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Giovedì, 20 Giugno 2019

Inquinamento marino: si fa presto a dire plastica

Ottima idea, quella del Porto di Pisa, di riunire autorità marittime e rappresentanti della regione Toscana, della provincia di Pisa e del comune di Pisa, insieme con specialisti scientifici, per presentare nella sua realtà al pubblico il problema dei mari e delle coste invasi da rifiuti di plastica, e le conoscenze attuali su ciò che ne consegue per l’ecosistema e per l’uomo.

Il capitano di vascello Andrea Santini della direzione marittima livornese e il funzionario comunale pisano Marco Redini hanno fra l’altro sollevato la necessità dei controlli per il rispetto delle leggi contro l’abbandono dei rifiuti. La professoressa Cristina Panti dell’università di Siena ha esordito riconoscendo che in sé la plastica è una risorsa preziosa per moltissime attività umane, ma non si può ignorare che nel mondo la sua produzione ha avuto una crescita esponenziale (la docente ha proiettato un grafico che giustifica quest’aggettivo, usato invece molto spesso in modo del tutto errato, come semplice sinonimo di grande). Sicché occorre attenzione, per esempio, alla presenza di additivi dagli effetti sanitari sgraditi, come gli ftalati e il bisfenolo-A.

Che della plastica — o, meglio, delle plastiche, perché di tanti materiali diversi si tratta — non si possa fare a meno l’hanno detto il dottor Antonio Cecchi dei laboratori Archa, azienda privata pisana, e il professor Valter Castelvetro dell’università di Pisa. Il primo ha molto giustamente ammonito che occorre educare le persone a non abbandonare rifiuti nell’ambiente. Su questo punto, chi scrive sostiene da tempo che è necessario sanzionare con severità i contravventori, e dare la massima pubblicità ai casi sanzionati. Se è vero che il mare è grande e cogliere in fragrante i maleducati è difficile, è anche vero che il grosso della plastica arriva al mare dai fiumi, cioè dalla terra, dove sorprendere ogni tanto i colpevoli non è poi così arduo.

Le professoresse Patrizia Cinelli e Maurizia Seggiani dell’università di Pisa hanno chiarito un errore molto frequente nella mentalità diffusa, che confonde l’origine vegetale di certi materiali plastici con la biodegradabilità: non è affatto detto che queste due qualità si trovino nello stesso polimero. Hanno anche mostrato vasetti e bicchieri sperimentali fatti con PHA (poli-idrossi-alcanoati) che si degradano bene nell’acqua di mare, per quanto i loro effetti sulla fauna marina siano ancora allo studio.

Castelvetro ha smontato certe illusioni eccessive sul riciclo, che di fatto è possibile solo per alcuni tipi di plastica. La Germania — ha detto — sta risolvendo il problema con l’incenerimento. Ha poi insistito sul contributo enorme che alle microplastiche e nanoplastiche marine (la differenza sta nelle dimensioni delle particelle) viene dato dal lavaggio dei tessuti sintetici, in particolare dai tessuti in poliestere: le microfibre rilasciate finiscono nelle fogne e poi raggiungono i mari, entrando nella catena alimentare: non si sa con quali effetti per noi consumatori di pesce.

In sostanza, saremmo portati a concludere, pensar di risolvere il problema eliminando la plastica monouso (piatti, bicchieri, posate, bastoncini con fiocchi di bambagia, cannucce per bibite…) è una pia illusione, nel migliore dei casi.

Gianni Fochi, chimico della Normale di Pisa e giornalista scientifico

 

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