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Lunedì, 03 Agosto 2020

In occasione della European Biotech Week in programma da oggi, 25 settembre, sino al prossimo 1 ottobre, opportunità per avvicinare il grande pubblico alle biotecnologie, l’Istituto di ricerca barese ha deciso di diventare tappa privilegiata di un viaggio alla scoperta delle più avanzate tecnologie.  

La bussola dei visitatori indicherà, in particolare, la direzione della “Biobanca”, la innovativa struttura inaugurata lo scorso luglio presso l’Oncologico, unica accreditata in Puglia, che consente di conservare fino a 2 milioni di campioni biologici.

La settimana con il tema “Porte aperte nelle Biobanche. Non solo collezione, ma Biobanca di salute” comincia già domani 26 settembre alle 10 presso la sala conferenze dell’Istituto Tumori  dove ricercatori, rappresentanti dell’industria farmaceutica, del settore produttivo biomedicale e della società civile, nonché pazienti, risponderanno alla domanda “A cosa mi serve una biobanca oncologica”. L’incontro è rivolto a studenti, ricercatori, pazienti curiosi e appassionati di biotecnologie.

Il programma proseguirà mercoledì 27 settembre a partire dalle 10 e fino al tardo pomeriggio, con  la visita guidata alla Biobanca. Accompagnerà e orienterà gli ospiti il Direttore della Biobanca, il dottor Angelo Paradiso, insieme ai suoi collaboratori, il dottor Antonio Tufaro e il dottor Giuseppe Pelagio, pronti a erudire sulle tecnologie del freddo, metodologie di crioconservazione, metodiche di manipolazione e analisi; non mancheranno indicazioni sull’itinerario che il campione biologico esegue a partire dal paziente, attraverso i laboratori di aliquotaggio e di caratterizzazione immunofenotipica, fino al congelamento a -20°C, -80°C, -143°C, -179°C.

«La ricerca attuale in campo oncologico, ma anche in generale per tutte le malattie, fa leva sull'utilizzo e sullo studio di campioni biologici, provenienti dai pazienti, che vengono trattati e crioconservati con procedure ben definite- spiega il dottor Paradiso- Il laboratorio garantisce che questo processo avvenga secondo criteri etici, tecnici e metodologici idonei. Per questo è fondamentale che i cittadini sappiano quello che facciamo nella Biobanca e quali potrebbero essere gli utilizzi della raccolta di tessuti sani e tumorali, liquidi biologici e frammenti di DNA che qui si custodiscono e trattano». 

 

 

#facciamolotutti. È l’invito a donare per sostenere i bambini affetti da Sma, che hanno ritrovato la speranza grazie a Spinraza, il farmaco salvavita in grado di inibire la patologia neuromuscolare che nella sua forma più grave conduce alla morte. Da oggi (venerdì 22 settembre) fino al 9 ottobre l’associazione Famiglie Sma lancia l’appello nazionale per donare e continuare a sostenere il percorso sanitario avviato negli ultimi mesi da 130 bambini, con incoraggianti risultati soprattutto nella fascia 0-6 mesi.

#facciamolotutti. Perché basta chiamare da telefono fisso o inviare un sms al numero solidale 45521, per contribuire con 2 o 5 euro a raggiungere tre obiettivi prioritari nella lotta alla SMA: ampliare il target dei piccoli pazienti per la somministrazione della terapia; reclutare e potenziare il personale medico specializzato; approntare centri regionali dove effettuare il trattamento per via intratecale (la molecola si assume tramite puntura spinale e prevede il ricovero in day hospital di almeno 24 ore, con cinque iniezioni nei primi sei mesi).         

«Per la prima volta nella storia dell’atrofia muscolare spinale è disponibile un farmaco capace di migliorare il quadro clinico delle persone affette – sottolinea la presidente di Famiglie SMA Onlus Daniela Lauro – la ricerca scientifica effettuata in tutti questi anni ha portato i risultati sperati: abbiamo bisogno del supporto di tutti per far sì che questa severa malattia genetica possa finalmente non fare più paura. Spinraza a dicembre del 2016 è stato approvato in America e a maggio di quest’anno in Europa: adesso aspettiamo l’autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco per l’avvio della commercializzazione nel nostro Paese».  

#facciamolotutti. Parola di Checco Zalone, che con ironia e grande sensibilità ha affrontato un tema sociale delicato e fino a poco tempo fa perlopiù sconosciuto. Uno spot provocatorio che strappa un sorriso, che commuove ed emoziona, senza quel pietismo che troppo spesso diventa barriera architettonica. Un invito alla riflessione, che apre il dibattito sulle cure innovative, scuotendo l’indifferenza e la diffidenza. «Checco Zalone è straordinario – racconta la barese Anita Pallara, 28 anni, sulla sedia a rotelle da quando ne aveva 3, psicologa e donna piena di energia, affetta da SMA e da sempre in prima linea per far conoscere la malattia – grazie al successo e ai risultati raggiunti con lo spot dell’anno scorso (oltre 7 milioni di visualizzazioni e 250mila euro raccolti), siamo riusciti a ottenere la distribuzione gratuita del farmaco, che ha dimostrato concretamente di prolungare la nostra aspettativa di vita. I fondi della campagna 2017 servono a non tardare l'avvio delle somministrazioni, perché per alcuni bambini aspettare un mese può fare davvero la differenza».

#facciamolotutti. Per Mirko, per Jacopo, per Matteo. Per i 500 bambini (potenziali destinatari del farmaco) che sarà possibile sostenere attraverso le donazioni al numero 45521. Perché la vita è un diritto di tutti. Questo è il più grande messaggio da inviare.

In Italia il 12% dei farmaci in dotazione alle strutture sanitarie pubbliche scade senza essere utilizzato, per una perdita di circa 900 milioni di euro. Un quinto degli errori clinici commessi nei reparti ospedalieri riguarda la cattiva gestione del farmaco, in troppi casi all’origine del decesso dei pazienti. 
Zanardo Servizi Logistici spa, grazie a un modello di efficienza e innovazione per la gestione del farmaco negli ospedali, sta cambiando questo stato di cose. Lo sta facendo con il rivoluzionario sistema di logistica sanitaria Log-Os che ha ricevuto questo pomeriggio a Roma  per la categoria amministrativo-gestionale il Premio Innova S@lute, iniziativa promossa da FPA e Allea all’interno della Manifestazione S@lute 2017.

La rivoluzione 4.0, infatti, con Zanardo è entrata nella sanità italiana da più di dieci anni. Merito del pioneristico Hub di Logistica Sanitaria a Caerano San Marco. Nato da una collaborazione tra l'azienda e l’allora Ulss n. 8 Asolo, il modello organizzativo Log-Os dal 2005 contribuisce in diversi ospedali italiani a innalzare la sicurezza del paziente, creando e gestendo un flusso informatizzato di tracciatura fisica ed informativa del farmaco, del dispositivo medico, del materiale sanitario.

I risultati sono positivi anche sotto il profilo economico. Minore è l’immobilizzo finanziario, per effetto di una oculata gestione degli ordini. Le giacenze si sono ridotte del 30%. Il valore dei farmaci scaduti rimasti nei reparti si è più che dimezzato, mentre si sono completamente azzerate le dispersioni fraudolente o dovute a un negligente uso di farmaci e beni sanitari.

“Il paziente – sottolinea il Presidente di Zanardo Spa, Damaso Zanardo –è al centro di un processo di supply chain che inizia dal momento del suo ricovero, e quindi con la prima prescrizione medica, e finisce con la somministrazione dei medicinali. Un modello di Industria 4.0 della logistica, che richiede sistemi  di gestione, hardware, interconnessione reti, robot e carrelli intelligenti e, non ultima una buona formazione all'interno del personale sanitario per far sì che sicurezza ed efficienza trovino effettivo riscontro. Questo è un esempio, che ci rende orgogliosi, di come chi si occupa di logistica possa contribuire a modificare e migliorare l'"industria" sanitaria, soprattutto quando al centro c’è la persona, ancor prima che il processo”. 

Damaso Zanardo ha presentato i dati raccolti negli anni di utilizzo di Log-Os. Con 1355 punti di consegna serviti, un valore stock di magazzino di oltre 8 milioni 360 mila euro, 25 mila cinquecento pallet spediti mediamente ogni anno, Log-Os è ormai un punto di riferimento dell’innovazione sanitaria italiana.
Ad appena un anno dalla sua nascita, Forum PA gli ha assegnato il Premio assoluto per l’Ingegnerizzazione degli Ospedali. Oggi sono numerose le strutture ospedaliere che hanno adottato il modello Log-Os. Tra questi, il reparto di Cardiologia dell’Ospedale Civile di Venezia, che anche grazie a Log-Os di Zanardo, si è classificato tra i primi tre migliori reparti ospedalieri italiani secondo le ultime rilevazioni Agenas (Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali). 

“L'unità operativa di cardiologia ed emodinamica dell'ospedale S.S. Giovanni e Paolo di Venezia- dichiara il direttore Giuseppe Grassi- è caratterizzata da una complessità clinica di elevato livello. In questo ambiente delicato siamo riusciti a digitalizzare l'attività logistica grazie ad un armadio robotizzato, carrelli servitori computerizzati, riconoscimento digitale del paziente e somministrazione informatizzata della terapia farmacologica. Il tutto colloquia direttamente con l'Hub logistico e ci consente un ri-approvvigionamento immediato e totalmente tracciabile che riduce il rischio clinico dovuto a somministrazioni errate di farmaci contribuendo all'innalzamento del livello di sicurezza dei pazienti.

La Zanardo Servizi Logistici spa è impegnata anche nel settore Beverage & Grocery. Ha chiuso il bilancio 2016 con un fatturato di 41 milioni 652 mila euro, con un incremento del 5,3% sul 2015, in controtendenza rispetto al settore. In aumento anche gli addetti, che ormai sfiorano le 130 unità, oltre ai 250 dell’indotto. Cresce anche la redditività, con un Ebitda salito, in solo un biennio, dal 3,15% dei ricavi 2014 al 4,51% dell’anno scorso.  La Zanardo è inoltre riconosciuta come "pioniera" nell'esplorare mercati di nicchia (peculiarità per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio "Le Fonti Award" a fine del 2016).

lL’innovazione, nell’ottica di Logistica 4.0, è il principio guida per l’azienda nel suo complesso: circa 15 milioni di investimenti nell’ultimo biennio per nuovi macchinari e impianti per la logistica, automezzi rispettosi dell’ambiente e della sicurezza stradale e attività di ricerca e sviluppo in-house, adozione di politiche di Disaster Recovery e Business Continuity e utilizzo di infrastrutture in fibra ottica.

Tra le leve della crescita di Zanardo Servizi Logistici c’è l’integrazione digitale dei processi produttivi, che favorisce una piena tracciabilità delle movimentazioni e delle operazioni in genere, nonché il rispetto dei canoni di sostenibilità ambientale (logistica paperless).

Un’azienda strettamente legata alla cultura non solo economica del proprio territorio. Nel 2016 ha inaugurato il nuovo polo logistico di Treviso, che nasce dall'acquisizione e dal recupero dell'ex-Pagnossin, un’area industriale di circa 100.000 metri quadrati che si va ad aggiungere a Venezia e Lodi e ai vari magazzini in outsourcing del progetto Log-Os, arricchendo la "mappa" degli hub di Zanardo spa. In questo caso si tratta di qualcosa di più rispetto a un "semplice" hub logistico. Open Dream è il brand con cui si sta pianificando la riconversione di questa storica fabbrica del territorio trevigiano e della relativa area dismessa, trasformandola in una cittadella laboratorio per la valorizzazione dei beni/prodotti del made in Italy, dei servizi turistici, delle stesse testimonianze architettoniche – in un contesto dove storia, comunità, cultura e sapienza produttiva si integrano in una sola vetrina: un mix che fa del sito trevigiano un unicum nel Triveneto.

Una cura di vitamina B3, che si trova naturalmente nella carne e nelle verdure, potrebbe rivelarsi un efficace trattamento preventivo contro il rischio di aborti in gravidanza a causa del deficit di una molecola nel corpo, secondo uno studio scientifico australiano presentato in data odierna. La ricerca, pubblicata sul New England Journal of Medicine, dimostra che la molecola, nicotinammide adenina dinucleotide (n), ha bisogno di un tasso sufficiente di vitamina B3 per svilupparsi. E che il disavanzo in donne in gravidanza durante lo sviluppo dell'embrione, può provocare aborti spontanei e disabilità in alcuni casi documentati. "Dopo 12 anni di ricerca, il nostro team ha scoperto che questa carenza può essere trattata assumendo una semplice vitamina impedendo aborti spontanei e disabilità alla nascita", ha spiegato Sally Dunwoodie, ricercatore presso l'Istituto di ricerca cardiaca Victor Chang. E si è dimostrato entusiasta per il "potenziale" di questa scoperta di riuscire a "ridurre il numero di aborti spontanei e disabilità alla nascita in tutto il mondo". Gli scienziati hanno studiato i geni in famiglie con maggiore tendenza alla disabilità alla nascita e aborti spontanei. Hanno scoperto che le mutazioni genetiche che influenzano la produzione della molecola “n”. Quindi hanno condotto test su topi femmina. Grazie all'assunzione di capsule di vitamina B3, nota anche come niacina, i ricercatori hanno scoperto un miglioramento sullo sviluppo dell'embrione di questi topi rispetto a quelli con una carenza di n. "Prima dell'introduzione di dosi di vitamina B3 nei confronti delle puerpere, gli embrioni sono stati persi in un aborto spontaneo o coloro che si sono sviluppati hanno sofferto di disabilità significativa", dice l'Istituto di Victor Chang. "Una volta che il cibo è stato cambiato, gli aborti spontanei e le disabilità alla nascita sono state totalmente evitate", ha aggiunto l'Istituto. Il prossimo passo per i ricercatori è quello di creare un test per identificare le donne che sono a rischio di carenza di n, al fine di assumere supplementi di vitamina B3. Si tratta, quindi, di una significativa scoperta, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, che indipendentemente dagli sviluppi, suggerisce alle future mamme di avere una dieta equilibrata e con le giuste dosi di vitamina B3 sin dalle primissime fasi del concepimento.

Individuati all’IFOM di Milano alcuni meccanismi attraverso i quali la proteina BCR controlla la crescita di forme aggressive di linfoma non-Hodgkin, il primo autore un giovane ricercatore di Locri che ora continua la sua ricerca a New York dopo aver lavorato nell’Istituto milanese . I risultati indicano l’opportunità di monitorare con un semplice test di laboratorio l’espressione di BCR nelle cellule tumorali a partire dalla diagnosi. I nuovi dati indicano anche come migliorare le attuali terapie per la cura di diverse forme di linfomi e leucemie, proponendo approcci terapeutici basati su combinazioni di farmaci La ricerca, i cui risultati sono pubblicati recentemente sulle pagine dell’autorevole rivista scientifica Nature, è stata possibile grazie al sostegno della Fondazione Armenise-Harvard e di AIRC.

I linfomi sono tumori del sangue che colpiscono comunemente uno dei principali attori del sistema immunitario: i linfociti B.

Reclutati per difenderci dall'attacco di agenti quali virus e batteri, i linfociti B riconoscono gli intrusi catturandoli grazie a recettori esposti sulla loro superficie, detti immunoglobuline (o BCR, da B cell receptor). L’intercettazione di patogeni da parte del BCR stimola i linfociti a proliferare e quindi a rilasciare forme solubili delle stesse immunoglobuline che facilitano la rapida neutralizzazione dell’agente infettivo.

I linfociti B, mentre proliferano in risposta a un virus o batterio, acquisiscono mutazioni “benigne” a carico dei geni del BCR, necessarie a migliorare l’efficienza nel legare e neutralizzare il patogeno. Questo processo, non scevro da errori, può, a bassa frequenza, causare mutazioni in geni diversi dal BCR, che occasionalmente provocano l’insorgenza di linfomi o leucemie. In queste forme tumorali, il BCR rimane espresso sulla superficie dei linfociti B neoplastici, favorendone la crescita. Ciò ha reso il BCR, un bersaglio elettivo della terapia di diverse forme di linfoma non-Hodgkin, nonché della leucemia linfatica cronica, la forma più comune di leucemia dell’adulto. Gabriele Varano, ricercatore prima dell’IFOM di Milano e oggi dell’Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York è primo autore con il suo maestro Stefano Casola, medico ricercatore direttore del programma “Immunologia molecolare e biologia dei linfomi” dell’IFOM di Milano, dello studio pubblicato recentemente  sull’autorevole rivista Nature. I risultati dello studio mettono in guardia dai potenziali rischi di terapie anti-BCR, svelando, allo stesso tempo, strategie per rendere tali terapie più efficaci. Studiando in topi di laboratorio il linfoma di Burkitt, una forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin, i ricercatori hanno notato che cellule tumorali private del BCR continuavano sorprendentemente a crescere. Viceversa, le stesse soccombevano rapidamente quando conservavano il BCR. I risultati hanno portato a ipotizzare che il BCR avvantaggi le cellule di linfoma che lo esprimono e allo stesso tempo freni la crescita di quelle che lo perdono. Grazie alla consolidata e proficua collaborazione con il professor Fabio Facchetti dell’Università di Brescia, e il professor Maurilio Ponzoni dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si è rapidamente passati dallo studio in topi di laboratorio all’analisi di campioni umani di linfoma di Burkitt.

“I risultati osservati nei topi di laboratorio ci hanno entusiasmato e spronato immediatamente a verificare l’esistenza di un meccanismo analogo nei corrispondenti linfomi umani – commenta Ponzoni –, e questo nonostante i risultati non fossero del tutto in linea con quanto finora universalmente accettato”. “Analizzando un’ampia casistica di biopsie di linfoma di Burkitt rigorosamente selezionata con test genetico-molecolari e utilizzando metodiche di morfologia molecolare a multipli marcatori, è stato possibile dimostrare – aggiunge Fabio Facchetti – che una parte di questi tumori non esprimono il BCR, talora nella larga maggioranza delle cellule linfomatose, in altri casi in una frazione di esse.” Sostenuto da queste osservazioni, Stefano Casola offre spunti di riflessione per nuove prospettive terapeutiche agli oncologi. “Mentre i farmaci anti-BCR inibiscono la maggioranza della popolazione tumorale di linfomi e leucemie che esprimono il BCR, essi rischiano paradossalmente di favorire la crescita di rare cellule tumorali prive del BCR, che a loro volta possono rendersi responsabili di una possibile ripresa della malattia”.

Lo studio pubblicato su Nature fornisce indicazioni su come sia possibile evitare questo scenario. Grazie a studi in topi di laboratorio – chiarisce Gabriele Varano, primo autore  – abbiamo identificato un tallone di Achille, per così dire, delle cellule di linfoma prive del BCR”. “Abbiamo scoperto – continua Varano – che queste cellule sono particolarmente sensibili a stress nutrizionali, e questo le rende bersagli preferenziali di farmaci quali la rapamicina”.

I risultati dello studio, se confermati in studi clinici prospettici, potrebbero portare alla revisione delle attuali procedure diagnostiche e terapeutiche di pazienti affetti da linfomi e leucemie a cellule B. Infatti, combinando un semplice test di laboratorio ad analisi istologiche su materiale ottenuto da biopsia o da un esame del sangue, si potrebbe monitorare lo stato del BCR nella popolazione delle cellule tumorali. Queste informazioni – conclude Casola – potrebbero aiutare l’oncologo a progettare terapie personalizzate in cui a inibitori farmacologici del BCR possano eventualmente essere abbinati farmaci quali la rapamicina per combattere la complessità e l’eterogeneità del tumore.

Questa ricerca non sarebbe stata possibile senza il contributo fondamentale, tra gli altri, della Fondazione Armenise-Harvard e dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e della Fondazione Umberto Veronesi per la borsa di studio di Gabriele Varano.

 

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