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Articoli :: Pagina Tre

Donne in Indonesia, Cisgiordania e iraq


Nella provincia indonesiana dell’Aceh la sharia è stata introdotta nel 2003, dando luogo ad un sistema legale parallelo a quello ufficiale grazie all’adozione di regolamenti locali molto severi. Tali regolamenti prevedono, per esempio, punizioni (spesso corporali) per delitti sanzionati dall’etica religiosa e concernenti i comportamenti sessuali considerati illeciti, ma anche il gioco d’azzardo, il consumo di bevande alcoliche e l’abbigliamento non appropriato secondo i dettami islamici (cfr. “L’Indonesia: difficoltà e successi di una democrazia laica nel più popoloso paese musulmano del mondo”, di Francesco Montessoro, in: Asia Maior. Osservatorio italiano sull’Asia, 2007, Guerini & Associati, Milano, 2008, pag. 222).
Qui nell’Aceh, come in Arabia Saudita o in Iran, la polizia religiosa – wilayatul hisbah, che significa “pattuglia del vizio e della virtù” – è costituita per controllare l’applicazione della sharia. Dal 2006 in poi la polizia religiosa ha chiuso vari saloni di bellezza, arrestando le ragazze che vi indossavano jeans o T-shirt e gli uomini sorpresi a farsi tagliare i capelli dalle donne.
In Indonesia su una popolazione di 245 milioni di abitanti i musulmani costituiscono l’88%. Il Paese è tuttora improntato al nazionalismo e al laicismo ereditato dai tempi di Suharto; ma negli ultimi anni l’influenza dei partiti religiosi di ispirazione musulmana si è fatta via via crescente. Il caso eclatante, come si è visto, è la provincia di Aceh, dove ormai vige la sharia; ma anche nel resto del Paese si respira un diverso clima politico. Se in passato un non musulmano poteva occupare cariche di rilievo (governatore della banca centrale, capo delle forze armate, ministro) oggi questa eventualità si è fatta più improbabile. Il dibattito politico per introdurre la poligamia si è fatto acceso. Dal 2002 il terrorismo islamico ha colpito con inusuale violenza centri importanti, come Bali e Giacarta. Sulla scia di attentati ed omicidi, nel 2005 anche tre studentesse cristiane furono uccise a Poso, nell’isola di Sulawesi, pagando con la vita l’escalation fondamentalista. Nelle aree meridionali dell’isola, la maggioranza dei distretti ha adottato regolamenti locali riconducibili alle norme coraniche, specialmente in tema di abbigliamento femminile e di divieto di consumare alcolici. “Altrove – scrive Francesco Montessoro nel saggio citato, “… era stato introdotto l’obbligo per i capi villaggio, i candidati a ricoprire funzioni pubbliche, gli studenti delle scuole secondarie e coloro che dovevano sposarsi di saper leggere il Corano in arabo. Queste prescrizioni di solito non valevano per i non musulmani, ma nel distretto di Tangerang, nella provincia giavanese di Banten, questi provvedimenti avevano un valore generale e riguardavano dunque anche i membri di altre confessioni. Le norme contro la prostituzione erano peraltro assai vaghe e implicavano che una donna fosse ritenuta una prostituta in base al solo abbigliamento o al suo “modo di fare”, lasciando all’interessata l’onere di dimostrare il contrario. Un regolamento assai discutibile, ma confermato sorprendentemente dalla Corte suprema indonesiana nel marzo del 2007.” (pagg. 225-226).
L’omicidio delle tre studentesse cristiane è il sintomo della persistente ostilità che vari gruppi militanti islamici manifestano nei confronti delle minoranze religiose: “Minoranze per la verità non irrilevanti: secondo i dati del censimento del 2000, i cristiani dovrebbero costituire il 9% della popolazione (5,9 i protestanti e 3,1 i cattolici), poi vi sarebbero gli induisti (1,8 concentrati soprattutto a Bali), i buddisti (0,8) e lo 0,2 degli appartenenti ad altre confessioni” (ibidem, pagg. 224-225).

CISGIORDANIA
“Bruciata viva” è il titolo del viaggio autobiografico che una giovane donna palestinese della Cisgiordania compie per far conoscere al grande pubblico la propria storia, segnata dal fuoco e dalla violenza. Suad, questo lo pseudonimo della donna, oggi vive nascosta in qualche parte d’Europa dopo essere miracolosamente scampata alla morte. Uomini della sua famiglia le buttarono benzina addosso e le diedero fuoco: bruciare viva è la punizione inflittale per essere rimasta incinta al di fuori del matrimonio. Nonostante le ustioni di terzo grado Suad riesce a salvarsi e con l’aiuto di un’organizzazione umanitaria occidentale lascia la Cisgiordania e raggiunge l’Europa. Da qui, con indosso una maschera che protegge e nasconde il suo viso deturpato dal fuoco, la ragazza racconta la propria storia. Da tempo Suad si è rifatta una famiglia: è sposata e ha tre figli, tra cui Maruan, il cosiddetto “figlio della colpa”. La storia di Suad è raccontata nel libro “Bruciata viva” (Edizioni Piemme, 2004, Casale Monferrato (Al).
Nella Cisgiordania governata dall’Autorità palestinese il delitto d’onore, il jarimant al Sharaf, non è considerato un delitto. Nel piccolo villaggio dove Suad è nata - si legge nel libro - le donne non possono vestirsi come vogliono, né possono uscire senza essere accompagnate da un uomo della famiglia. Il loro destino – con rare eccezioni – è prendersi cura dei lavori più umili al servizio dei padri prima e dei mariti, di solito non liberamente scelti, dopo.
Un altro caso che in Cisgiordania ha suscitato scalpore – nel 2005 – è quello di Hiam, una donna musulmana del villaggio di Deir Jarir. Racconta questa vicenda il giornalista Fulvio Scaglione, vice-direttore di “Famiglia Cristiana”, che nel suo libro “I Cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008,pagg. 235, euro 15,00) scrive: “Hiam, donna musulmana del vicino villaggio di Deir Jarir, sarebbe stata sedotta da Mahadi, un cristiano di Taybeh. La donna, incinta, viene avvelenata e uccisa dai due fratelli. Tre giorni dopo, una spedizione punitiva parte da Deir Jarir e dà fuoco a sette case di Taybeh.” (pag.191).
Taybeh ha una peculiarità: è l’unico villaggio della Cisgiordania ad essere ancora interamente cristiano.

IRAQ
E veniamo all’Iraq. Il vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime di Saddam ha comportato, paradossalmente, il proliferare di gruppi e di milizie religiose radicali ed estremiste. Anche in Iraq ogni donna non completamente coperta dal hijab rischia di andare incontro all’ira degli estremisti, che non disdegnano rapimenti, fustigazione e violenza.
Le donne della minoranza cristiana risultano essere le più colpite. Non a caso l’agenzia di informazione Asia News sul suo sito internet da spazio alla notizia secondo cui “… Formazioni estremiste sunnite e sciite in Iraq sono in lotta su tutto, ma su un aspetto sembrano concordare: la persecuzione dei cristiani”. Così raccontano alcuni fedeli da Baghdad. Nella capitale circola una lettera, che intima alle donne cristiane di indossare il velo pena la segregazione domestica. La firma è dell’Esercito del Mahdi, la milizia di Moqtada al-Sadr, l'imam radicale sciita iracheno, che gli Usa considerano la più grande minaccia alla sicurezza del Paese. Finora era stato il gruppo sunnita dello “Stato islamico dell’Iraq” a siglare le azioni più violente contro la comunità cristiana: dall’imposizione della jizya - la tassa di “compensazione” chiesta dal Corano ai sudditi non-musulmani - agli espropri di case e possedimenti, alle conversioni forzate all’islam…” (in: Baghdad, Esercito del Mahdi impone il velo alle donne cristiane, su AsiaNews.it del 30 maggio 2007).
Quindi non stupisce che quelle ragazze, considerate poco osservanti in base al loro abbigliamento, vengano rapite. In qualche caso il rapimento finisce in uno stupro di gruppo, e comunque sempre con insulti, botte e lividi. La polizia irachena non sempre ha le forze o la volontà di occuparsene.
Le testimonianze sui rapimenti delle ragazze di Baghdad avvenuti negli anni scorsi sono però vere e numerose; oltre che un business criminale costituiscono uno strumento di islamizzazione, specialmente se praticato nei confronti di ragazze appartenenti alle minoranze cristiane.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Io Donna” (cfr. “Il ratto di Hasma”, di Andrea Nicastro, pagg. 143-144), leggiamo: “Si parla anche di tratta delle schiave, di vergini vendute agli harem che viaggiano a dorso di cammello nel deserto. Una sarebbe tornata dopo tre giorni, “intoccata” grazie al pagamento di un riscatto. Un’altra è scomparsa e non se ne sa più nulla”.
Anche nel Kurdistan iracheno la condizione sociale delle donne lascia molto a desiderare, con aspetti talora raccapriccianti. Per sfuggire ad una vita fatta di matrimoni imposti e di schiavitù familiari molte ragazze kurde (si parla di centinaia ogni anno) si levano la vita dandosi fuoco.
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