Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 20 Novembre 2019

Miracolo a Milano. Qualcuno ha sentito parlare la marijuana e lanciare questo messaggio: “Io non sono una droga”. Allora cominciamo con la classica explicatio terminorum: a. la marijuana è una sostanza psicoattiva che si ottiene dalle inflorescenze essiccate della cannabis indica; b. una sostanza psicoattiva è quella sostanza che è in grado di modificare lo stato psico-fisico di una persona; c. droga è una sostanza che provoca un temporaneo cambiamento psicofisico di chi ne fa uso; d. quando la usi la senti parlare. Marijuana è, quindi, una droga. Nel mondo anglosassone non c’è divisione terminologica tra farmaco e droga, entrambe si traducono col lemma drug e per i fautori della marijuana “terapeutica” se traduciamo in inglese le parole pronunciate a Milano: “I’m not a drug”, si rischia di smontare il castello della cannabis che deve essere prodotta massicciamente per “curare” tanti malati sempre più bisognosi. La cannabis rientra tra le droghe con effetti allucinogeni e Milano ci sta dando la prova di questo: l’erba parla! Ma la svolta epocale che si sta preparando al prossimo International Cannabis Expo di Milano è quella lanciata con lo slogan, col passaggio della cannabis da droga “leggera” a “non-droga” quando, invece, nelle ultime due edizioni della kermesse il titolo era European Psychedelic Hemp Fest. Spudoratamente adesso la kermesse milanese fa sparire tutto e rimane solo che non è una droga. Forse un po’ troppo, oppure gli organizzatori smerceranno cannabis senza principi attivi, senza effetti, o sperano che, dicendo che non è una droga, possano spianare la strada alla legalizzazione? Il mondo, invece, sembra accorgersi degli effetti preoccupanti dell’uso della cannabis. Dagli Stati Uniti, che sono un laboratorio a cielo aperto e che da anni ne sperimenta l’uso libero, arrivano ricerche che ne provano la pericolosità specialmente per gli adolescenti. Ovviamente la pericolosità per gli adolescenti può essere aggirata solamente dalla frase: “Io non sono una droga”. E allora via libera per tutti con buona pace della letteratura internazionale che da anni si spende per mostrare i danni diretti e indiretti sul sistema nervoso centrale tanto lanciare un grido di allarme, un appello a fare marcia indietro prima che sia troppo tardi. E proprio nell’interesse dei più giovani. Per non parlare poi del tema cannabis e gravidanza che sta diventando molto grave, e parliamo sempre degli Stati Uniti, ovviamente. E anche sull’uso alimentare arrivano i primi segnali di pericolo, sempre dagli States, gli Annals of Internal Medicine (aprile 2019) lanciano l’allarme sulla pericolosità (psicosi, intossicazione, disturbi cardiovascolari) per effetto di accumulo e perché si tende ad esagerare dato che l’effetto atteso tende a ritardare.  La storia ci insegna che mode e problemi arrivano presto anche da noi.

Camminare velocemente riduce il rischio di ospedalizzazione nei pazienti con problemi cardiaci, secondo una ricerca presentata oggi a EuroPrevent 2018, un congresso della Società Europea di Cardiologia, e pubblicata sull'European Journal of Preventive Cardiology. Lo studio durato tre anni è stato condotto su 1.078 pazienti ipertesi, di cui l'85% era affetto anche da malattie coronariche e il 15% aveva anche una malattia valvolare. Ai pazienti è stato quindi chiesto di camminare per 1 km su un tapis roulant con un'intensità moderata. I pazienti sono stati classificati come lenti (2,6 km / ora), intermedi (3,9 km / ora) e veloci (5,1 km / ora medi). Un totale di 359 pazienti erano camminatori lenti, 362 erano intermedi e 357 erano camminatori veloci. I ricercatori hanno registrato il numero di ospedalizzazioni per tutte le cause e la durata del ricovero nei successivi tre anni. I partecipanti sono stati segnalati dal Registro Sanitario Regionale della Regione Emilia-Romagna, che raccoglie dati sul ricovero per tutte le cause. L'autrice dello studio, dottoressa Carlotta Merlo, ricercatrice presso l'Università di Ferrara, ha dichiarato: "Non abbiamo escluso cause di morte perché la velocità del cammino ha conseguenze significative per la pubblica salute. E' un precursore della disabilità, della malattia e della perdita di autonomia".Durante il triennio, 182 dei "lenti" (51%) hanno avuto almeno un ricovero in ospedale, rispetto a 160 (44%) dei camminatori intermedi e 110 (31%) dei camminatori veloci. I gruppi a movimento lento, intermedio e veloce hanno trascorso rispettivamente un totale di 4.186, 2.240 e 990 giorni in ospedale nel corso del triennio. La durata media della degenza ospedaliera per ciascun paziente era rispettivamente di 23, 14 e 9 giorni per i camminatori lenti, intermedi e veloci. Ogni  km / orario di aumento della velocità di deambulazione ha comportato una riduzione del 19% della probabilità di essere ospedalizzati durante il triennio. Rispetto ai pedoni lenti, i camminatori veloci avevano una probabilità di ospedalizzazione inferiore del 37% in tre anni. La dottoressa Merlo ha affermato: "Più è veloce la velocità di camminata, minore è il rischio di ospedalizzazione e più breve è la durata della degenza ospedaliera, poiché la ridotta velocità di marcia è un indicatore di mobilità limitata, che è stata collegata alla diminuzione dell'attività fisica. Ed ha proseguito: "Camminare è il tipo di esercizio più popolare negli adulti: è gratuito, non richiede un addestramento speciale e può essere svolto praticamente ovunque. Pur brevi, ma regolari, le passeggiate hanno notevoli benefici per la salute. Il nostro studio dimostra che i benefici sono ancora più grandi quando aumenta il ritmo del camminare ". Insomma, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” un consiglio da prendere alla lettera che richiede solo un pò di buona volontà.

Si è svolto sabato 24 marzo l'incontro stampa "Integrazione è salute - L'evoluzione delle esigenze nutrizionali moderne", promosso da Bayer. 

In occasione di "Spazio Nutrizione - La filiera della sana nutrizione", l'incontro ha illustrato i principali fattori di mutamento delle esigenze nutrizionali e le innovazioni per corrispondere a questi cambiamenti. Alla base, poi, dell'evoluzione di ogni prodotto Bayer, dedicato a integrazione e supplementazione alimentare, in particolare con Supradyn, la linea di integratori alimentari multivitaminici

Così come si è evoluto lo scenario (con processi di urbanizzazione, evoluzione delle abitudini di vita e alimentari, mutamento della spesa energetica), anche le nostre necessità richiedono bisogni diversi. 

Anche Supradyn è cambiato nel tempo, per rispondere alle mutate esigenze dell’uomo e soprattutto della donna. La formula ottimizzata di Supradyn Ricarica oggi risulta più completa, bilanciata e vede Vitamine B ad alto dosaggio: è arricchita con Selenio e Iodio e sono state aggiunte la Vitamina K e la B9.

Il concetto di adeguatezza nutrizionale non è costante nel tempo, ma ha visto delle profonde evoluzioni negli ultimi 50-60 anni, legate a mutamento degli stili di vita, delle abitudini alimentari e a cambiamenti demografici.

In questo contesto, l’Italia vanta un primato europeo dal punto di vista di longevità e invecchiamento della popolazione.

In Italia si è assistito a evidenti trasformazioni sociali e demografiche: oggi gli

ultrasessantacinquenni rappresentano circa il 20% della popolazione del Bel Paese; tanto da essere categorizzato come il paese più vecchio d’Europa”. Afferma il Professor Paolo Magni, Ricercatore Universitario nonché Professore aggregato di Patologia Clinica, presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.

L’anziano, infatti, è fra i soggetti più a rischio di carenza subclinica di micronutrienti, per questo Supradyn, in prima linea nella realizzazione di prodotti e approcci che migliorino il benessere fisico e cognitivo dell’uomo, ha rivalutato la stessa formulazione di Supradyn Ricarica, sviluppando un integratore alimentare dedicato alle esigenze degli over 50. Supradyn Ricarica 50+ non contiene vitamina K, coinvolta nella coagulazione del sangue: ciò significa che è stata posta attenzione nel formulare un prodotto dedicato alla popolazione anziana, spesso in terapia con antagonisti di questa vitamina. Inoltre il Coenzima Q10 è stato sostituito dai polifenoli: sostanze che insieme alle vitamine C ed E e ai minerali come Rame e Zinco, hanno un forte potere antiossidante.

Michele Carruba, Responsabile comitato scientifico "Spazio Nutrizione - La filiera della sana nutrizione", ha tenuto a ribadire l’importanza delle sinergie medico-scientifiche e industriali, come attori protagonisti nel mondo della sana alimentazione e nutrizione. Concetto ribadito anche da Carlo Gargiulo, Medico di medicina generale e divulgatore scientifico, che per l’occasione veste il ruolo di moderatore e ha sviluppato il concetto dell’approccio verso gli integratori multivitaminici alla luce delle esigenze della medicina preventiva. 

La conferenza è stata, inoltre, l’occasione per presentare in esclusiva  "Micronutrienti e metabolismo: effetti della supplementazione durante l’attività fisica e la richiesta cognitiva", la ricerca condotta da David O. Kennedy, professore al “Brain, Performance and Nutrition Research Centre”, presso la Northumbria University, UK.

 

Oggetto dello studio: gli effetti del Supradyn Ricarica. La ricerca, della durata di 4 settimane, ha coinvolto un campione di 91 individui adulti sani (una parte trattati con l’integratore, una parte con placebo). Lo studio è stata l’occasione per valutare gli effetti del Supradyn Ricarica sul metabolismo e sullo stato energetico, lo stress e la fatica individuali durante l’esercizio fisico e le richieste cognitive. I risultati hanno dimostrato evidenti benefici in seguito alla

somministrazione di micro-nutrienti in individui adulti sani, suggerendone la potenziale utilità quotidiana.

 

Crescono le speranze e, di conseguenza, le percentuali di guarigione per le neoplasie peritoneali.

Ad alimentare il lumicino delle aspettative dei pazienti sono proprio le ultime tecniche innovative eseguite al “Giovanni Paolo II” per combattere la carcinosi peritoneale, una patologia causata dall'estensione di un tumore alle membrane che avvolgono i visceri contenuti nella cavità addominale, appunto il peritoneo, e considerata per decenni uno stadio terminale delle neoplasie intra-addominali avanzate, sia di origine gastroenterica che a partenza dall’apparato ginecologico.

Non faranno mistero dei numeri di successo, gli specialisti del settore provenienti dall’intero Stivale, che oggi a partire dalle 12.30 e domani dalle 8.30 fino alle 13, relazioneranno nel workshop dal titolo “Neoplasie peritoneali” in programma nella sala conferenze dell’Istituto di via Orazio Flacco.

 

«Durante le ultime due decadi è stato sviluppato un trattamento loco-regionale in grado di curare la carcinosi peritoneale qualora possibile, oppure almeno di ridurne l’entità e rallentarne la crescita quando la sua eradicazione completa risulti impossibile- spiega il dottor Michele Simone a capo della direzione dell’Unità Complessa di Chirurgia Generale ad indirizzo Oncologico, nonché presidente del workshop- Questo trattamento si basa sulla combinazione della citoriduzione chirurgica massimale (CRS Cytoreductive surgery) e della chemioipertermia intraperitoneale (HIPEC), e al giorno d’oggi rappresenta il gold standard nel trattamento dei tumori primitivi e secondari del peritoneo».

 

A voler entrare nel dettaglio, la chemioterapia ipertermica intraoperatoria (HIPEC Hipertemic intraperitoneal chemotherapy)  praticata solo in centri ad alta specialità e volume per la malattia neoplastica, motivo quindi di orgoglio dell’Oncologico barese unico centro di riferimento pugliese in tale ambito, consente di perfondere all’interno della cavità peritoneale dosi molto elevate di chemioterapico, incrementando quindi l’esposizione dei tessuti e l’efficacia del farmaco senza però incorrere negli effetti collaterali in quanto il farmaco non viene iniettato nel circolo e quindi non si diffonde per via sistemica. Inoltre, l’ipertermia è stata dimostrata avere un effetto nell’aumentare la penetrazione del farmaco nei tessuti dove raggiunge quindi una profondità di circa 3mm a temperature intorno ai 41-42°C .

 

È in un terreno composto da queste eccellenze che il paziente trova le radici più vitali della sua serenità psicologica: una condizione necessaria per scongiurare la migrazione sanitaria.

«Lo scopo principale di queste giornate- continua il dottor Simone- è quello di discutere e stabilire un consenso riguardo le migliori metodiche diagnostiche e terapeutiche e definire in modo univoco i criteri radiologici di stadiazione dei tumori del peritoneo, meglio noti come carcinosi peritoneale. Di tale peculiare condizione clinica, rimangono ignoti sia i meccanismi molecolari che regolano la progressione intraperitoneale che il profilo bio-molecolare, presupposti indispensabili per verificare l’efficacia di terapie individualizzate in questo gruppo di pazienti».

 

L’Istituto quindi, sulla scorta di questo crescente interesse clinico, sta sviluppando linee di ricerca molto sofisticate che sfruttano anche le nanotecnologie, nella speranza di debellare uno stato clinico così particolare come la carcinosi peritoneale.

Uno studio canadese pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Psychiatry avrebbe sfatato il mito secondo cui consumare marijuana servirebbe a rilassare mente e corpo. Secondo la ricerca scientifica condotta da diversi istituti con sede a Montreal, sulle proprietà della cannabis, fumare potrebbe addirittura influenzare negativamente la personalità di un individuo. Ed anche ancor più della cocaina o dell’alcol. Varie equipe di ricercatori del paese nordamericano hanno osservato il comportamento di 1.136 individui tra uomini e donne, in cura presso le cliniche psichiatriche di Pittsburgh, Missouri e Massachusetts, e monitorato i loro progressi nell’arco di 12 mesi dalle dimissioni. Secondo i risultai, i pazienti che facevano uso regolare di marijuana erano circa 2.5 volte più propensi ad avere un atteggiamento violento e aggressivo rispetto a coloro che invece non assumevano la sostanza psicoattiva. Il team, capitanato dal dottor Jules R Dugre, parla di un elevato «rischio clinico legato ad atti di violenza con gravi implicazioni sociali», ed incita il personale medico a prestare una maggiore attenzione ai fumatori che ricevono un trattamento per disturbi della salute mentale. Kathy Gyngell, del Centre for Policy Studies, Regno Unito, ha accolto la ricerca e lancia un appello ai Governi. «Dove sono le campagne pubbliche sanitarie sui rischi della cannabis? Se i ministri avessero un po' di buon senso saprebbero che non possiamo permetterci di far fronte a questa crisi in ambito sanitario e della sicurezza pubblica», ha dichiarato la Gyngell. «Queste ricerche devono convincere il Governo a rivisitare la loro politica sanitaria al fine di offrire una maggiore protezione della popolazione dagli individui potenzialmente violenti». Ovviamente, si tratta di uno studio basato su dati parziali, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” che tuttavia pone alcuni interrogativi sulla necessità di approfondire anche nel Nostro Paese le conseguenze comportamentali del consumo basate su dati oggettivi anche per dare ulteriori contributi scientifici al dibattito sulla legalizzazione.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI