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Mercoledì, 20 Novembre 2019

A Siracusa il 9 e 10 giugno 2017, nell’Auditorium del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, dalle 9.00 alle 17.30, si svolgerà il convegno internazionale sulla psicoterapia della Gestalt organizzato dall’Istituto di Gestalt HCC Italy, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, diretto da Margherita Spagnuolo Lobb, in collaborazione con l’INDA.

Il titolo “LA DANZA TRA PSICOTERAPEUTA E PAZIENTE, Dia-gnosi estetica e fenomenologica in psicoterapia della Gestalt” sottolinea l’importanza di uno sguardo nuovo sulla sofferenza umana. Come afferma la direttrice dell’Istituto: “Le tragedie classiche ci insegnano che i drammi della vita vanno vissuti, attraversati, onorati, e non meramente oggettivati in una categoria dei manuali. Oggi viviamo una condizione di desensibilizzazione preoccupante, davanti alla quale gli esperti suggeriscono innanzitutto una rivitalizzazione delle relazioni, e la condivisione della risonanza che ognuno di noi ha davanti ai drammi contemporanei”.

Ospite d’onore del convegno è Nancy McWilliams, della Rutgers University (New Jersey, USA), una psicoanalista molto nota e particolarmente stimata per le sue qualità umane, curatrice del Manuale Diagnostico Psicodinamico, già presidente della Divisione di Psicoanalisi (29) dell’American Psychological Association (APA).

Dialogheranno con lei sui concetti di ricerca in psicoterapia, sintonizzazione, risonanza, spontaneità nella relazione terapeutica, accademici e didatti della Scuola di Specializzazione, tra cui:

·         Margherita Spagnuolo Lobb (Siracusa), Pietro A. Cavaleri (Caltanissetta) e altri didatti dell’Istituto di Gestalt HCC Italy

·         Santo Di Nuovo (Università di Catania)

·         Madeleine Fogarty (Università di Melbourne, Australia)

·         Paolo Migone (rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”)

Saranno eseguite dal vivo due sedute dimostrative: una condotta da Margherita Spagnuolo Lobb e l’altra da Nancy McWilliams.

Il convegno è rivolto a psicoterapeuti, psichiatri, psicologi, assistenti sociali e a tutti i professionisti delle relazioni di cura.

A chiusura di ogni giornata sarà possibile recarsi al Teatro Greco usufruendo di uno sconto sul costo del biglietto.

Il termine “praxia” deriva dal greco e significa “agire - fare”. In campo medico e, più propriamente, in neurologia, con l'espressione disprassia vengono indicate le problematicità che una persona incontra nel compiere, in modo corretto, gesti e movimenti finalizzati al compimento di una azione.

In un recente passato è stata considerata come difficoltà di coordinazione motoria. La ricerca contemporanea, invece, ne dà una spiegazione maggiormente globale e completa, considerandola come difficoltà di effettuare gesti ed atti volontari in successione, comunque collegati tra di loro.

La cause, i motivi per cui insorge non sono stati ancora sufficientemente indagati in modo chiaro ed esaustivo. È stata esclusa, comunque, ogni possibilità che la disprassia possa dipendere da probabili lesioni cerebrali. Si ritiene, invece, che sia determinata da inesperienze e difficoltà di agire di taluni contatti a livello neurologico.

La disprassia è, come prima cosa, un disturbo della coordinazione motoria; infatti, può coinvolgere la sfera motoria, chiamando in causa e implicando alcuni elementi della normale vita di tutti i giorni.

Può interessare anche l'ambito verbale.

Ma, in effetti, quali sentimenti avvertono i genitori nel momento in cui assumono consapevolezza che il proprio figlio è disprassico? Quali comportamenti e quali atteggiamenti devono assumere nei suoi confronti? Cosa è necessario fare per cercare di aiutarlo? In che modo è opportuno relazionarsi con il personale scolastico? Ma, soprattutto, cosa è necessario fare per far capire ad amici e parenti che il proprio figlio presenta queste particolari difficoltà?

Proviamo a capire, anzitutto, che cosa è, come si manifesta e come affrontare la disprassia.

Giacomo è un bambino come tanti. Si alza al mattino e chiede alla mamma: “che ore sono?” Le sette e trenta, risponde la madre. E lui: “ma adesso sono le sette e trenta del mattino oppure è sera?”. E la madre: è mattino. Dai, muoviti; sbrigati a fare la colazione altrimenti arriverai, anche oggi, tardi a scuola. Giacomo ritorna nella sua stanzetta per vestirsi, ma sbaglia direzione e urta contro una sedia, rovesciandola per terra. Entrato nella camera le difficoltà sembrano aumentare. Deve vestirsi. Ma da dove incominciare! Cerca di mettersi la maglia, ma sbaglia e inserisce un braccio dalla parte del collo; infila il pantalone, inciampa e cade per terra; la camicia è tutta fuori dai pantaloni ancora da abbottonare; anche i piedi non sempre finiscono nella scarpa giusta.

Altro arduo compito è rappresentato dalla colazione: prova a versare il latte nella tazza ma imbratta la tovaglia; aggiunge lo zucchero al latte e ne sparge un mezzo cucchiaino sul tavolo; incomincia a mangiare e già la maglietta risulta alquanto imbrattata.

Ma è ora di andare a scuola. Giacomo apre la porta, si precipita fuori, raggiunge lo scuolabus, ma ha dimenticato di prendere la cartella. La madre gli corre dietro e risolve l'inconveniente. Arrivato in classe, l'insegnante, dopo aver spiegato la lezione, comincia a dettare l'esercizio; Giacomo non riesce ancora a  trovare il quaderno a righe. I suoi compagni hanno già finito il compito e iniziano a consegnare il quaderno all'insegnante per la correzione. Ed ecco che, finalmente, il quaderno viene fuori.

Durante la lezione di educazione motoria l'insegnante accompagna la scolaresca in palestra per disputare una partita a palla a volo. Giacomo non riesce a prendere la palla. Ed ecco che, angosciato, abbandona il gioco e si allontana dicendo: “è un gioco molto sciocco e noioso. Non mi piace per niente”.

Mentre i suoi compagni continuano a giocare nella palestra e tutto intorno risuonano grida e risate gioiose, Giacomo appare sempre più solo, sempre più escluso, sempre più emarginato.

Ma, in effetti, che senso potrebbe avere e quali risultati potrebbe sortire sgridare un bambino come Giacomo? 

Sono, questi, dei bambini che non hanno cognizione alcuna dello spazio.

A volte, a scuola, durante la lettura di un brano, anche se molto semplice, invertono le sillabe.

Spesso, questi comportamenti, determinano effetti negativi sull'autostima, per cui, il bambino, finisce con l'avere sempre meno fiducia nelle proprie capacità. Ed, inoltre, nel momento in cui si convince di non essere in grado di svolgere quelle attività, quelle operazioni che i suoi coetanei effettuano in modo alquanto naturale, finisce con il rinchiudersi, ancora di più, in se stesso.

La disprassia non sempre viene diagnosticata e riconosciuta, anzi, il più delle volte, sia la famiglia, sia la scuola tendono a non prendere nella dovuta considerazione le disfunzioni, il senso di malessere e il disagio che il bambino avverte. Ed è solo quando, all'interno della classe, questi alunni rappresentano elemento di distrazione e di disturbo per l'intera scolaresca che insegnanti e genitori incominciano a valutare e chiedersi il perché di siffatti comportamenti.

Non sono pochi i casi in cui i genitori vivono queste difficoltà del figlio come una vera e propria sconfitta personale; altri, invece, propendono a considerare l'azione svolta dalla scuola come una interferenza a quelle scelte che competono, invece, in modo specifico e solo alla famiglia; altri ancora ritengono che le risorse di cui la scuola dispone siano del tutto insufficienti; altri sono sempre più convinti che il personale scolastico sia del tutto impreparato ad affrontare queste problematiche; infine ci sono quelli che nutrono, forse perché si sentono impotenti di fronte ad un simile problema, una innata sfiducia nelle istituzioni e, in particolare, nella scuola.

Questi genitori, pur rendendosi conto che il proprio figlio presenta dei comportamenti anomali ed inconsueti, avvertono un forte senso di impotenza e non sanno proprio cosa sia opportuno fare. Ed ecco la soluzione più semplice: ogni colpa ed ogni responsabilità viene addebitata alla scuola, definendo l'intera sua azione didattica ed educativa alquanto discutibile e inadeguata, se non, del tutto, scadente.

Talune volte si ascoltano commenti da parte del personale scolastico il quale asserisce: “è un bambino che non sta mai fermo, si distrae sempre. Disturba  l'intera classe e non si riesce mai a lavorare con un poco di tranquillità. A casa fa tutto sua madre. Continuando così non imparerà mai. A lui non interessano affatto i lavori che facciamo a scuola. Trascorre il tempo sempre da solo. È un bambino poco socievole. Preferisce stare in disparte.

È un bambino intelligente, ma non si applica affatto. Con il passare del tempo migliorerà di certo”.

Da queste parole appare evidente una mancata consapevolezza, da parte del personale docente, dell'esistenza di disturbi nell'alunno.

Si tende ad addebitare le difficoltà allo scarso impegno, alla iperprotettività, alla famiglia, alla svogliatezza.

Ed ecco che emerge l'importanza di un intervento precoce sia sul versante terapeutico, sia su quello educativo e didattico.

Un intervento didattico, però, che non può basarsi sull’improvvisazione, ma sulla conoscenza di quei metodi che hanno dato risultati positivi e sono stati supportati da ricerche scientifiche.

Il metodo spazio-temporale ideato da Ida Terzi (1905-1997) per i bambini non-vedenti, è un sistema di esercizi senso-motori che sviluppa la capacità di integrare le informazioni spazio-temporali che giungono al nostro cervello dai diversi canali percettivi.

Questo metodo si è rivelato molto utile anche nel recupero dei soggetti disprassici.

L'impegno tanto della scuola quanto della famiglia e, soprattutto, dei servizi specialistici è quello di fare in modo che i bambini affetti da questi disturbi possano arricchire le loro potenzialità e, in particolar modo, integrarsi nella scuola e, di conseguenza, nel contesto sociale.

Sarebbe veramente bello operare in maniera tale che questi alunni non fossero più considerati solo un problema e un peso da sopportare, ma divenissero, prima di tutto, un progetto da realizzare.

E allora mettiamoci in cammino, perché, come sosteneva Ida Terzi “…nel nostro continuo andare e venire per il mondo esterno, noi non facciamo altro che ragionare, e bene, con i piedi”.

                                                                                                                       

 

 

 

 

 

 

Sono trascorsi decenni da quando si è iniziato a parlare di depressione tra i giovani e giovanissimi, ma di recente alcune associazioni che si occupano o si sono occupate del fenomeno, hanno lanciato un allarme preoccupante basata sui dati forniti dagli istituti di psichiatria: secondo alcune stime sono circa 1milione i giovani depressi: l'8% dei giovani soffre di nevrosi d'ansia e il 5% di depressioni gravemente limitanti. Inoltre per sette ragazzi su cento, che hanno oggi fra i 18 e i 24 anni, la malattia è cominciata prima della maggiore età. La questione più preoccupante è che spesso il "male di vivere", che può colpire gli adolescenti, non sempre è dichiarato a voce alta. Tanto da passare inosservato. I giovani colpiti, manifestano intenzioni di suicidio e soffrono di disturbi della personalità, di tipo ansioso o maniaco-depressivo. E il fenomeno sembra essere in aumento. Infatti, questa sofferenza non sempre è colta dalla famiglia, anzi risulta che spesso venga nascosta e non curata per vergogna o pregiudizio. Anche per questo probabilmente sono ancora pochi i casi che vengono diagnosticati in modo corretto e ancora meno quelli trattati correttamente. Dal manifestarsi dell'ansia alla cura del giovane sofferente passa molto, troppo tempo. In media da nove mesi a cinque anni, con un 30% di pazienti che non riceve cure adeguate e un 40% che non assume alcuna terapia".E ciò non fa che aggravare la malattia. Del resto per i genitori come per i docenti è difficile fare una diagnosi chiara e precoce perché i sintomi di una depressione adolescenziale sono atipici o vengono facilmente mascherati da problemi fisici o da altre condizioni in apparenza completamente estranee a questo tipo di patologia. Ad esempio i disordini alimentari (anoressia e bulimia), il desiderio di dormire continuamente, l'insonnia, i dolori cronici, le cefalee e i disturbi gastro-intestinali possono nascondere una causa più profonda. Come pure l'abuso d'alcol e di droghe leggere. O i problemi di concentrazione e l'iperattività. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”- anche per l’angosciante aumento di suicidi e casi psicopatologici di tipo depressivo tra i giovani– invita tutte gli enti istituzionali che per le rispettive competenze si occupano dell’argomento, ad adottare politiche più incisive e a potenziare l’attività degli “sportelli psicologici”, mettendo comunque al primo posto campagne di prevenzione sociale che oltre a minare le basi del “male di vivere” giovanile possono contribuire a ridurne notevolmente i gravosi costi sociali. Un contributo rilevante può essere dato da una maggiore sinergia tra le  “Commissioni Salute”, presenti in ogni scuola, e le Asl, con i loro “Sportelli psicologici”.

Consumare cannabis aumenta il rischio di ammalarsi di schizofrenia. A sostenerlo è un ampio studio internazionale che ha visto la partecipazione di ricercatori dell’Ospedale universitario vodese (CHUV) di Losanna che ne ha confermato il nesso causale. La nuova ricerca basata su dati epidemiologici raccolti nell’arco di oltre quarant’anni, ora giudicata solida, si basa su una metodologia chiamata ‘randomizzazione mendeliana’ che Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ritiene necessario far conoscere anche nel nostro Paese per aumentare i livelli di consapevolezza tra la platea dei consumatori di "maria" e derivati. Consiste nell’osservare persone con differenti versioni di un gene per studiare la relazione tra un fattore di rischio, in questo caso il consumo di cannabis e l’apparizione di una malattia, la schizofrenia, utilizzando marcatori genetici fortemente associati con il fattore di rischio. Il vantaggio è che i marcatori utilizzati, ha spiegato il primo autore dello studio Julien Vaucher, sono distribuiti a caso nella popolazione e non sono influenzati da fattori esterni quali l’ambiente familiare o la situazione socioeconomica.I ricercatori si sono basati sui dati di una pubblicazione del 2016 che ha messo in evidenza dieci marcatori genetici legati al consumo di canapa in una popolazione di 32'000 individui. Gli stessi sono poi stati cercati in una banca dati separata, relativa a 34'000 pazienti e 45'000 persone non malate di schizofrenia. La combinazione delle informazioni provenienti dalle due fonti ha permesso di determinare che il consumo di cannabis è associato ad un aumento del 37% del rischio di schizofrenia, cifra comparabile a quelle ottenute in studi osservazionali realizzati in passato. Emerge inoltre che il nesso non è influenzato da altri fattori, quali il consumo di tabacco. Per contro, la ricerca non ha potuto valutare il rischio in funzione della quantità consumata, del tipo di canapa, del modo di somministrazione o dell’età del consumatore. Altri studi saranno necessari. Permetteranno, così, di identificare gli individui a rischio e formulare dei messaggi di prevenzione mirati. Intanto, non mancano le contestazioni: Jean-Felix Savary, del Gruppo romando di studio delle dipendenze, ritiene “logico che chi ha un problema psichico di questo tipo possa pensare di sentirsi meglio fumando marijuana, quindi non si può dire che c’è una correlazione tra schizofrenia e consumo di questo stupefacente”.

Contrastare visibilmente gli inestetismi della cellulite, migliorando il drenaggio e la distribuzione dell’acqua nel tessuto cutaneo. O, ancora, contrastare la formazione di nuove cellule adipose, proteggendo la pelle dalla degradazione del collagene favorendo l’elasticità dei tessuti. Tutto ciò attraverso l’utilizzo di una miscela di estratti vegetali e principi attivi utili per favorire il ripristino della propria silhouette con un’azione efficace a lunga durata. Sono alcuni dei consigli forniti dal dottor Vincenzo Messina in occasione del primo dei due incontri informativi sugli inestetismi corporei tenutosi sabato scorso nella parafarmacia di via Roma 183 a Ragusa. “Abbiamo cercato di fornire tutti i chiarimenti del caso alle numerose persone intervenute – sottolinea il dottor Messina – per quanto concerne il corretto utilizzo di prodotti naturali, integrativi e cosmetici. Abbiamo poi spiegato come la bioliquefazione molecolare delle matrici vegetali si basi sull’utilizzo di una serie di processi biotecnologici enzimatici che consentono di estrarre alte concentrazioni di principi attivi, parte integrante delle strutture cellulari. In pratica, grazie alla tecnologia di bioliquefazione molecolare è possibile formulare dei cosmetici estremamente efficaci che contengono il mix completo delle molecole bioattive presenti nei tessuti vegetali, rispettando gli equilibri naturali e le strutture dei fitocomplessi. Significa, in sintesi, che non è necessario ricorrere al chirurgo estetico. Nella città di Ragusa, almeno una donna su tre soffre di inestetismi corporei che non lasciano dormire sonni tranquilli. Durante l’incontro informativo abbiamo messo in chiaro tutta una serie di soluzioni che è possibile adottare da subito con dei risultati già riscontrabili nel giro di un ragionevole periodo di tempo”. Sabato 21 gennaio, sempre a partire dalle 10, il dottor Messina, con la collaboratrice Giorgia Di Lorenzo, terrà un altro incontro informativo per cercare di fornire delle indicazioni specifiche su come intervenire, attraverso l’utilizzo di prodotti naturali della ditta Alta Natura, industria alimentare di Catania, per eliminare o attenuare gli inestetismi corporei. “Mi ha soddisfatto parecchio – continua Vincenzo Messina – l’attenzione registratasi in occasione del primo appuntamento. Significa che è stato intercettato un bisogno reale a cui abbiamo cercato di fornire delle risposte concrete”.

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