Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Giovedì, 15 Ottobre 2026

Enzo Foglia ancora una vo…

Ago 31, 2026 Hits:1056 Crotone

Il Dialogo dei Due Pianof…

Giu 30, 2026 Hits:1198 Crotone

Santa Severina aderisce a…

Giu 18, 2026 Hits:1160 Crotone

Vincenzo Grandinetti stre…

Giu 16, 2026 Hits:1453 Crotone

Ok alla mozione riguardo …

Giu 09, 2026 Hits:1070 Crotone

Il docufilm “Sacro Cuore:…

Giu 08, 2026 Hits:1086 Crotone

La “Pier Giorgio Frassati…

Giu 03, 2026 Hits:1180 Crotone

Corso BLSD al Filolao di …

Mag 29, 2026 Hits:1087 Crotone

Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.

La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia. 

Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale. 

In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.

L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. 

Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e Mary Reynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.

Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresenta un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra. 

Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg. 

Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard.

La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.

Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.

Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.

 Fonte Studio Esseci

«Se l’uomo, per quel maggiore potere mentale che lo distingue, sta tentando di oltrepassarlo, quando va oltre, non ultra, si punisce da sé, accrescendo la somma del suo dolore». È da questa riflessione, densa e inquieta, che prende avvio il percorso artistico e umano di Giovanna Tarascio, artista poliedrica capace di muoversi con naturalezza tra parola, immagine e pensiero, trasformando l’arte in uno strumento di indagine interiore e collettiva.

Nata a Comiso il 21 luglio 1968 e residente a Ragusa, Tarascio vive quotidianamente il doppio ruolo di insegnante e artista. Un equilibrio solo apparente, perché il dialogo con l’infanzia e la formazione educativa rappresentano una delle chiavi profonde del suo linguaggio espressivo. Fin da bambina manifesta un’ipersensibilità innata che trova forma nella scrittura, nella poesia e nel disegno. Un talento precoce che negli anni Novanta viene incanalato nella grafica computerizzata, salvo poi arrestarsi bruscamente in un lungo periodo di rifiuto dell’arte, quasi un silenzio necessario.

La svolta arriva nel 2007, proprio grazie ai bambini della scuola dell’infanzia: è attraverso i loro volti, la loro spontaneità e la loro autenticità che l’artista riscopre la propria “voce interiore”. Da quel momento il percorso creativo riprende slancio, senza più soste, fino a consolidarsi in una ricerca matura, consapevole e stratificata.

Dal 2020 Giovanna Tarascio entra con decisione nel panorama artistico contemporaneo, partecipando a concorsi, mostre selettive e collettive di rilievo nazionale e internazionale. Tra gli appuntamenti più significativi, la mostra internazionale a Palazzo Ferrajoli a Roma, la Pro-Biennale di Venezia e la Biennale Milano International Art Meeting, eventi che vedono il contributo di figure di primo piano del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Le sue opere vengono inoltre pubblicate e catalogate in volumi editoriali e presentate in spazi prestigiosi come la Milano Art Gallery.

Parallelamente alla pittura, Tarascio porta avanti una profonda ricerca letteraria. Il suo libro Da Uomo a Uomo. Non Ultra si configura come un vero e proprio vademecum storico-esistenziale, un viaggio nella memoria che invita il lettore a fermarsi, a riconoscere l’uomo nell’uomo e a ritrovare, attraverso lo studio della Storia, il senso del proprio esistere. Il riferimento alle Ricordanze di Luigi Settembrini non è casuale: la memoria individuale e collettiva diventa lo spazio in cui interrogarsi su ciò che l’uomo è stato e su ciò che rischia di perdere.

La poesia rappresenta un ulteriore tassello fondamentale del suo universo creativo. Nei versi di “Nella precarietà”, pubblicati nella collana editoriale Percezioni, emerge una consapevolezza lucida e riconciliata: la precarietà delle cose, della vita e delle relazioni diventa occasione di gratitudine, di riconoscimento delle battaglie combattute e vinte, senza compromessi. Una poesia che non indulge nel rimpianto, ma celebra il divenire, la notte che segue il giorno, la forza che nasce anche dal conflitto.

Le parole con cui l’artista definisce la propria arte ne sintetizzano efficacemente la cifra poetica: «Quando l’arte e il cuore perdono i confini si fondono in un connubio oltre le porte del tempo e dell’anima». Dipingere, scrivere, comporre versi non sono semplici pratiche espressive, ma un modo di vivere “oltre se stessi”, in una dimensione spirituale che supera l’amore terreno.

Emblematica di questa visione è l’opera “L’intelligente”, realizzata secondo la tecnica della pittura metafisica. Un lavoro che, attraverso enigmi visivi, atmosfere sospese e simboli interiori, invita a riflettere sul senso nascosto dei comportamenti umani e sul destino individuale. La massima incisa dall’artista – «La persona intelligente costruisce la propria casa attraverso i sassi che le tirano» – diventa metafora potente dell’inconscio come fondamento della personalità e della capacità di trasformare l’offesa in crescita.

Nel lavoro di Giovanna Tarascio, arte e vita si intrecciano in modo indissolubile. La pace invocata per l’umanità, suggerisce l’artista, nasce prima di tutto dentro ciascuno di noi, nel buon uso dell’intelligenza e nella capacità di non restituire al mondo la violenza ricevuta. Un messaggio attuale, necessario, che rende la sua opera non solo estetica, ma profondamente etica.

Poesia tratta dalla collana editoriale “Percezioni”:

Nella precarietà

Nella precarietà delle cose, di un’alba
al luccichio del mare, del tramonto
al confine dell’orizzonte, dell’inquieto
tremolio di una foglia
tenuta al caduco ramo che un dì, rigoglioso
accolse tutte le foglie per esserne fiero.

Nella precarietà delle cose, solo ora
mi accorgo di quanto generosa e lieta, è stata
la mia vita, dove non di meno vi furono
ardite battaglie in cui, oggi
ne riconosco la vittoria: non scesi mai
a compromessi, ma lasciai
al nemico il gusto di una vana gloria
nell’illusoria sua vittoria.

Nella precarietà della vita, oggi,
lieta e gioiosa, festeggio il
divenire della notte al seguir del giorno.
Grata ai miei amici, e
ancor più, ai miei nemici.

 

Giovanna Tarascio bio

Giovanna Tarascio, nasce a Comiso il 21 Luglio 1968 e vive a Ragusa, dove svolge la professione di Insegnante. Scopre sin da bambina una innata ipersensibilità che si manifesta attraverso varie forme: dalla scrittura alla poesia e al disegno

Nel 1992 le sue capacità artistiche vengono “sfruttate” per “conto terzi” nella grafica computerizzata ma solo nel 1995 – dopo varie vicissitudini – si chiude in un totale rifiuto da ogni forma di naturale predisposizione all’arte in genere. Nel 2007, attraverso i bambini della scuola dell’infanzia, inizia a dare spazio alla sua “voce interiore” e tra i volti dei piccoli alunni prende il volo senza più fermate! 

 

Dal 2020 inizia a partecipare a vari concorsi per artisti contemporanei e a diverse mostre selettive e collettive di rilievo nazionale e internazionale: il 17 Febbraio 2020 mostra internazionale a Palazzo Ferrajoli in Roma con attestato di merito e riconoscimento artistico su rivista “Arte sì Mostra”, Casa Editrice “Pagine e Pagine”; dal 29 al 2 Maggio 2021 mostra internazionale Pro-Biennale, Venezia col contributo di Vittorio Sgarbi (critico d’arte), Silvana Giacobini (direttrice di “Chi”), Giordano Bruno Guerri (storico e Pres, Vittoriale di D’Annunzio), Maria Rita Parsi (scrittrice psicoterapeuta), Luca Beatrice (critico d’arte), Pippo Franco (attore e presentatore), Marco Columbro (presentatore), Marzia Risaliti (attrice), Katia Ricciarelli (soprano e attrice), Salvo Nugnes (curatore di mostre e grandi eventi), Silvia Casarin Rizzolo (direttrice d’orchestra), Francesco Alberoni (sociologo), Caterina Grifoli (FIDAPA), Giorgio Grasso (critico d’arte), Flavia Sagnelli (curatrice d’arte), Luca Zaia (Pres. Regione Veneto), Luigi Brugnaro (Sindaco di Venezia). Anno 2021 Mostra e stampa delle opere all’interno del catalogo “L’arte in Quarantena” ed esposizione delle stesse presso Milano Art Gallery con attestato di merito e video esposizione presentata da: Paolo Liguori (direttore Tgcom), Salvo Nugnes (curatore di mostre e grandi eventi), Francesco Alberoni (sociologo) Flavia Sagnelli (curatrice d’arte), Maria Rita Parsi (psicoterapeuta e scrittrice). 

 

Dal 21 al 25 Ottobre 2021 mostra Biennale Milano International Art Meeting presso Palazzo Stampa di Soncino in Milano con attestato di merito e col contributo di: Vittorio Sgarbi, Silvana Giacobini, Francesco Alberoni, Salvo Nugnes e Maria Rita Parsi. Pubblicazione di alcune tele su libri pubblicati dalla Casa Editrice Albatros: Occhi negli Occhi (Anno 2020) e Non Ultra (Anno 2021) di Giovanna Tarascio. Tra le sue pubblicazioni, una raccolta di poesie (attraverso la partecipazione al concorso per poeti editi e inediti, curata dalla casa editrice Pagine &Pagine) sulla collana editoriale “Percezioni”

Sono diverse le ragioni che rendono in qualche modo eccezionale l’iniziativa espositiva con cui da fine gennaio a Pieve di Cadore, nel paese natale di Tiziano (1488/90-1576) si avviano le celebrazioni per i 450 anni dalla morte del sommo artista: un’ampia e rinnovata riflessione sul tema del paesaggio nella pittura del Maestro; l’inedito e stimolante dialogo tra due opere ritenute capitali della produzione vecelliana, entrambe degli anni venti del Cinquecento; l’arrivo per la prima volta in Cadore dell’unica opera firmata con il toponimo dell’artista, ovvero “Titianus Cadorinus”, ma anche la possibilità di ammirare la prima veduta pittorica moderna dell’area marciana di Venezia.

La Magnifica Comunità di Cadore e la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International hanno voluto dedicare studi ed eventi in occasione di questo anniversario - segnato anche dalla concomitanza dei XXV Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina - a TIZIANO E IL PAESAGGIO, promuovendo nel corso dell’anno due mostre tra loro collegate, ideate da Bernard Aikema e curate da Thomas Dalla Costa - una a gennaio e l’altra il prossimo luglio – e un convegno di studi a inizio 2027, con l’intento di esplorare nuovi aspetti su un tema noto ma ancora ricco di suggestioni, stimolando interrogativi, dibattiti interdisciplinari e inediti orizzonti di ricerca e riflessione (contesti socio-culturali, fonti formali, contaminazioni, ecc).

La centralità che Tiziano assegna all’elemento del paesaggio e al suo dialogo con la figura umana è in effetti uno degli aspetti distintivi della poetica del grande pittore.  

Sebbene non esistano nel corpus tizianesco dipinti catalogabili come paesaggi autonomi, appare innegabile la sua innovativa concezione della natura come parte integrante della narrazione artistica. Per l’artista cadorino “il paesaggio non è solo elemento decorativo ma costituisce una componente visiva imprescindibile delle sue opere che ne permea profondamente la struttura compositiva”: alle immagini di paesaggio, in base ai diversi elementi che le compongono o alla loro disposizione nello spazio, egli affida messaggi, sensazioni, emozioni che impongono oggi nuovi confronti critici.

D’altra parte le celebrazioni a Pieve di Cadore racchiuse sotto il logo Titianus Cadorinus 1576 – 2026 vedranno anche la riapertura della Casa Natale di Tiziano dopo i restauri che l’hanno interessata per oltre un anno, la pubblicazione dei cataloghi delle due mostre con tutte le riflessioni analitiche sul tema, a cura della Fondazione Centro Studi e grazie al contributo di Save Venice, e infine una partnership culturale significativa con la città di Ancona e la Diocesi di Treviso alla luce dello scambio di opere tizianesche di alto profilo innescato dalle esposizioni in programma.

Dall’altro, la grandiosa xilografia con la “Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso”, incisa da un anonimo intagliatore, su disegno di Tiziano eseguito nel 1515 c., e conservata ai Musei Civici di Bassano del Grappa: una stampa in dodici fogli dalle dimensioni straordinarie - 120 x 220 centimetri – considerata una delle più spettacolari xilografie di tutti i tempi

Due opere apparentemente diverse per tecnica e funzione, l’una di destinazione pubblica l’altra riservata a visioni più raccolte, eppure con tanti punti di contatto: dalla raffigurazione di una città che emerge dall’acqua o dalla sua laguna, alla struttura compositiva “a triangolo” comune alle due opere; dal significato specifico affidato ai paesaggi e alla luce determinanti per la comprensione dell’opera, ai riferimenti politici sottesi in entrambi i lavori.

L’opera marchigiana commissionata dal mercante di Ragusa Alvise Gozzi - capolavoro della Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” ad Ancona – è caratterizzata da una sorta di doppio paesaggio: oltre a una vegetazione che ricorda il panorama dell’entroterra veneto nella finestra che si apre sulla sinistra, centrale è la vista di un tratto di mare e, all’orizzonte, il profilo di una città che sorge dall’acqua: chiaro riferimento alla Serenissima e di fatto prima rappresentazione della laguna veneziana nella pittura modera.

La pala – sottoposta recentemente anche ad indagini diagnostiche pubblicate e presentate per la prima volta in questa occasione - mostra tutta la sua potenza innovativa nella componente paesaggistica che è integrata con la scena religiosa in maniera dinamica ed emotivamente coinvolgente, nella struttura compositiva, nel trattamento della luce e del colore che creano un effetto di profondità spaziale e tridimensionalità, e infine nell’uso rivoluzionario della prospettiva atmosferica, che influenzerà molti pittori europei dei secoli successivi.  

Quindi, il significato politico ed escatologico: un’opera che esalta Venezia, celebrando nel 1520 la ripresa del suo dominio sull’Adriatico, con il venir meno delle misure restrittive imposte dieci anni prima da papa Giulio II, e dunque il ritorno dei dazi nei confronti di Ancona in cambio della sua sicurezza.

Il “triangolo figurale” Ancona/Venezia/Ragusa, come lo definisce nel suo saggio in catalogo Augusto Gentili, rappresentato appunto dalle figure di San Francesco, santo della chiesa anconetana cui era destinata  l’opera, della Madonna simbolo della Serenissima (posta al vertice del triangolo in corrispondenza della “veduta” del bacino di San Marco) e da San Biagio patrono di Ragusa, testimonierebbe questo evento e la posizione sussidiaria delle due città adriatiche nei confronti di Venezia.

D’ altra parte, come suggeriscono con un’innovativa interpretazione i curatori della mostra Aikema e Dalla Costa, la luce e le cromie giallo-arancioni che inondano la veduta di Venezia, così centrale nella composizione, non starebbero ad indicare un tramonto come finora suggerito dalla critica forse sulla base di un topos ottocentesco, ma il crepuscolo mattutino: l’alba come segno di rinascita (rappresentata anche dal ramo di fico che simboleggia la  nuova vita), di apertura a un nuovo giorno, di riscatto dalle dure conseguenze dalla disfatta di Cambrai.

E proprio agli eventi perigliosi che incombevano su Venezia a causa delle Lega di Cambrai, con le truppe francesi e imperiali che rispettivamente nel 1509 e nel 1513 arrivarono ad  assediare la Serenissima, seminando terrore anche nell’entroterra, rimanda la gigantesca xilografia con la “Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso” chiamata a confrontarsi con la Pala Gozzi.

Un’opera che trova forse le sue fonti formali, secondo gli autori, anche nelle numerose opere grafiche con immagini di città, elaborate in ambienti artistici teutonici, diffuse a Venezia tra le fine del XV e l’inizio del XVI secolo.

Grande come un dipinto con decine di figure e un vasto paesaggio in gran parte marino di  stupefacente ricchezza espressiva, la stampa realizzata nella sua prima versione nel 1515 c. da un disegno originale di Tiziano, venne impressa in moltissime edizioni – come questa del 1549 - riscuotendo un enorme successo.  

La veduta marina, con anche il profilo di una città che emerge dall’acqua occupa due terzi della xilografia, tanto da esser considerata la vera protagonista della scena, e anche in questo caso le condizioni atmosferiche rendono l’ambientazione paesistica densa di significati: il mare (che in realtà ricorda la laguna di Venezia, a lambire la quale sono giunte le truppe dalla Lega di Cambrai) è minaccioso, come suggeriscono le nuvole che avanzano incombenti sul profilo della città: “è un oscuro presagio, opposto a quello dell’alba che invece rischiara il destino di Venezia nel dipinto – sottolineano i curatori in catalogo – e prevede tempi difficili per questo insediamento, caratterizzato da un campanile gotico ed edifici dalle forme ‘foreste’, ‘oltralpine' ”.

Sicuramente, dunque, non una pura decorazione ma un paesaggio dalla forte valenza emotiva e dal significato politico, con la veduta cittadina interpretata dalla critica ora come un ideale richiamo a Gerusalemme in quanto “nuova Venezia”, quindi sotto la diretta protezione divina, ora come immagine dell’Egitto quale “città del diavolo” visti i tratti “nordici” con cui è raffigurata e il suo posizionamento sul lato a sinistra della xilografia (lato simbolicamente negativo) in contrapposizione a Mosè e al suo popolo.

COLLABORAZIONE ISTITUZIONALI NEL NOME DI TIZIANO: ESPOSTA AD ANCONA  “L’ANNUNCIAZIONE MALCHIOSTRO”


Una mostra dunque ricca di suggestioni, simbolica e di studio, una “mostra dossier” quella con cui si aprono le celebrazioni tizianesche a Pieve di Cadore, e dalla quale derivano e a cui si collegano anche altre significative iniziative di valorizzazione e conoscenza dell’opera del grande cadorino, grazie alla collaborazione attivata dai promotori con la Città di Ancona e la Diocesi di Treviso.

Concomitante infatti alla presenza eccezionale in Cadore della Pala Gozzi proveniente dalla  Pinacoteca Civica di Ancona “Francesco Podest”, sarà il prestito e l’esposizione presso la stessa pinacoteca - da poco riaperta al pubblico con un nuovo allestimento, dopo due anni di lavori - della famosissima Annunciazione Malchiostro di  Tiziano, opera  che data anch’essa 1520 come la pala anconetana e conservata da sempre nella Cattedrale di Treviso.

La bellissima Cappella Malchiostro, capolavoro del principale edificio sacro della cittadina veneta, impreziosita anche dagli affreschi di Pordenone, sarà infatti sottoposta nei prossimi mesi a importanti interventi di restauro che, imponendo la movimentazione del celebre dipinto di Tiziano, consentono un momento unico di dialogo e scambio culturale, grazie anche al sostegno di DBA Group.


IL PROGETTO “TIZIANO E IL PAESAGGIO” CONTINUA:

LA MOSTRA DI LUGLIO E IL CONVEGNO


Le riflessioni rese possibili dal confronto tra le due opere tizianesche, su cui si concentra il primo appuntamento espositivo presso la Magnifica Comunità del Cadore, anticipano e introducono la seconda mostra su TIZIANO E IL PAESAGGIO prevista per l’estate (luglio-settembre 2026).

Non solo dipinti, disegni e incisioni del geniale Cadorino, ma anche l’impatto che questi ebbero sugli artisti coevi e successivi, fornendo un contributo determinante per l’affermazione della pittura di paesaggio come genere indipendente nel Seicento e riverberandosi persino sull’arte degli artisti europei del XVIII e XIX secolo.

L’ultimo atto del progetto sarà infine un convegno di studi internazionale (previsto per il 2027), in cui oltre a discutere e ampliare gli esiti delle due iniziative espositive, gli studiosi saranno chiamati a riflettere su argomenti altrettanto urgenti come il modo in cui la percezione del paesaggio sia cambiata dal XVI secolo ai giorni nostri, la funzione e la fruizione del paesaggio moderno, la tutela del paesaggio nel XXI secolo.

TIZIANO  27 agosto 1527  / I 450 ANNI

LA MEMORIA ETERNA TRA VENEZIA E IL CADORE / LA NATURA UNIVERSALE


Il 27 agosto del 1576 Tiziano, ormai ultraottuagenario, muore nella sua abitazione-studio al Biri Grande a Venezia, mentre la peste che dilania la città, solo pochi giorni prima, gli aveva strappato il figlio Orazio.

Il grande vecchio è all’apice del successo. Ha viaggiato in tutta Europa, è stato pittore ufficiale della Serenissima, pittore di corte di Carlo V e di Filippo II di Spagna, ha rinnovato la pittura europea.

La sua fama è tale, che nonostante le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, gli vengono accordati i funerali a San Marco e la sepoltura nella Basilica dei Frari, dove nel 1852 in suo ricordo verrà inaugurato il monumentale cenotafio voluto dall’Imperatore d’Austria, su progetto di Luigi Zandomeneghi e figlio.

Nella città che lo aveva accolto e fatto conoscere al mondo, nel monumentale sepolcro che ne trasmette la memoria, Tiziano siede al centro di un arco trionfale con a fianco due emblemi della sua arte, il Genio alato del Sapere e la Natura Universale: una fanciulla coronata, disvelata dallo stesso pittore; un riferimento perenne proprio alla sua abilità nel riprodurre la natura e nell'aver rivelato - tema al centro delle celebrazioni attuali - valore e protagonismo in pittura.

 

Fonte  Villaggio Globale International Srl
Antonella Lacchin

Maria Cristina Rumi, artista di opere figurative, forma d'arte che rappresenta soggetti riconoscibili dal mondo reale, come persone, paesaggi o oggetti, che siano ritratti in modo realistico, stilizzato, deformato o simbolico, parla al Corriere del Sud: “Amo l’arte figurativa e innovativa in cui esprimo il senso di rinascita e, in generale, oggi si sta tornando a creare opere attraverso le figure, ci troviamo in una fase storica di “rinascimento” artistico. Mi piace l’immagine e, ad esempio, nel volto di una donna cerco di esprimere, oltre ai tratti somatici, anche il suo vissuto e la sua interiorità che emerge all’esterno grazie alla sua figura. Nelle mie opere rappresento la parte e l’elemento psicologico che è unico e, proprio questa unicità, caratterizza ogni singola persona in modo diverso e particolare. Ho vissuto l’epoca rivoluzionaria del ’68 che mi ha permesso di indagare e approfondire sempre di più le motivazioni reali e il perché degli avvenimenti e di tutto ciò che ci circonda nella vita: la parte introspettiva e di riflessione è molto forte in me e la esprimo nelle mie creazioni. Mi piace leggere e comprendere gli eventi storici facendo dei parallelismi fra i vari fatti che mi permettono di analizzare e di capire quali siano le motivazioni reali degli accadimenti nella vita. Amo dipingere da quando è cambiata la mia esistenza: purtroppo ho dovuto affrontare un periodo molto difficile e l’arte è stata una forma di liberazione catartica che mi ha permesso di andare avanti e di superare questa fase esistenziale così dura. L’arte è sempre terapeutica perché nel momento in cui ti trovi davanti alla tua tela, o alla tua carta così come alla tua scultura, ti allontani dal mondo normale per entrare in un’altra dimensione che rappresenta uno stato che sublima la coscienza e la conoscenza interiore: quando crei un’opera aggiungi qualcosa in più che perfeziona così l’arte stessa. La prossima primavera parteciperò alla mostra di arte collettiva, che durerà due mesi allo “Space4Business” a Genova, sulla spiritualità e sull’interiorità vera che è sempre più da valorizzare e da comprendere, altrimenti mancherà sempre qualcosa nella vita e nell’esistenza di ogni persona.

Ho esaminato me stessa per dirlo e per condividerlo al mondo: tutti abbiamo dentro noi stessi la meraviglia che dobbiamo riconoscere per vivere e per stare bene con noi stessi e con gli altri. Infatti questa mostra è anche un importante momento di incontro e di condivisione fra noi quattordici artisti che esprimiamo stili diversi percorrendo però insieme il medesimo tema della spiritualità intesa come rinascita. Sono autodidatta, ho frequentato il liceo artistico e, grazie al Professor Nicelli, ho imparato a disegnare le proporzioni. All’epoca per comporre le opere si usava la caseina che era il prodotto antesignano dell’acrilico di oggi e, come colore, risultava più opaco e meno brillante. Ho sperimentato da sola varie tecniche pittoriche e mi affascina molto l’uso dell’olio per la sua consistente morbidezza e per il risultato che offre il suo colore che si può sfumare e ritoccare per apportare eventuali modifiche, mentre l’acrilico è più immediato nel suo utilizzo. Nella mia crescita artistica ho usato diversi materiali, tra cui la bomboletta spray sulla tela e l’acrilico con l’olio per creare sempre nuovi generi astratti. L’elemento fondamentale che attira lo sguardo è quello cromatico legato al colore. Cito spesso la poesia “Agonia” di Cesare Pavese che, contrariamente al sostantivo che pare evocare tristezza e malessere, invece esalta la bellezza cercando nei colori la forma di salvezza della vita. I colori tirano fuori e esprimono gli aspetti positivi e vitali dell’esistenza: oggi purtroppo mancano la bellezza e il colore, la società ci ha abituato al filtro del non colore che chiude la mente in se stessa senza evoluzione e senza crescita umana. L’arte dal ‘900 in poi ci ha abituato al brutto e, come forma di forzatura mentale di ubbidienza a determinati criteri artistico-formali imposti, siamo stati obbligati a dire che il brutto è bello, invece del suo reale contrario. Quando un argomento è ripetitivo nel tempo diventa un’abitudine standardizzata che influisce sulla psiche e sulla percezione di sé e del mondo che ci circonda impedendoci di formulare pensieri liberi. A tal proposito, nel futuro progetto una mostra che esalti e valorizzi l’elemento psicologico nell’arte proprio per dare rilievo e enfatizzare la psiche nel pensiero e nel processo artistico”.

 

Era il 28 ottobre 1925 e, per la prima volta, nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio prendeva vita un percorso espositivo con un nucleo di opere di arte contemporanea acquisite dal Comune di Roma. Si trattava della forma nascente di quella che sarebbe divenuta di lì a poco la Galleria d’Arte Moderna, la prima collezione civica basata sull’acquisizione di opere moderne di artisti, affermati o emergenti, attivi nel panorama artistico italiano e internazionale. Esattamente 100 anni dopo, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura, si celebra la fondazione della collezione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, in programma dal 20 dicembre 2025 all’11 ottobre 2026, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi.

Con oltre 120 opere tra dipinti, sculture e opere di grafica, il percorso espositivo curato da Ilaria Miarelli Mariani e Arianna Angelelli con Paola Lagonigro, Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti intende ripercorrere l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato una lungimirante politica di acquisizioni. Un processo lungo e articolato avviato già nel 1883, con l’acquisto delle prime opere avvenuto durante la celebre “Esposizione delle Belle Arti” al Palazzo delle Esposizioni – tra cui la statua in marmo Cleopatra di Girolamo Masini, oggi esposta all’interno del chiostro – e proseguito fino ai nostri giorni, con il raggiungimento di un corpus di oltre 3.000 opere e una collezione che vanta al suo interno artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni.

“È un viaggio attraverso la città di Roma, la sua storia e anche la storia dello scenario artistico internazionale, l’esposizione con cui la Galleria d’Arte Moderna celebra il centenario della sua fondazione con la mostra ‘GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025’”, dichiara l’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. “Con le 120 opere riunite lungo i tre piani espositivi, si ripercorre anche la politica culturale della città nel rapporto con i movimenti artistici, gli artisti e l’acquisizione delle loro opere da parte della GAM nel corso di oltre cento anni: la Galleria d’Arte Moderna offre così un percorso storico e artistico straordinario che parte dalla fine dell’Ottocento, passa per il Futurismo, il movimento ‘Novecento’, il Realismo magico, la Metafisica di de Chirico, il periodo della Scuola Romana, il dopoguerra novecentesco con l’Astrazione e la Neoavanguardia, fino ad arrivare agli anni ’80 e ’90 del Novecento e le ultime acquisizioni degli anni 2000. Un viaggio nel tempo e nei luoghi che testimonia come Roma abbia sempre riunito diverse voci e pluralità espressive, e che coinvolge il visitatore fin dalle prime opere acquisite con la nascita della Galleria. Opere per lo più provenienti da importanti eventi espositivi che hanno orientato la storia artistica mondiale. Ringrazio il lavoro corale degli altri musei e istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, oltre agli archivi fotografici e storici”.

È un centenario di artisti, spazi, luoghi, politiche culturali, il tutto indissolubilmente legato alla città di Roma.  La sintesi rappresentata nei tre piani della mostra costituisce la bussola ideale con cui il visitatore attraversa il secolo scorso, ricostruendo le modalità con cui le opere sono pervenute negli anni ma soprattutto i diversi contesti sociali, politici, culturali che hanno ispirato tali processi di acquisizione.

È così che, attraversando le sale della mostra, si possono ripercorrere i movimenti e le tendenze di oltre due secoli di storia dell’arte, a testimonianza della pluralità di stili e voci raccolte dalla Galleria e del legame inscindibile di queste opere e dei loro autori con la politica culturale della città (e del Paese intero). Interpretando molto spesso lo spirito dei tempi, con volontà e sensibilità diverse a ispirare di volta in volta la scelta delle opere, la Galleria d’Arte Moderna ha assunto, sempre più, un ruolo di primo piano nello scenario culturale internazionale, dando voce alle varie realtà emergenti: a partire da quelle della fine dell’Ottocento, del movimento In arte libertas di Nino Costa e Giulio Aristide Sartorio e della successiva avanguardia Futurista, passando poi per la Secessione romana con le sue mostre al Palazzo delle Esposizioni (1913-1916), e il movimento Novecento di Margherita Sarfatti e della rivista Valori Plastici. Si incontra il Realismo magico di Antonio Donghi, la Metafisica di de Chirico, il secondo Futurismo e trovano spazio le Biennali e le Quadriennali romane che tanto hanno contribuito all’accrescimento della collezione capitolina. E poi ancora il periodo della Scuola Romana, il secondo dopoguerra con i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia, gli anni ’70 e ’80, i cambiamenti degli anni ’90 e le ultime acquisizioni dei 2000.

Ma quella raccontata è anche una storia fatta di luoghi, spazi museali, vicissitudini talvolta complesse che hanno accompagnato la galleria nel corso del Novecento. Si va così dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede al Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale, all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case.

Riconducibile alla fase iniziale di costruzione del convento, è il dipinto murale seicentesco realizzato da Suor Eufrasia della Croce, abitante del convento e amica di Plautilla Bricci, scoperto dopo anni di occultamento su una delle pareti del primo piano e tornato visibile, oggi, in occasione dell’apertura della mostra. I dipinti erano destinati alla decorazione di uno degli ambienti più sacri della clausura, il coro d’inverno, dove si custodiva una reliquia della vera croce. Dai frammenti rimasti si percepisce una decorazione più estesa: due suore in preghiera davanti alla Croce-fontana, simbolo di vita e resurrezione, legata alla spiritualità carmelitana. Accanto, un secondo murale con la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni, oggi lacunoso al centro, mostra un registro più drammatico rispetto al primo.


IL PERCORSO ESPOSITIVO

Il percorso espositivo si apre al primo piano con la sezione LA NASCITA DELLA GALLERIA. LE PRIME ACQUISIZIONI, LE AVANGUARDIE E IL RUOLO DELLE QUADRIENNALI in cui si mette in luce l’inaugurazione del 1925 in Campidoglio e il successivo allestimento a opera di Antonio Muñoz nel 1931, quando assume il nome di Galleria Mussolini. Nel generale rinnovamento degli spazi che devono accogliere un numero sempre maggiore di opere, Muñoz pone nella scenografica terrazza Caffarelli la Galatea di Amleto Cataldi, adibita a fontana al centro di una grande vasca e oggi allestita in uno spazio apposito al pian terreno.

L’inaugurazione della galleria è il punto di arrivo di un grande fermento: le opere acquisite provengono infatti da importanti eventi espositivi che hanno determinato la fortuna di molti artisti del tempo. Basti pensare alle numerose rassegne volute dalla Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma da cui provengono artisti del calibro di Enrico Coleman (Lago di Nemi), Duilio Cambellotti (Conca dei bufali) e soprattutto Giacomo Balla con il capolavoro Il dubbio.

Ma sono soprattutto le mostre della Secessione romana nel secondo decennio del Novecento a trasmettere l’idea di un’attenzione precipua per ciò che è contemporaneo nonché la sensibilità nei confronti di quei linguaggi artistici talvolta in contrapposizione ma che per l’amministrazione capitolina sono il frutto di un rinnovamento da cui non ci si può sottrarre. “Secessioniste” sono dunque le opere di Vittorio Grassi (I civettari), Enrico Lionne (Violette), Camillo Innocenti (La sultana) ma anche di Auguste Rodin, uno dei pochi artisti stranieri presenti in collezione. Dall’altro lato la purezza, il “ritorno all’ordine”, gli ideali propugnati dalla rivista Valori plastici e dal movimento Novecento di Margherita Sarfatti, con l’obiettivo di porsi in alternativa alla dilagante esuberanza delle avanguardie in nome di un ritrovato e rinnovato classicismo che chiama a raccolta artisti quali Felice Carena con l’opera Serenità, Mario Sironi con La famiglia o ancora Gino Severini il quale – alla stregua di altri artisti tra cui Achille Funi e Maria Immacolata Zaffuto – si cimenta nel recupero dei saperi tecnici dell’antica Roma come, ad esempio, il mosaico nella sua Composizione.

Nella tensione artistica di quegli anni non si può non citare il Realismo magico di Antonio Donghi (Donna alla toletta) e la Metafisica di de Chirico (Combattimento di gladiatori). Parallelamente, tra il 1921 e il 1925, le Biennali romane assumono il ruolo di evento principale a cui si rivolgono tanto gli artisti quanto gli amministratori, i quali prediligono l’esotismo di Primo Conti e la raffinatezza di Ferruccio Ferrazzi. E ancora di più lo sono le Quadriennali (la prima è del 1931) in scena al Palazzo delle Esposizioni, ispirate e guidate dal segretario Cipriano Efisio Oppo che, anche grazie alla posizione privilegiata all’interno del regime fascista, decreta il successo di artisti contemporanei, rivalutando al contempo le esperienze di Giovanni Nino Costa (Alla fonte) e Giulio Aristide Sartorio (Le vergini savie e le vergini stolte), protagonisti assoluti del movimento In arte libertas, nato alla fine dell’800 per ricusare i rigidi schematismi dell’accademia a favore di una più libera interpretazione del dato espressivo, spesso dal sapore simbolista. E ancora il Secondo Futurismo a cui è dedicato un intero spazio, con opere di Tato, Benedetta Cappa Marinetti, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Sante Monachesi e Tullio Crali.

La sezione DALLA RICERCA DI UNA NUOVA SEDE ALLA RINASCITA NEGLI ANNI CINQUANTA al secondo piano fa da ponte tra le esperienze del primo Novecento e quelle che si concretizzano dopo la Seconda guerra mondiale. Nel mezzo, la soppressione della galleria avvenuta nel 1938 su decisione del ministro dell'Educazione Giuseppe Bottai e del governatore di Roma Piero Colonna, concedendo le opere della collezione in deposito temporaneo alla Regia Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Valle Giulia. Dopo la guerra Carlo Pietrangeli si impegna per riportare alla luce le opere della collezione con la riapertura della galleria nel 1952 agli ultimi due piani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Tra gli artisti esposti, Onorato Carlandi: il più importante e prolifico esponente dei XXV della Campagna romana, gruppo che ha a cuore i paesaggi dell’agro romano dipinti en plein air e che ad oggi costituiscono un documento prezioso di una realtà non più visibile. Sono anche gli anni della Scuola romana, di Scipione con il Cardinal decano, considerata una delle più alte vette dell’arte del Novecento, e di Renato Guttuso con i suoi Tetti di Roma. Ad ulteriore ricordo dell’apertura del 1952 si è voluto riproporre qui una versione in piccolo della sala detta del “Bianco e nero” con opere grafiche di Giorgio Morandi e Arturo Checchi.

La sezione VERSO LA NUOVA GALLERIA D'ARTE MODERNA. UNA COLLEZIONE IN CONTINUA CRESCITA all’ultimo piano si focalizza sul trasferimento della raccolta dal Museo di Roma al Palazzo delle Esposizioni con la “Mostra di una selezione di opere” del 1963 curata ancora una volta da Carlo Pietrangeli e terminata nel 1972, quando le opere tornano nei depositi. E ancora una volta le acquisizioni di questi anni – che non si arrestano neppure di fronte alle incertezze nel trovare nuove sedi museali – riflettono una eterogeneità nella scelta delle opere, con uno sguardo al passato e uno alle più recenti novità artistiche (esposti, tra gli altri, Pompeo Fabri, Vittorio Grassi, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Alberto Savinio, Antonietta Raphaël Mafai, Fausto Pirandello).

Negli anni Ottanta prosegue la riflessione sull’individuazione di una scelta idonea e definitiva per ospitare la collezione della Galleria, inizialmente individuata nei locali dell’ex birreria Peroni in via Reggio Emilia, oggi sede del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma).

Negli anni Novanta – a seguito di un complesso quanto prezioso compito di ricognizione delle opere di proprietà del Comune e di redazione del primo catalogo ragionato – viene individuata come sede provvisoria della galleria l’ex convento delle carmelitane scalze in via Crispi, cui segue l’inaugurazione nel 1995. Dopo importanti lavori di ammodernamento, la struttura riapre nel 2012, e l’incremento della collezione prosegue con importanti e recentissime acquisizioni, tra cui opere di Elisa Montessori, Lamberto Pignotti e Guido Strazza.

La mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025 è il risultato di un lavoro corale e sinergico portato avanti con altri musei ed istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, quali il Museo di Roma in Trastevere, l’Archivio fotografico del Museo di Roma e l’Archivio Storico Capitolino. Inoltre, deve la ricchezza del suo percorso espositivo alla preziosa collaborazione di altri enti culturali, tra cui Istituto Luce, Teche Rai e Archivio Fotografico Ufficio Stampa di Roma Capitale che hanno fornito materiale documentario, fotografico e audiovisivo.

Per consentire una più ampia esplorazione della collezione, la mostra avrà una seconda rotazione espositiva nella primavera 2026, grazie alla quale si potranno riscoprire anche capolavori inediti mai presentati prima. Inoltre, particolare attenzione è riservata ai visitatori con disabilità visiva, con percorsi didattici dedicati e un nuovo nucleo di tavole tattili prodotte per l’occasione grazie alla collaborazione con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e il Museo Tattile Statale Omero di Ancona.

Uff. st. Zètema Progetto Cultura

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI