levi, Archivio Piero Martina e la Collezione Angelina De Lipsis Spallone. È curata da Daniela Fonti e Antonella Lavorgna (Fondazione Carlo Levi) e Antonella Martina (Archivio Piero Martina) mentre la sezione dedicata alla Collezione Angelina De Lipsis Spallone è curata da Giovanna Caterina De Feo. Catalogo: Silvana Editoriale. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. L’esposizione si inserisce all’interno della programmazione, avviata nel 2024, con cui la Sovrintendenza Capitolina celebra il centenario dell’istituzione della Galleria d’Arte Moderna (1925-2025).

IL PERCORSO ESPOSITIVO

Carlo Levi è un pittore già affermato quando, negli anni Trenta, il giovane Piero Martina si affaccia sulla scena artistica torinese. Il legame tra i due si approfondisce in occasione della prima mostra di Martina alla Galleria Genova nel 1938, presentata dallo stesso Levi che lo sostiene e incoraggia nella ricerca di un linguaggio espressivo autonomo. Nella prima sezione dal titolo La formazione, l’ambiente intellettuale torinese, sono poste a raffronto le opere rappresentative di questo periodo, incentrato sulla cultura figurativa del gruppo dei “Sei di Torino” che Levi aveva contribuito a fondare. Se le opere di quest’ultimo sono caratterizzate - dopo un avvio di figurazione dai volumi netti sotto la luce (quasi “realismo magico”) - dall’approdo ad una pennellata morbida e avvolgente di natura più sensuale (Le officine del gas, 1926; Lelle seduta con cappellino, 1933), la pittura di Martina si rivela come uno schermo vagamente colorato e iridescente che nasconde le cose invece di rivelarle (Interno dello studio con cappello, 1937, Figura con maschera, 1938, Ritratto di donna con cappello, 1937).

La seconda sezione Da Torino a Roma: suggestioni, aperture e nuove ricerche accompagna il visitatore nel passaggio dal periodo torinese, in cui il fascino discreto della loro città si rivela nei ritratti di familiari e amici, nelle nature morte e negli scorci cittadini realizzati dai due artisti (Tramonto con la Mole, del 1942, di Piero Martina), al periodo immediatamente successivo caratterizzato dalla tragica incombenza della guerra e dai continui spostamenti dei due. Tra il 1934 e il 1938 Carlo Levi conosce diversi arresti e il confino in Lucania, la persecuzione della polizia fascista e le leggi razziali che lo costringono a una vita di continuo nomadismo tra l’Italia e la Francia. Ma non si interrompono le occasioni di incontro e confronto con l’amico, con il quale condivide il comune senso di perdita a seguito del bombardamento delle loro case a Torino, nel 1942. In questo stesso anno realizzano l’uno il Ritratto dell’altro. Dalle atmosfere lievi e intimiste dei primi lavori, nei primi anni Quaranta Piero Martina si avvicina ai linguaggi contemporanei più antiaccademici (la Scuola Romana, ad esempio) e passa a un uso del colore più fermo e studiato (Ragazza al clavicembalo, 1940; Rose e conchiglie, 1942).

Levi, invece, a partire dal suo confino lucano si lascia catturare dai temi del sociale rappresentando la miseria dei contadini del sud Italia, abbandona le trasparenze del periodo precedente per concentrarsi su strutture più robuste, dense e “ondose”, che definiscono uno spazio percepito come mobile e trascorrente (Autoritratto con fornello, 1935 Tetti di Roma, 1951).

Dopo una breve parentesi fiorentina nel 1943 e l’esperienza alla Biennale del 1948, alla quale entrambi partecipano, arriva un punto di svolta agli inizi degli anni Cinquanta quando Martina, quarantenne, si stabilisce a Roma dove Levi risiedeva già dal 1945. Insieme frequentano i vivaci circoli artistici della Capitale, centro nevralgico di un movimento di riconquista delle libertà espressive sacrificate durante il ventennio e di energie convergenti da tutta Europa, nelle arti come nella letteratura, nel cinema e nella fotografia. È La stagione dell’impegno civile - titolo della terza sezione della mostra – che coincide con un momento di acuto confronto sociale nel paese e con una fase di profonda consapevolezza nei due artisti, del ruolo degli intellettuali nei confronti dei contadini e della classe operaia. Sono di questa fase, infatti, le opere più sperimentali di Martina legate ai temi del lavoro operaio (La Tessitrice n.2, 1952, La manifattura tabacchi, 1956), e la pittura scabra di Levi in cui ritrae le difficili condizioni delle classi subalterne e contadine del Sud (Il Ragazzo Aleandro, 1952, Fratelli, 1953, Contadine rivoluzionarie, 1951).

Il lungo decennio della “ricostruzione” lascia il posto, negli anni Sessanta e oltre, a una ricerca più personale da parte dei due artisti, lontano dal dibattito contemporaneo. La quarta sezione, Il nudo e il paesaggio, temi coinvolgenti, accoglie alcuni lavori delle loro ultime stagioni pittoriche, dominate da un orizzonte tematico simile in cui prevale un rinnovato interesse per la natura, un vagheggiato Eden popolato da nudi e silhouette, antiche divinità e inattese apparizioni. Anche questa volta, però, la resa pittorica è quasi all’estremo opposto: figure in primo piano, assottigliate e indecifrabili, caratterizzano i dipinti di Martina, la cui pittura – sia che si concentri sulla rappresentazione di paesaggi che su quella di nudi corporei – sembra ritrarsi dal fondo per apparire come un connubio indissolubile tra luce e colore (come in Paesaggio meridionale, 1949 e Alberi e Nudi nella vigna verde, 1961). Al contrario Levi sperimenta una materia densa e afosa, rappresentazione di un mondo vegetale drammatico e onirico. I nudi e i paesaggi dai colori levigati degli anni giovanili, lasciano ora il campo a opere complesse come Donne furenti del 1934 o Alberi del 1964.

Conclude il percorso espositivo la sezione Le opere di Carlo Levi nella Collezione di Angelina De Lipsis Spallone. Medico e amante dell’arte, Angelina De Lipsis Spallone (1926-2020) è stata una collezionista dallo sguardo attento alla migliore arte nazionale e internazionale del suo tempo. Fa parte di questa collezione un importante corpus di diciannove dipinti inediti di Carlo Levi, esposti ora per la prima volta, acquisiti grazie all’amicizia con Linuccia Saba, figlia di Umberto e compagna di Levi negli anni romani. La raccolta di opere leviane racconta quasi per intero il percorso dell’artista: dagli esordi, con la Natura morta del 1926, il Piccolo nudo di poco successivo o il giovanile Autoritratto in rosa del 1928, agli anni Trenta, segnati dall’esperienza dei “Sei di Torino” (La Donna sul divano, il Ritratto sulla sedia a sdraio (Francesca) e la Donna col cagnolino) e dall’influenza espressionistica su alcuni suoi lavori (La Raccoglitrice di Conchiglie, il Nudo di Palazzo Altieri e una Natura Morta). Di questo periodo è anche Il Nudo di donna che reca sul verso Donna con il cappellino, un intenso ritratto di Paola Olivetti. A seguire, si passa alla svolta neorealista degli anni Cinquanta con il Ciclo della Lucania rappresentato dal dipinto La Madre, per poi concludere la sezione con le ultime stagioni pittoriche degli anni Sessanta e Settanta rappresentate dagli alberi e dalle vedute del Ciclo di Alassio (La Vigna, Il Paesaggio di Alassio con falò, L’erpice e gli Attrezzi) e dai quadri della serie degli Amanti, un tema elaborato dall’artista già negli anni Trenta e diventato molto ricorrente nell’ultimo ventennio del suo percorso, con i profili di un uomo e di una donna che si fondono, unendosi in un unico abbraccio.

 
Fonte  Zètema Progetto Cultura


 

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