Siamo lieti di pubblicare in anteprima le pagine conclu-sive del saggio di Aldo G. Ricci La breve età degasperiana. 1948-1953, di prossima uscita per la collana storica dell’Istituto Sturzo presso la casa editrice Rubbettino (pp. 150, euro 12).
Aldo G. Ricci
La breve età degasperiana
De Gasperi ha guidato ininterrottamente il paese negli anni più diffici-li della sua storia unitaria. Prima ancora di assumere la guida del go-verno, nel dicembre del 1945, già con Bonomi prima e con Parri poi, i suoi rapporti con gli Alleati furono decisivi per delineare quelle che sarebbero state in seguito le linee della politica estera italiana, ne-cessitato e convinto a puntare sugli Stati Uniti come unica opzione possibile per far riacquistare all’Italia uno status internazionale di na-zione indipendente.
Assunta quindi la guida del governo, il suo ruolo si rivelò de-terminante per uscire dalle contraddizioni che rendevano difficile la scelta per risolvere la questione istituzionale. Il suo impegno per im-porre la via referendaria, anche con il sostegno degli Alleati e nono-stante l’opposizione dall’estero di un leader autorevole come Luigi Sturzo e tutte le ombre che per anni gravarono sull’esito del voto, si rivelò alla fine come la soluzione meno dolorosa. De Gasperi, che aveva lasciato alla libera scelta degli elettori democristiani la decisio-ne sul referendum, seppe però nel momento cruciale prendere su di sé il peso della scelta di assumere le funzioni di Capo dello Stato per abbreviare l’agonia istituzionale che il paese stava vivendo e per ri-durre i rischi di guerra civile.
I lavori dell’Assemblea Costituente furono da lui seguiti con attenzione, conservando l’alleanza con socialisti e comunisti in nome della necessità di firmare il Trattato di pace e portare a termine i la-vori costituenti. Lo stesso Trattato di pace, con le sue clausole dolo-rose, fu accettato come un sacrificio ineludibile per riacquistare la piena sovranità dell’Italia.
Interamente a suo merito va il successo del famoso viaggio negli Stati Uniti, all’inizio del 1947, dove vennero varati quegli aiuti economici senza i quali l’Italia avrebbe rischiato il tracollo finanziario. Altrettanto e forse più deve dirsi per la svolta della primavera del 1947, quando decise di rompere l’alleanza con le sinistre che aveva guidato il paese dal secondo governo Badoglio. In quel momento non era ancora maturata la svolta della politica americana, con la rottura con l’URSS e la decisione di impegnarsi nella difesa econo-mica e militare dell’Europa occidentale. De Gasperi scelse quindi da solo la strada della rottura politica e di un difficile risanamento eco-nomico, con tutti i rischi che avrebbe potuto comportare. La strategia del doppio binario del PCI, che puntava a restare al governo, contra-standolo però nelle piazze e nelle lotte sociali, avrebbe rischiato, al-trimenti, di travolgere la stessa Democrazia cristiana.
In quelle condizioni si crearono le premesse per la grande vittoria del 1948, quando la DC conquistò la maggioranza assoluta dei voti. Nonostante questo risultato gli consentisse di governare da solo, De Gasperi prese in questa occasione un’altra delle sue deci-sioni destinate a pesare stabilmente sul futuro della politica italiana. Scelse infatti di puntare su una politica delle alleanze con i partiti laici di centro, convinto che questa fosse la strategia migliore, anche per preservare la stessa DC da ogni tentazione integralista.
Gli anni della prima legislatura repubblicana furono anni di apprendistato parlamentare, ma furono anche anni di rafforzamento e di crescita della nuova Italia, pur in un quadro interno e internazio-nale sempre più inquietante. L’attentato a Togliatti subito dopo le e-lezioni del 1948, le occupazioni delle terre, i conflitti sociali politiciz-zati, uniti al rischio continuo di una nuova guerra mondiale, di cui la Corea sembrava la prima avvisaglia, crearono un clima di difficoltà e di sospetti. La scelta in favore del nuovo sistema di alleanze pro-mosso dagli Stati Uniti (la NATO) fu un’altra delle scommesse vinte da De Gasperi, che dovette superare per questo molte resistenze anche all’interno della stessa DC.
A proposito della particolare situazione politica in cui si tro-vava l’Italia, caratterizzata dalla presenza del più forte partito comu-nista dell’occidente, De Gasperi sapeva di muoversi su un sentiero molto stretto. Da una parte, infatti, gli era del tutto evidente la natura potenzialmente antisistema del P.C.I., legato alle scelte della politica sovietica da un cordone indissolubile: una natura che avrebbe potuto richiedere (e molti in alcuni momenti di crisi l’avevano chiesto) la sua messa fuorilegge. Dall’altra tendeva, fino all’ultima possibilità, a man-tenere immutato il quadro censito dalla Costituente, pur rendendosi conto che per molti la Carta fondamentale era poco più di una foglia di fico adottata per coprire politiche ben diverse da quelle previste dal dettato costituzionale.
Queste sue preoccupazioni erano trapelate nella drammatica seduta successiva all’attentato a Togliatti, quando parlò di un piano sovversivo generale, ma in pubblico fu sempre più prudente in pro-posito.
Il suo pensiero più profondo emerge con chiarezza in due lettere fondamentali all’amico Sturzo, entrambe scritte da Sella di Valsugana.
La prima è del 10 agosto 1950 ed è una risposta alle critiche di Sturzo alla riforma agraria e a presunti cedimenti ai comunisti sulla commissione parlamentare creata per la Sila. “La commissione par-lamentare poi (consultiva) passò nella Sila per la debolezza “parla-mentare” dei nostri ed era difficile poi escluderla altrove, benché si sia tentato. Sono gli ultimi resti di una illusione che va tramontando nel nuovo clima che si crea. In questo senso “le premesse legislative e pratiche della bolscevizzazione” stanno nell’eccessiva elasticità e non concretezza della Costituzione che rende difficile il governare e il deliberare e in fondo non prevede discriminazione contro i falsi de-mocratici: il povero Segni, cui tu attribuisci una parte così iniqua, è colpevole come tanti altri costituenti, non più, anzi meno” (Carteggio Struzo-De Gasperi (1920-1953), Rubbettino, 2006, p. 231).
Secondo De Gasperi, Sturzo non avrebbe avuto una visione chiara delle difficoltà della situazione politica: “In generale, caro Sturzo, o io mi inganno, o tu non hai una visione delle difficoltà con-crete che deve superare la D.C. fra gelosie degli anticlericali e dei si-gnori e l’odio mortale dei socialcomunisti. Sembra che tu non am-metta che sarebbe da parte nostra la scomparsa o la discordia di pochi uomini per provocare la caduta della valanga e che non senta quale sforzo inaudito è necessario per reggere in mezzo a tanta bu-fera” (Ivi, pp. 232-233).
Ma soprattutto, secondo il leader trentino, Sturzo poteva cri-ticare così liberamente la politica del governo, perché non aveva re-sponsabilità dirette.
Solo “chi può assumere la responsabilità, aggiungeva, ha la libertà senza riserve”.
Ma soprattutto, secondo De Gasperi, mancava al fondatore del Partito popolare, la consapevolezza della precarietà della situa-zione politica. “Siamo sempre al punto di partenza: se si ha una vi-sione realistica della precarietà del regime democratico, del pericolo gravissimo del totalitarismo, della relativa debolezza della D.C. insi-diata dalla varietà della sua compagine e individuata dai suoi alleati e dal mondo passato che non crede al nostro neoliberismo politico, allora le cose si vedono con una certa prospettiva e proposizione e si misurano i colpi, perché non abbattano; se invece ci si crede in un mondo di libertà garantita e di democrazia assicurata, allora si pensa che il bisturi ripulisce e non va così addentro da recidere organi vitali. Se nel 1922 avessimo previsto il totalitarismo fascista, non credi che saremmo stati più cauti nell’attaccare lo Stato liberale?” (Ivi, p. 233).
Questo discorso di principio venne ripreso due anni dopo, il 24 agosto 1952, a proposito della legge elettorale maggioritaria, a cui Sturzo, come si è visto, avrebbe preferito il sistema uninominale.
L’argomento è diverso (prima la riforma agraria, poi la legge elettorale), ma il ragionamento di fondo è lo stesso: la fragilità del si-stema politico italiano e la necessità di difenderlo. “La situazione è estremamente difficile: abbiamo bisogno della testa serena e dei nervi tranquilli. Senza dubbio, non si debbono mutare sistemi eletto-rali con frequente leggerezza; ma non è tutta la nostra Costituzione, tutto il nostro sistema rappresentativo fondato sopra un presupposto di lealtà democratica, che in realtà si è rivelato non esistente? Non è la minima precauzione che possiamo prendere quella di difenderci contro l’abuso dell’organismo democratico meditato e tentato da chi vuole strangolare la democrazia? In verità o questa terribile minaccia esiste, e allora tutta la nostra politica si giustifica, o è immaginaria e inventata come uno spauracchio per suscitare reazione, e allora hanno ragione non i costituzionalisti che si richiamano ai sacri testi, ma i socialcomunisti che ne vogliono per contrabbandare la dittatura totalitaria” (Ivi, p. 268).
Sono parole drammatiche che testimoniano il tormento del politico trentino, che più di ogni altro ha sperimentato, come è stato detto da molti, la solitudine del leader di fronte alle scelte cruciali.
Ma la sua politica, come si è visto, non fu solo difesa della democrazia dai pericoli esterni. Fu anche, in parallelo, sostegno del-lo sviluppo e della modernizzazione, nella convinzione profonda che, alla lunga, questi cambiamenti avrebbero rappresentato le fonda-menta più solide della democrazia stessa.
A suo merito va quindi anche la politica di riforme che carat-terizzò i governi della prima legislatura, pur nel difficile contesto in cui il governo si trovava a operare. Dalla politica per la casa alla riforma agraria, dalla Cassa del Mezzogiorno alla riforma fiscale, al raffor-zamento dell’intervento pubblico nell’economia: furono tutti elementi destinati a trasformare l’Italia del dopoguerra. A questo si aggiunga la politica europeista, che vide De Gasperi impegnato allo spasimo, convinto, a ragione, che quello che non si sarebbe fatto nel primo dopoguerra per la nascita dell’Europa non si sarebbe fatto più; ma anche la stessa riforma elettorale mancata, bollata allora come ‘leg-ge truffa’ dalle opposizioni, ma rivalutata spesso in seguito come una ‘occasione perduta’ per la stabilità politica.
Nella vocazione politica di De Gasperi, l’elemento etico svol-geva un ruolo determinante e spesso sottovalutato, come ha ricorda-to Benedetto XVI il 20 giugno del 2009, ricevendo i membri del con-siglio della fondazione che da lui prende il nome. “Docile e obbedien-te alla Chiesa, fu però autonomo e responsabile nelle sue scelte po-litiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scen-dere a compromessi con la sua retta coscienza”. “Spiritualità e politi-ca, ha proseguito, furono due dimensioni che convissero nella sua persona e ne caratterizzarono l’impegno sociale e spirituale”. Non vi è politica degna di questo nome, che possa prescindere dall’etica, ha concluso il Pontefice, privilegiando, ovviamente, quella interpretata dal Magistero della Chiesa Cattolica, ma enunciando un principio, a cui si è sempre ispirato proprio De Gasperi, che deve essere “di in-coraggiamento e di stimolo per coloro che oggi reggono le sorti dell’Italia e degli altri popoli”.
Questa la sintesi degasperiana di morale e politica nelle pa-role conclusive di Benedetto XVI: “Nel sistema democratico viene conferito un mandato politico-amministrativo con una responsabilità specifica, ma parallelamente vi è una responsabilità morale dinnanzi alla propria coscienza, e la coscienza per decidere deve essere sempre illuminata dalla dottrina e dall’insegnamento della Chiesa”. Una sintesi difficile, privilegio effettivo di pochi leader contemporanei.
L’esperienza politica dello statista trentino rappresenta la sin-tesi degli elementi costitutivi e caratterizzanti dell’Italia del dopoguer-ra: la Democrazia cristiana (e quindi una formazione politica ispirata ai valori religiosi e democratici della tradizione occidentale) come partito di maggioranza, il governo come politica delle alleanze tra cattolici e laici, la ricostruzione come sintesi di intervento pubblico e privato, le riforme come metodo di progresso, lo Stato come terreno privilegiato dell’operare politico.
Si tratta di un esempio modernissimo di quella capacità di sintesi che è una caratteristica della politica nelle sue espressioni più elevate: quando cioè la politica sa muoversi tra progetto strategico e mediazione tattica, condizionata dall’intreccio delle emergenze e del-le contingenze che la pagina bianca del divenire quotidiano prescrive a ogni periodo storico.
La sua eredità politica, rimossa per molti anni come quella di un uomo del passato, alla ricerca storica più recente appare oggi come un lascito suscettibile di dare ancora frutti nel futuro. In partico-lare oggi, quando la politica sembra aver perso, non si sa se tempo-raneamente o stabilmente, quel ruolo di mediazione tra le diverse componenti economiche, sociali e culturali, e di guida dello sviluppo civile che per molti decenni di questo dopoguerra l’ha invece caratte-rizzata.
Aldo G. Ricci
Aldo G. Ricci
La breve età degasperiana
De Gasperi ha guidato ininterrottamente il paese negli anni più diffici-li della sua storia unitaria. Prima ancora di assumere la guida del go-verno, nel dicembre del 1945, già con Bonomi prima e con Parri poi, i suoi rapporti con gli Alleati furono decisivi per delineare quelle che sarebbero state in seguito le linee della politica estera italiana, ne-cessitato e convinto a puntare sugli Stati Uniti come unica opzione possibile per far riacquistare all’Italia uno status internazionale di na-zione indipendente.
Assunta quindi la guida del governo, il suo ruolo si rivelò de-terminante per uscire dalle contraddizioni che rendevano difficile la scelta per risolvere la questione istituzionale. Il suo impegno per im-porre la via referendaria, anche con il sostegno degli Alleati e nono-stante l’opposizione dall’estero di un leader autorevole come Luigi Sturzo e tutte le ombre che per anni gravarono sull’esito del voto, si rivelò alla fine come la soluzione meno dolorosa. De Gasperi, che aveva lasciato alla libera scelta degli elettori democristiani la decisio-ne sul referendum, seppe però nel momento cruciale prendere su di sé il peso della scelta di assumere le funzioni di Capo dello Stato per abbreviare l’agonia istituzionale che il paese stava vivendo e per ri-durre i rischi di guerra civile.
I lavori dell’Assemblea Costituente furono da lui seguiti con attenzione, conservando l’alleanza con socialisti e comunisti in nome della necessità di firmare il Trattato di pace e portare a termine i la-vori costituenti. Lo stesso Trattato di pace, con le sue clausole dolo-rose, fu accettato come un sacrificio ineludibile per riacquistare la piena sovranità dell’Italia.
Interamente a suo merito va il successo del famoso viaggio negli Stati Uniti, all’inizio del 1947, dove vennero varati quegli aiuti economici senza i quali l’Italia avrebbe rischiato il tracollo finanziario. Altrettanto e forse più deve dirsi per la svolta della primavera del 1947, quando decise di rompere l’alleanza con le sinistre che aveva guidato il paese dal secondo governo Badoglio. In quel momento non era ancora maturata la svolta della politica americana, con la rottura con l’URSS e la decisione di impegnarsi nella difesa econo-mica e militare dell’Europa occidentale. De Gasperi scelse quindi da solo la strada della rottura politica e di un difficile risanamento eco-nomico, con tutti i rischi che avrebbe potuto comportare. La strategia del doppio binario del PCI, che puntava a restare al governo, contra-standolo però nelle piazze e nelle lotte sociali, avrebbe rischiato, al-trimenti, di travolgere la stessa Democrazia cristiana.
In quelle condizioni si crearono le premesse per la grande vittoria del 1948, quando la DC conquistò la maggioranza assoluta dei voti. Nonostante questo risultato gli consentisse di governare da solo, De Gasperi prese in questa occasione un’altra delle sue deci-sioni destinate a pesare stabilmente sul futuro della politica italiana. Scelse infatti di puntare su una politica delle alleanze con i partiti laici di centro, convinto che questa fosse la strategia migliore, anche per preservare la stessa DC da ogni tentazione integralista.
Gli anni della prima legislatura repubblicana furono anni di apprendistato parlamentare, ma furono anche anni di rafforzamento e di crescita della nuova Italia, pur in un quadro interno e internazio-nale sempre più inquietante. L’attentato a Togliatti subito dopo le e-lezioni del 1948, le occupazioni delle terre, i conflitti sociali politiciz-zati, uniti al rischio continuo di una nuova guerra mondiale, di cui la Corea sembrava la prima avvisaglia, crearono un clima di difficoltà e di sospetti. La scelta in favore del nuovo sistema di alleanze pro-mosso dagli Stati Uniti (la NATO) fu un’altra delle scommesse vinte da De Gasperi, che dovette superare per questo molte resistenze anche all’interno della stessa DC.
A proposito della particolare situazione politica in cui si tro-vava l’Italia, caratterizzata dalla presenza del più forte partito comu-nista dell’occidente, De Gasperi sapeva di muoversi su un sentiero molto stretto. Da una parte, infatti, gli era del tutto evidente la natura potenzialmente antisistema del P.C.I., legato alle scelte della politica sovietica da un cordone indissolubile: una natura che avrebbe potuto richiedere (e molti in alcuni momenti di crisi l’avevano chiesto) la sua messa fuorilegge. Dall’altra tendeva, fino all’ultima possibilità, a man-tenere immutato il quadro censito dalla Costituente, pur rendendosi conto che per molti la Carta fondamentale era poco più di una foglia di fico adottata per coprire politiche ben diverse da quelle previste dal dettato costituzionale.
Queste sue preoccupazioni erano trapelate nella drammatica seduta successiva all’attentato a Togliatti, quando parlò di un piano sovversivo generale, ma in pubblico fu sempre più prudente in pro-posito.
Il suo pensiero più profondo emerge con chiarezza in due lettere fondamentali all’amico Sturzo, entrambe scritte da Sella di Valsugana.
La prima è del 10 agosto 1950 ed è una risposta alle critiche di Sturzo alla riforma agraria e a presunti cedimenti ai comunisti sulla commissione parlamentare creata per la Sila. “La commissione par-lamentare poi (consultiva) passò nella Sila per la debolezza “parla-mentare” dei nostri ed era difficile poi escluderla altrove, benché si sia tentato. Sono gli ultimi resti di una illusione che va tramontando nel nuovo clima che si crea. In questo senso “le premesse legislative e pratiche della bolscevizzazione” stanno nell’eccessiva elasticità e non concretezza della Costituzione che rende difficile il governare e il deliberare e in fondo non prevede discriminazione contro i falsi de-mocratici: il povero Segni, cui tu attribuisci una parte così iniqua, è colpevole come tanti altri costituenti, non più, anzi meno” (Carteggio Struzo-De Gasperi (1920-1953), Rubbettino, 2006, p. 231).
Secondo De Gasperi, Sturzo non avrebbe avuto una visione chiara delle difficoltà della situazione politica: “In generale, caro Sturzo, o io mi inganno, o tu non hai una visione delle difficoltà con-crete che deve superare la D.C. fra gelosie degli anticlericali e dei si-gnori e l’odio mortale dei socialcomunisti. Sembra che tu non am-metta che sarebbe da parte nostra la scomparsa o la discordia di pochi uomini per provocare la caduta della valanga e che non senta quale sforzo inaudito è necessario per reggere in mezzo a tanta bu-fera” (Ivi, pp. 232-233).
Ma soprattutto, secondo il leader trentino, Sturzo poteva cri-ticare così liberamente la politica del governo, perché non aveva re-sponsabilità dirette.
Solo “chi può assumere la responsabilità, aggiungeva, ha la libertà senza riserve”.
Ma soprattutto, secondo De Gasperi, mancava al fondatore del Partito popolare, la consapevolezza della precarietà della situa-zione politica. “Siamo sempre al punto di partenza: se si ha una vi-sione realistica della precarietà del regime democratico, del pericolo gravissimo del totalitarismo, della relativa debolezza della D.C. insi-diata dalla varietà della sua compagine e individuata dai suoi alleati e dal mondo passato che non crede al nostro neoliberismo politico, allora le cose si vedono con una certa prospettiva e proposizione e si misurano i colpi, perché non abbattano; se invece ci si crede in un mondo di libertà garantita e di democrazia assicurata, allora si pensa che il bisturi ripulisce e non va così addentro da recidere organi vitali. Se nel 1922 avessimo previsto il totalitarismo fascista, non credi che saremmo stati più cauti nell’attaccare lo Stato liberale?” (Ivi, p. 233).
Questo discorso di principio venne ripreso due anni dopo, il 24 agosto 1952, a proposito della legge elettorale maggioritaria, a cui Sturzo, come si è visto, avrebbe preferito il sistema uninominale.
L’argomento è diverso (prima la riforma agraria, poi la legge elettorale), ma il ragionamento di fondo è lo stesso: la fragilità del si-stema politico italiano e la necessità di difenderlo. “La situazione è estremamente difficile: abbiamo bisogno della testa serena e dei nervi tranquilli. Senza dubbio, non si debbono mutare sistemi eletto-rali con frequente leggerezza; ma non è tutta la nostra Costituzione, tutto il nostro sistema rappresentativo fondato sopra un presupposto di lealtà democratica, che in realtà si è rivelato non esistente? Non è la minima precauzione che possiamo prendere quella di difenderci contro l’abuso dell’organismo democratico meditato e tentato da chi vuole strangolare la democrazia? In verità o questa terribile minaccia esiste, e allora tutta la nostra politica si giustifica, o è immaginaria e inventata come uno spauracchio per suscitare reazione, e allora hanno ragione non i costituzionalisti che si richiamano ai sacri testi, ma i socialcomunisti che ne vogliono per contrabbandare la dittatura totalitaria” (Ivi, p. 268).
Sono parole drammatiche che testimoniano il tormento del politico trentino, che più di ogni altro ha sperimentato, come è stato detto da molti, la solitudine del leader di fronte alle scelte cruciali.
Ma la sua politica, come si è visto, non fu solo difesa della democrazia dai pericoli esterni. Fu anche, in parallelo, sostegno del-lo sviluppo e della modernizzazione, nella convinzione profonda che, alla lunga, questi cambiamenti avrebbero rappresentato le fonda-menta più solide della democrazia stessa.
A suo merito va quindi anche la politica di riforme che carat-terizzò i governi della prima legislatura, pur nel difficile contesto in cui il governo si trovava a operare. Dalla politica per la casa alla riforma agraria, dalla Cassa del Mezzogiorno alla riforma fiscale, al raffor-zamento dell’intervento pubblico nell’economia: furono tutti elementi destinati a trasformare l’Italia del dopoguerra. A questo si aggiunga la politica europeista, che vide De Gasperi impegnato allo spasimo, convinto, a ragione, che quello che non si sarebbe fatto nel primo dopoguerra per la nascita dell’Europa non si sarebbe fatto più; ma anche la stessa riforma elettorale mancata, bollata allora come ‘leg-ge truffa’ dalle opposizioni, ma rivalutata spesso in seguito come una ‘occasione perduta’ per la stabilità politica.
Nella vocazione politica di De Gasperi, l’elemento etico svol-geva un ruolo determinante e spesso sottovalutato, come ha ricorda-to Benedetto XVI il 20 giugno del 2009, ricevendo i membri del con-siglio della fondazione che da lui prende il nome. “Docile e obbedien-te alla Chiesa, fu però autonomo e responsabile nelle sue scelte po-litiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scen-dere a compromessi con la sua retta coscienza”. “Spiritualità e politi-ca, ha proseguito, furono due dimensioni che convissero nella sua persona e ne caratterizzarono l’impegno sociale e spirituale”. Non vi è politica degna di questo nome, che possa prescindere dall’etica, ha concluso il Pontefice, privilegiando, ovviamente, quella interpretata dal Magistero della Chiesa Cattolica, ma enunciando un principio, a cui si è sempre ispirato proprio De Gasperi, che deve essere “di in-coraggiamento e di stimolo per coloro che oggi reggono le sorti dell’Italia e degli altri popoli”.
Questa la sintesi degasperiana di morale e politica nelle pa-role conclusive di Benedetto XVI: “Nel sistema democratico viene conferito un mandato politico-amministrativo con una responsabilità specifica, ma parallelamente vi è una responsabilità morale dinnanzi alla propria coscienza, e la coscienza per decidere deve essere sempre illuminata dalla dottrina e dall’insegnamento della Chiesa”. Una sintesi difficile, privilegio effettivo di pochi leader contemporanei.
L’esperienza politica dello statista trentino rappresenta la sin-tesi degli elementi costitutivi e caratterizzanti dell’Italia del dopoguer-ra: la Democrazia cristiana (e quindi una formazione politica ispirata ai valori religiosi e democratici della tradizione occidentale) come partito di maggioranza, il governo come politica delle alleanze tra cattolici e laici, la ricostruzione come sintesi di intervento pubblico e privato, le riforme come metodo di progresso, lo Stato come terreno privilegiato dell’operare politico.
Si tratta di un esempio modernissimo di quella capacità di sintesi che è una caratteristica della politica nelle sue espressioni più elevate: quando cioè la politica sa muoversi tra progetto strategico e mediazione tattica, condizionata dall’intreccio delle emergenze e del-le contingenze che la pagina bianca del divenire quotidiano prescrive a ogni periodo storico.
La sua eredità politica, rimossa per molti anni come quella di un uomo del passato, alla ricerca storica più recente appare oggi come un lascito suscettibile di dare ancora frutti nel futuro. In partico-lare oggi, quando la politica sembra aver perso, non si sa se tempo-raneamente o stabilmente, quel ruolo di mediazione tra le diverse componenti economiche, sociali e culturali, e di guida dello sviluppo civile che per molti decenni di questo dopoguerra l’ha invece caratte-rizzata.
Aldo G. Ricci