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Mercoledì, 20 Novembre 2019

Si torna dalle vacanze stressati. I media intervistano psicologi e medici per spiegare i motivi dello stress e i rimedi consequenziali. La domanda che viene immediata e': perche' si va in vacanza se poi ci si stressa? Tanto varrebbe rimanersene nella propria citta' e godersela senza la ordinaria pressione del resto dell'anno. Non sappiamo se lo stress vacanziero corrisponda ad una realta' oppure e' una invenzione di chi non avendo altro (e ce ne sarebbe di altro!) da raccontare inventa le notizie e le gonfia. Certamente aspettare in chilometriche file sotto il sole non aiuta, cosi' come stare in spiaggia come le note sardine in scatola puo' disturbare (sembra pero' che a molti piaccia cosi') ma allora non sarebbe piu' utile attrezzare le nostre citta' in modo da renderle vivibili? Il meccanismo e' perverso. Si fugge dalle citta', per le vacanze o il fine settimana, per ricreare nei luoghi di villeggiatura le medesime condizioni di invivibilita' cittadina. C'e' qualcosa che non funziona.

Primo Mastrantoni, segretario Aduc

Il dottor Paolo Santanchè e' un chirurgo estetico di fama internazionale. Medico chirurgo specialista in Chirurgia Plastica; medico chirurgo specialista in Chirurgia Plastica; consulente tecnico del Giudice del Tribunale Civile di Milano; perito del Giudice del Tribunale penale di Milano.

Oltre ad aver partecipato a numerosi stages e corsi di superspecializzazione presso le più prestigiose scuole internazionali, il Dr Santanchè e' anche autore di numerose pubblicazioni scientifiche e riguardanti tecniche chirurgiche personali (in particolare la liposuzione, la mastoplastica additiva in endoscopia, il lifting tridirezionale, l'aumento degli zigomi, la rinoplastica, l'aumento del mento, il lifting del labbro, la chirurgia estetica dei genitali femminili). Autore del libro “Come difendersi dal Chirurgo Estetico”.

La chirurgia estetica è il fulcro della bellezza del futuro?

I canoni della bellezza cambiano con i tempi, si modificano i gusti e le armonie, ma non ci può essere bellezza senza naturalezza. Più l’intervento è raffinato, più il risultato sarà armonico, naturale e difficilmente identificabile come chirurgico.

È  sempre prevedibile il risultato di un intervento?

Dipende dall’abilità del chirurgo saper raggiungere il risultato programmato. Tanto più bravo è il chirurgo, tanto più il risultato sarà simile alle previsioni… e talvolta superiore alle aspettative.

Quali sono le complicanze a cui si può andare incontro?

Parliamo di chirurgia, quindi una piccola percentuale di complicanze è inevitabile. Più è bravo e più esperienza ha il chirurgo, più saranno le complicazioni che saprà prevedere, prevenire ed evitare. Qualche problemino talvolta ci scapperà, però saranno quasi sempre cose rimediabili senza conseguenze.

È  meglio l'anestesia generale o l'anestesia locale?

Oggi l’anestesia in assoluto più sicura è l’anestesia generale. Spesso per certi interventi si ricorre all’anestesia locale con sedazione profonda. Quasi mai alla locale semplice, che risulta piuttosto sgradevole. Qualunque tipo di anestesia, compresa la locale, devono essere eseguite sempre con l’assistenza dell’anestesista. Chi specula sul costo dell’anestesista è quantomeno un incosciente.

Perché a volte il day hospital  non è sempre una clinica con ricovero?

La sicurezza e la rapida eliminazione degli anestetici moderni consentono di eseguire in day hospital buona parte degli interventi di chirurgia estetica. A volte il ricovero notturno è consigliato più per un miglior controllo del paziente nelle prime ore che per una reale necessità anestesiologica o di carattere generale. L’importante è che sia una struttura a norma, clinica o day hospital. Attenzione agli ambulatori chirurgici, adatti solo a piccoli interventi (non certo liposuzioni o mastoplastiche, come spesso purtroppo accade…).

Perché a volte il chirurgo parla di ritocchi dopo l' intervento?

Parliamo di una chirurgia di precisione con risultati completamente esposti. Esiste una certa variabilità individuale nei processi di guarigione che possono non risultare perfetti.

Esiste un intervento che non lascia cicatrici?

La maggior parte degli interventi lascia cicatrici insignificanti, difficilmente riconoscibili. La rinoplastica (eseguita dai chirurghi abbastanza bravi da non ricorrere alla tecnica open) si esegue da piccole incisioni esclusivamente dentro al naso. La mastoplastica additiva endoscopica transascellare lascia solo due piccole cicatrici nascoste in una ruga del cavo ascellare. La blefaroplastica transcongiuntivale non ha cicatrici cutanee, perché si incide la congiuntiva all’interno della palpebra. La liposuzione, quando si pratica con microcannule (non più di tre millimetri) introdotte da incisioni praticate nelle pieghe della pelle. Solo l’addominoplastica e la mastoplastica riduttiva necessitano di cicatrici che da nudi non si possono nascondere.

Quali nuove frontiere potrà raggiungere, da qui ai prossimi anni,   questo speciale ramo della chirurgia e della medicina estetica?

È difficile dirlo, perché la chirurgia estetica di alto livello, sottolineo di alto livello, ha raggiunto standard elevatissimi. Sarebbe già un successo se si allargasse il plafond di chirurghi che non si limitano alle tecniche di base. Comunque sicuramente si continuerà ad andare avanti.

Quanto è forte il riflesso benefico sulla psiche della persona che si sottopone ad un intervento di chirurgia estetica?

La chirurgia estetica è essenzialmente una chirurgia psicologica. Il risultato estetico non è il fine ultimo, bensì il mezzo per raggiungere il benessere del paziente, che provava un disagio per un particolare della sua immagine che non riusciva ad accettare. Se non si raggiunge questo obiettivo, il risultato, per quanto bello, sarà un fallimento. Ecco perché tra paziente e chirurgo deve crearsi un feeling, che permetta al paziente di far capire le sue reali motivazioni e aspettative e al chirurgo di rendersi conto se con i mezzi a sua diposizione potrà raggiungere l’obiettivo. La chirurgia estetica non può risolversi in una semplice compra-vendita di interventi, come purtroppo spesso avviene con le strutture più commerciali, che hanno perso di vista che il chirurgo estetico deve, prima di tutto, essere un buon medico.

Crede sia possibile in futuro riuscire a divulgare socialmente un modello dei canoni di bellezza più umana e popolare e meno legata agli status symbol?

I pazienti della chirurgia estetica che rincorrono i miti estetici proposti dalla moda e dal cinema sono una esigua minoranza La maggior parte cerca semplicemente un’armonia tra se stessi e la propria immagine. Solo il pubblico potrà stroncare i modelli deliranti proposti da certi stilisti.

Quali sono gli interventi più richiesti e da chi?

Mastoplastica additiva, liposuzione, lifting, rinoplastica e blefaroplastica sono senz’altro i più richiesti, insieme ai fillers e al botulino, ma ormai il panorama degli interventi estetici è utilizzato a 360°. Come pure i pazienti sono ormai di ogni età, sesso e strato sociale. Ognuno ha i suoi problemi di immagine e di armonia e il bravo chirurgo, dopo attento studio di ogni singolo caso, saprà trovare la giusta soluzione, intervento, puntura o… niente!

Entrare in ospedale, anche solo per un day hospital, non è mai piacevole ed alcuni interventi, poi, sono, per loro natura, particolarmente sgradevoli e fastidiosi. Ma se queste inevitabili esperienze si ha la fortuna di poterle affrontare in una struttura tecnologicamente adeguata, nella quale opera personale altamente competente e qualificato, sia dal punto di vista professionale che umano, allora il tutto risulta più tollerabile.

Spesso ci capita di ascoltare, o di leggere sui giornali, notizie sull’ultimo caso di “malasanità”, di comportamenti lesivi nei confronti dell’ammalato, nei confronti di persone che necessitano di cure e terapie urgenti; si tratta di notizie sconcertanti, di notizie che ci fanno affrontare un ricovero o un day hospital con ansia e diffidenza.

È certamente facile raccontare quello che non funziona o quello che potrebbe andare meglio; il difficile, invece, è raccontare esperienze di buon funzionamento.

Mi riferisco al reparto di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale “San Filippo Neri” di Roma, dove ho avuto modo di constatare personalmente, a seguito di intervento endovascolare di aneurisma dell’aorta addominale di mia moglie, l’efficienza e l’impegno di tutti gli operatori che sono quotidianamente intenti nel dare il meglio di sé. Questi operatori si distinguono, fra l’altro, per l’affabilità e la forte dose di riservatezza, che rivelano, in loro, sentimenti elevati, squisitezza di modi, garbo e grande cordialità verso tutti.

Sappiamo che a queste notizie di “buona sanità” giornali e televisione danno poca rilevanza perché fa più “odiens” cavalcare il senso di rivolta che affiora nella coscienza di molti; proprio per questo dovremmo sentirci in obbligo di dare voce anche alle realtà positive, come quella degli Operatori Sanitari del reparto di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale “San Filippo Neri”, diretto dal Primario Prof. Dott. Nicola Mangialardi, che quotidianamente si impegnano con professionalità, unendo competenze tecniche e specialistiche a calore umano e pazienza.

L’atteggiamento paziente di questi operatori non significa disimpegno o mera indifferenza; non indica una disposizione depotenziata o quasi rinunciataria nei confronti della malattia e delle difficoltà che si incontrano. Al contrario: pazienza vuol dire fortezza. Non è una dichiarazione di sconfitta, ma significa consapevolezza. Dire pazienza vuole dire anche spirito di sacrificio e di rispetto dell’altro.

La scienza può aiutare a capire, ma non renderà inutile l’umanità, la solidarietà e l’empatia necessari per affrontare le quotidiane difficoltà. Ecco perché è un dovere di ogni paziente “gridare” quello che funziona perché le buone pratiche si diffondano e perché le parole di stima e di riconoscenza siano, per i medici e il personale sanitario, uno stimolo a fare sempre meglio e, per gli ammalati, una “trasfusione” di fiducia.

È giusto, perciò, evidenziare che ci sono strutture ed operatori sanitari che non solo fanno bene il loro lavoro, ma che lo arricchiscono di quel tocco di cordialità, di umanità e di disponibilità che, con i ritmi intensi ed estenuanti dei reparti ospedalieri, sono ormai divenuti requisiti difficili da trovare.

Requisiti che si riscontrano, invece, nel reparto di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale “San Filippo Neri” di Roma, diretto dal Primario Prof. Dott. Nicola Mangialardi, coadiuvato da uno staff medico e infermieristico di alto livello.

Medici come il Prof. Mangialardi e il suo intero staff (un grazie particolare al Dottor Matteo Orrico, che ha seguito, fin dall’inizio, il ricovero di mia moglie) e il reparto in cui operano, rappresentano l'esempio tipico di come deve essere gestito al meglio un reparto ospedaliero particolarmente importante, come quello di Chirurgia Vascolare, di una struttura che abbraccia un vasto territorio e che accoglie persone bisognose di cure provenienti dalle varie regioni d’Italia.

Dalle testimonianze raccolte si desume che questi professionisti meritano un riconoscimento, un incoraggiamento a continuare in questa loro autentica missione e un grazie infinito.

Il nostro GRAZIE a questi professionisti avremmo potuto rivolgerlo in forma privata, ma in questo momento di crisi, dove l’unica cosa che conta è la logica economica e del contenimento delle spese, è importante essere in MOLTI a ribadire la necessità di salvaguardare il diritto alla salute; è importante essere in MOLTI a ribadire la necessità di non disperdere queste positività e questi punti di forza di cui la nostra nazione dispone; è importante essere in MOLTI a ribadire la necessità di consentire a questi validi professionisti di continuare a svolgere, con serenità, il proprio prezioso e insostituibile lavoro; è importante essere in MOLTI a non lesinare le parole di gratitudine e di riconoscenza. Non servono grandi discorsi, dobbiamo avere l’umiltà di saper pronunciare una sola, semplice parola: GRAZIE!

diabete

Una delle principali complicazioni a cui possono andare incontro i pazienti diabetici è la graduale perdita di vascolarizzazione degli arti. I vasi sanguigni sono danneggiati dalla malattia, il sangue non rifornisce più a sufficienza i tessuti, e in un certo numero di casi è inevitabile l’amputazione. L’impegno della medicina è quindi quello di ricostruire il flusso sanguigno, un processo chiamato rivascolarizzazione. Ora, nell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), alle procedure standard di ricostituzione dei vasi sanguigni è stata affiancata una metodica innovativa di medicina rigenerativa che utilizza cellule staminali, cioè non ancora completamente specializzate nel formare un particolare tessuto, prelevate dal paziente stesso. Il primo intervento è stato eseguito con successo nei giorni scorsi.

“Ciò che abbiamo usato – spiegano il professor Francesco Pompeo, direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia Vascolare e la dottoressa Alba Di Pardo, – sono cellule staminali mesenchimali. Si parte dal tessuto adiposo del paziente, che ne è particolarmente ricco. Poi si effettua una specifica azione di filtraggio. A questo punto, contemporaneamente alle normali procedure di chirurgia vascolare, si esegue un’infiltrazione del preparato nei muscoli dell’arto, lungo il decorso delle arterie tibiali”.

Ci si aspetta che le staminali “riconoscano” l’ambiente in cui sono finite e si specializzino. “Le staminali sono cellule molto adattabili, come sappiamo – continua Di Pardo - Una volta arrivate in un particolare tessuto, possono specializzarsi in base a ciò che trovano attorno a loro. Nel nostro caso puntiamo alla loro trasformazione in cellule endoteliali, quelle che costituiscono la parete interna dei vasi sanguigni, necessari per una rivascolarizzazione ”.

Le caratteristiche principali di questo metodo sono che le cellule non vengono manipolate in alcun modo, mentre le operazioni di prelievo dal paziente e di reimmissione nell’arto da curare sono particolarmente semplificate. “E’ una metodica – commenta Pompeo - che ci permette di ampliare molto le nostre prospettive di intervento sugli arti dei pazienti diabetici. La chirurgia vascolare ha così trovato un alleato che permetterà di effettuare, in una sola seduta, interventi più efficaci con la prospettiva di salvare molti arti altrimenti destinati all’amputazione e migliorare significativamente la qualità di vita dei pazienti”.

succo-melograno

Sono una conferma i risultati di uno studio dell'Ecole Politecnico di Losanna pubblicato sulla rivista Nature Medicine. Le melagrane sono un elisir contro l’invecchiamento cellulare, un efficace anti-aging contente 'urolitina A' e gli ellagitannini, già noti per la loro azione antivirale, antiossidante e protettiva nei confronti di alcuni tumori. E’ il succo di melagrane il miglior vaccino contro influenza e raffreddore perché possiede il 40% del nostro bisogno giornaliero di vitamina C.

Grazie al successo della medicina anti-aging e del superfood, prima i frutti del melograno erano relegati ad elementi decorativi in cucina, oggi sono richiestissimi sui mercati con un balzo dei consumi dal 2014 ad oggi del +30%.

Nel 2013 in Puglia (dati Istat) erano coltivati 67 ettari a melograno, balzati in soli 2 anni a 350, principalmente nelle provincie tra Bari, Lecce e Foggia, con un incremento del 422%. La quasi totalità della produzione italiana si concentra in Puglia (dove si trova circa il 60% della superficie coltivata). “L’agropirateria è purtroppo in linea con l’evoluzione dell’imprenditoria agricola locale, anzi precorre i tempi. L’aumento della domanda di melograno – dichiara il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele – alimenta le importazioni di prodotto oltre che dai paesi produttori dell'Europa del Sud, Spagna, Israele e Marocco, anche da Cile e Sudafrica, come al solito spacciati per ‘made in Puglia’. Oltre al prodotto fresco, sono i semi lavoratori ad essere importati perché destinati all'industria di trasformazione e alla cosmesi". Oggi i paesi del bacino del Mediterraneo in cui la coltivazione è più diffusa, e si ha maggiore disponibilità di melegrane da commercializzare allo stato fresco, sono Israele e Spagna, ma altri Paesi – ad esempio l’Iran – possono diventare, in futuro, temibili concorrenti. “Sono proprio le melegrane importate dalla Turchia – commenta il Direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – al secondo posto dei cibi più contaminati da sostanze tossiche e le melegrane importate da Israele sono al 9° posto dei cibi che inquinano maggioramene l’ambiente, dato che per raggiungere le tavole dei consumatori pugliesi percorrono 2.250 km, bruciando 1,3 chili di petrolio e liberando 4,05 chili di anidride carbonica per ogni chilo di prodotto”.

In Italia sono due le varietà che si stanno diffondendo più velocemente, Akko e Wonderful, già impiantate in Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, la prima più precoce dato che la campagna comincia nella prima decade di settembre con una produttività che varia dalle 25 alle 30 tonnellate per ettaro, per la seconda, invece, la campagna prende l’avvio nella seconda metà d’ottobre e la produttività varia dalle 35 alle 45 tonnellate per ettaro. Tra l’altro le melegrane sono richieste anche dalla GDO che ha visto crescere vertiginosamente l’attenzione dei consumatori che ne apprezzano i molteplici usi e sono interessati a conoscerne gli utilizzi e le caratteristiche nutritive. Ciò ha prodotto il grande successo di un frutto fino ad oggi tenuto in disparte e non sufficientemente valorizzato considerate le virtù che dimostra di avere.

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